Italia alla prese col ricatto del Safe. L’ipotesi: prenderlo, ma per l’energia
Guido Crosetto insieme a Giorgia Meloni

Sembra che il governo italiano non intenda, al momento, firmare per i prestiti europei inquadrati nel fondo Safe e dedicati alle spese militari per migliorare la difesa dei Paesi membri dell’Unione europea.

Preferirebbe tentare di accedere, aggiornando il medesimo meccanismo finanziario, a fondi utili a superare l’attuale crisi energetica. Così si apprende da fonti della Verità che hanno precisato come l’Italia sia attualmente in una «fase interlocutoria», attendendo da Bruxelles un riscontro alle sue richieste.

L’esecutivo del premier Giorgia Meloni «non è intenzionato a utilizzare prestiti del fondo Safe per l’acquisto di sistemi d’arma perché nel contesto politico del nostro Paese, ciò verrebbe strumentalizzato dai partiti di opposizione».

Viceversa l’Italia avrebbe inoltrato all’Ue una richiesta specifica per allargare il campo d’azione del Safe, che per sua natura è limitato all’agevolazione degli acquisti di armamenti e, in genere, sistemi inerenti la difesa. Roma vorrebbe che il fondo potesse essere utilizzato anche per finanziare «iniziative volte a rimediare all’attuale crisi energetica».

La logica è coerente, poiché gli approvvigionamenti di fonti d’energia, specialmente gas e petrolio, sono di natura strategica e sono collegati alla difesa degli interessi nazionali, e comunitari.

D’altronde, a dimostrare che l’energia è un fattore di sicurezza nazionale non meno che la sorveglianza dei cieli contro droni o missili ostili, bastino come esempi recenti le perturbazioni sui mercati create dal 2023 dai miliziani Huthi nello stretto di Bab El Mandeb, ostacolando il traffico di petroliere e navi gasifere lungo la rotta del Mar Rosso e di Suez, e i reciproci blocchi dello stretto di Hormuz attuati nel 2026 da Iran e Stati Uniti, che hanno imbottigliato centinaia di navi nel Golfo Persico.

L’Italia attende una risposta alla sua proposta entro il prossimo settembre e per ora temporeggia alle richieste della Commissione europea circa la destinazione dei 14,9 miliardi di euro che le verrebbero assegnati dal Safe per spese militari. Se entro la fine dell’anno questi fondi non verranno confermati, la Commissione europea li redistribuirà fra altri Paesi membri.

È la prassi del Safe, da Security Action for Europe, istituito nel maggio 2025 per favorire il rafforzamento della difesa Ue entro il 2030, sulla scia della tensione con la Russia causata dal conflitto con l’Ucraina. Il pacchetto da suddividere ammonta a 150 miliardi di euro, erogabili dall’Ue come prestiti a basso costo garantiti da un rating di tripla A della Commissione europea.

Requisito fondamentale è che il 65% dei prestiti concessi vadano a finanziare armamenti di origine europea. Tema caro all’Italia che vanta una robusta filiera.

Proprio ieri l’agenzia Nato per la comunicazione e l’informazione ha selezionato il consorzio formato dal gruppo italiano Leonardo e da quello francese Thales per la realizzazione di nuovi sistemi di comunicazione tattici destinati al Comando delle forze speciali alleate (Sofcom).

Si tratta di sei Quartier generali mobili strutturati per garantire comunicazioni sicure e resilienti coi reparti schierati in zona d’operazioni, in grado di assicurare un ottimo traffico dati con una traccia elettromagnetica ridotta che ne ostacola l’individuazione da parte del nemico. Sempre ieri, Leonardo e Regione Lombardia hanno annunciato l’avvio di cinque nuove collaborazioni fra il ramo elicotteristico del gruppo industriale e altrettante piccole-medie imprese del tessuto lombardo: Dell’Orto (Cabiate, Como), Brancaro Industries (Cardano al Campo, Varese), Pariani (Ferno, Varese), Tema Avio (Somma Lombardo, Varese) e Omb Saleri (Brescia).

Il tema di un know-how autonomo rispetto agli americani è centrale. E ieri il Wall Street Journal ha alimentato indiscrezioni sul fatto che dal gennaio scorso, dopo la tensione Ue-Usa per le rivendicazioni di Washington sulla Groenlandia, diversi Stati europei, per esempio Francia e Olanda e forse altri, starebbero attuando «esperimenti di de-americanizzazione» sostituendo, dove possibile, sistemi informatici militari e strategici di origine americana con omologhi europei.

Starebbero inoltre verificando se armi sofisticate comprate dagli Usa possano essere utilizzate anche senza vincoli da parte di Washington. Come è il caso del caccia F-35, di cui solo Israele ha una sua versione, F-35I Adir, con elettronica di bordo autoctona che esula da codici detenuti dagli Usa. Altrimenti, anche gli F-35 dell’Aeronautica italiana non potrebbero volare, se dalla Casa Bianca volessero vietarlo.

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