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Giorgia Meloni (Ansa)

Sic transit gloria mundi: in poche ore, il santino progressista spagnolo è evaporato. Pedro Sánchez non ha contro soltanto i governi di destra dell’Europa, ma anche la Danimarca di Mette Frederiksen, esponente di spicco del Partito socialista europeo, in cui il Psoe iberico è azionista di maggioranza.

Risultato: Giorgia Meloni e la premier scandinava, ieri, si sono messe alla testa di una coalizione di 22 Paesi Ue, i quali hanno chiesto e ottenuto da Ursula von der Leyen la convocazione di un vertice straordinario dei ministri dell’Interno degli Stati membri. Tra i firmatari, c’era il cancelliere tedesco, Friederich Merz; oltre a quelle di Irlanda (arbitro imparziale, in quanto detiene la presidenza di turno dell’Ue), Lussemburgo e, ovviamente, di Sánchez, mancavano le sottoscrizioni di Francia e Portogallo. Emmanuel Macron fa il pesce barile, ma ha rafforzato i controlli alle frontiere con la Spagna. I lusitani hanno schierato Polizia marittima e Marina militare a pattugliare la costa meridionale dell’Algarve.

Ventidue Paesi chiedono una stretta comune sulle frontiere

Con un colpo, la presidente del Consiglio italiana ha svegliato Bruxelles, messo alle corde l’idolo di Elly Schlein e Giuseppe Conte, nonché fatto esplodere le tensioni nel corpaccione della sinistra Ue.

«Le immagini arrivate da Ceuta», ha scritto sui social ieri Meloni, «hanno dimostrato ancora una volta quanto sia urgente una risposta europea all’immigrazione clandestina. Per questo l’Italia ha promosso, insieme alla Danimarca, una lettera sottoscritta da 22 Stati membri dell’Unione europea, che chiede un’azione comune per rafforzare le frontiere esterne, contrastare l’immigrazione irregolare, combattere i trafficanti di esseri umani, rendere più efficaci i rimpatri ed eliminare ogni fattore che possa incentivare nuovi ingressi illegali. È un segnale importante», ha aggiunto il premier, perché significa che «la linea che l’Italia sostiene da tempo è oggi condivisa da un numero sempre maggiore di nazioni europee. La difesa delle frontiere esterne dell’Unione non è l’interesse di una singola nazione. È una responsabilità comune dell’Europa».

E pensare che, venerdì, l’Ue ha storto il naso, dopo che Roma ha ripristinato i controlli in porti e aeroporti – solo con un’espressione giuridicamente imprecisa si può parlare di «sospensione di Schengen». Un portavoce della Commissione ha ricordato che la decisione va «notificata e giustificata alle istituzioni europee».

Il Regolamento vigente, all’articolo 25, permette deroghe alla libera circolazione delle persone «in caso di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza interna». Certo, «la migrazione e l’attraversamento delle frontiere esterne di un gran numero di cittadini di Paesi terzi non dovrebbero in sé essere considerate una minaccia» (articolo 26); ma non ci vuole molto a capire che l’invasione di Ceuta rappresenta un serio pericolo.

Specie ora che il combinato tra la regolarizzazione di massa degli stranieri, avviata dal governo di Sánchez, e la sentenza della Corte Suprema spagnola, citata anche nella lettera dei 22, secondo cui chi arriva a nuoto non può essere respinto, ha creato le condizioni per la tempesta migratoria perfetta. Provvedimenti simili, in passato, sono stati adottati dall’Austria proprio nei confronti dell’Italia; dalla Francia, per il rischio terrorismo; e dalla Germania, col socialdemocratico Olaf Scholz, in seguito all’attentato di Solingen del 2024.

Bruxelles risponde e convoca il vertice straordinario

La Von der Leyen è scattata sull’attenti: «Accolgo con favore la richiesta di una videoconferenza straordinaria per fare il punto su quanto accaduto», ha annunciato su X, con accurata scelta del lessico: la «videoconferenza» era stata invocata, in un’altra missiva a Bruxelles, dallo stesso Sánchez. «La buona notizia», ha proseguito la numero uno della Commissione, «è che la stragrande maggioranza di coloro che sono arrivati illegalmente è tornata in Marocco, grazie all’efficace lavoro delle forze dell’ordine spagnole e marocchine». Il presidente dell’enclave, Juan Jesús Vivas Lara, non sembra condividere l’ottimismo di Ursula. La quale ha ammesso che il sistema di controlli esterni «deve essere ulteriormente rafforzato».

Sánchez isolato attacca l’Europa, Bruxelles convoca il vertice

All’angolo, Sánchez ha reagito, nella sua lettera, lamentando che il giro di vite ai confini è stato «dettato da pregiudizi, disinformazione, ignoranza o interessi politici». Ha contestato la risposta «piuttosto asimmetrica» dei Paesi: «La maggior parte ci ha mostrato sostegno e solidarietà», ha notato. «Altri, invece, hanno scelto di attaccare la Spagna e di chiedere l’esclusione temporanea di Schengen. Un simile atteggiamento […] non solo è contrario al diritto europeo, al diritto umanitario e ai principi di solidarietà che ci uniscono, ma anche agli interessi a lungo termini dell’Europa e al più elementare buonsenso».

Il suo ministro degli Esteri ha definito «imperdonabile» la serrata. Il nostro, Antonio Tajani, ha rimproverato alla «sinistra ideologica» di «dare l’illusione che in Europa ci sia posto per tutti». Al belloccio madrileno – è la conferma della spaccatura nel fronte progressista continentale – ha offerto «tutto l’aiuto» possibile il nuovo primo ministro inglese, Andy Burnham. Una carezza, dopo la sberla di Frederiksen. Si sono attivate anche le groupies nostrane di Sánchez: Schlein e Conte hanno lodato la Spagna per aver rimpatriato «in 48 ore più immigrati irregolari che Meloni in quattro anni di governo». Remigrare si può.

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