L’Iran ringhia però tende la mano: «Pronti al dialogo, siamo vittime»

Quello mediorientale è un dossier che si sta rivelando a dir poco centrale nel corso dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite.

Il discorso della Siria e i rapporti con gli Usa

Ieri, a prendere la parola all’Onu è stato innanzitutto il presidente siriano, Ahmed al-Sharaa, che, pur invocando la pace con Israele, ha precisato che lo Stato ebraico deve mutare il proprio approccio nei confronti di Damasco. «L’opportunità di pace e sicurezza è a disposizione di coloro che desiderano vivere in pace, una pace giusta che tuteli i diritti di tutti», ha detto, per poi sottolineare che «Israele sta lanciando attacchi contro la Siria».

«Qualsiasi tentativo che violi la nostra sovranità, che violi il diritto internazionale, verrà fermato. Il Golan rimarrà territorio siriano», ha anche affermato.

Ricordiamo che Sharaa intrattiene rapporti piuttosto calorosi con Donald Trump. Il presidente americano ha infatti avviato una distensione con l’attuale regime filoturco di Damasco, tendendo de facto la mano ad Ankara e irritando così non poco Gerusalemme. In tal senso, martedì, Sharaa ha avuto un incontro a New York con l’ambasciatore statunitense in Turchia, Tom Barrack. Non solo. Sempre l’altro ieri, il presidente siriano ha partecipato a un meeting tra Trump e i leader arabi.

Ma non è tutto. Grande attenzione è stata riservata ieri anche al discorso del presidente iraniano, Masoud Pezeshkian. «Il presidente degli Stati Uniti ci ha definiti terroristi. Noi siamo stati vittime del terrorismo», ha detto, accusando Washington di aver «bombardato una scuola» e di «non aver rispettato alcuna legge internazionale».

«Non chineremo la testa e non rinunceremo al diritto che ci spetta. Lo diciamo chiaramente: niente armi nucleari e nessuna limitazione alla tecnologia nucleare a fini pacifici», ha proseguito, mentre le delegazioni di Usa e Israele lasciavano la sala in segno di protesta.

«Non possiamo permettere ad alcuni di avere libero accesso e di trarre profitto da un corso d’acqua, mentre allo stesso tempo lo utilizzano per imporre le proprie aggressioni, per instillare in noi insicurezza e per impedirci l’accesso alle nostre stesse vie navigabili», ha continuato, riferendosi a Hormuz. «Una pace duratura in Asia occidentale è impossibile senza giustizia per la Palestina», ha anche detto. «Difenderemo il nostro amato Iran», ha aggiunto.

«L’arma nucleare è in Israele, ma gli ispettori sono in Iran. Israele uccide, ma l’Iran è soggetto a sanzioni», ha proseguito, per poi concludere affermando che Teheran è «pronta al dialogo» ma «senza accettare il linguaggio della forza».

La pressione di Trump e lo stallo diplomatico con Teheran

Nel suo intervento dell’altro ieri, Trump era tornato a mettere Teheran sotto pressione. «Si raggiungerà un accordo con l’Iran che permetta loro di ricostruire e creare un Paese di gran lunga più grande di quanto non sia mai stato prima? Forse uno dei più grandi del Medio Oriente o persino del mondo. Oppure annienterò la Repubblica islamica», aveva dichiarato.

Il presidente statunitense sta cercando di far leva sulla pressione economica per convincere Teheran a cedere. Il problema, per lui, è che il regime khomeinista è internamente spaccato. Pezeshkian vorrebbe rilanciare la diplomazia, ma le Guardie della rivoluzione non ne vogliono sapere e, tenendo chiuso Hormuz, puntano a danneggiare politicamente Trump in vista delle Midterm di novembre.

L’attacco di Javier Milei contro l’Onu sul dossier Falkland

Ma ieri, oltre al Medio Oriente, a tenere banco è stato anche il presidente argentino Javier Milei, che, concentrandosi sul dossier delle Falkland, ha accusato l’Onu di essere un’«organizzazione inutile» e un «leviatano burocratico».

«Le Malvinas non sono solo una questione tra Argentina e Regno Unito. Sollevano anche interrogativi sulla capacità di questa organizzazione di far rispettare le proprie risoluzioni», ha tuonato, per poi aggiungere: «Esortiamo il Regno Unito a riprendere i negoziati al fine di trovare una soluzione pacifica alla controversia sulla sovranità».

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