Poche istituzioni politiche al mondo stanno portando al punto di rottura le contraddizioni al proprio interno come l’Unione europea. Qui si stanno concentrando aporie che investono tutto l’orizzonte delle nostre società, sempre più alle prese con il contrasto tra le premesse e le promesse su cui sono state fondate e gli esiti, non solo economici, con cui fanno i conti.
Il problema aggiuntivo dell’Ue è l’ambiente politico e informativo che tende, anche per motivi molto prosaici, a impacchettare queste contraddizioni in una narrativa impermeabile alla realtà e alla responsabilità.
L’escalation recente fa una certa impressione: dai trasporti all’uso del Web, dalla salute fino ai pagamenti, sempre meno aspetti della vita sfuggono all’ansia regolatoria e al controllo da parte delle istituzioni Ue. Il paradosso è quello di un sovrastato il cui presupposto teorico era farsi garante delle libertà e dei diritti (i famosi «valori» comunitari in violazione dei quali si può contestare il venir meno dello «Stato di diritto») e sembra invece dedito a inventare con costanza modi pratici di soppiantarli. Grazie anche al meccanismo che crea una distanza siderale tra rappresentati e titolari del potere esecutivo, l’Ue è un soggetto ideale per i gruppi di pressione (che devono presidiare un ente e due luoghi agendo così su 27 Paesi).
Le ultime accelerazioni sono micidiali, specie se si considera che l’accordo politico che ha generato il bis di Ursula von der Leyen è di fatto spappolato dai cicli elettorali del Vecchio continente, che hanno spostato verso destra il Consiglio e creato nuove maggioranze all’Europarlamento (ma non nella Commissione e nei suoi potenti gangli). La macchina burocratica ha una forza tale da custodire al riparo dalle variazioni politiche nei Paesi i vettori legislativi: la più grossa eccezione è il regolamento sui rimpatri, dove l’iniziativa di diversi Stati tra cui l’Italia inizia a mostrare risultati.
Per il resto, la marcia pare inesorabile. Su queste colonne abbiamo spiegato le insidie del cosiddetto Chat control, il regime temporaneo attraverso cui, di proroga in proroga, si consente in modo implicito e in attesa di un provvedimento complessivo, l’accesso ai contenuti delle chat di messaggistica da parte dei fornitori e di gruppi decisi dall’Ue. Il metodo all’origine di questa cornice, alla cui definizione sarà chiamato nuovamente il Consiglio europeo (cioè i governi) merita un cenno. Il Parlamento Ue ha votato tre volte, bocciando sempre queste deroghe. Dopo la penultima bocciatura, il Consiglio ha riscritto la norma temporanea ex novo, di fatto ignorando il voto, e imponendo per quello successivo una «procedura d’urgenza» che rende necessaria la maggioranza assoluta degli aventi diritto per validare una votazione. Risultato: terza bocciatura ma con un numero di voti inferiore al 50% + 1, quindi la deroga è approvata. Il «sì» ad alcuni cruciali emendamenti ha portato però il testo a un nuovo vaglio del Consiglio prima della blindatura del nuovo regolamento. Tutto ciò nella quasi completa assenza di una riflessione politica nazionale sulla conseguenza potenziale di una «apertura» delle chat su richiesta: è compatibile con la Costituzione (articolo 15) che tutela la corrispondenza? E col nostro ordinamento giudiziario? È così difficile immaginare che, dietro la giustificazione della lotta all’immonda piaga della pedofilia, si possa giungere a «controllare» chi possa creare problemi? Dietro l’angolo c’è un’altra mossa di cui già si parla ufficialmente: la proibizione delle Vpn, le più diffuse modalità di protezione dell’anonimato online. Un’altra enormità in cui l’ipotesi di reati serve a giustificare la compressione reale di diritti senza che nessuno l’abbia mai chiesta né sottoposta a vaglio elettorale.
Discorso non dissimile sta accadendo sulle auto: come anticipato ieri, Bruxelles sta valutando l’introduzione, potenzialmente dal 2030, di una tecnologia capace di intervenire fisicamente sul veicolo. «Incrociando dati satellitari, segnale 5G e telecamere per il riconoscimento della segnaletica», spiega Al Volante, l’auto potrebbe ridurre autonomamente la potenza del motore o attivare una frenata controllata se il conducente non si adegua ai limiti. Se già oggi le vetture sono letteralmente costruite per estrapolare dati (voce, stile di guida, contatti, conversazioni, dati del cellulare), l’idea che un sistema continentale possa non solo monitorare ma intervenire su centinaia di milioni di veicoli ha aspetti vagamente inquietanti.
Non finisce qui: avanza a grandi passi l’euro digitale, tra i timori degli istituti bancari che da anni sudano freddo per i costi infrastrutturali che potrebbero essere costretti a sobbarcarsi per gestire la nuova «divisa» prodotta dalla Banca centrale europea. Una «versione» dell’euro i cui benefici per l’utente, considerata l’enorme diffusione in corso dei pagamenti digitali, sono tutti da chiarire, ma attorno a cui pesano interessi enormi per la possibilità di tracciare e controllare qualunque spesa, deposito, utilizzo del denaro.
Su tutti questi temi la spaccatura tra apocalittici (che paventano Grandi fratelli globali decisi a nullificare l’umanità) e integrati (per i quali non c’è nessun problema) non aiuta a cogliere il problema: un sistema pensato per tutelare ed espandere le libertà e il benessere (e che si propone di opporsi alle autocrazie) rischia di diventare un dispositivo di potere e di controllo irresponsabile e antidemocratico. Almeno a prendere per buona la definizione di democrazia che ha dato di recente Michel Houellebecq, contrapponendola al meccanismo «a cricchetto» dei dogmi: «Una legge può sempre disfare ciò che un’altra legge ha fatto: questa, almeno, è la mia concezione della legge». Qui, tra ignoranza e dolo, chi può disfare queste leggi, o anche solo opporsi ad esse?
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