Gli eurodiktat ora vanno disapplicati
Ursula von der Leyen (Ansa)

La conoscenza della storia se non serve alla vita diventa non solo inutile ma dannosa: la profezia di Goethe prima e di Nietzsche poi si sta realizzando in questa generazione, la generazione nella quale si trovano allo stesso tempo il più alto tasso di «istruzione» e il più alto livello di analfabetismo funzionale, la più alta illusione di essere «impegnati politicamente» e la maggiore docilità e sottomissione al potere.

In questo contesto non ci sono limiti alle torsioni totalitarie e ai provvedimenti autoritari proprio perché non vi è vera conoscenza della storia ma solo la «banalità del bene».

Lo schema pandemico declinato nella sua forma deteriore – «non ti vaccini, ti ammali, muori» – si ripete per ogni aspetto decisivo dell’agenda globalista, dal cambiamento climatico che è colpa tua ma i cinesi possono aprire le centrali a carbone, sino a tutti gli aspetti più distopici e orwelliani che in qualsiasi altro momento storico avrebbero provocato le immediate reazioni di un corpo sano.

L’Intelligenza artificiale istituzionale dell’Unione europea (EP genAI hub) che risponde con un messaggio di «violazione di sicurezza» alla domanda sui passaggi istituzionali per le dimissioni di Ursula von der Leyen dimostra che la narrazione non ha bisogno di alcuna cautela né di alcun mascheramento, non solo perché nessuno ha qualcosa da eccepire sul fatto che il presidente della Commissione Ue sia inamovibile ma perché molti – magari anche qualche laureato in storia – ritengono questa cosa una conquista di libertà.

E così per le sanzioni automatiche alle agenzie di stampa russe, estese a chiunque le citi indipendentemente dai contenuti; così per le indagini sul gruppo parlamentare di cui fanno parte sia Afd che Roberto Vannacci per imprecisati «non allineamenti ai valori della Ue», nella migliore tradizione dei processi politici che scattano solo, come per Marine Le Pen, se si supera una certa soglia ma prima no.

Vengono introdotte le telecamere negli abitacoli delle auto con la scusa dell’aiuto alla guida estendendo il controllo in remoto dei gesti quotidiani più banali e normalizzando la sorveglianza come misura di sicurezza. La conferma del Chat control 1.0 al sesto tentativo e l’annuncio dell’imminente 2.0, con tanto di divieto di Vpn e scansione delle chat end to end, non rappresenta soltanto la negazione di un diritto umano ma introduce, nella noncuranza generale, il principio secondo il quale basta ripetere una votazione per tutte le volte necessarie per ottenere qualsiasi cosa però solo per certi provvedimenti.

Chi sa applicare la storia alla vita si rende conto che quando sono i fini politici a ridefinire retroattivamente ciò che è etico ci si trova di fronte a una forma di governo sostanzialmente totalitaria che fa dell’inversione tra libertà e obiettivi politici il suo tratto distintivo. E arriviamo così al compimento del percorso illuminista, il quale nasce come lotta sistematica contro il pregiudizio, il dogma e l’oscurantismo ma giunge al loro utilizzo giustificato dalla necessità politica del raggiungimento di fini così nobili.

Certo non si tratta del totalitarismo novecentesco ma di quella forma di «dispotismo morbido» che Alexis de Tocqueville aveva già intravisto nel «potere che non schiaccia ma avvolge e che rende superfluo pensare e decidere da sé». Ci troviamo ancora una volta alle prese con la metafora della Cacania, quella che descrive un impero burocratico ipertrofico e autolesionista, formalmente onnipotente ma sostanzialmente in decadenza, incapace di riformarsi e sempre più dedito al controllo simbolico e procedurale mentre il mondo affronta una rivoluzione tecnica forse incisiva quanto la Seconda rivoluzione industriale.

Ed eccoci ancora una volta alla domanda: che fare? Mentre si attende il crollo della Cacania e si prova a riformarla «da dentro» con sempre meno convinzione, si profila ormai una reale minaccia alle libertà individuali e alle volontà democratiche degli Stati, una minaccia che deve essere affrontata nell’immediato. L’obiettivo, per i governi e le forze politiche che intendano difendere le libertà costituzionali e i valori culturali dei popoli, non può più prescindere dalla realizzazione di una esplicita barriera difensiva per la tutela democratica basata sulla disapplicazione delle norme Ue che producano torsione totalitaria, sorveglianza generalizzata, censura preventiva, limitazione della privacy, criminalizzazione del dissenso.

Al contempo una norma che dichiari esplicitamente le leggi nazionali superiori a quelle Ue non può più attendere e ciò proprio a causa di quella mancanza di consapevolezza storica che sta contrassegnando il mondo che viviamo, un’incoscienza senza la quale nessuno Stato sovrano avrebbe mai accettato che il tribunale di ultima istanza si trovasse in un’entità sovragovernativa non eletta e caratterizzata da una catena di «deleghe rappresentative» talmente lunga e indistinguibile che nessuno ne avrebbe mai accettata una simile per qualsiasi aspetto importante della propria vita. Difesa disapplicativa e impegno sulla norma per la prevalenza del diritto nazionale si presentano oggi come elementi necessari da inserire nel prossimo programma di governo. Senza stupirsi di coloro che saranno contrari alla difesa della Costituzione per difendere la Costituzione.

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