Gli eurocrati di Bruxelles temevano che i controlli introdotti dall’Italia sui collegamenti provenienti dalla Spagna potessero congestionare gli aeroporti del Vecchio continente. A creare code ben più serie, però, ci ha pensato Bruxelles stessa.
Tempi di attesa raddoppiati nei principali scali europei
Il nuovo sistema elettronico europeo di controllo delle frontiere (Ees), infatti, ha raddoppiato i tempi di attesa in alcuni dei maggiori scali dell’Ue. A denunciarlo è stato ieri il Financial Times, sulla base dei dati raccolti dalla società di analisi Qsensor.
Il caso più clamoroso è quello di Francoforte. Nelle ore di punta, a luglio, l’attesa massima per superare i controlli è arrivata a 120 minuti, contro i 60 dello stesso mese dello scorso anno. A Monaco si è passati da 31 a 60 minuti, mentre ad Amsterdam da 80 a 120. Il problema riguarda soprattutto i passeggeri provenienti da Paesi terzi, cioè proprio quelli sottoposti al nuovo Entry/exit system.
Come funziona l’Entry/exit system e lo stress test estivo
Il meccanismo, diventato pienamente operativo lo scorso 10 aprile dopo sei mesi di introduzione graduale, sostituisce progressivamente il vecchio timbro sul passaporto. Al primo ingresso nello spazio Schengen, in pratica, i cittadini extra Ue che viaggiano per soggiorni brevi devono fornire dati personali, fotografia e impronte digitali. Le informazioni vengono poi registrate in un archivio elettronico che consente alle autorità di controllare automaticamente ingressi, uscite ed eventuali permanenze oltre il periodo autorizzato.
Sulla carta, avrebbe dovuto rendere tutto più semplice. Il Consiglio dell’Ue, non a caso, presenta ancora oggi l’Ees come uno strumento capace di «ridurre i tempi di attesa» e rendere più efficienti i controlli. Lo stress test di questa estate, però, sta raccontando un’altra storia. Quando diversi voli intercontinentali arrivano nello stesso momento, la raccolta dei dati biometrici crea colli di bottiglia difficili da smaltire. E in diversi aeroporti le autorità hanno dovuto ricorrere alle deroghe previste per evitare che la situazione degenerasse.
Le richieste di proroga e l’allarme inviato a Von der Leyen
Proprio sfruttando queste eccezioni alla regola, nelle ore di maggiore afflusso è stato possibile alleggerire temporaneamente alcune procedure, rinunciando per esempio alla raccolta delle impronte digitali. La flessibilità dovrebbe terminare il 6 settembre, ma otto Paesi dell’Ue (Belgio, Francia, Germania, Grecia, Italia, Malta, Paesi Bassi e Portogallo) insieme alla Svizzera hanno già chiesto alla Commissione di prorogarla. Tradotto: come tutte le idee che vengono partorite dai mandarini europei, sulla carta suonano ottime. Peccato solo che non reggano alla prova dei fatti.
Del resto, l’allarme era stato lanciato ben prima di agosto. Lo scorso 1° luglio, le principali associazioni di aeroporti e compagnie aeree avevano scritto direttamente a Ursula von der Leyen parlando di un «punto critico». Dall’entrata a regime dell’Ees, denunciavano, in alcuni momenti le attese ai controlli erano arrivate fino a cinque ore, con voli persi, coincidenze saltate e passeggeri ancora in fila mentre gli aerei si preparavano a partire. I professionisti del settore, quindi, avevano chiesto alla Commissione di permettere la sospensione temporanea del sistema ogni volta che il traffico superasse la capacità dei posti di frontiera.
La difesa della Commissione e le proteste delle compagnie aeree
Bruxelles, però, continua a difendere il nuovo strumento. Un portavoce della Commissione, citato dal Financial Times, ha spiegato che una registrazione Ees richiede in media circa 70 secondi e che, «nella maggior parte dei casi», l’impatto sui viaggiatori resta limitato. Dal lancio del sistema, peraltro, sarebbero già stati registrati circa 160 milioni di ingressi e uscite. Numeri che, però, difficilmente consoleranno chi si ritrova per due ore davanti a un controllo passaporti.
Tra le reazioni più dure al nuovo sistema targato Ue, c’è quella di Ryanair. Il numero uno della compagnia, Michael O’Leary, ha definito l’Ees un sistema «progettato male» e ha sostenuto che la registrazione dovrebbe poter essere completata online prima della partenza. Secondo il Financial Times, O’Leary avrebbe confidato ai suoi investitori: «Solo gli europei potevano inventarsi una merdata del genere». Ma anche British Airways e altre compagnie, pur utilizzando toni meno coloriti, hanno segnalato criticità in diversi scali. Lo stesso Kenton Jarvis, amministratore delegato di EasyJet, ha invitato gli aeroporti a usare il «buonsenso» e ad attivare le deroghe piuttosto che lasciare la gente in fila per tre ore.
Insomma, i soliti europeisti con il monocolo hanno lanciato tremendi anatemi contro le misure adottate da Roma per rispondere all’emergenza di Ceuta. Eppure, i numeri di Francoforte, Monaco e Amsterdam li hanno sbugiardati: il problema del traffico aeroportuale europeo non l’ha creato certo l’Italia.
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