Più grandi, più fragili. L’Europa di coccio che abbiamo oggi non basta a Ursula von der Leyen, che sta preparando un mezzo golpe per far entrare il prima possibile quattro Paesi, tra cui l’Ucraina, aggirando il diritto di veto.
Il piano della Commissione per l’allargamento Ue
Il tutto senza fare prima quelle riforme Ue che consentirebbero, almeno, di ammortizzare il dumping sociale e fiscale dei nuovi entranti e di non consegnare quel che resta della nostra politica agricola a Kiev, che prima della guerra era il granaio d’Europa.
Due giorni fa Politico aveva svelato il piano in arrivo dalla Commissione e ieri sono giunte nuove conferme. Martedì prossimo il presidente tedesco della Commissione esporrà un progetto per aggirare il diritto di veto dei singoli Paesi sui nuovi ingressi nell’Unione e accelerare le pratiche di Ucraina, Montenegro, Albania e Moldavia, come auspicato più volte in questi giorni anche dal cancelliere tedesco Friedrich Merz.
La Germania continua a dire che l’allargamento a Est dei Balcani è necessario per aumentare la sicurezza dell’Unione, ma forse non è un caso che l’industria tedesca, mai in difficoltà come in questi tempi, abbia bisogno di nuova mano d’opera a poco prezzo e nuovi sbocchi per le sue merci.
Come funziona il superamento del diritto di veto
Il piano prevede di estendere le aree alle quali si può applicare il meccanismo del voto con maggioranza qualificata di 15 Stati su 27, in rappresentanza del 65% della popolazione Ue, anche alle sanzioni, ai diritti umani, alla difesa, alla sicurezza e all’evasione fiscale. Il diritto di veto in capo al singolo stato membro resterebbe solo come una sorta di freno d’emergenza da azionare su questioni di «vitale interesse nazionale».
Sui nuovi ingressi, per esempio, basterebbe presentare l’arrivo di un nuovo membro come fondamentale per la sicurezza e la difesa dell’Unione per aggirare i veti. Una seconda proposta prevede di mettere fine alla garanzia, per ogni Stato membro, di poter esprimere un commissario. La nuova Commissione verrebbe ridotta a due terzi dell’attuale, ovvero con nove Paesi sui 27 attuali che sarebbero senza rappresentanza diretta.
Una delle scuse per limitare il diritto di veto sarebbe anche il rischio di avere un domani ben 31 Paesi che possono bloccare l’Unione, a cominciare da quelli tagliati fuori dalla Commissione «ristretta». Logica non proprio adamantina, perché se si vuole governare meglio l’Ue allora non si capisce perché non si risolvono i problemi a 27, anziché continuare a far entrare Paesi.
Il nodo del Consiglio europeo e le responsabilità dei Paesi
Il progetto della Von der Leyen verrà portato al Consiglio europeo in programma a Bruxelles il 15 e 16 ottobre. Il messaggio politico che la Commissione tenta di far passare è sempre lo stesso, ovvero che le difficoltà che l’Ue ha in politica estera, sulla difesa e sulla politica industriale siano tutte colpa dei singoli Paesi che abuserebbero del diritto di veto.
L’impatto dell’ingresso dell’Ucraina e i fondi all’agricoltura
Il Paese che spaventa di più è ovviamente l’Ucraina, che è ancora in guerra. Una nazione anche martoriata da una corruzione endemica, che costringe il presidente Volodymyr Zelensky a continui arresti di alti papaveri della sua amministrazione.
Il tema non è da poco, visto che entrare in Unione europea vuol dire avere accesso a una montagna di fondi per lo sviluppo e la coesione. Ma il tema più delicato è quello dell’agricoltura, che era la grande forza dell’Ucraina.
Se si rimetterà in piedi, la sua agricoltura sarà in grado da sola, per dimensioni e prezzi, di sconvolgere la politica agricola europea. Ed è proprio di queste ore la notizia che la Commissione ha respinto la richiesta dell’Ucraina di 220 milioni di euro di finanziamenti a sostegno dei propri agricoltori.
Secondo Bloomberg, Kiev sarebbe stata respinta perché ha già ricevuto un prestito agevolato da 250 milioni di dollari della Banca mondiale proprio per dare liquidità alle proprie aziende agricole.
Ad agosto, l’Ucraina aveva anche chiesto a Bruxelles un aumento delle quote Ue per le importazioni esenti da dazi di bioetanolo e zucchero per il 2027, nel tentativo di incrementare le esportazioni di prodotti richiesti in Europa. Ma al momento la domanda sarebbe caduta nel vuoto.
Montenegro, Moldavia e Albania: il rischio delocalizzazioni
Per quanto riguarda Montenegro, Moldavia e Albania, la partita è più semplice, specie per il Montenegro che ha solo 600.000 abitanti ed è più avanti nelle riforme economiche chieste da Bruxelles.
Si tratta però di nazioni dove gli stipendi medi di un operaio oscillano tra i 500 e i 600 euro al mese, e quindi con un costo del lavoro che invoglierebbe nuove delocalizzazioni da parte delle industrie italiane, francesi o tedesche.
Le dichiarazioni di Romano Prodi sull’espansione Ue
Non c’era comunque giorno migliore per un ritorno sulla scena Ue dell’ex presidente della Commissione Romano Prodi. Il professore bolognese, intervenuto all’intitolazione del palazzo del Parlamento europeo a David Sassoli, ha fatto un mezzo mea culpa: «La nostra democrazia si è sempre fondata sulla protezione e la difesa dei più deboli.
Abbiamo però consentito che le disparità diventassero così grandi da impedire la protezione proprio quando è indispensabile», richiamando i temi della casa, del lavoro, della scuola e della salute. Poi però ne ha approfittato per chiedere la solita espansione dell’Ue, fatta di «maggior determinazione in azioni comuni senza diritti di veto» anche in settori come «difesa, fiscalità, energia». Più sbagliano, più chiedono potere.
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