L’escalation tra Stati Uniti e Iran continua ad allargarsi all’intero Medio Oriente. Mentre il presidente americano Donald Trump rivendica i risultati della campagna militare contro Teheran e prevede la caduta del regime, l’Iran annuncia la chiusura dello Stretto di Hormuz, uno dei principali snodi energetici mondiali.
Sullo sfondo si susseguono attacchi, operazioni militari e iniziative diplomatiche che coinvolgono Kuwait, Arabia Saudita, Iraq, Egitto e Yemen, aumentando il rischio di un conflitto regionale.
Donald Trump ha descritto l’andamento delle operazioni con toni trionfalistici. In un’intervista a Fox News ha dichiarato: «La guerra in Iran sta andando bene. Non resta che continuare a vincere: prima o poi succederà qualcosa. Li stiamo colpendo duramente, mandandoli completamente in tilt. Se la passano molto male. Hanno agito in modo disonesto e scorretto».
Successivamente, parlando al Financial Times, ha ribadito di ritenere ormai inevitabile la caduta della Repubblica islamica. «Li stiamo massacrando, presto all’Iran non rimarrà più alcuna forza militare».
Sul piano operativo, l’Autorità iraniana responsabile della gestione dello Stretto di Hormuz ha annunciato la sospensione del traffico marittimo attraverso il passaggio strategico. In una nota diffusa dai media iraniani si legge che «a causa del perdurare delle azioni aggressive delle forze militari degli Stati Uniti nella regione, il transito attraverso lo Stretto di Hormuz non è attualmente possibile».
Le autorità hanno precisato che soltanto quando saranno ristabilite «stabilità e tranquillità» verranno progressivamente riesaminate le richieste di attraversamento e concesse nuove autorizzazioni. Poco dopo è arrivata anche una nuova rivendicazione dei Guardiani della rivoluzione.
I Pasdaran hanno annunciato di aver intercettato e costretto a fermarsi due petroliere americane che avrebbero tentato di attraversare Hormuz lungo una rotta ritenuta non autorizzata. Secondo il comunicato diffuso dall’agenzia Tasnim, le due navi avrebbero ignorato gli avvertimenti iraniani, procedendo «sotto la scorta aerea dell’esercito assassino di bambini e terrorista americano».
Nella stessa operazione altre quattro petroliere sarebbero state costrette a modificare il proprio percorso e ad allontanarsi dall’area.
L’escalation ha coinvolto anche il Kuwait. Il ministero della Difesa kuwaitiano ha riferito di aver abbattuto diversi droni iraniani diretti contro installazioni militari. I detriti hanno provocato esclusivamente danni materiali, senza causare vittime. In precedenza, le forze armate iraniane avevano rivendicato un attacco con numerosi droni contro quelli che hanno definito «centri strategici» statunitensi presenti nel Paese. Secondo Teheran gli obiettivi erano gli hangar destinati ai caccia, i sistemi di comunicazione satellitare e alcuni depositi situati nella base aerea di Ahmed Al-Jaber, nel Sud del Kuwait.
Nel frattempo emergono nuovi dettagli sul colloquio avvenuto martedì alla Casa Bianca tra Donald Trump e Benjamin Netanyahu. Secondo quanto riportato dal quotidiano britannico Telegraph e rilanciato dai media israeliani, i due leader avrebbero discusso la possibilità di imporre un blocco terrestre all’Iran, valutando strumenti di pressione sia «cinetici» sia «non cinetici» per aumentare l’isolamento della Repubblica islamica e limitarne la capacità di sostenere le proprie operazioni militari.
Mentre il conflitto continua ad allargarsi, anche in Italia la crisi ha provocato un acceso confronto politico sul riposizionamento dei sistemi di difesa italiani nell’area del Golfo. Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha respinto le accuse di una presunta mancata informazione al Parlamento, ricordando che il 5 marzo le Camere avevano autorizzato il dispiegamento e il rischieramento dei sistemi di difesa aerea e antimissile nella regione e che, nel mese di luglio, le missioni sono state successivamente prorogate dalle Commissioni competenti.
«Non una missione nuova, dunque, ma il riposizionamento all’interno di un’area già prevista e autorizzata di capacità esistenti e non più in grado di operare dal Kuwait», ha spiegato. Il ministro ha inoltre ricordato che il Governo ha riferito più volte alle Camere e che ministri e vertici militari sono stati ascoltati in diverse audizioni parlamentari. Per questo ha definito infondate le accuse secondo cui il Parlamento sarebbe stato tenuto all’oscuro, invitando a un confronto «basato su serietà e pacatezza» sui temi della sicurezza nazionale.
Anche l’Arabia Saudita continua a muoversi su più fronti. Riad ha precisato che il recente raid in Iraq non era diretto contro il governo o la popolazione civile, ma contro una milizia ritenuta responsabile di minacce alla sicurezza del Regno. Allo stesso tempo, secondo il Guardian, starebbe preparando un’offensiva contro gli Huthi nello Yemen e lavorando alla creazione di una coalizione navale per proteggere il traffico nel Mar Rosso e nello stretto di Bab el-Mandeb. Intanto anche l’Egitto resta in stato di allerta dopo l’attacco con un drone contro due navi nel porto di Damietta: il Cairo ha confermato che le indagini sono ancora in corso e che ogni decisione sarà presa sulla base di «fatti verificati e valutazioni tecniche».
Contenuto riservato agli abbonati
Prosegui con la lettura >
Contenuto riservato agli abbonati
Rinnova il tuo abbonamento per proseguire con la lettura >