Siamo invasi dal pesce straniero per colpa delle regole europee
Il ministro dell'agricoltura Francesco Lollobrigida (Ansa)

Siete in vacanza per Ferragosto sull’Adriatico? Scordatevi la grigliata mista di pesce. Il fritto poi è rarità che si paga, se c’è, a peso d’oro. È scattato il fermo pesca e per un mese di calare le reti non se ne parla. Appuntamento a settembre, ammesso che col gasolio marittimo che sta sopra 1 euro e 30 centesimi qualche comandante abbia voglia di rischiare 4.000 euro di pieno per tornare in banchina con le nasse vuote! Del resto: ce lo chiede l’Europa! Escono le vongolare, ma tra acque calde e granchio blu la domanda che serpeggia in banchina è: chi ce lo fa fare?

Il comparto pesca è in una crisi verticale nonostante il governo abbia cercato di attutirla. L’ultimo provvedimento – preso non più tardi di una settimana fa – è il rifinanziamento con 3 milioni di euro del fondo di solidarietà per le attività ittiche. Ma è una goccia nel mare. La questione l’ha posta in maniera lucida e vigorosa il ministro per le Risorse agricole e la sovranità alimentare all’ultima riunione dei ministri del settore dell’Ue a Cork in Irlanda. Francesco Lollobrigida è stato esplicito: «Dobbiamo riscrivere da capo il pacchetto pesca, mi pare di capire che avete in Europa un desiderio di proteggere tutte le specie che vivono nel mare e del mare tranne una: i pescatori».

Per noi italiani la faccenda è particolarmente seria. Siamo i più forti consumatori di pesce in Europa con una quota di 31 chili a testa all’anno, ma siamo anche il Paese che importa più pesce di tutti. L’80% di quello che consumiamo viene da lontano, anzi da molto lontano visto che la Cina con 17.000 pescherecci dove lavorano filippini, malesi, bangladini in condizioni disumane preda pesce ovunque e ce lo manda. Ma non ci sono solo i cinesi. I turchi – quest’anno le Capitanerie di porto hanno fermato diversi pescherecci che fanno strascico in Adriatico meridionale – non rispettano alcuna regola, così come marocchini, tunisini e libici che pescano senza sosta. I nostri invece devono stare alle regole Ue che sono assurde. L’ultima? Per evitare inquinamento da piombo le reti devono essere zavorrate con pesi biodegradabili! Senza contare la lotta che Bruxelles ha fatto alle reti a strascico. Quest’anno ha imposto un taglio del 25% alle possibili catture con i palangari, ma l’obbiettivo è arrivare a ridurre di due terzi il pescato. Già c’è il regolamento che pone il limite al 64%. Quelli di Bruxelles ficcano il naso anche nelle cassette di pesce sbarcato: viene imposta la diminuzione di un quarto delle catture di gamberi, un ulteriore abbassamento del 12% della pesca di fondale in Adriatico e nello Jonio, l’obbligo di segnalazione e monitoraggio del pescato. Tanto ci pensa la Cina a portarci il fitto misto! Ma ce n’è anche per la piccola pesca. Tanto per dirne una, sono vietate le reti da posta alte oltre 4 metri e lunghe oltre 5.000 metri. E non si può pescare con le barche più grandi entro le quattro miglia e con quelle piccole oltre le quattro miglia.

Il commissario europeo alla pesca Costas Kadis, insiste per ulteriori restrizioni per «tutelare gli stock ittici» e la commissaria all’ambiente (e al mare) Jessika Roswall conferma: «La politica ambientale è per l’Europa anche una politica della difesa: tutelare la biodiversità vuol dire anche fare pesca sostenibile». Tradotto: in Mediterraneo se lasciate le barche in banchina è meglio. Il risultato è paradossale: nonostante i nostri 8.000 chilometri di costa abbiamo perso in vent’anni il 40% della nostra flotta peschereccia. Ma spagnoli e francesi (quelli che si affacciano sul Mediterraneo) non sono messi meglio. I biologi però affermano che ci sono ancora stock ittici in sofferenza. Dunque? Vuol dire che i pesci se li vengono a prendere altri.

È la solita Europa che non fa i conti con la realtà. Se si fanno i conti si vede che l’Italia fattura col pesce qualcosa meno di 1,4 miliardi; 500 milioni vengono dall’acquacoltura. In compenso spendiamo 5 miliardi per importare 840.000 tonnellate di pescato. Tanto ce lo vendono i Paesi del Nord Europa che pescano in Atlantico e giusto per avere un’idea importiamo dalla Norvegia (che ha il 90% del mercato) 140.000 tonnellate di salmone per un conto di 550 milioni di euro. Forse in Europa qualcuno lo sa.

La domanda sorge spontanea, ma con tutte le trote che abbiamo che bisogno c’è di mangiare salmone? Così appare del tutto giustificata la reprimenda che Francesco Lollobrigida ha fatto agli altri colleghi europei. «I pescatori in Europa passano da 258.000, quanti erano nel 1990, a meno di 120.000 oggi», ha detto a Cork il nostro ministro.

In Italia la situazione è ancora peggiore: noi importiamo l’80% del pesce e l’Ue ci ha costretto a tagliare del 40% le giornate di pesca. In Adriatico nel 2020 erano assegnate 116.982 giornate, nel 2026 71.458. E questo vale per molti Paesi: le giornate di pesca nel Mediterraneo occidentale per il nasello sono passate da 84.761 nel 2020 a 33.036 nel 2026, meno 61%. Ma siccome questa è l’Europa dei paradossi, anche quando le cose vanno meglio deve trovare il modo di legare le mani soprattutto agli italiani. Il tonno rosso – predato dai giapponesi senza tanti scrupoli – è sottoposto da anni a quote di prelievo. Il contenimento delle catture ha molto migliorato la situazione. Appena quattro giorni fa il rapporto Isff ha detto che per questa specie ci sono livelli soddisfacenti di biomassa (va meno bene per il tonno bianco). Ebbene nel riassegnare le quote di prelievo all’Italia hanno dato solo il 17% (che è già tanto però rispetto agli anni precedenti) perché ovviamente noi che ne mangiamo tanto di tonno dobbiamo comprare il «pinna gialla» del Pacifico che ci vendono i cinesi. Morale: due anni fa avevamo in mare 11.600 barche per 137.000 tonnellate di stazza lorda, oggi sono già scese a 9.600, con meno di 15.000 occupati diretti.

E anche l’acquacoltura, che come tutto l’agroalimentare italiano è al top della qualità, deve subire una concorrenza estera senza troppi scrupoli. Sostiene Matteo Leonardi, che di Api, l’associazione di chi alleva il pesce, è presidente, che «l’acquacoltura non può restare marginale. È una componente strutturale del sistema agroalimentare». Vero e darebbe anche vantaggi al consumatore che al mercato del pesce deve fare i conti col borsellino. Se si compra una spigola di allevamento italiana (prezzi di venerdì 7 agosto) si spendono 18 euro, una greca viene via per 11. Se si compra un’orata di cattura non bastano 80 euro, per le mazzancolle si va sugli 87 euro, ma i gamberi congelati cinesi o argentini con 17 euro si mettono in tavola. È l’effeto Ue.

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