Alla Ue interessa solo il prestito Safe

Sulla tassa sugli extraprofitti energetici l’Europa come al solito si divide. La Commissione europea chiarisce che non intende farsi carico di una misura che considera di competenza dei singoli Stati.

Tassa sugli extraprofitti: la posizione dell’Italia e dell’Ue

Ma proprio mentre Bruxelles rimanda la responsabilità ai governi nazionali, la presidenza irlandese di turno del Consiglio Ue lascia intendere che la questione sarà comunque discussa a livello europeo. Nel mezzo c’è Palazzo Chigi, che però non arretra. Anzi, precisa che l’obiettivo dell’Italia non è ottenere dalla Commissione un’autorizzazione a tassare gli extraprofitti, ma aprire una discussione politica tra gli Stati membri.

La lettera del 22 agosto, sottolineano fonti del governo, è stata indirizzata alla presidenza irlandese del Consiglio Ue e non alla Commissione. Non c’è quindi stato alcun «rigetto» della posizione italiana da parte di Bruxelles.

Il rischio di penalizzare le imprese nazionali

Il punto, per il governo, è soprattutto uno: una tassa nazionale sarebbe inefficace e rischierebbe di penalizzare le imprese italiane. Se il prelievo fosse applicato soltanto in Italia, spiegano da Palazzo Chigi, gli operatori energetici nazionali si troverebbero a competere con aziende internazionali attive nei Paesi vicini e non sottoposte allo stesso contributo. Da qui la richiesta di una cornice europea, considerata l’unico modo per garantire «equità e neutralità competitiva».

Ed è qui che emerge la contraddizione. La Commissione dice che gli Stati possono fare da soli. Il governo italiano dice che non vuole farlo e che la misura ha senso soltanto se coordinata a livello europeo. E il Consiglio Ue, nel frattempo, non chiude affatto la porta.

Verso il Consiglio Ecofin: i prossimi passi

La presidenza irlandese ha infatti fatto sapere che il tema sarà affrontato nei contatti bilaterali tra il ministro delle Finanze Simon Harris e gli altri ministri europei. Poi tutti i ministri dei Ventisette sono attesi al Consiglio Ecofin informale del 18 e 19 settembre a Dublino. È lì che potrebbe arrivare un primo confronto politico vero sulla proposta dei sei Paesi, Italia compresa, che chiedono un quadro comune per intervenire sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere.

Il nodo del prestito Safe per la difesa europea

Se tuttavia Bruxelles dice no alla prospettiva di una tassa europea, la stessa Commissione parla di un’Italia «pienamente a bordo» sul fondo Safe – quello per le spese della difesa – sostenendo che i contatti con Roma «stanno andando nella giusta direzione». Il portavoce Thomas Regnier riferisce di aver ricevuto «notevoli rassicurazioni» sul fatto che l’Italia utilizzerà una larga maggioranza dei 14,9 miliardi di euro di prestiti assegnati nell’ambito di Safe.

Le risorse in ballo e le tensioni nel centrodestra

La cifra definitiva, tuttavia, non è ancora stata comunicata a Bruxelles e l’accordo di prestito non è stato firmato. Il nodo resta dunque quanto dei 14,9 miliardi richiesti dall’Italia verrà effettivamente utilizzato. Nelle scorse settimane era circolata anche l’ipotesi di una forte riduzione, fino a circa 6 miliardi. Ora, invece, dalla Commissione arriva un messaggio diverso: Roma comunicherà la propria decisione in tempo utile e, se non utilizzerà l’intera dotazione, le risorse residue potranno essere riallocate agli altri Stati membri.

La svolta sul Safe era arrivata il 28 luglio, quando Antonio Tajani aveva annunciato la richiesta italiana di 14,9 miliardi entro la fine dell’anno. Il programma mette a disposizione complessivamente 150 miliardi di euro in prestiti per rafforzare la capacità industriale e militare europea. Ma nel centrodestra non tutti la pensano come Tajani. Anzi.

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