Ursula von der Leyen ieri ha presentato il Kids act, una proposta per vietare l’utilizzo dei social network agli under 13, già anticipata nel discorso sullo Stato dell’Unione il giorno precedente. «Con questa nostra proposta», ha spiegato il vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen a Strasburgo, «garantiamo che i nostri bambini possano godere dei propri diritti online: imparare, rimanere in contatto ed esplorare. Forniamo inoltre ai genitori gli strumenti necessari per accompagnare i propri figli nella navigazione in un mondo digitale sicuro. Tutto questo mantenendo alta la pressione sulle piattaforme, poiché queste devono dimostrare che i loro servizi non arrechino danno».
Il tema, tuttavia, non resta privo di obiezioni e rischia di scatenare un dibattito che si annuncia molto acceso. Il divieto assoluto vale fino ai 13 anni, secondo la proposta. Dai 13 ai 15 l’uso del profilo avviene sotto la vigilanza di un adulto.
Saranno le piattaforme a dover dimostrare di rispettare le nuove regole sulla protezione dei minori attraverso un piano di conformità e audit indipendenti. In caso di infrazione, la legge prevede una procedura accelerata in base alla quale la Commissione potrà chiedere alle piattaforme di correggere la condotta entro 30 giorni.
Controlli e sanzioni: così l’Ue vuole proteggere i minori
Nei casi peggiori si potrà arrivare a delle sanzioni. E non finisce qui, visto che in autunno la Commissione proporrà un nuovo pacchetto, il Digital fairness act, che fornirà un quadro di misure sull’uso delle piattaforme.
Questo perché, secondo la Commissione, non ci sono solo i minori a rischio. «Ci sono design delle piattaforme che creano dipendenza. Danneggiano tutti, che si tratti di minorenni o di adulti. Ed è per questo che abbiamo bisogno anche di un quadro normativo più ampio: il Digital fairness act. Lo proporremo in autunno», ha annunciato Von der Leyen.
Da qui il rischio che una proposta nata da una necessità evidente, quella di tutelare la salute dei minori, si arrivi poi a legiferare su tutto, come troppo spesso accade in Europa, creando mostri di burocrazia che allontanano imprese e investimenti. Inoltre si paventano anche altri rischi.
Privacy e burocrazia, le critiche dell’industria tech
Secondo la Computer & communications industry association (Ccia), organizzazione che rappresenta alcune tra le principali multinazionali del tech, si generano «nuovi e gravi rischi in materia di privacy e sicurezza sia per i minori che per gli adulti».
Infatti, le garanzie teoriche in materia di privacy e sicurezza previste dalla Commissione risulterebbero insufficienti in assenza di chiarezza sul funzionamento pratico dei controlli. Il pacchetto «non spiega come funzioneranno all’atto pratico i controlli sull’età e i sistemi di supervisione parentale».
Kids Act, il nodo delle norme europee e della base giuridica
Ccia evidenzia anche una criticità legata alla sovrapposizione normativa. Il Kids act si interseca con altre regolamentazioni europee in vigore o di prossima introduzione, tra cui l’AI Act, il Digital services act (Dsa), la direttiva sui servizi di media audiovisivi (Avmsd) e il Digital fairness act.
Tale scenario creerebbe obblighi contrastanti, percorsi di applicazione paralleli e incertezza giuridica, con il rischio di ostacolare lo sviluppo e la diffusione in Ue di tecnologie legittime, inclusa l’intelligenza artificiale.
Sul piano della fattibilità ci sono altri problemi. La scelta della basa giuridica, infatti, non è stata chiarita. È da stabilire se prevalga l’art. 114 Tfue (armonizzazione del mercato interno), e in questo caso basterebbe la maggioranza qualificata in Consiglio, o la dimensione di sanità pubblica o di protezione dei minori, ove invece potrebbe rendersi necessaria l’unanimità.
Questo perché tutela dei minori, famiglia ed educazione restano, per Trattato, competenze nazionali o concorrenti «leggere», mentre solo l’armonizzazione del mercato interno consente un regolamento vincolante a maggioranza qualificata.
Ad ogni modo, nel mondo esistono diversi Paesi che hanno deciso di introdurre misure simili nei mesi e negli anni passati.
Australia e Francia, i precedenti del divieto ai minori
La pioniera fu l’Australia, che a fine 2025 ha introdotto il divieto per gli under 16, creando un precedente che molti altri Stati provano a imitare. Sono previste multe durissime per le piattaforme che non rispettano le regole ma, secondo i dati di eSafety (l’ente australiano di regolamentazione per la sicurezza online), oltre l’80% dei ragazzi di età compresa tra i 10 e i 15 anni bypassa il divieto e usa ancora i social.
Difficile che in Europa possa accadere qualcosa di diverso. Nel nostro continente è la Francia a presentare il caso più dibattuto.
Dopo l’approvazione definitiva del Parlamento sul divieto agli under 15 il 21 luglio, il progetto ha subito uno stop decisivo con l’intervento il 14 agosto del Conseil constitutionnel (la Corte costituzionale transalpina), che ha censurato l’articolo che vieta l’accesso ai social ai minori di 15 anni, giudicando insufficienti le garanzie previste per libertà di espressione e tutela della privacy. Il capo dell’Eliseo Emmanuel Macron ha chiesto al governo di riscrivere il provvedimento.
Social, anche in Italia si discute la soglia dei 15 anni
Riguardo l’Italia, il dibattito politico sulla tutela dei minori è aperto e sono stati presentati in Parlamento diversi disegni di legge. Come quello bipartisan di Lavinia Mennuni (Fdi) e Marianna Madia (Pd) che prevede l’innalzamento della soglia anagrafica per l’iscrizione autonoma ai social a 15 anni, l’obbligo di sistemi di controllo parentale e tutele per i minori esposti online.
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