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2022-01-29
«I medici sapevano di Astrazeneca ma non lo scrissero sulla cartella»
Ansa
Nella cartella clinica di Camilla Canepa non c’era traccia che si fosse vaccinata, eppure il personale sanitario dell’ospedale del Tigullio, polo di Lavagna, sapeva che la diciottenne morta di trombosi associata a piastrinopenia lo scorso 10 giugno aveva ricevuto una dose di Astrazeneca durante un open day.
Sulle reazioni avverse da vaccino anti Covid la giustizia procede lentissima, più lenta della farmacovigilanza che nel nostro Paese sta svolgendo una funzione pressoché inutile, nel monitorare i possibili danni di questi farmaci sperimentali. Dopo mesi, la Procura e i carabinieri del Nas hanno concluso le audizioni all’interno del nosocomio genovese e, da quanto trapela, tutte le persone sentite hanno riferito di essere state al corrente che la giovane si fosse vaccinata.
Un particolare di enorme importanza, perché significherebbe che dal primo arrivo al Pronto soccorso la povera Camilla poteva essere gestita diversamente: in quel periodo si continuava a parlare del rischio di trombosi cerebrali, associate a carenza di piastrine, in giovani donne con il vaccino anglosvedese in corpo. La studentessa di Sestri Levante aveva ricevuto la prima dose il 25 maggio, il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità.
Secondo i suoi genitori, ai sanitari era stato detto che si era vaccinata con Astrazeneca e dalle indagini emerse che la giovane aveva mandato un messaggio in cui scriveva che la stavano trattenendo in ospedale «per il vaccino». Nella cartella clinica non figura, come è possibile? Camilla venne dimessa il giorno seguente, malgrado gli esami avessero evidenziato valori di piastrine bassi e decrescenti.
Eppure le linee guida dell’Aifa erano note, il 21 maggio 2021 l’agenzia regolatoria avvertiva: «Gli operatori sanitari devono verificare la presenza di segni di trombosi in qualsiasi persona affetta da trombocitopenia entro tre settimane dalla vaccinazione con Vaxzevria» e che «gli operatori sanitari devono continuare a consigliare alle persone di cercare cure mediche urgenti se hanno sintomi indicativi di trombosi o trombocitopenia».
La studentessa invece fu dimessa, senza una tac con liquido di contrasto come previsto nelle prime linee guida per diagnosticare la sindrome indotta da vaccino (Vitt). Quanto, il 5 giugno, ritornò al Pronto soccorso era già in condizioni disperate e l’intervento alla testa, eseguito al Policlinico San Martino di Genova dove venne trasferita, non riuscì a salvarle la vita. Camilla Canepa morì il 10 giugno. Secondo la relazione dei due periti della Procura, il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella, il decesso avvenne per una trombosi cerebrale «ragionevolmente da riferirsi agli effetti avversi della vaccinazione anti Covid», ma la perizia si concludeva scagionando la struttura ospedaliera. «Anche se in astratto si poteva capire di essere in presenza di una Vitt, non ravvisiamo elementi penalmente rilevanti a carico dei sanitari».
Alla luce dei nuovi elementi emersi dalle audizioni, i pm Francesca Rombolà e Stefano Puppo assieme al procuratore Francesco Pinto hanno disposto un’integrazione di quella relazione, sulla quale devono lavorare i consulenti. Adesso è importante capire se Camilla potesse essere salvata, conoscendo la sua situazione a rischio dopo la vaccinazione con Astrazeneca.
Ma quante altre vite rischiano di essere compromesse, perché un medico sottovaluta o non segnala un evento avverso da siero anti Covid? Con la scusa che è «difficile» stabilire una relazione causale certa tra una reazione avversa e il farmaco, sintomi anche molto gravi post inoculazione che compromettono la salute di un cittadino finiscono ignorati e senza ristoro. Così come sta capitando a Irene Cervelli di Capannori, provincia di Lucca, anche lei vittima del vaccino anglosvedese nel giugno dello scorso. Una settimana dopo la prima dose di Astrazeneca la quarantaduenne, molto attiva nel campo del volontariato, fu colpita da un ictus e finì in coma.
A casa è tornata solo tre mesi fa, dopo un lungo percorso neuro riabilitativo, ma le sue condizioni rimangono critiche, per questo i familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura. «L’ictus da trombosi verificatosi dopo la somministrazione del vaccino ha provocato nella signora danni neurologici consistenti, che a oggi non le permettono di essere autosufficiente», scrive l’avvocato Giovanni Mandoli nella querela contro ignoti per lesioni personali colpose, depositata presso la Procura di Lucca.
Già a giugno 2021 il legale, sottolineando che in quel momento la priorità della famiglia Cervelli era «assistere Irene in questa battaglia che quotidianamente sta combattendo», non aveva escluso che ci sarebbero stati risvolti sul piano giudiziario. Adesso la decisione è stata presa «al fine di far chiarezza circa eventuali responsabilità imputabili a qualcuno». Francesco Cervelli, raccontando che la sorella «era molto contenta di aver anticipato la vaccinazione in vista delle ferie», per questo aveva partecipato all’open day, «voleva andare in vacanza serena», su Luccaindiretta spiegò: «A livello legale non possiamo fare molto, Irene aveva firmato il consenso alla somministrazione di Astrazeneca, prendendosi ogni responsabilità sulle possibili conseguenze. Abbiamo però presentato un esposto ai carabinieri, per evitare che situazioni simili si possano ripetere in futuro». Quante storie rimangono invece senza soluzione, senza riconoscimento dei danni, per vittime del vaccino anti Covid e per i loro familiari?
Ma il comitato di sorveglianza dorme
L’ultimo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 è stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco 4 mesi fa. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Da settembre ad oggi nessun dato. Eppure sospetti eventi avversi al vaccino anti Covid ci sono stati e le testimonianze sono drammatiche, come ricordato da un servizio andato in onda a Fuori dal coro la trasmissione di Rete 4 condotta dal direttore Mario Giordano. Due giovani donne, infatti, una vittima di una pericardite post prima dose, 8 mesi fa, e l’altra colpita da una paresi facciale dopo la seconda inoculazione, hanno raccontato non soltanto la loro reazione avversa, ma soprattutto la loro solitudine, la totale assenza e il completo abbandono di ogni istituzione, Aifa compresa. «Credo nella scienza e mi sono affidata alla scienza che però mi ha cambiata. Ora sono una malata trasparente, nessuno mi dà risposte e tanto meno cure». «Sono distrutta, sono sola con il mio problema», ha detto trattenendo le lacrime Michela, «sono un caso raro, un caso statistico, non più una persona, vengo considerata un numero e non vengo ascoltata». Un incomprensibile «fermo», quello del comitato di sorveglianza e la conferma è arrivata dallo stesso presidente Vittorio Demichele interpellato da Fuori dal coro: «Siamo stati creati ad hoc, credo ci sia stato un problema di competenze, ma da questa estate il comitato non è stato più convocato e l’attività si è fermata per cui non abbiamo dati aggiornati sugli effetti avversi dei vaccini». A chiederne conto però, per la prima volta, come spiegato dall’avvocato Vincenzo Sparti, alcuni giudici che «hanno messo in dubbio l’operato del ministero della Salute e vogliono vederci chiaro su questi eventi avversi». Infatti, precisa l’ex consigliere di Stato Giovanbattista Bufardeci, alcuni giudici del consiglio di Stato della sezione siciliana, hanno chiesto «le modalità di valutazione dei rischi e benefici della vaccinazione e le modalità di sorveglianza, sia passiva che attiva».
Una sorveglianza necessaria considerato che in 9 mesi di report, dicembre 2020-settembre 2021, erano pervenute al comitato di sorveglianza 101.110 segnalazioni su 84.010.605 dosi somministrate con un tasso di 120 ogni 100.000 dosi. L’85,4% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi (dolore in sede di iniezione, febbre moderata, astenia/stanchezza, dolori muscolari), il 14,4% a eventi gravi, la cui definizione include anche la segnalazione di febbre elevata, (di cui il 53,6% con esito in risoluzione completa o miglioramento), e lo 0,2% non è definito. Per quanto riguarda gli eventi gravi, al momento della stesura del rapporto, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’Oms è stato valutato nel 73% delle segnalazioni, e il 40,3% di quelle finora valutate è risultato correlabile alla vaccinazione. In relazione alle vaccinazioni con schedula mista, scrive l’Aifa, il tasso di segnalazione è di 40 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, la maggior parte non grave e con esito in risoluzione completa o miglioramento. L’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo, con una lieve flessione attesa nel periodo estivo. Oggi, dopo 5 mesi dall’ultima riunione e ormai a 126 milioni di dosi somministrate, mentre i giudici chiedono chiarezza e chi si è ammalato vuole essere curato, il comitato Aifa è «fermo».
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Un nuovo elemento si aggiunge alle indagini sulla morte di Camilla Canepa: i suoi dottori non menzionarono il fatto che fosse vaccinata, anche se erano già noti i legami tra siero e trombosi, nonché le terapie da seguire.L’organo dell’Aifa creato ad hoc per monitorare l’efficacia e gli effetti avversi dei preparati anti Covid non si riunisce dall’estate e non ha i numeri aggiornati.Lo speciale contiene due articoliNella cartella clinica di Camilla Canepa non c’era traccia che si fosse vaccinata, eppure il personale sanitario dell’ospedale del Tigullio, polo di Lavagna, sapeva che la diciottenne morta di trombosi associata a piastrinopenia lo scorso 10 giugno aveva ricevuto una dose di Astrazeneca durante un open day. Sulle reazioni avverse da vaccino anti Covid la giustizia procede lentissima, più lenta della farmacovigilanza che nel nostro Paese sta svolgendo una funzione pressoché inutile, nel monitorare i possibili danni di questi farmaci sperimentali. Dopo mesi, la Procura e i carabinieri del Nas hanno concluso le audizioni all’interno del nosocomio genovese e, da quanto trapela, tutte le persone sentite hanno riferito di essere state al corrente che la giovane si fosse vaccinata. Un particolare di enorme importanza, perché significherebbe che dal primo arrivo al Pronto soccorso la povera Camilla poteva essere gestita diversamente: in quel periodo si continuava a parlare del rischio di trombosi cerebrali, associate a carenza di piastrine, in giovani donne con il vaccino anglosvedese in corpo. La studentessa di Sestri Levante aveva ricevuto la prima dose il 25 maggio, il 3 giugno era andata all’ospedale di Lavagna per una fortissima cefalea e fotosensibilità. Secondo i suoi genitori, ai sanitari era stato detto che si era vaccinata con Astrazeneca e dalle indagini emerse che la giovane aveva mandato un messaggio in cui scriveva che la stavano trattenendo in ospedale «per il vaccino». Nella cartella clinica non figura, come è possibile? Camilla venne dimessa il giorno seguente, malgrado gli esami avessero evidenziato valori di piastrine bassi e decrescenti. Eppure le linee guida dell’Aifa erano note, il 21 maggio 2021 l’agenzia regolatoria avvertiva: «Gli operatori sanitari devono verificare la presenza di segni di trombosi in qualsiasi persona affetta da trombocitopenia entro tre settimane dalla vaccinazione con Vaxzevria» e che «gli operatori sanitari devono continuare a consigliare alle persone di cercare cure mediche urgenti se hanno sintomi indicativi di trombosi o trombocitopenia». La studentessa invece fu dimessa, senza una tac con liquido di contrasto come previsto nelle prime linee guida per diagnosticare la sindrome indotta da vaccino (Vitt). Quanto, il 5 giugno, ritornò al Pronto soccorso era già in condizioni disperate e l’intervento alla testa, eseguito al Policlinico San Martino di Genova dove venne trasferita, non riuscì a salvarle la vita. Camilla Canepa morì il 10 giugno. Secondo la relazione dei due periti della Procura, il medico legale Luca Tajana e l’ematologo Franco Piovella, il decesso avvenne per una trombosi cerebrale «ragionevolmente da riferirsi agli effetti avversi della vaccinazione anti Covid», ma la perizia si concludeva scagionando la struttura ospedaliera. «Anche se in astratto si poteva capire di essere in presenza di una Vitt, non ravvisiamo elementi penalmente rilevanti a carico dei sanitari». Alla luce dei nuovi elementi emersi dalle audizioni, i pm Francesca Rombolà e Stefano Puppo assieme al procuratore Francesco Pinto hanno disposto un’integrazione di quella relazione, sulla quale devono lavorare i consulenti. Adesso è importante capire se Camilla potesse essere salvata, conoscendo la sua situazione a rischio dopo la vaccinazione con Astrazeneca. Ma quante altre vite rischiano di essere compromesse, perché un medico sottovaluta o non segnala un evento avverso da siero anti Covid? Con la scusa che è «difficile» stabilire una relazione causale certa tra una reazione avversa e il farmaco, sintomi anche molto gravi post inoculazione che compromettono la salute di un cittadino finiscono ignorati e senza ristoro. Così come sta capitando a Irene Cervelli di Capannori, provincia di Lucca, anche lei vittima del vaccino anglosvedese nel giugno dello scorso. Una settimana dopo la prima dose di Astrazeneca la quarantaduenne, molto attiva nel campo del volontariato, fu colpita da un ictus e finì in coma. A casa è tornata solo tre mesi fa, dopo un lungo percorso neuro riabilitativo, ma le sue condizioni rimangono critiche, per questo i familiari hanno deciso di rivolgersi alla magistratura. «L’ictus da trombosi verificatosi dopo la somministrazione del vaccino ha provocato nella signora danni neurologici consistenti, che a oggi non le permettono di essere autosufficiente», scrive l’avvocato Giovanni Mandoli nella querela contro ignoti per lesioni personali colpose, depositata presso la Procura di Lucca. Già a giugno 2021 il legale, sottolineando che in quel momento la priorità della famiglia Cervelli era «assistere Irene in questa battaglia che quotidianamente sta combattendo», non aveva escluso che ci sarebbero stati risvolti sul piano giudiziario. Adesso la decisione è stata presa «al fine di far chiarezza circa eventuali responsabilità imputabili a qualcuno». Francesco Cervelli, raccontando che la sorella «era molto contenta di aver anticipato la vaccinazione in vista delle ferie», per questo aveva partecipato all’open day, «voleva andare in vacanza serena», su Luccaindiretta spiegò: «A livello legale non possiamo fare molto, Irene aveva firmato il consenso alla somministrazione di Astrazeneca, prendendosi ogni responsabilità sulle possibili conseguenze. Abbiamo però presentato un esposto ai carabinieri, per evitare che situazioni simili si possano ripetere in futuro». Quante storie rimangono invece senza soluzione, senza riconoscimento dei danni, per vittime del vaccino anti Covid e per i loro familiari?<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-medici-sapevano-di-astrazeneca-ma-non-lo-scrissero-sulla-cartella-2656503191.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="ma-il-comitato-di-sorveglianza-dorme" data-post-id="2656503191" data-published-at="1643400515" data-use-pagination="False"> Ma il comitato di sorveglianza dorme L’ultimo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19 è stato pubblicato dall’Agenzia italiana del farmaco 4 mesi fa. I dati raccolti e analizzati riguardano le segnalazioni di sospetta reazione avversa registrate nella Rete nazionale di farmacovigilanza tra il 27 dicembre 2020 e il 26 settembre 2021 per i quattro vaccini in uso nella campagna vaccinale in corso. Da settembre ad oggi nessun dato. Eppure sospetti eventi avversi al vaccino anti Covid ci sono stati e le testimonianze sono drammatiche, come ricordato da un servizio andato in onda a Fuori dal coro la trasmissione di Rete 4 condotta dal direttore Mario Giordano. Due giovani donne, infatti, una vittima di una pericardite post prima dose, 8 mesi fa, e l’altra colpita da una paresi facciale dopo la seconda inoculazione, hanno raccontato non soltanto la loro reazione avversa, ma soprattutto la loro solitudine, la totale assenza e il completo abbandono di ogni istituzione, Aifa compresa. «Credo nella scienza e mi sono affidata alla scienza che però mi ha cambiata. Ora sono una malata trasparente, nessuno mi dà risposte e tanto meno cure». «Sono distrutta, sono sola con il mio problema», ha detto trattenendo le lacrime Michela, «sono un caso raro, un caso statistico, non più una persona, vengo considerata un numero e non vengo ascoltata». Un incomprensibile «fermo», quello del comitato di sorveglianza e la conferma è arrivata dallo stesso presidente Vittorio Demichele interpellato da Fuori dal coro: «Siamo stati creati ad hoc, credo ci sia stato un problema di competenze, ma da questa estate il comitato non è stato più convocato e l’attività si è fermata per cui non abbiamo dati aggiornati sugli effetti avversi dei vaccini». A chiederne conto però, per la prima volta, come spiegato dall’avvocato Vincenzo Sparti, alcuni giudici che «hanno messo in dubbio l’operato del ministero della Salute e vogliono vederci chiaro su questi eventi avversi». Infatti, precisa l’ex consigliere di Stato Giovanbattista Bufardeci, alcuni giudici del consiglio di Stato della sezione siciliana, hanno chiesto «le modalità di valutazione dei rischi e benefici della vaccinazione e le modalità di sorveglianza, sia passiva che attiva». Una sorveglianza necessaria considerato che in 9 mesi di report, dicembre 2020-settembre 2021, erano pervenute al comitato di sorveglianza 101.110 segnalazioni su 84.010.605 dosi somministrate con un tasso di 120 ogni 100.000 dosi. L’85,4% delle segnalazioni sono riferite a eventi non gravi (dolore in sede di iniezione, febbre moderata, astenia/stanchezza, dolori muscolari), il 14,4% a eventi gravi, la cui definizione include anche la segnalazione di febbre elevata, (di cui il 53,6% con esito in risoluzione completa o miglioramento), e lo 0,2% non è definito. Per quanto riguarda gli eventi gravi, al momento della stesura del rapporto, il nesso di causalità secondo l’algoritmo dell’Oms è stato valutato nel 73% delle segnalazioni, e il 40,3% di quelle finora valutate è risultato correlabile alla vaccinazione. In relazione alle vaccinazioni con schedula mista, scrive l’Aifa, il tasso di segnalazione è di 40 segnalazioni ogni 100.000 dosi somministrate, la maggior parte non grave e con esito in risoluzione completa o miglioramento. L’andamento delle segnalazioni e i relativi tassi sono sostanzialmente stabili nel tempo, con una lieve flessione attesa nel periodo estivo. Oggi, dopo 5 mesi dall’ultima riunione e ormai a 126 milioni di dosi somministrate, mentre i giudici chiedono chiarezza e chi si è ammalato vuole essere curato, il comitato Aifa è «fermo».
Leone XIV (Ansa)
Peraltro, rimarcando un caposaldo della dottrina sociale della Chiesa cattolica che aveva già richiamato anche nel suo importante discorso al Parlamento spagnolo a Madrid martedì scorso. Ma deve esserci un qualche riflesso pavloviano che scatta inesorabile nelle redazioni quando si pensano i titoli sul Papa che parla di migranti.
Il quotidiano Repubblica nella sua homepage titolava ieri sul grido morale del Papa che richiama l’Europa a non abituarsi «a un Mediterraneo cimitero dei migranti», così allo stesso modo il Corriere della Sera. E il quotidiano devi vescovi italiani Avvenire altrettanto, pur ponendo l’accento sul fatto sacrosanto che «nessuno ha il diritto di disprezzarli». Tutto vero, ma anche parziale.
Perché se il Papa alle Canarie nel suo sesto giorno di viaggio apostolico in Spagna ha certamente detto che «l’Europa […] non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi», lo ha fatto però in un ragionamento molto più ampio, che chi ha letto il testo integrale non può ignorare. Infatti, il Papa ha chiamato in causa tutti: i Paesi di origine, quelli di transito, l’Europa e l’intera comunità internazionale, ciascuno con responsabilità precise. Non è un dettaglio: è la struttura stessa del discorso. Una complessità che troppo spesso passa in secondo piano, perché si vuole fare dell’accoglienza un assoluto dal sapore politico, finendo per avere una lettura distorta come quella di chi è animato da odio. Semplificazioni.
Nella dottrina sociale della Chiesa, infatti, il diritto a emigrare è inseparabile dal diritto a non emigrare. La persona ha diritto a cercare altrove condizioni di vita dignitose, ma ha anche diritto a non essere costretta a farlo. E questo implica un dovere politico preciso: creare condizioni di giustizia, pace e sviluppo nei Paesi di origine. Non solo. Lo stesso papa Leone nel novembre scorso, nell’ormai consueto passaggio con i giornalisti uscendo da Villa Barberini a Castelgandolfo, mentre commentava la dichiarazione del 13 novembre della Conferenza episcopale degli Stati Uniti su migranti e richiedenti asilo, richiamava alla necessità di trattare le persone con dignità, aggiungendo: «Penso che ogni Paese abbia il diritto di determinare chi, come e quando le persone entrano». È ancora una volta un richiamo alla dottrina sociale della Chiesa che appunto riconosce alle autorità politiche il diritto di porre condizioni al fenomeno migratorio per preservare il bene comune, controllare le frontiere e regolare i flussi. Questi sono i punti che di solito spariscono dai titoli, eppure aiutano a comprendere veramente la posizione della Chiesa e del Papa.
È una linea che tiene insieme due principi che nel dibattito pubblico vengono sistematicamente separati: sovranità e dignità. Eppure, nei titoli, resta quasi sempre solo uno dei due. Il risultato è un cortocircuito: il Papa viene arruolato a forza dentro categorie che non sono le sue. Diventa, a seconda dei casi, un campione dell’accoglienza senza limiti o un moralista che ignora la realtà. Ma nessuna delle due caricature regge al discorso pronunciato ieri a Gran Canaria o a quanto detto dal Papa davanti ai Parlamentari spagnoli martedì.
Il Papa fa il Papa e tiene insieme accoglienza e responsabilità, diritti dei migranti e doveri delle istituzioni, solidarietà immediata e giustizia strutturale. Dire che il Mediterraneo non può essere un cimitero non significa ignorare il problema dei flussi. Significa rifiutare che la soluzione sia la morte. Così porre domande sulle possibilità e modalità di accoglienza non può significare che chi le fa sia una qualcuno che si gira dall’altra parte di fronte alle persone che chiedono aiuto. Dare letture parziali al fenomeno dei migranti, magari utilizzando il Papa, è un altro modo per calare l’ideologia sulla realtà.
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Fin qui nulla da dire, anzi ben venga, tanto più di questi tempi, che la proposta educativa oratoriale risulti sia attiva e partecipata. In effetti, tante sono le attività, dal basket al rugby fino appunto ai laboratori durante la fase estiva, che la parrocchia milanese - preparata anche ad accogliere i bambini con disabilità - offre; e di questo non si può che esser grati.
Il punctum dolens dell’attività di tale oratorio sta nella decisione presa dal parroco, don Giovanni Salatino, di renderlo «inclusivo e aperto al dialogo» fino al punto di concedere anche ai ragazzi musulmani un loro momento di preghiera. A questo verranno riservati spazi, momenti di preghiera per l’appunto, e perfino animatori del Grest…già islamici. Nessuna esagerazione, è lo stesso don Salatino - intervistato sul sito diocesano ChiesadiMilano.it - a dichiarare di avere «la fortuna di avere alcuni animatori, già grandi, di fede islamica: saranno loro, quindi, a guidare la preghiera con i ragazzi, in un luogo separato». Da quanto è dato capire anche i giovani islamici seguiranno, con altri, un percorso di condivisione fatto di riflessione sul tema di volta in volta al centro delle singole giornate, seguendo la storia dell’anno, sulla vita di San Francesco.
Poi però a questi ragazzi, guidati lo si ripete da animatori anch’essi musulmani, sarà concesso di appartarsi per propri momenti di preghiera. «Immagino che la preghiera si possa concludere con la formula islamica del Bismillah», è al riguardo il commento del parroco, secondo cui «è sempre meglio aiutare i ragazzi a pregare» dato che, prosegue don Salatino, «preghiamo lo stesso Dio, certamente all’interno di tradizioni religiose differenti. E riconoscere all’altro la propria identità è nello spirito del Vangelo». Ora, senza minimamente dubitare delle ottime intenzioni del sacerdote, sono diversi i profili, rispetto a questa iniziativa, che destano qualche perplessità. A partire dal fatto, come lo stesso articolo di ChiesadiMilano.it riporta, che «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» nel quartiere di Baggio.
Non che una più sostanziosa presenza musulmana avrebbe reso meno singolare l’iniziativa in parola, ovviamente; ma il fatto che questa presenza, se non esigua, risulti comunque quanto meno contenuta, ecco, alimenta ancor più un certo stupore. In effetti, andando a leggere i commenti sui social, ci si imbatte nelle perplessità di non pochi fedeli che, con toni pacati, manifestano imbarazzo e incredulità. Sotto il post Facebook della diocesi di Milano, per esempio, un utente afferma che «la Chiesa deve accogliere, aiutare e amare tutti, rompendo ogni barriera. Quindi è giusto che le parrocchie, le mense per i poveri e la Caritas aiutino tutti al di là della religione». «Ma», aggiunge questa stessa persona, «momenti di preghiera islamica - o di qualsivoglia altra religione - in oratorio no. Questo è sbagliato».
Un altro utente con toni egualmente pacati ha lasciato un commento simile: «Si può fare tutto, ma la preghiera musulmana in oratorio anche no, come dicevate crea confusione, trovate un posto fuori dell’oratorio!». C’è perfino chi, conoscendo e stimando molto don Giovanni Salatino («ci metto la mano sul fuoco, ho fiducia e rispetto. Dio lo benedica sempre!»), lascia trasparire un certo disappunto: «Far pregare i musulmani in oratorio non mi è mai andato a genio».
Dulcis in fundo, non ci si può non chiedere - dato che la sala di preghiera musulmana verrà concessa durante un’«estate francescana», come si legge su ChiesadiMilano.it - cosa penserebbe di tutto questo lui, il santo di Assisi. Che nel 1219, al cospetto del sultano Malik al-Kami, anziché tessere l’elogio del dialogo ad oltranza non esitò a ricorrere a parole oggettivamente forti: «Gesù ha voluto insegnarci che, se anche un uomo ci fosse amico o parente, o perfino fosse a noi caro come la pupilla dell’occhio, dovremmo essere disposti ad allontanarlo, a sradicarlo da noi, se tentasse di allontanarci dalla fede e dall’amore del nostro Dio». «Proprio per questo», concludeva, «i cristiani agiscono secondo giustizia quando invadono le vostre terre e vi combattono, perché voi bestemmiate il nome di Cristo».
Erano tutt’altri tempi, certo: ma san Francesco quello era, quello pensava e diceva. E colpisce che, in nome del dialogo - anche dove «non sono molti i ragazzi di fede musulmana» - spazi di oratori che pure, repetita iuvant, svolgono molte attività lodevoli, finiscano con l’essere appaltati ad altre fedi; con l’amaro risultato di lasciare di sale anche quei fedeli che faticano a riconoscere l’ambiente parrocchiale in cui sono cresciuti e a cui, come tantissimi, si sentono ancora legati.
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A seguito di preliminari accertamenti sul territorio e della consultazione delle banche dati in uso alla Guardia di Finanza, nel febbraio di quest’anno le Fiamme Gialle della Tenenza di Riva del Garda hanno avviato una verifica fiscale nei confronti dell’azienda, che intratteneva rapporti economici con numerose società operanti sul territorio nazionale nei settori della realizzazione di impianti tecnologici, meccanici ed elettrici, nonché della produzione e lavorazione della carta.
Fin dai primi approfondimenti è emerso che la gestione effettiva della società sarebbe stata riconducibile al marito di una donna di origine straniera che, pur ricoprendo formalmente il ruolo di amministratrice unica, sarebbe risultata del tutto estranea agli aspetti economici, contabili e gestionali dell’azienda. La donna avrebbe percepito un compenso soltanto nel 2023, registrato contabilmente ma mai effettivamente corrisposto, presumibilmente utilizzato per giustificare presso un istituto di credito l’erogazione di un finanziamento destinato all’acquisto di un immobile da parte della società.
Grazie anche alla collaborazione dei funzionari ispettivi dell’Inps di Trento, è stata quindi scoperta un’articolata e sistematica condotta di evasione contributiva, attuata attraverso il mascheramento in busta paga di quote della normale retribuzione sotto forma di rimborsi spese esenti da imposizione fiscale e contributiva.
Nel corso dell’attività ispettiva, la società non è stata in grado di fornire alcuna documentazione idonea a giustificare tali rimborsi. Allo stesso modo, nessuno dei lavoratori ascoltati dagli investigatori ha dichiarato di aver sostenuto spese per conto dell’azienda che potessero giustificare gli importi percepiti, né di aver mai redatto i previsti rendiconti mensili.
L’analisi incrociata tra i controlli effettuati e i dati contenuti nel Libro Unico del Lavoro (LUL) ha consentito di accertare che, tra il 2021 e il 2025, ben 127 lavoratori hanno percepito somme maggiorate sotto forma di indennità esenti, senza che fossero versate le relative ritenute fiscali e previdenziali. L’importo complessivo delle somme dovute, comprensivo di sanzioni e interessi, supera il milione di euro.
Oltre alle irregolarità contributive, le indagini economico-finanziarie delle Fiamme Gialle hanno consentito di accertare ulteriori violazioni fiscali. In particolare, in materia di imposte sui redditi, sarebbe stata presentata una dichiarazione con ricavi indicati pari a zero, a fronte di un volume d’affari di circa 1,8 milioni di euro ricostruito dagli investigatori. Contestate anche violazioni in materia di Iva per un importo superiore a 600mila euro.
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