Ministro Zangrillo, nelle ultime settimane è stato al centro delle polemiche politiche per gli scontri con due dei suoi predecessori, Renato Brunetta e Marianna Madia. Cos’è successo? Incomprensioni o c’è un po’ di gelosia per i rinnovi contrattuali?
«Guardi, non so se si tratti di gelosia o altro, sono due questioni molto diverse e non ho neanche tanto interesse a tornarci su. Ma per essere chiaro, con Renato c’è stata una discussione sotto gli occhi di tutti. Gli ho ricordato quello che la Corte dei Conti ha messo nero su bianco da tempo: la sua riforma, non ha dato i risultati sperati».
Diverso il discorso con la Madia. Si è presa il merito dei suoi rinnovi.
«Appunto. Io capisco che la politica spesso necessiti di iperboli, ma dire che gli attuali rinnovi contrattuali sono frutto del lavoro dei governi Renzi e Gentiloni con lei che guidava il ministero della Pubblica amministrazione è una balla. Così come è insensato criticarci perché non avremmo stanziato abbastanza risorse per i rinnovi e per coprire l’inflazione. La verità è che il suo accordo è stato vergognoso garantendo aumenti del 3,4% a fronte di un’inflazione cumulata nel periodo del 15%».
Ecco, appunto, ci può invece chiarire dal 2022, da quando lei è titolare della Pa, quanto è stato speso per i rinnovi e di quanto sono aumentati gli stipendi di 3,4 milioni di dipendenti pubblici?
«Dal 2022 a oggi abbiamo chiuso la tornato 2018-2021 che abbiamo ereditato dal governi precedenti e poi tutti gli accordi del 2022-2024. Non solo, perché a tempo di record siamo riusciti a trovare un’intesa anche per la tornata 2025-2027, per la quale manca il via libera sulla sanità. Non era mai successo prima di chiudere nel secondo anno di riferimento».
Ci aiuti a capire cosa vuol dire per i dipendenti di scuola, sanità, ministeri, sicurezza ecc?
«Vuol dire aumenti medi del 16-18% che in termini economici possiamo semplificare in una media di 350-400 euro lordi al mese in più in busta paga. E attenzione, perché parliamo degli incrementi tabellari. Se a questi aggiungiamo i cosiddetti elementi accessori e i premi di produzione andiamo ben oltre. Le faccio un esempio, nel rinnovo del contratto delle funzioni centrali (dipendenti di ministeri, agenzie fiscali ed enti pubblici come Inps e Inail ndr) gli aumenti tabellari arrivano al 6%, se a questi aggiungiamo i premi di produzione e il resto, si sfiora il 12%».
E quanto avete speso per gli aumenti?
«Il governo aveva stanziato complessivamente 30 miliardi. Ne abbiamo spesi circa 20, gli altri 10 sono destinati alla prossima tornata 2028-2030. Chi dovrà ferire il prossimo rinnovo potrà già disporre delle risorse necessarie».
Per un bel po’ di tempo la Cgil ha bloccato diversi rinnovi poi all’improvviso ha cambiato atteggiamento. Come mai?
«Guardi, io credo che nei “no” della Cgil ci fosse un elemento di merito che noi ovviamente respingiamo: loro ritenevano che i nostri aumenti non coprissero del tutto la perdita di potere d’acquisto. Ma a questo va aggiunta probabilmente anche una pregiudiziale contrarietà politica rispetto a un governo di centrodestra. Poi devo dare loro merito di avere capito che si trattava di condizione che i loro iscritti non potevano perdere e hanno iniziato a firmare. Da quel momento anche i rinnovi ovviamente hanno subito un’accelerazione».
Paradossale che chi nel privato si spende per il salario minimo, nel pubblico contrasti aumenti del 16-18%.
«E infatti, come le dicevo, hanno cambiato posizione».
Quello della Pa è il vero salario giusto? Perché nel privato non si riescono a raggiungere gli stessi risultati in termini di aumenti dei salari?
«Parliamo di due situazioni completamente diverse. Certamente, oggi, anche il privato soffre di un contesto economico particolarmente complesso. E comunque c’è da dar merito al governo che è stato coraggioso a prendersi un impegno rilevante sulla Pa, stanziando 30 miliardi per i rinnovi. Detto questo, ritengo che il concetto di salario giusto vada sicuramente nella giusta direzione. Se si vuole combattere il dumping salariale non c’è altra strada che quella di far riferimento ai contratti firmati dai sindacati maggiormente rappresentativi».
Quello della Pa è il vero salario giusto?
«Non so se il nostro sia il salario giusto, so però che con aumenti del 16-18%, la retribuzione è sicuramente più giusta».
Difficile dire quanto manchi da qui alla fine della legislatura. Priorità?
«Innanzitutto rendere operativa la nuova legge sul merito con la quale abbiamo creato un nuovo sistema di assegnazione degli obiettivi, valutazione delle performance e quindi di premialità. Poi ci teniamo a spingere il più possibile la semplificazione amministrativa. Vogliamo rendere più fluida relazione tra noi e gli utenti anche grazie alla digitalizzazione e all’uso dell’IA».
A proposito di domani. L’anno prossimo si andrà al voto e il fenomeno Vannacci ormai è esploso. È un problema per il centrodestra?
«Io sono convinto che la rilevanza del mio partito Forza Italia dipenda dalla capacità di restare fedeli ai nostri valori e di proporre ricette consequenziali per lo sviluppo. Se invece per la smania di rincorrere Vannacci dovessimo cedere ai compromessi commetteremmo un grande errore».
Ma alla fine il generale può entrare nella coalizione?
«Un partito che non riconosce il femminicidio, che sminuisce l’aggressione russa in Ucraina e non esprime una sola ricetta economica mi sembra assolutamente incompatibile con noi. Lui parla solo di sicurezza, ma attenzione oltre a sfruttare la cronaca bisogna anche proporre cosa fare. Vannacci è bravissimo a lamentarsi, ma sul resto è assente. Se poi le cose dovessero cambiare, le valuteremo».
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