Auto cinesi in fila in Germania
Le auto dei marchi cinesi conquistano quote sempre maggiori del mercato europeo (iStock)

La desertificazione industriale europea inizia dall’auto e Pechino prosegue la sua avanzata nel Vecchio Continente: un’auto su dieci tra quelle immatricolate da inizio anno è cinese. Il motivo? Il prezzo prima di tutto, più basso anche del 20%. Non solo elettrico ma anche termico e ibrido.

L’Anfia, l’associazione dei produttori dell’automotive italiani ha certificato che nel primo semestre dell’anno, con 550.000 nuove vetture, i marchi dell’ex Impero di Mezzo hanno raggiunto nella Ue una quota di mercato del 9,3 per cento totale.

La crescita delle auto cinesi in Europa

Soltanto a giugno, con una vendita di più di 1,1 milioni di vetture, l’aumento nella Ue è stato del 13,6 per cento. Stesso trend anche in Italia: dal primo semestre sono in circolazione 936.045 nuovi mezzi (+9,5 per cento), 146mila immatricolate solo lo scorso mese. Bene anche i mercati di Germania (+15,7 per cento), Francia (+11,4), Regno Unito (+11,4) e Spagna (+7,8). Secondo l’Anfia il mercato dovrebbe rallentare nella seconda metà dell’anno, con le vendite totali «sopra i 10,8 milioni di unità (+0,5 per cento in più rispetto ai volumi del 2025)».

La protesta dell’Anfia a Strasburgo

L’associazione dei produttori della filiera auto italiana anche per questo scenderà in piazza a Strasburgo “nella seconda metà di ottobre, in concomitanza con la sessione plenaria del Parlamento europeo”, per chiedere una revisione delle politiche europee sul settore. Lo annuncia il presidente di Anfia, Roberto Vavassori, in un’intervista a La Repubblica. “Faremo come gli agricoltori.

Negli ultimi quattro anni si è aggiunto un fattore esterno dirompente: l’assalto cinese”, sostiene e aggiungendo che una transizione gestita in questo modo potrebbe mettere a rischio “oltre mezzo milione di posti di lavoro” nella filiera europea.

“Sui conti correnti europei ci sono 10.000 miliardi fermi: in Italia 1.600. Vanno messi all’opera. Si creino super-compagnie europee pubbliche, con vantaggi fiscali, dove poter investire senza tassare le plusvalenze. La Ue mette il 5% di capitale per garantire solidità. Cinque filiere: cloud, IA, quantum computing, automotive, energia. Draghi l’ha scritto nel rapporto sulla competitività del settembre 2024. Ma non lo stiamo seguendo”.

I limiti dei dazi europei

Gli attuali dazi compensativi voluti dalla Commissione (fino al 35 per cento in più rispetto a quello al 10 standard) non sembrano sufficienti. Paradossalmente l’industria automobilistica cinese gode di migliore salute in Europa o in Sud America (in Cile ormai controlla più di un terzo del mercato) che in casa propria. Nel Vecchio Continente, al netto dei dazi, sfrutta al massimo i massicci aiuti governativi e un controllo totale della catena di approvvigionamenti per le batterie, che garantisce – come ha calcolato la Banca d’Italia in un recente report – costi di produzione inferiori fino al 45 per cento rispetto ai concorrenti europei. Invece in patria questo settore sta scontando una congiuntura molto preoccupante. Il settore, infatti, sta pagando un prezzo molto alto legato all’aumento dei costi dei semiconduttori e delle materie prime dopo la chiusura dello stretto di Hormuz. Senza contare una crisi della domanda interna cinese, che ha fatto crollare anche le vendite dei costruttori stranieri.

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