Uno degli argomenti più utilizzati per attaccare il governo Meloni è quello riportato ieri da Repubblica: salari reali in calo del 6,1% rispetto al 2021 e «italiani più poveri». Un dato vero in sé, che però è fuorviante e non spiega nulla, usato strumentalmente per provare una tesi precostituita.
Salari reali, la tesi di Repubblica è fuorviante: il dato non misura la povertà degli italiani
Infatti i salari (reali, quindi al netto dell’inflazione) sono misurati prendendo l’importo lordo in busta paga, non tenendo conto di tutte le manovre di riduzione del cuneo fiscale cominciate dal governo Draghi e potenziate dal governo Meloni. Parliamo della riduzione dell’Irpef e dei contributi Inps, dell’assegno unico, delle aliquote agevolate sugli aumenti contrattuali. Tutte voci che, a parità di lordo, aumentano il netto in busta e il reddito disponibile dei lavoratori. Usare la variazione del salario reale per capire se gli italiani siano più o meno poveri equivale a misurare la febbre con un termometro rotto.
Dal lordo al netto: taglio del cuneo fiscale e Irpef hanno aumentato il reddito disponibile
Ciò che conta per misurare il potere d’acquisto è il reddito disponibile reale pro capite che – ci dispiace deludere i lettori di Repubblica – in Italia è aumentato del 2,6% dal 2021 al 2025. Proprio per effetto degli interventi del governo, che ha parzialmente chiuso la forbice tra lordo e netto, aumentando quest’ultimo in misura tale da recuperare del tutto la diminuzione dei salari reali lordi e conseguire un incremento del netto.
Utilizzando questo parametro, l’Italia si colloca poco al di sotto della media Ue. Ma anche sull’andamento del salario reale – usato rozzamente come una clava – ci sono da fare delle essenziali precisazioni. Innanzitutto, la dinamica salariale non dipende dal governo ma dalle contrattazione collettiva tra le parti sociali; tranne ovviamente per il pubblico impiego.
Inflazione e rinnovi contrattuali: il confronto corretto parte dal minimo del 2022
Se c’è stato un grave ritardo nei rinnovi che ha impedito un rapido recupero della gobba inflazionistica del 2021-2022, non è certo colpa di Palazzo Chigi, che interviene a valle agendo sulla fiscalità, e l’ha fatto. Al punto che anche Bankitalia ha attestato che tali interventi abbiano consentito di assorbire e superare il fiscal drag, cioè le maggiori imposte applicate su redditi nominali gonfiati dall’inflazione.
Inoltre quel -6,1% di salario reale è la variazione rispetto all’inizio del biennio della grande inflazione, ma nessuno aggiunge che, rispetto al minimo raggiunto alla fine del 2022, è partito un recupero di circa 2-3 punti che ha consentito di ridurre sensibilmente la forbice, senza chiuderla.
Va pure fatto notare che il 2021-2022 è stato il biennio del governo Draghi. Durante il quale, oltre a non avere né la pace né il condizionatore acceso, i salari reali sono stati falcidiati. Onestà intellettuale impone di mostrare due fotografie, senza scegliersi il punto di partenza più conveniente per dimostrare la tesi precostituita: il confronto tra oggi e prima della grande inflazione, per capire il ritardo accumulato; e il confronto tra il minimo e oggi, per capire come sta andando il recupero. Anche in questo caso, il confronto internazionale non penalizza l’Italia.
1,2 milioni di occupati in più dal 2022: record di lavoro e salari medi da leggere insieme
Infine, la dinamica dei salari va osservata congiuntamente all’andamento dei volumi del mercato del lavoro. Ebbene, dal settembre 2022 a oggi, ci sono 1,2 milioni di occupati in più (la gran parte non precari), il tasso di occupazione al 63,2% e la disoccupazione al 5,8%.
Numeri record da quando esistono queste rilevazioni. L’aggiunta di 1,2 milioni di occupati in circa 4 anni trova pochi confronti nella storia recente. È quindi ragionevole ipotizzare che tali ingressi, proprio per la loro numerosità, siano avvenuti in fasce retributive medio basse, abbassando il salario medio nominale orario.
Il punto che Repubblica dimentica: al lavoratore interessa il netto in busta, non il lordo
Da ultimo, è altrettanto ragionevole ipotizzare che, grazie all’intervento del governo sulla retribuzione netta, sia diminuita la tensione negoziale tra le parti sociali per aumentare le retribuzioni lorde, contribuendo, anche per questa via, a moderarle.
Al lavoratore interessa più il netto in busta del lordo, a meno che a Repubblica non leggano le buste paga al rovescio.
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >