«I burocrati Ue non conoscono il Mediterraneo»
Daniela Borriello (iStock)

«Tutte le volte che sono stata a Bruxelles a discutere o ad ascoltare le strategie sulla pesca non ho potuto fare a meno di chiedermi se sanno di cosa parlano. Sono mai saliti a bordo di una barca? Hanno idea di come è fatto il Mediterraneo? Sanno come avvengono le catture e come si riproducano i pesci? La cosa paradossale è che oggi la pesca è un settore di esclusiva competenza europea. È in mano ai burocrati e non a chi come me, come i pescatori, ha il salmastro nel sangue. Stiamo affondando e abbiamo disperso un patrimonio di esperienza che non aveva pari al mondo: quello delle nostre flotte che non sono flotte d’altura, ma sono piccoli pescherecci, che sono le barche che riforniscono con un lavoro duro i mercati locali. Al tempo stesso stiamo perdendo la filiera: dai conservieri ai cantieri. Oggi Fincantieri a Genova fa tante navi da crociera, ma barche da lavoro non ne vedo varare».

È un misto di delusione e rabbia, rassegnazione però mai, quello che comunica Daniela Borriello, genovese, la responsabile nazionale del settore pesca della Coldiretti, commentando le ultime direttive europee sul mare. Proviamo a capire cosa c’è all’orizzonte per chi vive di tramagli e reti. Ma anche per chi consuma: gli italiani che sono tra i più forti «mangiatori» di pescato.

Non è affatto tenera con l’Ue, perché?

«Ci sono due ordini di fattori: il primo è un aspetto normativo che ha un impatto devastante sulle nostre attività. Il secondo è un aspetto finanziario: vogliono tagliare tutti i fondi e noi andiamo a fondo! L’aspetto normativo deriva dal fatto che l’Unione europea è innamorata e conosce solo i pesci del Nord: quattro specie pescate in altura in Atlantico. Pretende che quelle regole vadano bene anche nel Mediterraneo dove si pesca da secoli con altri attrezzi, dove ci sono centinaia di specie ittiche e dove sullo stesso bacino insistono diversissime flotte. Non esiste la pesca taglia unica. L’aspetto finanziario è tragico. Vogliono eliminare il fondo per la pesca, vogliono avere un capitolo di spesa ridotto per tutto il comparto agricolo. È una follia».

Questo da cosa dipende?

«Da due ragioni essenzialmente. La prima è l’ossessione green: sono convinti che pescare con lo strascico rovini l’ambiente. Non è così. Sono convinti che gli stock ittici vanno tutelati tutti alla stessa maniera e non è così perché i pesci si riproducono in condizioni diverse in maniera e con tempi diversi. Per esempio da San Remo a Capo Spartivento per loro è tutto uguale. Noi dimostriamo che solo Liguria e Toscana hanno caratteristiche del tutto diverse dalle altre coste. Poi sempre imbevuti da ideologia green ignorano la sovranità alimentare. I limiti che impongono all’Italia sono drammatici: noi importiamo l’80% del pesce che consumiamo. Ignorano che se non ci sono più i pescatori si perdono intere località, che non ci può essere passaggio generazionale se non c’è certezza delle norme e ragionevole guadagno. La seconda ragione è che l’Ue ormai ha deciso di essere un importatore di cibo. Noi invece chiediamo un fondo unico per la pesca non solo mantenuto, ma rafforzato fino a 7 miliardi, un piano specifico per il Mediterraneo e condizioni di salvaguardia per le nostre flotte e di reciprocità con le altre marinerie. E infine un piano di educazione alimentare che dia al consumatore la consapevolezza che può comprare non le solite tre o quattro specie di pesce che gli propone la grande distribuzione. Spesso le nostre barche fanno catture che ributtano in mare perché nessuno le vuole eppure sono pesci buonissimi».

Reciprocità in che senso?

«Che in Mediterraneo non vengano i cinesi a predare di tutto, che le flotte non Ue siano costrette a rispettare le nostre norme. Quest’anno le Capitanerie – che ci danno una grossa mano – hanno fermato le barche turche, ma è un continuo vedere che gli altri pescano a piacimento e noi dobbiamo star fermi. Anche il fermo biologico così com’è concepito ha poco senso. Una cosa è certa: le giornate di pesca si sono dimezzate e così le imprese non stano in piedi, ma l’impatto sulle specie ittiche è tutto da dimostrare. La reciprocità deve valere anche per l’acquacoltura. Arriva del prodotto scadentissimo che non ha paragone col nostro pesce allevato che pure è indispensabile se si vuole accontentare il mercato. Anche le etichette devono esser esplicite: loro sanno quel pesce da chi, dove e quando è stato pescato o allevato e allora lo dicano a chi compra. L’indicazione zona Fao non serve a nulla. Insisto, spieghiamo che esistono la boga, il sugarello, il pesce sciabola a partire dalla scuole, questo significa volere il bene del mare».

Il cambiamento climatico è vero che vi distrugge?

«A noi ci distrugge il prezzo del gasolio. È vero che c’è il granchio blu, è vero che le cozze soffrono il caldo, ma ci vuole un approccio scientifico: ci sono moltissimi istituti di ricerca che si occupano della salute del mare, ma sono inascoltati e poco finanziati. A Bruxelles sanno che il primo nemico è l’inquinamento, non il riscaldamento? Sono due cose diverse e richiedono un approccio completamente diverso».

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