Alcuni giornali italiani, ad esempio Repubblica, si erano premurati di spiegare che «la ricca Islanda ha voglia di Europa». Il Corriere della Sera era ancora più sicuro e per la penna di Paolo Lepri scriveva che «non solo l’Islanda vuole entrare nell’Unione europea, ma vuole farlo rapidamente, superando in dirittura d’arrivo altri Paesi candidati e puntando a diventare “entro un anno e mezzo” il ventottesimo membro».
Il giornale di via Solferino celebrava l’europeismo d’acciaio delle leader islandesi: «Nordico, femminile, o ispirato da una reazione alle mire di Donald Trump sulla Groenlandia, questo si chiama decisionismo». E riportava con entusiasmo le dichiarazioni di Thorgerdur Katrin Gunnarsdottir, ministro degli Esteri del governo della premier socialdemocratica Kristrun Frostadottir: «Qualche volta non devi farti guidare dai sondaggi, ma guidare tu stesso». Chissà come mai in via Solferino non hanno trattato con la stessa dolcezza Gudrún Hafsteinsdóttir, la donna di destra che guidava lo schieramento del No.
Sull’onda di questo tripudio filo Bruxelles sono arrivati ieri i risultati del referendum a cui gli islandesi hanno partecipato in massa (affluenza all’82,5%) per decidere se riprendere o meno i negoziati per l’ingresso nella Ue. Il problema è che tali risultati sono leggermente diversi da quelli attesi dai nostri affermati editorialisti: il 52,8% degli elettori si è espresso contro l’ingresso in Europa, a favore invece il 47,2% della popolazione. Una vittoria netta, anche se fino all’ultimo la nostra stampa ha parlato di «testa a testa» o nel migliore dei casi di leggero vantaggio del No.
La delusione dei media per la vittoria del No
Il Corriere non l’ha presa benissimo. Non appena sono usciti i risultati ha titolato: «Il no dell’Islanda all’Europa: bocciato il referendum per riaprire all’ingresso nella Ue. La delusione dei giovani di Reykjavík, l’esultanza di Lega e Le Pen». Chiaro: ha trionfato il fronte sgradito, dunque bisogna far trasparire tristezza e delusione da parte della popolazione, suggerire che a voltare le spalle al cambiamento siano stati dei vecchi bigotti e codini. Oppure, come ha scritto Repubblica, bisogna spiegare che «la lobby della pesca e quella dell’agricoltura guidano il fronte del No». Già: le potentissime lobby di pescatori e contadini, sicuramente più temibili e ricche di quelle che comandano a Bruxelles…
La realtà è che la maggioranza dei circa 400.000 abitanti islandesi ha votato contro l’Ue praticamente dappertutto tranne che a Reykjavík, confermando la tendenza secondo cui chi è più vicino alla terra e alla realtà si fa meno incantare dalle sirene ideologiche.
La pesca e il nodo della sovranità
Con tutta probabilità a fare la differenza è stata proprio la pesca, ma non perché vi sia chissà quale infingardo gruppo di interessi pronto a danneggiare la nazione pur di garantirsi guadagni. L’industria ittica e marittima rappresenta su per giù il 40% delle esportazioni islandesi, e giustamente il versante del No ha fatto presente i rischi che comporterebbe per il Paese entrare in una Unione che impone politiche economiche comuni, quote e simili. Perdere la sovranità sulle acque per l’Islanda sarebbe un disastro, e a quanto pare gli elettori hanno pensato bene di tutelarsi.
Quando i referendum smentiscono i sondaggi
Cosa che conferma anche un’altra curiosa tendenza. Ogni volta che le popolazioni di qualche nazione sono chiamate a esprimere qualche tipo di voto a favore o contro l’Unione europea, nella stragrande maggioranza dei casi – cioè a meno che l’alternativa non sia incarnata da figure piene di ombre o già screditate – votano contro. Anche se ogni volta i sondaggi danno gli europeisti per favoriti e l’intero sistema mediatico tira la volata ai politici graditi a Bruxelles.
Se la democrazia contasse ancora qualcosa da queste parti, bisognerebbe tenerne conto. Ma può darsi che anche questa volta arrivi qualche illuminato analista a spiegarci che se l’Islanda non vuole più Europa è per colpa dell’influenza nefasta degli hacker russi.
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