Giorgia Meloni guida la rivolta al Green deal
Giorgia Meloni (Ansa)

La soffiata dei funzionari di Bruxelles, evidentemente, doveva servire a screditare il governo italiano. In realtà, è un ottimo motivo per sostenerlo: l’esecutivo di Giorgia Meloni, infatti, sta capeggiando la rivolta contro gli ennesimi, masochistici vincoli green che gli eurocrati vorrebbero adottare per il prossimo bilancio Ue.

Lo ha svelato ieri Politico, citando, appunto, fonti della Commissione: Roma, ha scritto la testata, «sta spingendo per far deragliare» una nuova regola, che impedirebbe agli Stati membri di usare i soldi del budget comunitario in attività dannose per l’ambiente. Il timore del governo è che interi settori industriali, in nome della crociata contro le emissioni, si ritrovino a corto di liquidità. E la competitività del blocco europeo vada a farsi benedire, mentre Usa e Cina impegnano massicci investimenti per accrescere la loro.

Il centrodestra, nel quale si segnala in particolare l’attivismo dei popolari, sta contestando il principio del «Non provocare alcun danno significativo», che verrebbe inserito nel bilancio 2028-2034. Non è una novità assoluta. Fu introdotto nel 2020, per impedire che i fondi dell’Unione venissero utilizzati a detrimento di sei obiettivi: mitigazione del cambiamento climatico, adattamento al rialzo delle temperature, uso sostenibile e protezione delle risorse idriche e marine, transizione verso un’economia circolare, controllo e prevenzione dell’inquinamento, protezione e ripristino della biodiversità e degli ecosistemi. Fino ad oggi, però, il criterio del «nessun danno» è stato applicato solo a programmi specifici; non è un requisito generale, valido per tutte le operazioni sovvenzionate con i soldi di Bruxelles.

È proprio questo aspetto che dovrebbe cambiare nei prossimi anni: il veto ecologico diventerebbe vincolante ovunque, tranne che per i soliti e intoccabili finanziamenti alla difesa, le «situazioni di crisi», come un’eventuale guerra contro la Russia, o i progetti di cui sia comprovato l’«interesse pubblico prevalente». Sarebbero previste esenzioni per attività di elettrificazione, infrastrutture spaziali e inceneritori. Ma secondo l’Italia, non è abbastanza. Così, in sede di negoziato, il nostro Paese è intenzionato a puntare i piedi. Politico ha riferito che, il mese scorso, l’Italia già «si è astenuta in un voto sul testo più ampio, che include il principio del “non provocare alcun danno significativo”».

Non è l’unica linea di faglia che divide l’Europa: sul tavolo c’è anche la proposta spagnola, che Roma condivide, di aumentare il debito comune, prospettiva notoriamente invisa ai frugali. Sul verde, invece, la convergenza con Madrid s’inceppa. E torna centrale la comunanza d’interessi economici con Berlino e Parigi.

Gli iberici, in effetti, capitanano una coalizione con altri sei membri dell’Ue (Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Olanda, Portogallo e Svezia), intenzionati a difendere il mercato continentale per lo scambio di quote di emissioni di CO2. Il 17 luglio è prevista la prossima revisione del sistema Ets e l’Italia, da tempo, chiede di allentare la morsa green.

In entrambi i casi – quello del bilancio e quello delle quote carboniche – la nostra preoccupazione è che la cappa ambientalista acceleri la deindustrializzazione e, quindi, la perdita di posti di lavoro. È un problema drammatico e ce ne stiamo accorgendo con il piano di ristrutturazione di Volkswagen, che prevede una marea di licenziamenti. Dopo aver dissanguato l’automotive a colpi di mannaia verde, stiamo tragicamente scoprendo che a salvare il fiore all’occhiello dell’Europa non basta la riconversione marziale. Ormai, la nostra base produttiva è erosa. E anche il tipo di produzione è diverso: un conto è costruire macchine, un conto è assemblare droni, che vanno adattati, mese dopo mese, a esigenze operative concrete, magari lungo una catena di montaggio più automatizzata e molto meno bisognosa di manodopera umana rispetto a quella dei veicoli civili.

Nel caso degli Ets, la Commissione sarebbe intenzionata ad aumentare il numero di quote gratuite destinate ai settori a rischio delocalizzazione, in cambio di «investimenti nella decarbonizzazione» all’interno dell’Ue. Verrebbero poi mantenuti i permessi CO2 gratis per le aziende del cemento, del ferro, dell’acciaio, dell’alluminio, dei fertilizzanti, dell’elettricità e dell’idrogeno, in vista della piena entrata a regime – nel 2034 – del Cbam, l’altra delirante tassa sul carbonio alle frontiere dell’Unione. Sarà quindi elaborata una proposta complessiva per aggiornare i cosiddetti benchmark di riserva, cioè i parametri di riferimento per assegnare le quote gratuite. L’obiettivo è liberare 6 miliardi di euro di lasciapassare per i comparti industriali coinvolti. Burocrazia che scaccia altra burocrazia. Ursula due (quella a trazione conservatrice) che emenda Ursula uno (quella sotto scacco dei Verdi di Frans Timmermans).

Per la Meloni, la missione buon senso non è impossibile, ma è complicata: come si è visto, sul lato opposto della barricata, insieme ai socialisti spagnoli, ci sono diversi falchi nordici, ormai ciecamente votati al maoismo ambientalista, al grande balzo in avanti ecologico, da completare anche a costo di lasciarsi dietro una scia di lacrime e sangue. Col green si ragiona come un tempo con il comunismo: se non funziona, è solo perché ne serve di più.

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