Ducati sul mercato: torna il sogno tricolore
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Ci sono marchi che si possono vendere. E poi ci sono quelli che, quando finiscono sul mercato, sembrano mettere in vendita anche un pezzo dell’anima industriale di un Paese. Ducati appartiene alla seconda categoria.

La situazione di Ducati

Per questo la frase di Gernot Döllner, amministratore delegato di Audi pesa molto: «Nell’ambito del processo di valutazione, parleremo anche di Ducati, ma non è stata ancora presa alcuna decisione».

Quando un’attività finisce sul tavolo di un consiglio di amministrazione, prima o poi qualcuno comincia a fare i conti. I conti, nel caso di Ducati, raccontano una storia curiosa. Vende circa 50.000 moto, nel 2025 ha fatturato 925 milioni e un utile operativo di 52 milioni.

Bloomberg attribuisce al marchio valore di circa 1,25 miliardi. Numeri importanti. Ma non abbastanza evidentemente, per gli standard della Volkswagen di oggi. Il margine operativo di Ducati resta infatti sotto quel 9% che il gruppo si è dato come obiettivo entro il 2030.

Così anche una moto che corre come un fulmine può diventare, nei fogli Excel di Wolfsburg, una casella da spuntare. È il paradosso di Ducati. In pista ha conosciuto stagioni irripetibili. Dal 2020 ha conquistato sei titoli costruttori consecutivi in MotoGP, trasformando la superiorità tecnica in una leggenda. Ha costruito intorno al marchio una comunità di fedeli, i Ducatisti, che per passione e appartenenza ricordano sempre più da vicino i tifosi della Ferrari.

Il travaglio di Ducati negli ultimi anni

È qui che la storia comincia a diventare malinconica. Perché Ducati non è arrivata a Wolfsburg per caso. Dietro quell’acquisizione c’era un uomo che di motori, velocità e industria aveva fatto una religione: Ferdinand Piëch. Il patriarca della famiglia Porsche-Piëch, grande protagonista della storia Volkswagen, aveva una passione personale per le motociclette. Nel 2012 fu tra i principali artefici dell’operazione con cui Audi acquistò Ducati da Investindustrial, il fondo di Andrea Bonomi.

Piëch non comprava soltanto un produttore di moto: comprava un simbolo capace di trasformare la tecnologia in desiderio. Non a caso l’ha messa insieme a Lamborghini, un’altro mito dei motori. Ha voluto che alla testa ci fosse Claudio Domenicali. Una dinastia della velocità: il fratello Stefano oggi guida il circus della Formula 1 dopo essere stato direttore sportivo della Ferrari. Il rombo, il rosso, l’idea tutta italiana che la meccanica possa essere una forma d’arte.

Oggi, a distanza di quattordici anni, quella creatura potrebbe tornare sul mercato. Non sarebbe nemmeno la prima volta. Audi aveva già valutato una cessione nel 2017, salvo poi fermarsi per l’opposizione dei sindacati tedeschi. Stavolta il contesto è diverso e molto più duro. Il consiglio di sorveglianza in Germania ha approvato un piano destinato a ridurre di circa un terzo il portafoglio. Ducati è un frammento della grande dieta di Wolfsburg. Può diventare una tessera del grande puzzle finanziario. Ma qui si apre una porta che, per il momento appartiene più ai sogni che ai bilanci.

Immaginare un futuro italiano per Ducati

Se proprio Ducati deve cambiare padrone, perché non immaginare un padrone italiano? Perché non Ferrari? È soltanto una suggestione. Nessuna operazione è sul tavolo, nessun accordo esiste e nessuno ha detto che Maranello abbia intenzione di comprarla. Ma qualche volta la realtà nasce dai sogni che sembrano più improbabili.

Ferrari e Ducati hanno due colorazioni di rosso diverse soltanto nelle sfumature della leggenda. Una costruisce automobili, l’altra motociclette. Una ha fatto la storia della Formula 1, l’altra ha trasformato la MotoGP nell’arena di casa. Entrambe vendono soprattutto una cosa che non compare nei bilanci: il sogno.

E allora sarebbe bello immaginare Ducati che resta a Borgo Panigale, italiana, e Ferrari che la porta dentro una grande casa delle Rosse. Un polo capace di riunire quattro e due ruote, Maranello e Borgo Panigale, Formula 1 e MotoGP, tecnologia e passione. Una Motor Valley ancora più potente, nella quale il rosso Ferrari e il rosso Ducati non siano soltanto colori di carrozzeria e carene, ma il simbolo di un’industria italiana capace di tenersi stretti i propri gioielli.

Per ora è soltanto un sogno. Ma la storia insegna che le cose più belle, qualche volta, cominciano proprio così: con qualcuno che guarda una moto rossa e pensa che non sia soltanto un oggetto a due ruote. Piëch lo aveva capito quattordici anni fa. Chissà che qualcun altro non decida di capirlo di nuovo.

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