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2022-01-29
«I medici sapevano di Astrazeneca ma non lo scrissero sulla cartella»
Ansa
Nella cartella clinica di Camilla Canepa non c’era traccia che si fosse vaccinata, eppure il personale sanitario dell’ospedale del Tigullio, polo di Lavagna, sapeva che la diciottenne morta di trombosi associata a piastrinopenia lo scorso 10 giugno aveva ricevuto una dose di Astrazeneca durante un open day.
Sulle reazioni avverse da vaccino anti Covid la giustizia procede lentissima, più lenta della farmacovigilanza che nel nostro Paese sta svolgendo una funzione pressoché inutile, nel monitorare i possibili danni di questi farmaci sperimentali. Dopo mesi, la Procura e i carabinieri del Nas hanno concluso le audizioni all’interno del nosocomio genovese e, da quanto trapela, tutte le persone sentite hanno riferito di essere state al corrente che la giovane si fosse vaccinata.
Un particolare di enorme importanza, perché significherebbe che dal primo arrivo al Pronto soccorso la povera Camilla poteva essere gestita diversamente: in quel periodo si continuava a parlare del rischio di trombosi cerebrali, associate a carenza di piastrine, in giovani donne con il vaccino anglosvedese in corpo. La studentessa di Sestri Levante aveva ricevuto la prima dose il 25 maggio, il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità.
Secondo i suoi genitori, ai sanitari era stato detto che si era vaccinata con Astrazeneca e dalle indagini emerse che la giovane aveva mandato un messaggio in cui scriveva che la stavano trattenendo in ospedale «per il vaccino». Nella cartella clinica non figura, come è possibile? Camilla venne dimessa il giorno seguente, malgrado gli esami avessero evidenziato valori di piastrine bassi e decrescenti.
Eppure le linee guida dell’Aifa erano note, il 21 maggio 2021 l’agenzia regolatoria avvertiva: «Gli operatori sanitari devono verificare la presenza di segni di trombosi in qualsiasi persona affetta da trombocitopenia entro tre settimane dalla vaccinazione con Vaxzevria» e che «gli operatori sanitari devono continuare a consigliare alle persone di cercare cure mediche urgenti se hanno sintomi indicativi di trombosi o trombocitopenia».
La studentessa invece fu dimessa, senza una tac con liquido di contrasto come previsto nelle prime linee guida per diagnosticare la sindrome indotta da vaccino (Vitt). Quanto, il 5 giugno, ritornò al Pronto soccorso era già in condizioni disperate e l’intervento alla testa, eseguito al Policlinico San Martino di Genova dove venne trasferita, non riuscì a salvarle la vita. Camilla Canepa morì il 10 giugno. Secondo la relazione dei due periti della Procura, il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella, il decesso avvenne per una trombosi cerebrale «ragionevolmente da riferirsi agli effetti avversi della vaccinazione anti Covid», ma la perizia si concludeva scagionando la struttura ospedaliera. «Anche se in astratto si poteva capire di essere in presenza di una Vitt, non ravvisiamo elementi penalmente rilevanti a carico dei sanitari».
Alla luce dei nuovi elementi emersi dalle audizioni, i pm Francesca Rombolà e Stefano Puppo assieme al procuratore Francesco Pinto hanno disposto un’integrazione di quella relazione, sulla quale devono lavorare i consulenti. Adesso è importante capire se Camilla potesse essere salvata, conoscendo la sua situazione a rischio dopo la vaccinazione con Astrazeneca.
Ma quante altre vite rischiano di essere compromesse, perché un medico sottovaluta o non segnala un evento avverso da siero anti Covid? Con la scusa che è «difficile» stabilire una relazione causale certa tra una reazione avversa e il farmaco, sintomi anche molto gravi post inoculazione che compromettono la salute di un cittadino finiscono ignorati e senza ristoro. Così come sta capitando a Irene Cervelli di Capannori, provincia di Lucca, anche lei vittima del vaccino anglosvedese nel giugno dello scorso. Una settimana dopo la prima dose di Astrazeneca la quarantaduenne, molto attiva nel campo del volontariato, fu colpita da un ictus e finì in coma.
A casa è tornata solo tre mesi fa, dopo un lungo percorso neuro riabilitativo, ma le sue condizioni rimangono critiche, per questo i familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura. «L’ictus da trombosi verificatosi dopo la somministrazione del vaccino ha provocato nella signora danni neurologici consistenti, che a oggi non le permettono di essere autosufficiente», scrive l’avvocato Giovanni Mandoli nella querela contro ignoti per lesioni personali colpose, depositata presso la Procura di Lucca.
Già a giugno 2021 il legale, sottolineando che in quel momento la priorità della famiglia Cervelli era «assistere Irene in questa battaglia che quotidianamente sta combattendo», non aveva escluso che ci sarebbero stati risvolti sul piano giudiziario. Adesso la decisione è stata presa «al fine di far chiarezza circa eventuali responsabilità imputabili a qualcuno». Francesco Cervelli, raccontando che la sorella «era molto contenta di aver anticipato la vaccinazione in vista delle ferie», per questo aveva partecipato all’open day, «voleva andare in vacanza serena», su Luccaindiretta spiegò: «A livello legale non possiamo fare molto, Irene aveva firmato il consenso alla somministrazione di Astrazeneca, prendendosi ogni responsabilità sulle possibili conseguenze. Abbiamo però presentato un esposto ai carabinieri, per evitare che situazioni simili si possano ripetere in futuro». Quante storie rimangono invece senza soluzione, senza riconoscimento dei danni, per vittime del vaccino anti Covid e per i loro familiari?
Ma il comitato di sorveglianza dorme
L’ultimo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 è stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco 4 mesi fa. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Da settembre ad oggi nessun dato. Eppure sospetti eventi avversi al vaccino anti Covid ci sono stati e le testimonianze sono drammatiche, come ricordato da un servizio andato in onda a Fuori dal coro la trasmissione di Rete 4 condotta dal direttore Mario Giordano. Due giovani donne, infatti, una vittima di una pericardite post prima dose, 8 mesi fa, e l’altra colpita da una paresi facciale dopo la seconda inoculazione, hanno raccontato non soltanto la loro reazione avversa, ma soprattutto la loro solitudine, la totale assenza e il completo abbandono di ogni istituzione, Aifa compresa. «Credo nella scienza e mi sono affidata alla scienza che però mi ha cambiata. Ora sono una malata trasparente, nessuno mi dà risposte e tanto meno cure». «Sono distrutta, sono sola con il mio problema», ha detto trattenendo le lacrime Michela, «sono un caso raro, un caso statistico, non più una persona, vengo considerata un numero e non vengo ascoltata». Un incomprensibile «fermo», quello del comitato di sorveglianza e la conferma è arrivata dallo stesso presidente Vittorio Demichele interpellato da Fuori dal coro: «Siamo stati creati ad hoc, credo ci sia stato un problema di competenze, ma da questa estate il comitato non è stato più convocato e l’attività si è fermata per cui non abbiamo dati aggiornati sugli effetti avversi dei vaccini». A chiederne conto però, per la prima volta, come spiegato dall’avvocato Vincenzo Sparti, alcuni giudici che «hanno messo in dubbio l’operato del ministero della Salute e vogliono vederci chiaro su questi eventi avversi». Infatti, precisa l’ex consigliere di Stato Giovanbattista Bufardeci, alcuni giudici del consiglio di Stato della sezione siciliana, hanno chiesto «le modalità di valutazione dei rischi e benefici della vaccinazione e le modalità di sorveglianza, sia passiva che attiva».
Una sorveglianza necessaria considerato che in 9 mesi di report, dicembre 2020-settembre 2021, erano pervenute al comitato di sorveglianza 101.110 segnalazioni su 84.010.605 dosi somministrate con un tasso di 120 ogni 100.000 dosi. L’85,4% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi (dolore in sede di iniezione, febbre moderata, astenia/stanchezza, dolori muscolari), il 14,4% a eventi gravi, la cui definizione include anche la segnalazione di febbre elevata, (di cui il 53,6% con esito in risoluzione completa o miglioramento), e lo 0,2% non è definito. Per quanto riguarda gli eventi gravi, al momento della stesura del rapporto, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’Oms è stato valutato nel 73% delle segnalazioni, e il 40,3% di quelle finora valutate è risultato correlabile alla vaccinazione. In relazione alle vaccinazioni con schedula mista, scrive l’Aifa, il tasso di segnalazione è di 40 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, la maggior parte non grave e con esito in risoluzione completa o miglioramento. L’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo, con una lieve flessione attesa nel periodo estivo. Oggi, dopo 5 mesi dall’ultima riunione e ormai a 126 milioni di dosi somministrate, mentre i giudici chiedono chiarezza e chi si è ammalato vuole essere curato, il comitato Aifa è «fermo».
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Un nuovo elemento si aggiunge alle indagini sulla morte di Camilla Canepa: i suoi dottori non menzionarono il fatto che fosse vaccinata, anche se erano già noti i legami tra siero e trombosi, nonché le terapie da seguire.L’organo dell’Aifa creato ad hoc per monitorare l’efficacia e gli effetti avversi dei preparati anti Covid non si riunisce dall’estate e non ha i numeri aggiornati.Lo speciale contiene due articoliNella cartella clinica di Camilla Canepa non c’era traccia che si fosse vaccinata, eppure il personale sanitario dell’ospedale del Tigullio, polo di Lavagna, sapeva che la diciottenne morta di trombosi associata a piastrinopenia lo scorso 10 giugno aveva ricevuto una dose di Astrazeneca durante un open day. Sulle reazioni avverse da vaccino anti Covid la giustizia procede lentissima, più lenta della farmacovigilanza che nel nostro Paese sta svolgendo una funzione pressoché inutile, nel monitorare i possibili danni di questi farmaci sperimentali. Dopo mesi, la Procura e i carabinieri del Nas hanno concluso le audizioni all’interno del nosocomio genovese e, da quanto trapela, tutte le persone sentite hanno riferito di essere state al corrente che la giovane si fosse vaccinata. Un particolare di enorme importanza, perché significherebbe che dal primo arrivo al Pronto soccorso la povera Camilla poteva essere gestita diversamente: in quel periodo si continuava a parlare del rischio di trombosi cerebrali, associate a carenza di piastrine, in giovani donne con il vaccino anglosvedese in corpo. La studentessa di Sestri Levante aveva ricevuto la prima dose il 25 maggio, il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità. Secondo i suoi genitori, ai sanitari era stato detto che si era vaccinata con Astrazeneca e dalle indagini emerse che la giovane aveva mandato un messaggio in cui scriveva che la stavano trattenendo in ospedale «per il vaccino». Nella cartella clinica non figura, come è possibile? Camilla venne dimessa il giorno seguente, malgrado gli esami avessero evidenziato valori di piastrine bassi e decrescenti. Eppure le linee guida dell’Aifa erano note, il 21 maggio 2021 l’agenzia regolatoria avvertiva: «Gli operatori sanitari devono verificare la presenza di segni di trombosi in qualsiasi persona affetta da trombocitopenia entro tre settimane dalla vaccinazione con Vaxzevria» e che «gli operatori sanitari devono continuare a consigliare alle persone di cercare cure mediche urgenti se hanno sintomi indicativi di trombosi o trombocitopenia». La studentessa invece fu dimessa, senza una tac con liquido di contrasto come previsto nelle prime linee guida per diagnosticare la sindrome indotta da vaccino (Vitt). Quanto, il 5 giugno, ritornò al Pronto soccorso era già in condizioni disperate e l’intervento alla testa, eseguito al Policlinico San Martino di Genova dove venne trasferita, non riuscì a salvarle la vita. Camilla Canepa morì il 10 giugno. Secondo la relazione dei due periti della Procura, il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella, il decesso avvenne per una trombosi cerebrale «ragionevolmente da riferirsi agli effetti avversi della vaccinazione anti Covid», ma la perizia si concludeva scagionando la struttura ospedaliera. «Anche se in astratto si poteva capire di essere in presenza di una Vitt, non ravvisiamo elementi penalmente rilevanti a carico dei sanitari». Alla luce dei nuovi elementi emersi dalle audizioni, i pm Francesca Rombolà e Stefano Puppo assieme al procuratore Francesco Pinto hanno disposto un’integrazione di quella relazione, sulla quale devono lavorare i consulenti. Adesso è importante capire se Camilla potesse essere salvata, conoscendo la sua situazione a rischio dopo la vaccinazione con Astrazeneca. Ma quante altre vite rischiano di essere compromesse, perché un medico sottovaluta o non segnala un evento avverso da siero anti Covid? Con la scusa che è «difficile» stabilire una relazione causale certa tra una reazione avversa e il farmaco, sintomi anche molto gravi post inoculazione che compromettono la salute di un cittadino finiscono ignorati e senza ristoro. Così come sta capitando a Irene Cervelli di Capannori, provincia di Lucca, anche lei vittima del vaccino anglosvedese nel giugno dello scorso. Una settimana dopo la prima dose di Astrazeneca la quarantaduenne, molto attiva nel campo del volontariato, fu colpita da un ictus e finì in coma. A casa è tornata solo tre mesi fa, dopo un lungo percorso neuro riabilitativo, ma le sue condizioni rimangono critiche, per questo i familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura. «L’ictus da trombosi verificatosi dopo la somministrazione del vaccino ha provocato nella signora danni neurologici consistenti, che a oggi non le permettono di essere autosufficiente», scrive l’avvocato Giovanni Mandoli nella querela contro ignoti per lesioni personali colpose, depositata presso la Procura di Lucca. Già a giugno 2021 il legale, sottolineando che in quel momento la priorità della famiglia Cervelli era «assistere Irene in questa battaglia che quotidianamente sta combattendo», non aveva escluso che ci sarebbero stati risvolti sul piano giudiziario. Adesso la decisione è stata presa «al fine di far chiarezza circa eventuali responsabilità imputabili a qualcuno». Francesco Cervelli, raccontando che la sorella «era molto contenta di aver anticipato la vaccinazione in vista delle ferie», per questo aveva partecipato all’open day, «voleva andare in vacanza serena», su Luccaindiretta spiegò: «A livello legale non possiamo fare molto, Irene aveva firmato il consenso alla somministrazione di Astrazeneca, prendendosi ogni responsabilità sulle possibili conseguenze. Abbiamo però presentato un esposto ai carabinieri, per evitare che situazioni simili si possano ripetere in futuro». Quante storie rimangono invece senza soluzione, senza riconoscimento dei danni, per vittime del vaccino anti Covid e per i loro familiari?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-medici-sapevano-di-astrazeneca-ma-non-lo-scrissero-sulla-cartella-2656503191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-comitato-di-sorveglianza-dorme" data-post-id="2656503191" data-published-at="1643400515" data-use-pagination="False"> Ma il comitato di sorveglianza dorme L’ultimo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 è stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco 4 mesi fa. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Da settembre ad oggi nessun dato. Eppure sospetti eventi avversi al vaccino anti Covid ci sono stati e le testimonianze sono drammatiche, come ricordato da un servizio andato in onda a Fuori dal coro la trasmissione di Rete 4 condotta dal direttore Mario Giordano. Due giovani donne, infatti, una vittima di una pericardite post prima dose, 8 mesi fa, e l’altra colpita da una paresi facciale dopo la seconda inoculazione, hanno raccontato non soltanto la loro reazione avversa, ma soprattutto la loro solitudine, la totale assenza e il completo abbandono di ogni istituzione, Aifa compresa. «Credo nella scienza e mi sono affidata alla scienza che però mi ha cambiata. Ora sono una malata trasparente, nessuno mi dà risposte e tanto meno cure». «Sono distrutta, sono sola con il mio problema», ha detto trattenendo le lacrime Michela, «sono un caso raro, un caso statistico, non più una persona, vengo considerata un numero e non vengo ascoltata». Un incomprensibile «fermo», quello del comitato di sorveglianza e la conferma è arrivata dallo stesso presidente Vittorio Demichele interpellato da Fuori dal coro: «Siamo stati creati ad hoc, credo ci sia stato un problema di competenze, ma da questa estate il comitato non è stato più convocato e l’attività si è fermata per cui non abbiamo dati aggiornati sugli effetti avversi dei vaccini». A chiederne conto però, per la prima volta, come spiegato dall’avvocato Vincenzo Sparti, alcuni giudici che «hanno messo in dubbio l’operato del ministero della Salute e vogliono vederci chiaro su questi eventi avversi». Infatti, precisa l’ex consigliere di Stato Giovanbattista Bufardeci, alcuni giudici del consiglio di Stato della sezione siciliana, hanno chiesto «le modalità di valutazione dei rischi e benefici della vaccinazione e le modalità di sorveglianza, sia passiva che attiva». Una sorveglianza necessaria considerato che in 9 mesi di report, dicembre 2020-settembre 2021, erano pervenute al comitato di sorveglianza 101.110 segnalazioni su 84.010.605 dosi somministrate con un tasso di 120 ogni 100.000 dosi. L’85,4% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi (dolore in sede di iniezione, febbre moderata, astenia/stanchezza, dolori muscolari), il 14,4% a eventi gravi, la cui definizione include anche la segnalazione di febbre elevata, (di cui il 53,6% con esito in risoluzione completa o miglioramento), e lo 0,2% non è definito. Per quanto riguarda gli eventi gravi, al momento della stesura del rapporto, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’Oms è stato valutato nel 73% delle segnalazioni, e il 40,3% di quelle finora valutate è risultato correlabile alla vaccinazione. In relazione alle vaccinazioni con schedula mista, scrive l’Aifa, il tasso di segnalazione è di 40 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, la maggior parte non grave e con esito in risoluzione completa o miglioramento. L’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo, con una lieve flessione attesa nel periodo estivo. Oggi, dopo 5 mesi dall’ultima riunione e ormai a 126 milioni di dosi somministrate, mentre i giudici chiedono chiarezza e chi si è ammalato vuole essere curato, il comitato Aifa è «fermo».
Poltrone e divani. No, non stiamo parlando di cariche pubbliche, stavolta, ma del Salone del mobile di Milano. Ieri il premier Giorgia Meloni, con aria rilassata e messa in piega fatta, ha inaugurato l’importante fiera del design indossando abiti casual, jeans, sneakers e giacca beige, scherzando con i cronisti: «Io giovane? Guardate come mi avete ridotto...».
Si siede su diversi divani per testarne la comodità cercando così di stemperare la tensione interna di questi giorni e quella di questo difficile momento internazionale: «Datemi tregua», dice cercando di respingere l’assalto dei cronisti. «Questo divano è più comodo di quelli della Casa Bianca e di Palazzo Chigi». Applausi ad ogni padiglione da parte del pubblico, selfie a raffica.
Meloni non evita di rispondere anche alle domande più scomode. Alle parole di Trump «non sono rimasta male. Penso che il coraggio sia dire quello che si pensa anche quando non si è d’accordo, l’amicizia sia dire quello che si pensa anche quando non si è d’accordo. Non cambia il mio convinto sostegno all’unità occidentale, non cambia i rapporti tra Italia e Stati Uniti. Ciò non toglie che sono una persona abituata a dire quello che pensa. Gli amici ti danno una mano anche e forse soprattutto quando ti dicono che non sono d’accordo».
La premier si è soffermata sul nodo del blocco del canale di Hormuz: «Noi siamo stati tra i primi a proporre che ci fosse una copertura Onu su una eventuale missione a Hormuz e questo non è stato possibile per un veto che c’è nel Consiglio di sicurezza da parte di Usa e Cina. Vedremo se nelle prossime settimane questo veto può essere superato. Se non dovesse essere superato, a condizioni date che abbiamo già chiarito, ci deve essere una cessazione delle ostilità e una ampissima adesione internazionale. La postura della missione deve essere solo difensiva. Io penso che l’Italia dovrebbe esserci ma deve essere il Parlamento a esprimersi».
Sulla proroga del taglio delle accise, la premier ha precisato: «Ci sono importantissimi negoziati in corso che sosteniamo, sia quello di Islamabad sia il negoziato diretto Israele-Libano per noi molto importante, vediamo sulla base di quello che uscirà da questi negoziati le priorità che ci dobbiamo dare». Quella dei prezzi dell’energia è una «grande questione che è stata oggetto di un decreto molto articolato recente del governo e oggetto anche di una battaglia che stiamo conducendo in Europa e che ci porterà fra qualche giorno al Consiglio europeo a riproporre alcune proposte che consideriamo fondamentali nell’attuale crisi». Circa l’amministratrice delegata di Terna spa, Giuseppina Di Foggia, il premier ha detto: «Penso che debba scegliere tra la presidenza dell’Eni e la buona uscita di Terna». E poche ore dopo dalla società hanno fatto sapere che la manager «ha manifestato la sua disponibilità alla sottoscrizione di un accordo finalizzato alla rinuncia dell’indennità di fine rapporto», chiudendo così la querelle.
Meloni, arrivata alle 13 con un’ora di ritardo, si è intrattenuta per più di due ore al Salone. Dopo pranzo ha incontrato per dieci minuti il vicepremier e leader della Lega, Matteo Salvini, occasione immortalata dal selfie che li ritrae abbracciati e sorridenti. Salvini, come Meloni, tocca il tasto dolente di Hormuz. «Se ci fosse una missione dell’Onu, è un altro paio di maniche, come ci siamo in Libano, come c’eravamo in Kosovo. Un conto è una missione internazionale che coinvolge tutti, un conto è qualcuno che va in ordine sparso. Nessuno al governo pensa di partire in ordine sparso. Quindi io, Crosetto, Meloni, la pensiamo assolutamente nella stessa maniera. O c’è una missione internazionale con tutte le protezioni e le tutele delle missioni internazionali, oppure noi non andiamo in guerra da nessuna parte».
Aria di festa e distensione rovinata dal giornalista vicino a Putin, Vladimir Solovyev, noto conduttore tv prossimo alle posizioni del Cremlino, potente megafono della propaganda russa. Ieri durante la sua trasmissione Full Contact ha pesantemente insultato, in italiano, la premier italiana, definendola, tra le altre cose, «vergogna della razza umana, bestia naturale, idiota patentata, una cattiva donnuccia» e apostrofandola come «PuttaMeloni».
Il vicepremier e titolare della Farnesina, Antonio Tajani, ha subito fatto convocare l’ambasciatore russo a Roma, Aleksej Vladimirovic Paramonov, «per esprimere formali proteste». In riferimento agli ultimi contrasti tra la premier italiana e il presidente Usa, Solovyev ha accusato Meloni di aver «tradito Trump»: «Questa Meloni, carogna fascista, che ha tradito i propri elettori candidandosi con slogan ben diversi... Ma il tradimento è il suo secondo nome. Ha tradito Trump al quale precedentemente aveva giurato fedeltà».
Immediata la reazione di tutta Fdi: «Dichiarazioni inammissibili che confermano l’atteggiamento ostile della Russia verso la nostra nazione». Vicinanza alla premier anche dai leader dalle opposizioni. «Inqualificabili e volgari offese personali», tuonano persino Elly Schlein e Giuseppe Conte che hanno dato solidarietà al premier.
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(Getty Images)
Oggi alle 11 Eurostat diffonderà i dati ufficiali sul deficit italiano nel 2025. Se centreremo il 3% usciremo dalla procedura d’infrazione, con tutto quello che ne consegue (in pratica: più soldi a disposizione). Se saremo al 3,1% non usciremo con tutto quello che ne consegue (in pratica: preparatevi a tirare ancor di più la cinghia). Bene: siamo al 3 oppure al 3,1? I bisbigli e i sussurri che escono dalle secrete stanze degli statistici dicono che l’Italia sta oscillando attorno a quota 3,04-3,05. Dove si fermerà l’asticella? Se si fermerà al 3,04, il numeretto verrà arrotondato al 3% e ce l’avremo fatta. Se si fermerà al 3,05, il numeretto verrà arrotondato al 3,1% e saremo fregati. Dunque basterà uno 0,01% a fare la differenza. Sapete quanto vale quello 0,01%? 23 milioni di euro. Ventitré milioni, rispetto a un prodotto interno lordo di 2.300 miliardi, per decidere la nostra vita. Ripeto la domanda: ma vi sembra normale?
Diceva Mark Twain che esistono tre tipi di bugie: le piccole, le grandi e le statistiche. Ora, io dico: possiamo affidare una decisione così rilevante per l’intero Paese (investimenti, welfare, sviluppo…) a un dettaglio statistico? Cioè a una simile piccineria tecnica? I dati saranno arrotondati a una sola cifra decimale, ma la differenza tra 3 e 3,1 potrebbe essere ancora più sottile. Poniamo, per esempio, che l’asticella si fermi al 3,044: nel caso il numeretto sarebbe arrotondato a 3,04 e, dunque, a 3, e saremmo salvi. Se, però, si fermasse al 3,045, verrebbe arrotondato a 3,05 e, dunque, 3,1, e saremmo spacciati. Quindi, potremmo essere appesi non allo 0,01 ma allo 0,001%, cioè non a 23 milioni ma a 2 milioni di euro, in pratica un terzo della buonuscita dell’ad di Terna, Giuseppina Di Foggia. E se volete andiamo avanti. Potremmo infatti essere appesi anche allo 0,0001% (cioè alla differenza tra 3,0444 e 3,0445), quindi a 200.000 euro, più o meno lo stipendio annuale di due commessi in Parlamento. Ma ci si può giocare il futuro dell’ottavo Paese del mondo per 200.000 euro?
A me non pare normale, eppure le regole europee sono inflessibili. Se sarà 3,0444%, dunque 3,4, dunque 3, usciremo dalla procedura d’infrazione, dunque risparmieremo di botto 6,4 miliardi (tra interessi e altri vincoli) e potremo accedere ai fondi Safe per la Difesa (15 miliardi). Se invece sarà 3,0445, per quello 0,0001% (200.000 euro) di differenza, tutto questo non accadrà e, dunque, ci saranno meno soldi e le spese della Difesa andranno finanziate (perché di finanziarle è stato deciso, ahinoi) con i soldi della sanità e delle pensioni. Ergo: siamo fregati. O quasi. E tutto questo ci dice due cose: la prima è che al Mef qualche ragioniere poteva stare un po’ più attento nel girare alla larga dalla soglia di sicurezza (perché rischiare di sprecare tanti sforzi per un’inezia?) La seconda è che le regole dell’Europa sono da buttare. E forse non solo le regole.
Da quanto siamo entrati nel girone infernale di Bruxelles, infatti, siamo inchiodati ai numeretti assurdi, dalle banane che non erano banane se non misuravano 14 centimetri (regolamento 2257/94) ai cavoli che non erano cavoli se non avevano un diametro di 10 millimetri (regolamento 730/1999). Ricordo ancora come un incubo il parametro europeo per lo sciacquone (giuro: è stato pubblicato nella Gazzetta Ue): Va=Vf+(3xVr)/4. In pratica, il teorema di Pitagora della perfetta pisciata. Abbiamo avuto il numeretto per il cetriolo («Deve disegnare un arco di 10 millimetri), quello della lattuga («Deve pesare 80 grammi») e quello del carciofo («Devono avere una sezione equatoriale di almeno 6 centimetri»). E poi il più assurdo di tutti i numeretti, quel 3 per cento del rapporto deficit/Pil che fu scelto a caso, in modo totalmente arbitrario, dopo qualche abbondante libagione a Maastricht, e che da allora tormenta le nostre vite senza che nessuno abbia mai capito perché. E ora potrebbe tormentarle ancora di più, e per colpa di uno 0,001%.
Appuntamento alle 11: l’Eurostat oggi dà i numeri. L’Europa, invece, li dà da un pezzo. E noi, tapini, continuiamo a subirli. Chissà quando troveremo la formula esatta per lo sciacquone europeo.
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Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti (Ansa)
Lo dice chiaramente un portavoce della Commissione europea, chiarendo che «lo prevedono le normative europee». I dati di finanza pubblica saranno resi noti domani «con una cifra decimale», applicando le normali regole matematiche di arrotondamento: «Si arrotonda per difetto se la seconda cifra è pari o inferiore a 4, e per eccesso se è pari o superiore a 5». In termini concreti, questo significa che un valore ipotetico del deficit tra il 2,95% e il 2,99% verrebbe comunque pubblicato come 3,0%, senza ulteriori dettagli.
Anche per questo il governo chiede la sospensione del Patto di stabilità con forza. «Assurde regole europee ci impediscono di aiutare le imprese come vorremmo, non possiamo bloccare l’Italia per la lentezza e l’ottusità ideologica della Commissione europea. La seconda potenza industriale d’Europa, tra poche settimane sarà totalmente bloccata»: lo ha ribadito il vicepremier, Matteo Salvini, in occasione della riunione straordinaria dei ministri dei Trasporti dell’Unione europea durante la quale il leader della Lega ha illustrato le misure adottate dal governo per mitigare gli effetti del caro-carburante e sostenere il settore dei trasporti e della logistica.
È stata anche l’occasione per evidenziare i limiti di molte delle politiche europee in materia e ribadire la necessità di rivedere rapidamente alcuni provvedimenti normativi adottati con il Green deal: a partire dall’Ets per i settori marittimo e aereo. «L’Unione deve intervenire con scelte drastiche se la guerra in Medio Oriente continua, agendo come è stato fatto con dopo la crisi del Covid con la riduzione del costo del denaro da parte della Banca centrale europea e l’acquisto di debito comune come successo per la creazione del Recovery plan», ha commentato il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, parlando a margine del Consiglio Ue Affari esteri in Lussemburgo.
Sulla pubblicazione dei dati di Eurostat sul debito e sulla richiesta della Lega di sospendere l’applicazione delle regole di finanza pubblica del Patto di stabilità, Tajani ha detto che quest’ultima «è una delle ipotesi delle sulle quali discutere. Sono tante le cose che si possono fare», ha aggiunto più generico. Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, già a marzo aveva messo sul tavolo dell’Eurogruppo la richiesta di flessibilità sui conti per le circostanze eccezionali della guerra in Medio Oriente, nuova incognita che pesa sull’economia globale. La richiesta al momento è stata respinta da Bruxelles che non considera il contesto sufficientemente eccezionale. L’Italia arriva all’appuntamento di domani certa di aver fatto i compiti a casa, impegno riconosciuto anche dalle agenzie di rating e dai mercati facendo scendere lo spread.
Intanto, secondo fonti di Palazzo Chigi, c’è stata ieri una riunione per definire decreto Lavoro, da approvare in vista del Primo maggio. L’incontro è stato convocato dal premier Giorgia Meloni, di rientro dal Salone del mobile di Milano, e ha visto la partecipazione di Salvini, Tajani, Giorgetti, del ministro Marina Calderone e dei sottosegretari Luigi Sbarra, Giovanbattista Fazzolari e Alfredo Mantovano. L’obiettivo è l’adozione di un pacchetto organico di misure a sostegno delle categorie più esposte al caro vita, con interventi volti a garantire una retribuzione equa. Particolare attenzione sarà riservata a giovani e donne, per consolidare i segnali positivi già registrati e valorizzarne il potenziale. Si lavora, inoltre, a un più incisivo contrasto ai fenomeni di sfruttamento e caporalato.
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Andiamo con ordine. Punto numero uno: state facendo il conto alla rovescia per la vacanza estiva? Meglio scegliere mete a portata di mano. Dimenticatevi località esotiche e viaggi intercontinentali a meno di non raddoppiare il budget a disposizione e mettere in conto di vedersi cancellata la partenza all’ultimo minuto. Uno studio della società ambientalista, Transport & environment (T&e), riportato dall’agenzia Reuters, confrontando i prezzi al 16 aprile con quelli prima dell’inizio della guerra in Iran, fa emergere che l’interruzione delle forniture globali di petrolio ha fatto aumentare il costo medio del carburante di 88 euro (104 dollari) per passeggero per i voli di lungo raggio in partenza dall’Europa e di 29 euro per quelli all’interno del Vecchio continente. Un onere che le compagnie scaricheranno sui passeggeri aumentando i prezzi dei biglietti. Secondo le stime di T&e, il carburante per un volo da Barcellona a Berlino costerebbe 26 euro in più a passeggero, mentre un lungo raggio da Parigi a New York ben 129 euro in più e un Milano-Madrid avrà un sovrapprezzo di 24 euro.
Se la notizia può consolare, oggi la Ue dovrebbe pubblicare le linee guida sulla gestione delle scorte limitate di carburante per gli aerei. Lufthansa, Ryanair, Air France-Klm, a marzo avevano comunicato che se lo Stretto di Hormuz fosse rimasto chiuso a lungo, avrebbero probabilmente trasferito l’aumento dei costi del cherosene sui consumatori (Lufthansa ha annunciato ieri sera di aver deciso il taglio di circa 20.000 voli a corto raggio per la stagione estiva: la compagnia aerea tedesca ha cancellato circa 120 voli giornalieri e ha dichiarato che eliminerà le tratte non redditizie da Monaco e Francoforte fino alla fine della stagione estiva). Un dettaglio tecnico riguarda la composizione delle flotte. T&e avverte che se il prezzo del petrolio resterà sopra i 100-110 dollari per tutta l’estate, i vecchi modelli di aerei meno efficienti diventeranno economicamente insostenibili da far volare, portando a un ritiro anticipato. Le compagnie aeree hanno chiesto un’inversione di rotta rispetto ad alcune politiche climatiche dell’Ue, tra cui l’obbligo, previsto per il 2030, di utilizzare carburante sintetico ecologico per gli aerei, nonché una revisione delle prossime norme sulla tariffazione del carbonio. Per tutta risposta Bruxelles, nel documento che presenterà oggi sulla gestione della crisi, insiste sull’accelerazione degli investimenti per i carburanti ecologici per aerei. Nel piano, la Commissione esorta gli Stati membri a incrementare le importazioni dagli Usa e dalla Nigeria per compensare il vuoto lasciato dal blocco del Golfo e si appresta ad aumentare l’apparato burocratico con l’istituzione di un nuovo ente per monitorare le scorte di cherosene. Nessuna sospensione, però, delle tasse sul carbonio.
Il ministro cipriota dei Trasporti, Alexis Vafeades, all’arrivo al Consiglio Ue a Bruxelles, ha cercato di smorzare gli allarmi: «Non siamo in una situazione pericolosa ma c’è la possibilità di una carenza di carburante per aerei e di un problema di domanda sul medio e lungo termine. Quindi dobbiamo essere consapevoli e pronti».
Passiamo al punto numero due: chi ha comprato un biglietto aereo deve sapere che, in caso di cancellazione del volo per carenza di jet fuel, non avrà il risarcimento ma solo il rimborso, la riprotezione (un altro biglietto per la stessa destinazione) e l’assistenza in aeroporto. Questo perché, come ha chiarito il commissario Ue ai Trasporti, Apostolos Tzitzikostas, la carenza di carburante è «una circostanza straordinaria» e, per questo, non dà necessariamente diritto al risarcimento in caso di cancellazione del volo. Diversamente, se un volo viene annullato per il rincaro del cherosene, il diritto al risarcimento sussiste, non essendo quest’ultima una circostanza straordinaria.
Poi ha specificato che «se la situazione in Medio Oriente dovesse peggiorare e le flessibilità previste dalla normativa aeronautica non fossero più sufficienti, proporremo modifiche temporanee alla legislazione». E comunque la Commissione si riserva di fornire «indicazioni su queste flessibilità, in particolare per quanto riguarda gli slot aeroportuali, gli obblighi di servizio pubblico e i diritti dei passeggeri». Il commissario ha anche affermato che «la cancellazione di alcuni voli non ha niente da vedere con l’evocazione della carenza di carburante». Infine, «l’Europa è pronta a dare il benvenuto a tutti i turisti che verranno quest’estate».
Punto tre: se le vacanze sono a rischio anche la vita di coppia è destinata a incrinarsi. Karex, il principale produttore mondiale di preservativi, ha comunicato che aumenterà drasticamente i prezzi, dal 20 al 30% e forse anche di più, a causa delle tensioni nella catena di approvvigionamento. Karex sta, inoltre, registrando una impennata nella domanda poiché i ritardi nelle spedizioni, hanno lasciato molti clienti senza scorte. L’azienda produce oltre 5 miliardi di preservativi l’anno ed è fornitore di marchi leader come Durex e Trojan.
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