L’Ue indaghi sull’uso dei fondi a Kiev

La Commissione europea ha deciso, in questi giorni, in concomitanza con la celebrazione dell’indipendenza dell’Ucraina di concedere a Kiev un ulteriore finanziamento di 6,1 miliardi di euro, non curante dei ripetuti scandali di corruzione che continuano a interessare uomini e donne vicini al presidente Volodymyr Zelensky, il «grande questuante» ucraino.

La gestione dei fondi UE a Kiev e i rischi di corruzione

Anche se molti lo vorrebbero, l’evento politico per ricordare l’indipendenza mandato in onda nella capitale ucraina, non può oscurare o peggio mandare in cavalleria i tanti fatti incresciosi di corruzione.

Anzi. Sulla gestione dei fondi europei destinati all’Ucraina e sulla capacità delle istituzioni comunitarie di garantire che il denaro dei contribuenti europei non finisca nelle mani sbagliate, sarebbe opportuno che le istituzioni europee, a partire dal Parlamento europeo, si ponessero due precisi obiettivi: il primo riguarda la necessità di orientare il sostegno europeo in modo più mirato alla lotta alla corruzione e all’influenza oligarchica; il secondo il miglioramento del monitoraggio e della rendicontazione pubblica corredata da indicatori e valori di riferimento chiari.

Alla luce di questi ulteriori scandali, però, va chiamata direttamente in causa la Commissione von der Leyen – da sempre sponsor di «Vova» Zelensky – perché spieghi chiaramente e senza tentennamenti cosa è stato fatto concretamente su entrambi i fronti, quali strumenti sono stati utilizzati per misurare i progressi e come siano stati valutati in tutti questi anni i rischi corruttivi.

Riforme bloccate e l’ingresso dell’Ucraina nell’UE

L’urgenza di un intervento, oltre che dal rispetto dei soldi degli europei, è dettata dal fatto che la nomenclatura ucraina sembra sorda a qualsiasi richiamo: lo dimostra il fatto che resta in salita, se non al palo, la strada delle riforme che dovrebbero aprire il percorso all’ingresso di Kiev nella Ue. E perciò diviene improrogabile.

Peraltro l’incapacità – sarebbe meglio dire la riluttanza – del partito al governo ad approvare riforme è evidente da quasi un anno: la commissione parlamentare ucraina continua a difendere la sua decisione di bloccare cinque progetti di legge volti a rafforzare la lotta alla corruzione nel Paese. Questi disegni di legge sono un requisito sia per ricevere circa 2,1 miliardi di euro di fondi entro la fine del 2026, sia per far progredire i negoziati di adesione di Kiev all’Ue. Si tratta di riforme che mirano ad ampliare l’autorità degli organi anticorruzione, a riformare la Procura generale e l’Ufficio investigativo statale e ad abrogare la legislazione che ostacola i casi di corruzione.

Il piano d’azione dell’UE e le scadenze mancate

Ma considerato che l’Ucraina, negli ultimi tre mesi del 2025, non è riuscita a completare le undici riforme che erano anche necessarie per sbloccare i fondi europei, la Commissaria Ue per l’allargamento, Marta Kos, ha elaborato tempo fa un piano d’azione in collaborazione con Taras Kachka, all’epoca vice primo ministro ucraino per l’integrazione europea, che prevede dieci riforme urgenti da completare entro la fine del 2026.

Dato che Kiev ad oggi non ha ancora completato nemmeno uno dei dieci punti previsti dal piano Kachka-Kos, lo scorso giugno l’Ue ha voluto assicurarsi che l’erogazione dei fondi europei sia esplicitamente vincolata all’attuazione del piano Kachka-Kos.

Armi e fondi dirottati: il peso della realpolitik

Nonostante ciò, i casi di appropriazioni indebite dalle parti del Governo ucraino sono proseguiti. Più di qualcosa, dunque, non sta funzionando per il verso giusto, e le importanti ricadute sulla tutela del bilancio dell’Ue minano la credibilità delle stesse istituzioni europee, Commissione in primis.

Negli ambienti politici di Bruxelles molti sanno che parte dei soldi inviati a Kiev vengono dirottati altrove, non solo nelle tasche di chi governa il Paese ma anche verso altri lidi fiscali. La stessa cosa, se possibile ancora piu odiosa, si ripete per una parte delle armi che anziché prendere la strada del fronte per difendere i civili ucraini vanno altrove: bisognerebbe chiedere come mai Kiev ha inviato armi e istruttori militari in Africa negli ultimi tempi.

Le leadership europee conoscono benissimo tutte queste cose, ma di fatto giustificano gli scandali che avvengono alla corte di Zelensky sulla base di una realpolitik insulsa e pericolosa. Cosa pensare di un leader come quello ucraino, scaduto ormai due anni fa, che sospende la democrazia e di fatto favorisce queste vicende corruttive? Dalle nostre parti si definirebbe un despota, tiranno, dittatore, autocrate. Scegliete voi. Insomma un personaggio che non avrebbe nulla da invidiare al suo dirimpettaio di Mosca.

Serve una Commissione di inchiesta del Parlamento europeo

Forse è venuto il tempo di voltare pagina. L’assemblea di Strasburgo non può limitarsi a fare interrogazioni alla Commissione europea ricevendo risposte scontate e stantie che non cambiano lo stato dell’arte.

È il momento di chiedere con forza e determinazione l’istituzione di una vera e propria Commissione di inchiesta del Parlamento europeo che indaghi in profondità sulle ingenti risorse finanziarie concesse a Kiev e sul loro uso.

È ora di misurare la coerenza delle forze politiche, in particolare modo della famiglia socialista, e la loro credibilità, se non vogliono essere considerate complici. Stare con l’Ucraina contro la Russia non può voler dire permettere al presidente ucraino e alla sua corte di fare ciò che vogliono con il denaro dei contribuenti europei.

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