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Giancarlo Giorgetti e Giorgia Meloni (Ansa)

La guerra in Iran prosegue tra incertezze e i lamenti dei mercati, orfani di una temporanea tregua mal digerita e ora sfumata. Dagli Stati Uniti arrivano messaggi contrastanti. Due giorni fa, Donald Trump ha detto che sull’Iran sta «valutando un attacco massiccio. Più grande di quanto non sia mai stato fatto prima. Sono vicino a prendere una decisione. Siamo tutti pronti».

Proprio tutti no, in realtà. Con il blocco dello Stretto di Hormuz che è tornato nei fatti, i flussi di energia verso l’Occidente e l’Asia si sono fermati di nuovo, con la minaccia aggiuntiva degli Huthi, telecomandati da Teheran, che nel Mar Rosso hanno attaccato due petroliere saudite. Lo stretto di Bab el-Mandeb vede già un traffico ridotto da un paio d’anni, e ora i rischi aumentano.

Ieri il prezzo del gas al Ttf è salito a 62,8 €/MWh, cioè quasi il 50% in più in trenta giorni, il 42% nel solo luglio e il 91% su base annua. Numeri forti. Il prezzo si riferisce alle consegne di agosto, molto ambite perché occorre riempire gli stoccaggi durante ciò che resta dell’estate. Il riempimento europeo quest’anno è in grave ritardo, di nuovo, lungo il cerchio del tempo, per colpa della Germania, che è arrivata al termine della scorsa stagione invernale con i serbatoi troppo vuoti e ha tardato a ricostituire le scorte. Il livello europeo è al 54%, 1 punti sotto la norma stagionale e al secondo livello più basso degli ultimi 15 anni. Al ritmo attuale di iniezione la traiettoria porta poco sotto il 78% al 1° novembre, cioè sotto quell’obiettivo dell’80% che Bruxelles ha già dovuto ammorbidire rispetto al 90% originario. La Germania si trova al 45% di riempimento, un numero peggiore di quello della fatidica estate 2021, quando il prezzo, da lì in avanti, salì per un anno intero fino al culmine degli oltre 340 €/MWh.

L’Italia è messa bene (73%), ma poiché il mercato di riferimento è quello europeo, il buon risultato italiano conta poco. La molecola marginale, quella che fa il prezzo, è quella tedesca. Si lotta con l’Asia per i carichi di Gnl.

Attendista il petrolio, ieri attorno a 96 dollari al barile, dopo avere sfondato quota 100 il giorno prima. La benzina italiana resta cara, 1,949 euro al litro la media nazionale di ieri, con il gasolio a 2,124 euro al litro.

Giorgia Meloni e Giancarlo Giorgetti si sono visti ieri e hanno parlato proprio dei prezzi dei carburanti. Il Governo starebbe pensando all’eventuale attivazione del meccanismo delle accise mobili, attivabile grazie all’aumento degli incassi dell’Iva.

Dopo lo scrollone di giovedì, ieri le borse hanno rifiatato: Milano +0,9%, Francoforte +1,33%, Londra +0,91%, Parigi +0,88%, Dow Jones +0,5%, Nasdaq -0,1%.

Confindustria è preoccupata: «La guerra in Iran è riesplosa a luglio e l’incertezza sui prossimi sviluppi è massima. Dopo aver già frenato il Pil italiano nel secondo trimestre, gli impatti della guerra si allungano ora anche sul terzo», si legge nel flash sulla congiuntura del Centro studi di viale dell’Astronomia, nervosa per inflazione e investimenti.

Spensierato invece il Gruppo di coordinamento petrolifero dell’Ue, che ha affermato ieri di non vedere problemi immediati di approvvigionamento di greggio e prodotti petroliferi nell’Ue. Il che è piuttosto ovvio, il problema essendo semmai la scarsità fisica prospettica, cioè relativa a un futuro prossimo. Il Gruppo in parte lo dice, buttando là in un comunicato che «la durata del conflitto in Medio Oriente potrebbe avere un impatto significativo nelle prossime settimane e nei prossimi mesi». Da aggiungere all’elenco degli enti inutili europei.

Il quadro macro è complesso. La Cina è stata sinora il grande ammortizzatore della crisi petrolifera di Hormuz. Pechino compra grandi volumi quando il prezzo scende fino a 60-65 dollari al barile e smette di comprare quando il prezzo arriva a 90-100. In effetti i grafici dell’andamento storico dei prezzi confermano questa oscillazione guidata dalla domanda cinese. Ma in questa fase la Cina compra il petrolio russo (l’Espo, non l’Ural), che è ancora a forte sconto rispetto ai greggi mediorientali. Tutti i carichi di agosto e buona parte di quelli di settembre dal terminale asiatico di Kozmino sono stati venduti ai cinesi, quindi l’altalena potrebbe cambiare traiettoria.

Occorre prestare attenzione a due fattori. Il primo è che la distanza tra i volumi sui mercati finanziari (futures e opzioni) e quelli sul mercato fisico sta aumentando, perché il mercato finanziario è troppo esposto alla volatilità innescata dai post di Trump. Proprio così. Il timore cresce dopo che Truth ha annunciato il nuovo «servizio» sul social di proprietà della famiglia del presidente americano, dal 1° agosto prossimo. Pagando 100.000 dollari al mese si possono avere «push» in esclusiva i post di The Donald, che, come si sa, muovono (eccome) il mercato. Ma l’investitore medio non vuole essere vittima delle manipolazioni del mercato dei grandi trader che possono permettersi il servizio. Siamo in un territorio grigio, tra l’insider trading e le scommesse truccate. Chi vuole fare il pollo?

Il secondo è che, se la guerra prosegue, la riserva strategica degli Stati Uniti di greggio e benzina, ridotta al lumicino, rischia di esaurirsi in poche settimane. A quel punto partirebbero restrizioni sull’export Usa di greggio e prodotti, con conseguenze a catena in tutto il mondo e i prezzi della benzina alle stelle. Ciò sarebbe negativo per il dollaro, perché comprare titoli energetici fuori dagli Usa diverrebbe più conveniente. Salirebbero le valute di Paesi esportatori di petrolio, carbone e gas come Canada, Australia, Norvegia. Al contempo, un dollaro debole significa euro forte e minore export europeo negli Usa. La crisi europea potrebbe quindi presto aggiungere un nuovo capitolo.

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