Ci risiamo. La Commissione europea chiede agli Stati membri dell’Unione di ridurre i consumi elettrici e limitare il riscaldamento nel prossimo inverno per affrontare la crisi energetica in atto.
L’allarme rientrato e le nuove richieste di austerità dell’UE
Eppure, solo giovedì scorso la conclusione del Gruppo di coordinamento per il gas della Commissione era stata che non c’è nessun allarme per la sicurezza dell’approvvigionamento di gas nell’Ue: «Nonostante livelli di stoccaggio inferiori rispetto alla media storica, la fornitura di gas nell’Ue resta stabile». «L’Ue rassicura: monitoriamo» era stato il titolo di qualche testata.
A soli tre giorni di distanza, invece, ieri sui tavoli dei 27 governi è comparsa la letterina del commissario all’Energia, l’acuto danese Dan Jorgensen, che in puro stile europeista chiede austerità.
Ma se non c’è allarme sulle forniture non si capisce perché chiedere di tagliare i consumi. Che sia nostalgia dei lockdown?
Il piano AccelerateEu e il nodo del calo dei consumi
Jorgensen richiama il piano AccelerateEu, diffuso lo scorso maggio. Il piano contiene un elenco di misure di austerità energetica che gli Stati possono adottare, con il fine ultimo di ridurre i consumi energetici.
«Il mantenimento di una domanda di gas superflua o addirittura il suo aumento può avere impatti transfrontalieri negativi o distorcere il mercato interno» dice la lettera del commissario all’Energia. Viene da chiedersi quale possa essere la «domanda di gas superflua», visto che con le bollette attuali nessuno è incentivato allo spreco.
«La dipendenza dell’Ue dai combustibili fossili importati ci espone alle turbolenze globali della geopolitica energetica» prosegue poi il danese, dimenticandosi di citare i fattori che hanno accentuato tale dipendenza, tra cui proprio le politiche dell’Unione.
Il fatto che si richiami uno schema vecchio di mesi restituisce la fotografia dell’Unione. Dopo quattro anni e mezzo di guerra in Ucraina e dopo sette mesi di guerra in Iran, va preso atto che l’Unione europea non ha risolto nemmeno una piccola parte della crisi energetica. Dopo aver attivamente contribuito a far salire i prezzi dell’energia, ora la Commissione chiede che siano i cittadini a rimediare.
Le politiche europee e la crisi del settore della raffinazione
Non sfugge il cortocircuito made in Bruxelles. Prima l’Ue impone l’Ets per tassare le emissioni, scoraggiando così gli investimenti in un settore strategico come quello della raffinazione.
Poi le prospettive di un netto declino della domanda interna di combustibili vengono alimentate dal Green deal e dal bando delle automobili con motore endotermico, spingendo gli operatori a frenare gli investimenti a lungo termine.
Poi l’Ue decide una serie di incentivi per la riconversione a bioraffinerie degli impianti. Il risultato, secondo l’istituto di ricerca Concawe, è che dal 2009 in Europa sono state chiuse o riconvertite 30 raffinerie su un numero totale di 100, con una riduzione della capacità complessiva di raffinazione di oltre il 20%. Proprio quella capacità produttiva che oggi ci farebbe molto comodo per contenere i prezzi.
Mercato energetico, produzione e la ricerca dell’indipendenza
In che modo risolvere il pasticcio in cui ci troviamo? Come si direbbe di una relazione problematica: è complicato. Riguardo alla raffinazione, non tutti gli impianti sono uguali, non tutti i petroli sono uguali, non tutte le compagnie sono uguali.
Ci sono rese diverse per raffinerie diverse, i vari tipi di greggio hanno bisogno di processi di raffinazione mirati, e i rapporti commerciali sono ciò che guida la produzione, in un gioco di import export non facile da modificare.
Mentre sulla benzina, ad esempio, il nostro Paese è in lieve surplus di produzione, sul gasolio è in deficit, poiché la domanda di questi due combustibili è molto diversa. Intanto, comunque, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, e il ministro dell’Ambiente e della Sicurezza energetica, Gilberto Pichetto Fratin, hanno convocato per giovedì 8 ottobre le società della raffinazione, per capire fino a che punto queste possano aumentare la produzione.
Va detto però che i prezzi attuali sono già un incentivo più che sufficiente ad aumentare la produzione.
Una soluzione ci sarebbe e si chiama indipendenza. Se c’è un piano che ha senso fare oggi è quello nazionale per l’indipendenza e la sicurezza energetica. L’iniziativa di Eni di un prezzo massimo sui combustibili, inaugurata ieri, fa storcere il naso a molti, ma è un’eco lontana di quel sistema-Paese di cui abbiamo bisogno più che mai, se vogliamo salvaguardare la nostra economia.
Dalla regolamentazione dei mercati al controllo dei comportamenti
L’Ue è passata dal regolare i mercati al regolare i comportamenti, in una spirale normativa invasiva. Bruxelles rovescia sui cittadini decine di norme, regolamenti, obblighi e soprattutto divieti.
Il risultato dell’annunciato divieto di auto con il motore a scoppio, ad esempio, è stato l’aumento della dipendenza dall’estero per i combustibili. Uno dei tanti effetti collaterali della medicina di Bruxelles.
L’austerità dei consumi resta la cifra distintiva dell’Unione europea, che al danno dei prezzi alti unisce il rischio concreto di una recessione. Come non ricordare l’allora Commissaria Margrethe Vestager che nel 2022 invitava a fare la doccia fredda per non consumare gas.
Indimenticabile poi l’austerità climatica inaugurata dalla Commissione lo scorso giugno a Bruxelles, quando ai piani bassi di Palazzo Berlaymont, dove sono gli impiegati, è stata spenta l’aria condizionata mentre ai piani dall’ottavo al tredicesimo i commissari e la presidente Ursula von der Leyen se ne stavano al fresco.
Alcuni dipendenti rimasti anonimi hanno definito la situazione «una vergogna» Del resto, è facile fare austerità con l’energia degli altri.
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