La Bce ha un problema. Anzi due: l’inflazione e la memoria corta. La prima è tornata a bussare alla porta, la seconda rischia di aprirla. Giovedì, Francoforte si prepara ad alzare i tassi di un quarto di punto, portandoli al 2,50%. Una decisione largamente attesa dagli economisti, tanto che nel sondaggio Reuters tutti i 65 interpellati prevedono il ritocco.
Poi, però, dovrebbe arrivare la pausa. I mercati, invece, continuano a scommettere su altre tre strette entro la metà del prossimo anno. Francoforte, insomma, vede una fiamma e prende in mano il secchio dell’acqua. Solo che bisognerebbe prima capire chi ha acceso il fuoco.
Perché l’inflazione arriva soprattutto da fuori. Non è il consumatore europeo che improvvisamente si è messo a spendere. Non sono i salari che corrono. Non è una domanda interna impazzita. È l’energia che presenta il conto delle guerre e della geopolitica.
Ad agosto l’inflazione dell’Eurozona è salita al 3,3%, dal 2,9% di luglio. Ma basta andare un po’ più sotto la superficie per scoprire che l’inflazione al netto degli elementi più volatili è scesa al 2,4% e quella dei servizi al 3%.
Petrolio, gas e metalli alle stelle: l’energia spinge i prezzi alla produzione
Il grande spavento arriva dall’energia. E qui comincia la commedia degli equivoci monetari. In agosto l’indice mondiale delle materie prime è cresciuto del 6,5% in un solo mese. Quello dell’energia dell’8,8%. Il Brent è passato da 83,4 a 90,9 dollari al barile: più 9%. Il gas più 16,9% dopo aver toccato i massimi da tre anni.
Non basta. Il rame è salito del 5,8%, lo zinco del 7,7%. L’oro ha guadagnato l’8,3%, il platino il 9,7%, l’argento addirittura l’11,2%. Il cacao è aumentato del 6,1%, il mais del 5%, il frumento americano del 6,5%. È una specie di asta mondiale delle materie prime. E noi europei, naturalmente, siamo seduti in platea.
Perché il conto arriva. A luglio i prezzi alla produzione industriale dell’Eurozona sono cresciuti dell’1,6% sul mese e del 5,8% sull’anno. Ma l’energia ha fatto molto meglio: più 5,6% in un mese e più 12,9% in un anno.
Tassi più alti contro il petrolio: la «miopia» di Christine Lagarde
Al netto dell’energia, l’aumento annuo è stato del 3,1%. In Italia il conto è ancora più salato: prezzi alla produzione industriale cresciuti del 3% in un mese e del 9,3% in un anno. A questo punto viene una domanda: davvero pensiamo che alzare i tassi europei farà scendere il petrolio?
È questa la miopia di Christine Lagarde: confondere una malattia importata con una febbre prodotta in casa. Tassi più alti non abbassano il prezzo del petrolio ma alzano quello dei mutui.
Bce, gli errori del passato: dal 2008 al 2022 la stretta non ferma gli shock esterni
La Bce ha già avuto qualche problema con questa medicina. Nel luglio 2008 alzò i tassi al 4,25%, mentre il mondo precipitava nella crisi finanziaria dopo il fallimento alla Lehman.
Tre anni dopo, nel 2011, la storia si ripeté con un’altra sceneggiatura. Due rialzi dei tassi, ad aprile e luglio, mentre la crisi dei debiti sovrani dell’Eurozona diventava sempre più minacciosa. Poi venne il 2022.
Dopo il Covid l’economia mondiale ripartì come un’auto rimasta troppo tempo ferma in garage. L’inflazione esplose e la Bce reagì con una poderosa stretta monetaria. Era comprensibile. Ma la domanda era la stessa: quanto può fare una Banca centrale contro un’inflazione nata dall’offerta?
Trump contro la Fed, Lagarde verso nuovi rialzi: due ricette opposte per l’economia
Oggi la storia torna a bussare. Questa volta c’è persino un curioso contrappunto americano. Donald Trump ha trasformato la Fed nel bersaglio quotidiano delle sue invettive nonostante il cambio di timoniere.
Chiede di abbassare i tassi. «Sono stati annunciati i dati eccezionali sull’occupazione, che superano tutte le stime (tranne la mia!) del doppio e del triplo. E non avete ancora visto niente! Dovremmo avere il tasso più basso di qualsiasi Paese al mondo, come ai vecchi tempi. Abbassate il tasso o smetterò di commerciare con i Paesi con cui abbiamo un deficit».
Trump ha torto a pretendere di dettare la politica monetaria alla Fed? Certamente. Una Banca centrale dovrebbe essere indipendente. Ma il paradosso resta: mentre Washington teme che il denaro caro soffochi la crescita, Francoforte sembra pronta a rendere ancora più costoso il denaro europeo per combattere un’inflazione che viene da petrolio, gas e materie prime. È come sparare al termometro perché segna 39.
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