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2022-01-29
«I medici sapevano di Astrazeneca ma non lo scrissero sulla cartella»
Ansa
Nella cartella clinica di Camilla Canepa non c’era traccia che si fosse vaccinata, eppure il personale sanitario dell’ospedale del Tigullio, polo di Lavagna, sapeva che la diciottenne morta di trombosi associata a piastrinopenia lo scorso 10 giugno aveva ricevuto una dose di Astrazeneca durante un open day.
Sulle reazioni avverse da vaccino anti Covid la giustizia procede lentissima, più lenta della farmacovigilanza che nel nostro Paese sta svolgendo una funzione pressoché inutile, nel monitorare i possibili danni di questi farmaci sperimentali. Dopo mesi, la Procura e i carabinieri del Nas hanno concluso le audizioni all’interno del nosocomio genovese e, da quanto trapela, tutte le persone sentite hanno riferito di essere state al corrente che la giovane si fosse vaccinata.
Un particolare di enorme importanza, perché significherebbe che dal primo arrivo al Pronto soccorso la povera Camilla poteva essere gestita diversamente: in quel periodo si continuava a parlare del rischio di trombosi cerebrali, associate a carenza di piastrine, in giovani donne con il vaccino anglosvedese in corpo. La studentessa di Sestri Levante aveva ricevuto la prima dose il 25 maggio, il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità.
Secondo i suoi genitori, ai sanitari era stato detto che si era vaccinata con Astrazeneca e dalle indagini emerse che la giovane aveva mandato un messaggio in cui scriveva che la stavano trattenendo in ospedale «per il vaccino». Nella cartella clinica non figura, come è possibile? Camilla venne dimessa il giorno seguente, malgrado gli esami avessero evidenziato valori di piastrine bassi e decrescenti.
Eppure le linee guida dell’Aifa erano note, il 21 maggio 2021 l’agenzia regolatoria avvertiva: «Gli operatori sanitari devono verificare la presenza di segni di trombosi in qualsiasi persona affetta da trombocitopenia entro tre settimane dalla vaccinazione con Vaxzevria» e che «gli operatori sanitari devono continuare a consigliare alle persone di cercare cure mediche urgenti se hanno sintomi indicativi di trombosi o trombocitopenia».
La studentessa invece fu dimessa, senza una tac con liquido di contrasto come previsto nelle prime linee guida per diagnosticare la sindrome indotta da vaccino (Vitt). Quanto, il 5 giugno, ritornò al Pronto soccorso era già in condizioni disperate e l’intervento alla testa, eseguito al Policlinico San Martino di Genova dove venne trasferita, non riuscì a salvarle la vita. Camilla Canepa morì il 10 giugno. Secondo la relazione dei due periti della Procura, il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella, il decesso avvenne per una trombosi cerebrale «ragionevolmente da riferirsi agli effetti avversi della vaccinazione anti Covid», ma la perizia si concludeva scagionando la struttura ospedaliera. «Anche se in astratto si poteva capire di essere in presenza di una Vitt, non ravvisiamo elementi penalmente rilevanti a carico dei sanitari».
Alla luce dei nuovi elementi emersi dalle audizioni, i pm Francesca Rombolà e Stefano Puppo assieme al procuratore Francesco Pinto hanno disposto un’integrazione di quella relazione, sulla quale devono lavorare i consulenti. Adesso è importante capire se Camilla potesse essere salvata, conoscendo la sua situazione a rischio dopo la vaccinazione con Astrazeneca.
Ma quante altre vite rischiano di essere compromesse, perché un medico sottovaluta o non segnala un evento avverso da siero anti Covid? Con la scusa che è «difficile» stabilire una relazione causale certa tra una reazione avversa e il farmaco, sintomi anche molto gravi post inoculazione che compromettono la salute di un cittadino finiscono ignorati e senza ristoro. Così come sta capitando a Irene Cervelli di Capannori, provincia di Lucca, anche lei vittima del vaccino anglosvedese nel giugno dello scorso. Una settimana dopo la prima dose di Astrazeneca la quarantaduenne, molto attiva nel campo del volontariato, fu colpita da un ictus e finì in coma.
A casa è tornata solo tre mesi fa, dopo un lungo percorso neuro riabilitativo, ma le sue condizioni rimangono critiche, per questo i familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura. «L’ictus da trombosi verificatosi dopo la somministrazione del vaccino ha provocato nella signora danni neurologici consistenti, che a oggi non le permettono di essere autosufficiente», scrive l’avvocato Giovanni Mandoli nella querela contro ignoti per lesioni personali colpose, depositata presso la Procura di Lucca.
Già a giugno 2021 il legale, sottolineando che in quel momento la priorità della famiglia Cervelli era «assistere Irene in questa battaglia che quotidianamente sta combattendo», non aveva escluso che ci sarebbero stati risvolti sul piano giudiziario. Adesso la decisione è stata presa «al fine di far chiarezza circa eventuali responsabilità imputabili a qualcuno». Francesco Cervelli, raccontando che la sorella «era molto contenta di aver anticipato la vaccinazione in vista delle ferie», per questo aveva partecipato all’open day, «voleva andare in vacanza serena», su Luccaindiretta spiegò: «A livello legale non possiamo fare molto, Irene aveva firmato il consenso alla somministrazione di Astrazeneca, prendendosi ogni responsabilità sulle possibili conseguenze. Abbiamo però presentato un esposto ai carabinieri, per evitare che situazioni simili si possano ripetere in futuro». Quante storie rimangono invece senza soluzione, senza riconoscimento dei danni, per vittime del vaccino anti Covid e per i loro familiari?
Ma il comitato di sorveglianza dorme
L’ultimo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 è stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco 4 mesi fa. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Da settembre ad oggi nessun dato. Eppure sospetti eventi avversi al vaccino anti Covid ci sono stati e le testimonianze sono drammatiche, come ricordato da un servizio andato in onda a Fuori dal coro la trasmissione di Rete 4 condotta dal direttore Mario Giordano. Due giovani donne, infatti, una vittima di una pericardite post prima dose, 8 mesi fa, e l’altra colpita da una paresi facciale dopo la seconda inoculazione, hanno raccontato non soltanto la loro reazione avversa, ma soprattutto la loro solitudine, la totale assenza e il completo abbandono di ogni istituzione, Aifa compresa. «Credo nella scienza e mi sono affidata alla scienza che però mi ha cambiata. Ora sono una malata trasparente, nessuno mi dà risposte e tanto meno cure». «Sono distrutta, sono sola con il mio problema», ha detto trattenendo le lacrime Michela, «sono un caso raro, un caso statistico, non più una persona, vengo considerata un numero e non vengo ascoltata». Un incomprensibile «fermo», quello del comitato di sorveglianza e la conferma è arrivata dallo stesso presidente Vittorio Demichele interpellato da Fuori dal coro: «Siamo stati creati ad hoc, credo ci sia stato un problema di competenze, ma da questa estate il comitato non è stato più convocato e l’attività si è fermata per cui non abbiamo dati aggiornati sugli effetti avversi dei vaccini». A chiederne conto però, per la prima volta, come spiegato dall’avvocato Vincenzo Sparti, alcuni giudici che «hanno messo in dubbio l’operato del ministero della Salute e vogliono vederci chiaro su questi eventi avversi». Infatti, precisa l’ex consigliere di Stato Giovanbattista Bufardeci, alcuni giudici del consiglio di Stato della sezione siciliana, hanno chiesto «le modalità di valutazione dei rischi e benefici della vaccinazione e le modalità di sorveglianza, sia passiva che attiva».
Una sorveglianza necessaria considerato che in 9 mesi di report, dicembre 2020-settembre 2021, erano pervenute al comitato di sorveglianza 101.110 segnalazioni su 84.010.605 dosi somministrate con un tasso di 120 ogni 100.000 dosi. L’85,4% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi (dolore in sede di iniezione, febbre moderata, astenia/stanchezza, dolori muscolari), il 14,4% a eventi gravi, la cui definizione include anche la segnalazione di febbre elevata, (di cui il 53,6% con esito in risoluzione completa o miglioramento), e lo 0,2% non è definito. Per quanto riguarda gli eventi gravi, al momento della stesura del rapporto, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’Oms è stato valutato nel 73% delle segnalazioni, e il 40,3% di quelle finora valutate è risultato correlabile alla vaccinazione. In relazione alle vaccinazioni con schedula mista, scrive l’Aifa, il tasso di segnalazione è di 40 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, la maggior parte non grave e con esito in risoluzione completa o miglioramento. L’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo, con una lieve flessione attesa nel periodo estivo. Oggi, dopo 5 mesi dall’ultima riunione e ormai a 126 milioni di dosi somministrate, mentre i giudici chiedono chiarezza e chi si è ammalato vuole essere curato, il comitato Aifa è «fermo».
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Un nuovo elemento si aggiunge alle indagini sulla morte di Camilla Canepa: i suoi dottori non menzionarono il fatto che fosse vaccinata, anche se erano già noti i legami tra siero e trombosi, nonché le terapie da seguire.L’organo dell’Aifa creato ad hoc per monitorare l’efficacia e gli effetti avversi dei preparati anti Covid non si riunisce dall’estate e non ha i numeri aggiornati.Lo speciale contiene due articoliNella cartella clinica di Camilla Canepa non c’era traccia che si fosse vaccinata, eppure il personale sanitario dell’ospedale del Tigullio, polo di Lavagna, sapeva che la diciottenne morta di trombosi associata a piastrinopenia lo scorso 10 giugno aveva ricevuto una dose di Astrazeneca durante un open day. Sulle reazioni avverse da vaccino anti Covid la giustizia procede lentissima, più lenta della farmacovigilanza che nel nostro Paese sta svolgendo una funzione pressoché inutile, nel monitorare i possibili danni di questi farmaci sperimentali. Dopo mesi, la Procura e i carabinieri del Nas hanno concluso le audizioni all’interno del nosocomio genovese e, da quanto trapela, tutte le persone sentite hanno riferito di essere state al corrente che la giovane si fosse vaccinata. Un particolare di enorme importanza, perché significherebbe che dal primo arrivo al Pronto soccorso la povera Camilla poteva essere gestita diversamente: in quel periodo si continuava a parlare del rischio di trombosi cerebrali, associate a carenza di piastrine, in giovani donne con il vaccino anglosvedese in corpo. La studentessa di Sestri Levante aveva ricevuto la prima dose il 25 maggio, il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità. Secondo i suoi genitori, ai sanitari era stato detto che si era vaccinata con Astrazeneca e dalle indagini emerse che la giovane aveva mandato un messaggio in cui scriveva che la stavano trattenendo in ospedale «per il vaccino». Nella cartella clinica non figura, come è possibile? Camilla venne dimessa il giorno seguente, malgrado gli esami avessero evidenziato valori di piastrine bassi e decrescenti. Eppure le linee guida dell’Aifa erano note, il 21 maggio 2021 l’agenzia regolatoria avvertiva: «Gli operatori sanitari devono verificare la presenza di segni di trombosi in qualsiasi persona affetta da trombocitopenia entro tre settimane dalla vaccinazione con Vaxzevria» e che «gli operatori sanitari devono continuare a consigliare alle persone di cercare cure mediche urgenti se hanno sintomi indicativi di trombosi o trombocitopenia». La studentessa invece fu dimessa, senza una tac con liquido di contrasto come previsto nelle prime linee guida per diagnosticare la sindrome indotta da vaccino (Vitt). Quanto, il 5 giugno, ritornò al Pronto soccorso era già in condizioni disperate e l’intervento alla testa, eseguito al Policlinico San Martino di Genova dove venne trasferita, non riuscì a salvarle la vita. Camilla Canepa morì il 10 giugno. Secondo la relazione dei due periti della Procura, il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella, il decesso avvenne per una trombosi cerebrale «ragionevolmente da riferirsi agli effetti avversi della vaccinazione anti Covid», ma la perizia si concludeva scagionando la struttura ospedaliera. «Anche se in astratto si poteva capire di essere in presenza di una Vitt, non ravvisiamo elementi penalmente rilevanti a carico dei sanitari». Alla luce dei nuovi elementi emersi dalle audizioni, i pm Francesca Rombolà e Stefano Puppo assieme al procuratore Francesco Pinto hanno disposto un’integrazione di quella relazione, sulla quale devono lavorare i consulenti. Adesso è importante capire se Camilla potesse essere salvata, conoscendo la sua situazione a rischio dopo la vaccinazione con Astrazeneca. Ma quante altre vite rischiano di essere compromesse, perché un medico sottovaluta o non segnala un evento avverso da siero anti Covid? Con la scusa che è «difficile» stabilire una relazione causale certa tra una reazione avversa e il farmaco, sintomi anche molto gravi post inoculazione che compromettono la salute di un cittadino finiscono ignorati e senza ristoro. Così come sta capitando a Irene Cervelli di Capannori, provincia di Lucca, anche lei vittima del vaccino anglosvedese nel giugno dello scorso. Una settimana dopo la prima dose di Astrazeneca la quarantaduenne, molto attiva nel campo del volontariato, fu colpita da un ictus e finì in coma. A casa è tornata solo tre mesi fa, dopo un lungo percorso neuro riabilitativo, ma le sue condizioni rimangono critiche, per questo i familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura. «L’ictus da trombosi verificatosi dopo la somministrazione del vaccino ha provocato nella signora danni neurologici consistenti, che a oggi non le permettono di essere autosufficiente», scrive l’avvocato Giovanni Mandoli nella querela contro ignoti per lesioni personali colpose, depositata presso la Procura di Lucca. Già a giugno 2021 il legale, sottolineando che in quel momento la priorità della famiglia Cervelli era «assistere Irene in questa battaglia che quotidianamente sta combattendo», non aveva escluso che ci sarebbero stati risvolti sul piano giudiziario. Adesso la decisione è stata presa «al fine di far chiarezza circa eventuali responsabilità imputabili a qualcuno». Francesco Cervelli, raccontando che la sorella «era molto contenta di aver anticipato la vaccinazione in vista delle ferie», per questo aveva partecipato all’open day, «voleva andare in vacanza serena», su Luccaindiretta spiegò: «A livello legale non possiamo fare molto, Irene aveva firmato il consenso alla somministrazione di Astrazeneca, prendendosi ogni responsabilità sulle possibili conseguenze. Abbiamo però presentato un esposto ai carabinieri, per evitare che situazioni simili si possano ripetere in futuro». Quante storie rimangono invece senza soluzione, senza riconoscimento dei danni, per vittime del vaccino anti Covid e per i loro familiari?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-medici-sapevano-di-astrazeneca-ma-non-lo-scrissero-sulla-cartella-2656503191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-comitato-di-sorveglianza-dorme" data-post-id="2656503191" data-published-at="1643400515" data-use-pagination="False"> Ma il comitato di sorveglianza dorme L’ultimo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 è stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco 4 mesi fa. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Da settembre ad oggi nessun dato. Eppure sospetti eventi avversi al vaccino anti Covid ci sono stati e le testimonianze sono drammatiche, come ricordato da un servizio andato in onda a Fuori dal coro la trasmissione di Rete 4 condotta dal direttore Mario Giordano. Due giovani donne, infatti, una vittima di una pericardite post prima dose, 8 mesi fa, e l’altra colpita da una paresi facciale dopo la seconda inoculazione, hanno raccontato non soltanto la loro reazione avversa, ma soprattutto la loro solitudine, la totale assenza e il completo abbandono di ogni istituzione, Aifa compresa. «Credo nella scienza e mi sono affidata alla scienza che però mi ha cambiata. Ora sono una malata trasparente, nessuno mi dà risposte e tanto meno cure». «Sono distrutta, sono sola con il mio problema», ha detto trattenendo le lacrime Michela, «sono un caso raro, un caso statistico, non più una persona, vengo considerata un numero e non vengo ascoltata». Un incomprensibile «fermo», quello del comitato di sorveglianza e la conferma è arrivata dallo stesso presidente Vittorio Demichele interpellato da Fuori dal coro: «Siamo stati creati ad hoc, credo ci sia stato un problema di competenze, ma da questa estate il comitato non è stato più convocato e l’attività si è fermata per cui non abbiamo dati aggiornati sugli effetti avversi dei vaccini». A chiederne conto però, per la prima volta, come spiegato dall’avvocato Vincenzo Sparti, alcuni giudici che «hanno messo in dubbio l’operato del ministero della Salute e vogliono vederci chiaro su questi eventi avversi». Infatti, precisa l’ex consigliere di Stato Giovanbattista Bufardeci, alcuni giudici del consiglio di Stato della sezione siciliana, hanno chiesto «le modalità di valutazione dei rischi e benefici della vaccinazione e le modalità di sorveglianza, sia passiva che attiva». Una sorveglianza necessaria considerato che in 9 mesi di report, dicembre 2020-settembre 2021, erano pervenute al comitato di sorveglianza 101.110 segnalazioni su 84.010.605 dosi somministrate con un tasso di 120 ogni 100.000 dosi. L’85,4% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi (dolore in sede di iniezione, febbre moderata, astenia/stanchezza, dolori muscolari), il 14,4% a eventi gravi, la cui definizione include anche la segnalazione di febbre elevata, (di cui il 53,6% con esito in risoluzione completa o miglioramento), e lo 0,2% non è definito. Per quanto riguarda gli eventi gravi, al momento della stesura del rapporto, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’Oms è stato valutato nel 73% delle segnalazioni, e il 40,3% di quelle finora valutate è risultato correlabile alla vaccinazione. In relazione alle vaccinazioni con schedula mista, scrive l’Aifa, il tasso di segnalazione è di 40 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, la maggior parte non grave e con esito in risoluzione completa o miglioramento. L’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo, con una lieve flessione attesa nel periodo estivo. Oggi, dopo 5 mesi dall’ultima riunione e ormai a 126 milioni di dosi somministrate, mentre i giudici chiedono chiarezza e chi si è ammalato vuole essere curato, il comitato Aifa è «fermo».
Un momento della fiaccolata in memoria di Saman Abbas, uccisa dai suoi familiari a Novellara il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà (Ansa)
Gli amministratori locali (stra)parlano di tentativo di una parte politica di lucrare sulla tragedia per soffiare sul fuoco del razzismo e della xenofobia, alimentando fake news sulle origini dell’attentatore (l’italianissimo Salim El Koudri), mentre la procura di Modena dice no all’aggravante terrorismo. «Insieme contro l’odio», invocano i sindaci: sì, ma quale? I crimini efferati degli ultimi tempi e i dati statistici sulla sicurezza pubblica documentano un’ostilità a senso unico, che non è quella denunciata dai primi cittadini, l’inefficacia delle politiche di integrazione regionali e l’approccio assistenziale. La storia della povera Saman Abbas, la ragazza pakistana di 18 anni uccisa dai suoi familiari a Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021 per aver rifiutato un matrimonio combinato e aver rivendicato il proprio diritto alla libertà, è stato uno dei primi esempi del fallimento delle politiche di «inclusione» locali: il padre di Saman viveva in Emilia da 15 anni. Tra le brutali aggressioni fisiche, rapine e abusi sessuali perpetrati ad agosto 2017 a Rimini da una banda di extracomunitari minorenni a danno di passanti e turisti, fino alla tentata strage di Modena di sabato, In Emilia Romagna ci sono stati tanti altri crimini. La gestione dei minori (minori stranieri non accompagnati o Msna) è l’esempio più evidente del collasso strutturale delle politiche di accoglienza della regione: a novembre del 2023 una 15enne è rimasta vittima di una violenza sessuale in pieno giorno, a opera di due minori tunisini, sull’autobus che la stava portando a casa a Medicina (Bo). Ed è finita su tutti i giornali la vicenda della 66enne stuprata, riempita di botte e quasi uccisa da un 17enne tunisino a Formigine, in provincia di Modena, ad aprile del 2025. A Ravenna, a febbraio dello scorso anno, un agente della polizia municipale è stato ferito cercando di bloccare un cittadino marocchino che aveva aggredito un uomo con un coltello da cucina; ad agosto, nella stessa città, un immigrato irregolare proveniente dalla Guinea, ubriaco, ha attaccato il titolare di un bar sfregiandolo al volto con un coltello, per poi vandalizzare le auto in sosta e scagliarsi contro i Carabinieri. A Cesena, nell’ottobre del 2025, un bengalese ha aggredito una ragazza sul treno, ferendo poi uno dei carabinieri che aveva cercato di bloccarlo. Ad aprile del 2026 nel centro storico di Parma un nordafricano ha aggredito una donna in strada e colpito poi con i vetri di una bottiglia un uomo che era intervenuto per difenderla. Nello stesso mese, alla Darsena di Ravenna, un 29enne senegalese è stato ucciso con una coltellata mortale al collo da un 15enne originario del Mali dopo una discussione per un debito di 25 euro. E ancora ieri, veniva da Modena l’uomo originario del Gambia, con precedenti penali e un permesso di soggiorno scaduto, che è arrivato alla stazione di Milano armato di un machete.
Oltre ai fatti di cronaca, sono i dati ufficiali a smentire clamorosamente la narrazione dell’Emilia-Romagna come oasi felice di integrazione: secondo l’Indice della Criminalità elaborato con i dati ufficiali del Dipartimento della Pubblica Sicurezza del Ministero dell’Interno, le province di Bologna, Rimini e Modena occupano stabilmente le posizioni più alte in Italia per furti, rapine e violenze sessuali. Modena è al 17esimo posto in Italia su 107 province per tasso di criminalità complessivo; Bologna registra percentuali critiche sul fronte delle violenze sessuali (spesso seconda solo a Milano) e delle rapine. La surreale giustificazione degli amministratori locali è che l’alto posizionamento è proporzionale all’elevato numero di denunce da parte dei cittadini «che si fidano delle istituzioni», come se nelle altre regioni i reati restassero sommersi: la chiamano «propensione alla trasparenza», sic. Città come Modena, Parma e Reggio Emilia mostrano aree urbane interamente sottratte al controllo statale. Nei dati sulla criminalità, l’incidenza di reati attribuibili a cittadini stranieri, spesso minorenni, risulta sproporzionata rispetto alla loro presenza demografica. Inoltre, la saturazione delle strutture di accoglienza - con criticità particolari a Bologna - e la mancanza di solidi percorsi di integrazione hanno favorito la formazione di baby gang che controllano zone centrali e stazioni. Del resto, le comunità di accoglienza per minori e i centri diurni sono strutture aperte e non detentive, gli «educatori» non hanno poteri di polizia, non possono trattenere i ragazzi con la forza, perquisirli o impedirne l’uscita notturna. Molti giovani, di conseguenza, usano i centri solo come «alberghi», per poi dedicarsi al crimine sul territorio durante il giorno. La natura assistenziale del welfare emiliano romagnolo impedisce, di fatto, interventi sanzionatori efficaci, trasformando l’accoglienza in una zona franca per la microcriminalità e lo spaccio. L’approccio rimane dunque ideologico, come dimostra la sfilata buonista dei sindaci dopo i tragici fatti di Modena: la «tolleranza» e la «mediazione culturale» vengono sempre prima del rigore e del controllo del territorio. E gli appelli delle anime belle che siedono nei municipi della regione finiscono per incoraggiare chi rifiuta i valori fondamentali dello Stato.
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Monsignor Erio Castellucci (Ansa)
L’odio, per Avvenire, è quello di chi, dopo l’attentato di sabato scorso, dice che qualcosa è andato storto non solo nel seguire, nel corso degli anni, il disagio psicologico dell’attentatore, ma anche (e soprattutto) nel sistema dell’accoglienza e che quindi è bene correre ai ripari.
Per il quotidiano dei vescovi, quei corpi a terra nel centro di Modena sono frutto della «fragilità senza rete» provata da El Koudri. «La capitale italiana del volontariato 2026», scrive Avvenire, «sta reagendo, non ci sta a subire speculazioni politiche, a sentir parlare di jihadismo, di problemi di sicurezza e integrazione, di remigrazione, sentendo risuonare slogan fuori luogo come la proposta di togliere la cittadinanza a una persona di seconda generazione». Reagisce Modena e, ovviamente, ha gli «anticorpi per reagire a questa tragedia». Un’espressione, quella degli anticorpi, che va bene per tutte le stagioni. L’Italia ha gli anticorpi per salvarsi dal fascismo di ritorno. Gli italiani hanno gli anticorpi per salvare la magistratura minacciata dal governo. Ma la verità è che il nostro Paese gli anticorpi non li ha più da un pezzo quando si parla di immigrazione. Perché è fiacca. Perché ha paura di dire che così non si può più andare avanti e che c’è un problema di immigrazione. Chi osa farlo viene tacciato di razzismo o ridotto a macchietta.
La strage, secondo il quotidiano dei vescovi, sarebbe stata provocata unicamente dalla «follia». Anzi: da una «follia senza rete», visto che El Koudri sarebbe stato abbandonato. È la stessa tesi dell’arcivescovo di Modena-Nonantola, monsignor Erio Castellucci, interpellato ieri sia dal Corriere sia da Avvenire. Il presule ha spiegato che, per il momento, «il perno del dramma è la solitudine». Come se questa da sola bastasse a giustificare la volontà di uccidere e la disponibilità ad essere ucciso (questo il programma di El Koudri quando è salito sulla sua C3). Quella della solitudine, prosegue l’arcivescovo, «è una condizione purtroppo molto diffusa, alla quale si legano tanti disagi e tante reazioni negative, fino alle violenze. Spesso incolpiamo il Covid, che certamente ha un ruolo: ma dovremmo tutti incentivare il monitoraggio sociale». Più che il Covid sarebbe meglio dire le folli restrizioni prese durante la pandemia, che hanno lasciato ferite che, soprattutto i giovani, si portano appresso ancora oggi. Ma tutto questo non basta. Certo, il disagio è aumentato, così come le insicurezze e i problemi psichici. Ma per desiderare una strage simile ci vuole ben altro e provare a nascondere il problema non fa che peggiorare la situazione.
La realtà è molto diversa rispetto a quanto affermato da monsignor Castellucci e Avvenire. In questa vicenda le polemiche politiche c’entrano ben poco. Così come i problemi psichici dell’aspirante killer visto che gran parte delle persone che si trovano in queste condizioni non compiono attentati. E quello di Modena lo è. Certo, si può discutere sulla matrice, ma modalità e intenzione sono chiare. Così come è palese il disagio provato dallo stesso El Koudri di fronte a una società che, secondo lui, non gli dava ciò che gli spettava. Ed è proprio questo il grande inganno di una certa propaganda immigrazionista: far credere che qui si otterrà tutto e subito. Anche il lavoro vicino casa, come reclamava lo stesso attentatore. Ma non è così. Vittima dell’inganno ha trasformato il suo odio in altre vittime. Questa volta vere. E a brandelli.
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Nel riquadro Salim El Koudri, il trentunenne che sabato 16 maggio ha investito i passanti a Modena (Ansa)
Forse a tentare la strada delle criptovalute, considerato che, tra i vari scritti in arabo che sono stati sequestrati nella sua abitazione dagli inquirenti insieme ai tanti dispositivi elettronici e digitali, c’è anche quella che sembra essere una password criptata di un wallet elettronico.
Comunque sia, negli ultimi anni della vita di Salim El Koudri, classe 1995 di origine marocchina, nato a Bergamo e cresciuto a Ravarino, che sabato scorso si è messo a bordo della sua auto e ha tentato di compiere una strage lanciandosi a 100 chilometri orari sulle persone che passeggiavano nell’area pedonale del centro di Modena e colpendone otto di cui quattro ferite in modo gravissimo, ci sono parecchi buchi.
E data l’età (l’uomo ha 31 anni) è difficile immaginarli come semplici periodi di crisi di un giovane neolaureato alla ricerca del primo impiego.
Se è vero che nel paesino di 6.000 anime della profonda provincia modenese in cui abitava da anni nessuno lo conosceva se non per la sua scontrosità e per i comportamenti spesso molesti con le ragazze, chi lo frequentava dai tempi del liceo e aveva continuato a incontrarlo anche fuori dalle aule, ha raccontato di un ragazzo «normale» e persino «socievole ai tempi della scuola», che «era cambiato, soprattutto nell’ultimo anno e mezzo».
Dopo aver studiato presso il liceo Tassoni di Modena si era laureato in economia aziendale alla triennale Unimore e, nei mesi successivi, aveva lavorato presso diverse aziende del territorio, tra cui anche la Philip Morris di Crespellano. Magazziniere, spedizioniere, impiegato: tutti incarichi di breve durata che non gli avevano restituito quella immagine di sé e quei riconoscimenti che El Koudri riteneva gli spettassero di diritto. Da qui l’ormai nota mail del 2021, con la frase «Bastardi cristiani di merda voi e il vostro Gesù Cristo in croce lo brucio», indirizzata all’ateneo modenese, colpevole di non garantirgli un posto fisso e ben pagato. Tentata la strada della laurea magistrale (nello stesso anno si era iscritto al corso di International management per lasciare poi dopo il primo semestre), tra una ricerca e l’altra si era informato anche presso alcune basi Nato per sapere come fare per arruolarsi, chiedendo, tra le prime informazioni, quale fosse il menù riservato alle reclute. Nel 2022 si era spontaneamente rivolto al Centro di salute mentale di Castelfranco, dove gli era stato diagnosticato un disturbo schizoide di personalità (che molti emeriti psichiatri hanno pubblicamente chiarito, in questi giorni, non motiva in nessun modo il gesto compiuto da El Koudri), poi, dal 2024 a oggi, di lui nessuna traccia.
Salvo, probabilmente, nel Web: dai vari post cancellati da Meta perché ritenuti inappropriati (tra cui uno riguardante Chiara Ferragni, annoverata tra le «persone disoneste che fanno i soldi mentre chi fa sacrifici niente») alle attività che l’inchiesta dovrà appurare e che prevedevano evidentemente l’utilizzo di più pc e telefoni.
Quello che, comunque, sembra emergere come un filo conduttore tra le poche informazioni chiare raccolte fino a oggi sull’attentatore è che El Koudri era rimasto intimamente fedele alla sua cultura d’origine. Se è vero che non pareva frequentare assiduamente il centro islamico di Ravarino, la sua presenza era stata registrata presso la moschea di Crevalcore (importante realtà in provincia di Bologna che ha come motto all’ingresso: «Il migliore tra voi è chi impara il Corano e lo insegna»). Tra i pochi post recuperati dal suo profilo spicca la frase: «Vorrei capire la grammatica delle persone come capisco le lettere della lingua araba» (e non di quella italiana), mentre tra gli effetti personali sequestrati in casa del trentunenne, dagli inquirenti risultano quaderni e notes, con testi manoscritti in lingua araba, ancora da tradurre.
Per gli inquirenti, a prescindere dal movente, l’azione di El Koudri sarebbe inoltre stata «deliberata e preparata», prova ne sia anche il fatto che l’uomo si è messo in auto armato di coltello e convinto, per sua stessa ammissione, che quel giorno «sarebbe morto».
I genitori, dopo la strage di sabato scorso, hanno lasciato la casa di Ravarino in cui vivevano insieme al figlio. Nella giornata di ieri, a parlare è stata la sorella maggiore, residente a Sala Bolognese: «Di fronte a quello che è successo sabato è difficile trovare le parole per esprimere il dolore e l’enorme sofferenza che io e la mia famiglia proviamo», ha dichiarato tramite il suo legale. «È per noi qualcosa di inimmaginabile, pensando al ragazzo che è cresciuto con me, al fratellino studioso che non sgarrava mai», ha spiegato. «Io non so dove abbiamo sbagliato. Non avevamo capito la sua malattia e quanto fosse grave invece il male che covava dentro», ha aggiunto la madre. «Però, chissà perché queste persone italiane di seconda generazione, che a un certo punto impazziscono o hanno problemi psichiatrici e decidono di fare del male, guarda caso colpiscono solo ed esclusivamente occidentali...», si domanda con sagacia un utente Facebook, commentando proprio le parole dei genitori dell’assalitore. «Mi chiedo, perché non è andato vicino alla moschea per investire, per esempio, le tante persone che uscivano da lì?».
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L'incontro tra Giorgia Meloni e Nerendra Modi durante il G7 a Borgo Egnazia del 14 giugno 2024 (Ansa)
Si ricongiunge dunque il «Melodi team», per la gioia dei fan indiani della Meloni, che sui social sono tra i più entusiasti sostenitori della Meloni. La visita in Italia del primo ministro indiano, spiegano fonti italiane, riveste particolare importanza nel quadro del consolidamento delle relazioni tra Italia e India e del rafforzamento del dialogo politico tra li due Paesi. Si tratta della prima missione ufficiale a Roma di un primo ministro indiano negli ultimi 26 anni. Modi e Meloni vantano un rapporto, come dicevamo, non solo istituzionale, ma di solida amicizia. I due si sono incontrati ben sette volte in tre anni, consolidando sempre di più il partenariato strategico tra Roma e Nuova Delhi. Grazie all’avvio del Partenariato Strategico Italia-India nel 2023 e al successivo lancio del Piano d’azione strategico congiunto 2025-2029, il dialogo politico tra Italia e India ha raggiunto un livello di intensità senza precedenti, favorendo un significativo ampliamento della cooperazione bilaterale in numerosi ambiti strategici.
La collaborazione si estende oggi dalla difesa alla ricerca scientifica, dal commercio agli investimenti, fino allo sviluppo di un’Intelligenza artificiale umanocentrica, nonché al contrasto del terrorismo e del traffico di esseri umani.
Nel corso del loro incontro, Modi e la Meloni adotteranno una Dichiarazione congiunta che eleverà le relazioni tra Italia e India al rango di Partenariato Strategico Speciale. Il documento individua nuove e ambiziose direttrici di cooperazione bilaterale, rafforzando ulteriormente il quadro del partenariato tra i due Stati.
Tra i principali obiettivi figurano l’istituzionalizzazione di incontri annuali a livello di capi di governo; l’impegno congiunto a raggiungere entro il 2029 un volume di interscambio commerciale pari a 20 miliardi di euro, anche attraverso la valorizzazione del potenziale dell’accordo di libero scambio tra Unione europea e India; il lancio dell’anno della Cultura e del Turismo Italia-India 2027; nonché il rafforzamento dell’iniziativa Innovit India, finalizzata a promuovere il dialogo tra i rispettivi ecosistemi dell’innovazione. I due leader parteciperanno, inoltre, a un pranzo di lavoro con i vertici di importanti gruppi industriali italiani e indiani, nel corso del quale sarà promosso uno scambio di vedute sulle migliori modalità per rafforzare ulteriormente la cooperazione economica, commerciale e nel settore degli investimenti.
Infine, assisteranno alla firma di una serie di intese nei settori del trasporto marittimo, dell’agricoltura, dell’istruzione superiore, dei minerali critici, della cooperazione museale e del contrasto ai reati economico-finanziari. La «relazione speciale» tra Italia e India è, come è evidente, di estrema importanza per il nostro Paese, considerato che la stessa India è ormai una protagonista assoluta dello scacchiere mondiale, una superpotenza economica di primissimo piano con un ruolo centrale in tutte le dinamiche planetarie.
Incessante l’attività del governo sul fronte della diplomazia internazionale: ieri a Palazzo Chigi si sono riuniti i rappresentanti di Italia, Libia, Qatar e Turchia per fare il punto sui seguiti del vertice di Istanbul del 1° agosto 2025. Nel corso della riunione, spiegano fonti di Palazzo Chigi, sono stati esaminati i risultati del lavoro condotto fino ad ora e concordati i prossimi passi per l'avvio di un progetto pilota per una sala operativa congiunta a Tripoli a sostegno delle Autorità libiche nella gestione dei flussi migratori irregolari. Per l’Italia era presente il consigliere diplomatico del presidente del Consiglio, ambasciatore Fabrizio Saggio.
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