Rieccolo. Così Indro Montanelli ribattezzò Amintore Fanfani molti anni fa, in occasione di uno dei clamorosi ritorni sulla scena del navigato politico democristiano. Un po’ meno strepitoso è il ritorno sotto i riflettori di Mario Draghi, che lunedì ha reso noto il nome del suo nuovo centro studi, il Rhine Group.
Rieccolo, Draghi, in compagnia di un giovane miliardario, Patrick Collison, cofondatore e ad di Stripe, una delle maggiori società fintech del mondo e membro del cda di Meta, oltre che di più di 50 pezzi da novanta dell’economia, della tecnologia e dell’accademia.
Draghi torna in campo con il Rhine Group
La missione dichiarata del Gruppo del Reno è proporre politiche pubbliche sviluppando le idee di Draghi su come far crescere le aziende tecnologiche europee e ridurre la dipendenza del continente da Usa e Cina. In pratica, il rapporto del Migliore sulla competitività del settembre 2024 diventa il programma del Gruppo, con l’idea di realizzare le raccomandazioni ivi contenute, a suo tempo presentate in gran pompa alla presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen.
Da allora ben poco è successo e a Bruxelles ci si è affrettati a citare molto il rapporto Draghi senza mai cercare di realizzarlo davvero. Così, evidentemente stanco di predicare nel deserto, l’ex presidente della Bce ha deciso di scendere in campo e raccogliere attorno a sé una serie di influencer di alto livello. La sensazione è proprio che il think tank nasca dalla frustrazione di Draghi rispetto alle proprie raccomandazioni del 2024, segno di una profonda sfiducia nei meccanismi di riforma dell’Unione.
Il think tank di Draghi riunisce i big dell’economia
Nasce dunque un’associazione di economisti, imprenditori, manager, accademici, ex ministri, politici con lo scopo di combattere il declino della competitività dell’Ue. Tra i membri italiani figurano Andrea Pignataro (Ion), Luca Ferrari di Bending Spoons, l’ex ministro Vittorio Colao, Francesco Giavazzi, Lucrezia Reichlin, l’economista Francesco Decarolis.
Altri partecipanti sono il premio Nobel per l’economia Philippe Aghion, l’ex ministro francese Bruno Le Maire, poi Tobi Lutke (Shopify), Sebastian Siemiatkowski (Klarna), Michael Miebach (Mastercard), Zanny Minton Beddoes (direttore dell’Economist), Roula Khalaf (direttore del Financial Times), Benoit Coeuré (presidente dell’Autorità francese della concorrenza), e molti altri. Ci sono anche i responsabili di due influenti pensatoi europeisti, il Cepr e il Bruegel.
Curiosamente, il think tank draghiano che vuole convincere l’Ue a fare le riforme non ha sede in Ue ma a Ginevra, in Svizzera. Inoltre, mentre lavora per ridurre la dipendenza tecnologica europea dagli Usa, il suo sito Web, per non sbagliare, si appoggia a provider statunitensi. Un dettaglio, certo, ma anche un simbolo della dipendenza che si vorrebbe combattere. «Non è troppo tardi per cambiare la traiettoria dell’Europa, se oggi intraprendiamo i passi giusti. Il declino non è inevitabile. Ma è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo se non agiamo con urgenza». Così recita la home page del sito di Rhine Group. La corazzata Draghi appena varata, insomma, insiste sulla competitività del sistema Europa, senza mettere in discussione il difetto originario di costruzione dell’Unione.
Il centro studi draghiano sembra concentrarsi soprattutto su tecnologia e finanza, considerata la presenza di tanti responsabili di aziende del settore. Resta però la coscienza che la mancata crescita europea sia il problema di fondo: «La posta in gioco è esistenziale. Se la stagnazione continua, il continente perderà progressivamente la capacità di finanziare gli obblighi fondamentali di uno Stato moderno: Difesa, sanità pubblica, pensioni, istruzione, investimenti per il clima e reti di sicurezza per chi perde il lavoro», si legge.
Il vero problema dell’Ue non è la competitività
Tragicamente, però, il rapporto Draghi fornisce, e dunque il Rhine Group fornirà, la risposta sbagliata (dobbiamo competere di più) a una domanda giusta (perché non cresciamo?). Insistere sulla competitività significa occultare i motivi per cui l’Europa unita non cresce e non funziona. Se l’Ue è in stagnazione è perché nella sua ragione sociale vi è la compressione della domanda interna al fine di guadagnare competitività nelle esportazioni. Le regole fiscali europee reprimono un mercato che potrebbe essere molto più grande e fornire così spinta all’innovazione e alla crescita. Lo ha detto lo stesso Draghi più volte, anche in audizione in Parlamento il 18 marzo 2025. L’Ue è più simile alla Cina che agli Usa: domanda interna compressa e spinta sull’export.
Duecentocinquant’anni fa Adam Smith spiegò che l’aumento della produttività dipende dall’ampiezza del mercato. In altre parole, si innova e si cresce se cresce il mercato di sbocco. Invece, comprimere i consumi con la deflazione salariale e l’austerità insita nelle regole dell’Unione non può che provocare stagnazione. In altre parole, il motivo per cui le raccomandazioni di Draghi alla Commissione non hanno dato alcun esito è che il problema dell’Ue non è la competitività, bensì l’architettura dei Trattati che la istituiscono. E a Bruxelles lo sanno.
L’aspetto positivo è che molto presto il Rhine Group sarà costretto, suo malgrado, a evidenziare le aporie della costruzione europea, che nessuna riforma può davvero sciogliere. Le contraddizioni interne all’Ue non possono essere risolte senza mettere in discussione i suoi stessi presupposti.
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