La politica monetaria si sta adattando a un cambiamento di mondo, in particolare sul piano della turbolenza geopolitica che ha un impatto inflazionistico via tensione sui prezzi dell’energia.
Banche Centrali: la fine delle previsioni a lungo termine
Un numero crescente di Banche centrali sta passando da previsioni abbastanza lunghe all’assenza di previsioni stesse e di annunci chiari al mercato, sostituendoli con una postura di cambiamento rapido in relazione alle contingenze.
Tale modifica è stata teorizzata esplicitamente dal nuovo presidente della Federal reserve statunitense (Fed), Kevin Warsh, ma è perseguita più o meno vocalmente da tutte le Banche centrali di maggiore rilievo internazionale.
Nella situazione globale corrente molto instabile, anche se non totalmente, fare annunci previsionali di medio-lungo termine sull’andamento dei tassi comporta un rischio elevatissimo di errore con conseguenze pesanti sui cicli finanziari e dell’economia reale.
L’ambiguità predittiva lascia «mani più libere» per scelte di contingenza e riduce il rischio per una Banca centrale di perdere credibilità, problema che ha impattato notevolmente sulla credibilità stessa della Bce quando non è riuscita a fronteggiare con i giusti tassi l’inflazione indotta dall’uscita della crisi Covid.
Il limite della politica monetaria di fronte alla geopolitica
Ma ora c’è un problema più grave: la politica monetaria non ha strumenti per influire sulle dinamiche geopolitiche. Quindi se queste producono inflazione e una Banca entrale alza i tassi per frenarla – come da metodo standard — rischia di aggiungere un peso depressivo a quello indotto dall’inflazione stessa, cioè inflazione più recessione economica, ovvero «stagflazione» grave.
Infatti sia Fed sia Bce non hanno alzato il costo del denaro a giugno/luglio quando la tendenza inflazionistica causata dall’aumento dei prezzi energetici aveva preso un andamento pericoloso, sperando in una soluzione della crisi di Hormuz che avrebbe fatto riprendere i flussi normali per circa il 20% di quelli globali che erano bloccati.
Ma se questi o altri flussi non riprendessero entro qualche mese, le Banche centrali che hanno un obiettivo/mandato di contenimento dell’inflazione annua entro il 2% – questo rimasto inalterato nel cambiamento di metodo della politica monetaria – dovrebbero necessariamente alzare il costo del denaro, riducendo la crescita economica nelle loro giurisdizioni pur nel rischio di non riuscire a contrastare l’inflazione causata dal costo crescente dell’energia, sia reale sia speculativo.
Pertanto il capire cosa fare e cosa succederà dipende dai tempi di soluzione della crisi di Hormuz o di sostituzione con altre fonti dei flussi lì bloccati.
Il confronto geopolitico tra USA e Cina
Da un lato, ci sono segnali di insostenibilità da parte del regime iraniano del blocco navale imposto dagli Stati Uniti. Dall’altro, ci sono anche segnali da parte del regime di non voler arrendersi. L’intensificazione della strategia americana del boa constrictor per isolare economicamente l’Iran erogando sanzioni secondarie a chiunque tenga rapporti commerciali con esso è al momento più verbale che concreta perché implica, in particolare, una pressione contro la Cina.
Pechino avrebbe interesse a una ripresa dei flussi petroliferi dall’Iran perché ha una dipendenza molto forte da questi, ma mostra – per lo meno nelle dichiarazioni pubbliche – di non voler aiutare Washington perché la situazione ne sta indebolendo la forza.
Probabilmente Xi Jinping vorrà aspettare l’incontro con Donald Trump di fine settembre per decidere se fare pressione su Teheran affinché riduca la minaccia sui transiti a Hormuz e, via Huthi, sullo stretto di Bab el Mandeb (imbocco del mar Rosso) e prima di questo predisporre una contro-deterrenza nei confronti di Washington. Possibile nel settore delle terre rare, nell’aumentare le vie di rifornimento petrolifero dalla Russia, eccetera.
Semplificando, l’esito del dialogo sarà un confronto tra deterrenza statunitense e contro-deterrenza cinese, dove nessuno dei due attori vuole passare a un confronto bellico e la Cina ha un bisogno estremo di evitare barriere al suo export per bilanciare il problema della sovracapacità produttiva interna. Quindi, secondo me, un primo dato chiaro geopolitico utile per stime al riguardo dell’inflazione per motivi energetici sarà a fine settembre.
Rotte energetiche alternative ed equilibrio dei mercati
Ma sta emergendo anche una seconda chiarificazione. I Paesi del Golfo stanno attivando linee di esportazione dell’energia alternative ai transiti di Hormuz. L’America sta accelerando il dominio del petrolio venezuelano (tra le riserve più alte nel mondo), cercando di convincere Caracas ad abbandonare il cartello petrolifero Opec, come già fatto dagli Emirati per non avere limiti nelle quantità di estrazione.
I Paesi importatori di energia stanno diversificando le fonti. È presto per poter dire che il 20% dei flussi globali possa essere sostituito dalle vie di export alternativo attivate nel Golfo combinate con l’aumento dei flussi dal Venezuela e altri, più l’aumento di forniture dalla Russia alla Cina finora limitate da Pechino per non incorrere in sanzioni americane e, soprattutto, non dipendere troppo da Mosca che è suo obiettivo di satellizzazione. Ma la tendenza c’è.
Perché Fed e BCE dovrebbero rinviare il rialzo dei tassi
In conclusione, c’è una restrizione inflazionistica dei flussi, ma anche uno scenario di vie e modi alternativi per ripristinarli. Infatti il mercato non sta scontando il caso peggiore. Dovrebbe farlo la politica monetaria, alzando in autunno il costo del denaro, che causerebbe un’intensificazione della tendenza recessiva, a partire dal rallentamento della crescita visibile nel mondo e sia in America sia in Europa? Raccomando alla Fed e alla Bce di aspettare ancora qualche mese per decidere se alzare o meno i tassi perché il rischio depressivo di un rialzo nel breve è superiore a quello di intervenire con qualche ritardo contro un’inflazione che potrebbe ridursi rapidamente da sola.
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