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2020-10-06
I fondi per la Cig crollano da 26 a 2,9 miliardi
Roberto Gualtieri (Ansa)
- Il governo finora ha mantenuto l'occupazione grazie al divieto di licenziare e ai sussidi. Però il prossimo anno stanzierà soltanto briciole per i lavoratori. La Nadef prevede anche un calo di deficit e debito dal 2021 al 2023: cioè altre tasse in arrivo
- Entro il 15 va presentata una bozza all'Ue. E poi mancherà il tempo per la discussione
Lo speciale contiene due articoli
La nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l'ha redatta ieri sera nella speranza che l'Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l'Eurogruppo, al termine del quale l'unica notizia l'ha twittata il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall'Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull'accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell'area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso.
La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l'obiettivo è spingere un po' più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l'Ue lo scorso anno (e questo è l'obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell'indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell'Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest'anno sarà dell'8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell'8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l'economia.
Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un'ampia riforma fiscale che migliori l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini».
Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell'errata convinzione di mantenere stabile l'occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne - che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l'ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale.
Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all'Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno?
Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest'autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l'emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all'economia. Invece, arriverà l'onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po' tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c'è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all'ultimo minuto utile come lo scorso anno.
Il ritardo di Gualtieri umilia l’Aula. Testo da prendere a scatola chiusa
Povero Parlamento, ormai trattato dal governo come se fosse la sede del meno autorevole dei talk show, l'ultimo da considerare, l'ultimo da mettere in agenda.
Solo la notte scorsa, infatti, ha visto la luce la Nadef, la nota di aggiornamento al Def preparata da Roberto Gualtieri, che invece, secondo il cosiddetto «ciclo di bilancio», avrebbe dovuto essere prodotta dal governo entro il 27 settembre.
Diranno alcuni: ma cosa saranno mai una decina di giorni di ritardo? Sarebbero poco, in teoria, ma in pratica -invece - riducono il Parlamento a una umiliante funzione di passacarte, visto che incombono scadenze serrate verso la presentazione della manovra.
Infatti, in base alle norme europee del Two pack, il doppio regolamento Ue che fissa il calendario comune per i bilanci degli Stati membri, già il 15 di ottobre ogni Paese deve inviare a Commissione e Eurogruppo un testo che assomiglia moltissimo alla legge di bilancio. Tecnicamente si chiama «Progetto di documento programmatico di bilancio»: insomma, non ce la si può cavare con due paginette, ma deve trattarsi di un documento che spieghi in dettaglio il budget che il governo intende presentare. Budget che - per inciso - deve essere formalmente presentato alle Camere (già nella forma compiuta del disegno di legge di bilancio) appena cinque giorni dopo, entro il 20 ottobre.
Ecco, se oggi è il 6 ottobre e già il 15 il governo deve mandare a Bruxelles lo scheletro della finanziaria, il Parlamento, nel frattempo, che fa? Al massimo, può far finta di dire la sua, prima nelle commissioni e poi in Aula; può votare documenti destinati tuttavia a rimanere totalmente lettera morta; può infilare in mozioni e risoluzioni quelli che sono destinati a rimanere pii desideri. E questa - si badi bene - è solo l'umiliazione preventiva delle Camere.
Poi arriva quella finale, che si ripete da anni: il governo presenta la manovra in ritardo; una delle due Camere inizia a esaminarla; ma poi - in extremis - arriva un maxi emendamento governativo che riscrive totalmente la finanziaria; il governo ne impone l'approvazione alla Camera o al Senato sotto la frusta della fiducia; e magari - essendo nel frattempo arrivati vicini a fine anno, e approssimandosi il rischio dell'esercizio provvisorio - l'altro ramo è puramente e semplicemente costretto a ratificare. Questo indecoroso spettacolo si ripete da anni. L'unico anno in cui ci fu indignazione generale fu quello del governo gialloblù, che però - a onor del vero - aveva una scusante reale: poco prima di Natale, Bruxelles impose la riscrittura di larga parte della manovra.
Ciononostante, allora e solo allora, si levarono alti lai sulla «compressione» della funzione parlamentare.
Peccato che analoghe lamentazioni non ci siano state negli altri casi, specie con i governi di sinistra. Gran silenzio, in quel caso, anche da parte di chi - sui giornali e nei palazzi istituzionali - ama ripetere la giaculatoria della «centralità del Parlamento».
Il governo finora ha mantenuto l'occupazione grazie al divieto di licenziare e ai sussidi. Però il prossimo anno stanzierà soltanto briciole per i lavoratori. La Nadef prevede anche un calo di deficit e debito dal 2021 al 2023: cioè altre tasse in arrivoEntro il 15 va presentata una bozza all'Ue. E poi mancherà il tempo per la discussioneLo speciale contiene due articoliLa nota di aggiornamento al documento di finanza pubblica è pronta. Il Consiglio dei ministri l'ha redatta ieri sera nella speranza che l'Ecofin di oggi fornisca qualche appiglio in più alla promesse sui fondi del Recovery plan. Ieri si è tenuto sul tema anche l'Eurogruppo, al termine del quale l'unica notizia l'ha twittata il ministro dell'Economia, Roberto Gualtieri. Ha scritto sui social: «Confermata la necessità, sostenuta tra gli altri dall'Italia, di politiche espansive nel 2021 e di mantenere la clausola di salvaguardia. Consenso sull'accelerazione del negoziato Next generation Eu e sul coordinamento nell'area euro della risposta di politica fiscale». La cruda realtà è però come sempre quella dei numeri. Nel frattempo la manovra di fine anno va preparata e i conti dovranno tornare in ogni caso. La previsione di deficit sul 2021 (aggiornato al decreto Agosto) arriva al 5,7%, mentre il ricorso di scostamento ulteriore autorizzato a fine a luglio è di un altro 0,4%. Tradotto, se l'obiettivo è spingere un po' più in là la spesa per la crescita senza andare a smontare gli accordi presi con l'Ue lo scorso anno (e questo è l'obiettivo del governo), significa che ballano circa 2 miliardi di euro in deficit. Sarà oggetto di trattativa al di fuori del Recovery fund? Difficile. Anche perché la Nadef mette nero su bianco la volontà di dare una sterzata alla spesa già dal prossimo gennaio. «Nel triennio di previsione è attesa una marcata riduzione dell'indebitamento netto a legislazione vigente, che scenderà al -5,7% del Pil nel 2021, al -4,1% del Pil nel 2022 e al -3,3% nel 2023», si legge. «Il deficit primario sarà progressivamente riassorbito, collocandosi al -2,4% del Pil nel 2021, al -0,9 nel 2022 e al -0,1% nel 2023, grazie alla dinamica delle entrate più sostenuta rispetto a quella della spesa primaria». Il senso della frase si coglie là dove il ministero dell'Economia spiega che nel 2020 il calo delle entrate quest'anno sarà dell'8% complessivamente (mentre la pressione fiscale salirà al 42,5%), ma quell'8% che lo Stato non è riuscito a incassare il governo lo chiederà in ogni caso ai cittadini il prossimo anno. Tasse in arrivo, al di là di come andrà l'economia. Ma ciò che stride ancor di più sono i fondi legati alle politiche del lavoro. «I principali obiettivi della politica di bilancio per il 2021-2023 sono, nel breve termine, sostenere i lavoratori e i settori produttivi più colpiti dalla pandemia fintanto che perdurerà la crisi da Covid-19», si legge nella nota in un paragrafo che annuncia «un ampio programma di investimenti e riforme; un'ampia riforma fiscale che migliori l'equità, l'efficienza e la trasparenza del sistema tributario riducendo anche il carico fiscale sui redditi medi e bassi, coordinandola con l'introduzione di un assegno universale per i figli; assicurare un miglioramento qualitativo della finanza pubblica, spostando risorse verso gli utilizzi più opportuni a garantire un miglioramento del benessere dei cittadini». Chi non lo vorrebbe. Peccato che il libro dei sogni sia ancora una volta contraddetto dai numeri. Questo governo ha puntato tantissimo sulle politiche passive del lavoro. Bonus, assegni per chi resta disoccupato e cassaintegrazione. In cambio ha pensato di impedire per legge i licenziamenti nell'errata convinzione di mantenere stabile l'occupazione. Una strategia errata -abbiamo più volte scritto su queste colonne - che non tiene conto delle vere politiche attive sul lavoro, quelle che consentono il reinserimento e pure la leva per la produttività. Va però riconosciuto che nel 2020 sono stati stanziati 26,6 miliardi per tale strategia, che nel breve termine ha prodotto qualche effetto positivo. Dalla lettura della Nadef si scopre però che di colpo la cifra stanziata per il sostegno al lavoro nel 2021 scende a 2,9 miliardi. Quasi un decimo. Nel 2023 si scende addirittura a 700 milioni. Al tempo stesso si calcolano i benefici del taglio ulteriore del cuneo, che in realtà è l'ampliamento del bonus Renzi, ma non si vede traccia di finanziamenti ingenti sulla componente previdenziale. Senza contare che nel 2020 per le partite Iva sono stati stanziati 5,4 miliardi di euro. Sacrosanto. Ma nel 2021 e nel 2022 resteranno a bocca asciutta. Tutto ciò nonostante il tanto sbandierato Sure, il fondo europeo che destina nei prossimi anni 27 miliardi all'Italia e tutto dedicato agli ammortizzatori sociali. La domanda è: perché questo cambio di rotta? Perché tagliare i cordoni senza sostituire la Cig con altre strade di sostegno? Quando finirà lo stato di emergenza, le aziende torneranno a licenziare. Lo faranno per sopravvivere. Lo faranno perché da quest'autunno riceveranno le cartelle esattoriali che che erano state sospese. Perché l'emergenza vale solo per mettere le mascherine, ma il governo le sue tasse le vuole come se non fosse successo nulla. E soprattutto come se dopo Natale non succederà nulla di negativo all'economia. Invece, arriverà l'onda lunga e se non ci saranno ammortizzatori che accadrà ai milioni di disoccupati, inattivi o sotto occupati? Speriamo che il testo così redatto serva solo per tenere buona Bruxelles e poi in Parlamento venga rivisto un po' tutto. Anche se visti i tempi di discussione in Aula c'è da scommettere che la manovra arriverà ai deputati all'ultimo minuto utile come lo scorso anno.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-fondi-per-la-cig-crollano-da-26-a-2-9-miliardi-2648106167.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-ritardo-di-gualtieri-umilia-laula-testo-da-prendere-a-scatola-chiusa" data-post-id="2648106167" data-published-at="1601922840" data-use-pagination="False"> Il ritardo di Gualtieri umilia l’Aula. Testo da prendere a scatola chiusa Povero Parlamento, ormai trattato dal governo come se fosse la sede del meno autorevole dei talk show, l'ultimo da considerare, l'ultimo da mettere in agenda. Solo la notte scorsa, infatti, ha visto la luce la Nadef, la nota di aggiornamento al Def preparata da Roberto Gualtieri, che invece, secondo il cosiddetto «ciclo di bilancio», avrebbe dovuto essere prodotta dal governo entro il 27 settembre. Diranno alcuni: ma cosa saranno mai una decina di giorni di ritardo? Sarebbero poco, in teoria, ma in pratica -invece - riducono il Parlamento a una umiliante funzione di passacarte, visto che incombono scadenze serrate verso la presentazione della manovra. Infatti, in base alle norme europee del Two pack, il doppio regolamento Ue che fissa il calendario comune per i bilanci degli Stati membri, già il 15 di ottobre ogni Paese deve inviare a Commissione e Eurogruppo un testo che assomiglia moltissimo alla legge di bilancio. Tecnicamente si chiama «Progetto di documento programmatico di bilancio»: insomma, non ce la si può cavare con due paginette, ma deve trattarsi di un documento che spieghi in dettaglio il budget che il governo intende presentare. Budget che - per inciso - deve essere formalmente presentato alle Camere (già nella forma compiuta del disegno di legge di bilancio) appena cinque giorni dopo, entro il 20 ottobre. Ecco, se oggi è il 6 ottobre e già il 15 il governo deve mandare a Bruxelles lo scheletro della finanziaria, il Parlamento, nel frattempo, che fa? Al massimo, può far finta di dire la sua, prima nelle commissioni e poi in Aula; può votare documenti destinati tuttavia a rimanere totalmente lettera morta; può infilare in mozioni e risoluzioni quelli che sono destinati a rimanere pii desideri. E questa - si badi bene - è solo l'umiliazione preventiva delle Camere. Poi arriva quella finale, che si ripete da anni: il governo presenta la manovra in ritardo; una delle due Camere inizia a esaminarla; ma poi - in extremis - arriva un maxi emendamento governativo che riscrive totalmente la finanziaria; il governo ne impone l'approvazione alla Camera o al Senato sotto la frusta della fiducia; e magari - essendo nel frattempo arrivati vicini a fine anno, e approssimandosi il rischio dell'esercizio provvisorio - l'altro ramo è puramente e semplicemente costretto a ratificare. Questo indecoroso spettacolo si ripete da anni. L'unico anno in cui ci fu indignazione generale fu quello del governo gialloblù, che però - a onor del vero - aveva una scusante reale: poco prima di Natale, Bruxelles impose la riscrittura di larga parte della manovra. Ciononostante, allora e solo allora, si levarono alti lai sulla «compressione» della funzione parlamentare. Peccato che analoghe lamentazioni non ci siano state negli altri casi, specie con i governi di sinistra. Gran silenzio, in quel caso, anche da parte di chi - sui giornali e nei palazzi istituzionali - ama ripetere la giaculatoria della «centralità del Parlamento».
Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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Orazio Schillaci (Ansa)
Poi, con noncuranza mette in discussione una scelta del governo Meloni. «L’astensione sull’accordo pandemico dell’Oms non è un no definitivo. Il piano pandemico non è stato approvato, è ancora sotto discussione perché mancano tutti quanti gli allegati, che sono la parte essenziale. È stato rinviato nell’ultima seduta dell’Oms e verrà credo riproposto nel prossimo maggio. Quindi c’è tempo per vedere cosa ci sarà all’interno del piano pandemico», ha fatto sapere durante il suo intervento.
Ma che cosa fa il ministro del centrodestra, apre all’accordo adottato dall’Assemblea mondiale della sanità? Dopo che nel maggio dello scorso anno l’Italia si era astenuta, intendendo così «ribadire la propria posizione in merito alla necessità di riaffermare la sovranità degli Stati nell’affrontare le questioni di salute pubblica». Quale altra posizione contraria all’esecutivo intende prendere, il professor Schillaci?
Il decreto, sul quale a Lungotevere Ripa stava lavorando d’intesa con le Regioni si è arenato: sono le stesse associazioni di categoria dei medici di medicina generale a parlare di fallimento annunciato, eppure il ministro della Salute deve dimostrare di tenere la barra dritta.
«La quadra va trovata nell’interesse dei cittadini, io difendo solo la salute pubblica e i cittadini e in particolare difendo le persone più deboli e più fragili. Questa è una rivoluzione dalla quale noi non possiamo tirarci indietro e credo che nessuno si tirerà indietro capendo quanto sia importante la salute pubblica per tutti e quanto sia importante dotare il Servizio sanitario nazionale di una visione più moderna che è quella della medicina territoriale», ha detto tutto d’un fiato.
Schillaci sa bene che, in base al Pnrr, a fine giugno devono aprire almeno 1.038 Case di comunità, per la cui organizzazione sono arrivati dall’Europa 2 miliardi di euro. Devono entrare a regime, ci saranno i controlli di Bruxelles, ma senza personale medico come possono funzionare? Perché diventino operative, la riforma Schillaci ridisegna la medicina del territorio intervenendo sulle norme che regolano il rapporto dei medici di medicina generale e il Servizio sanitario nazionale (Ssn).
I medici di famiglia però non vogliono saperne che si metta mano sulla loro convenzione con il Ssn di cui alcuni diventerebbero dipendenti con il cosiddetto doppio binario dell’assistenza primaria. I sindacati avevano osteggiato la riforma e minacciato scioperi, quindi la trattativa resta impossibile se non c’è «negoziato», come continua a chiedere Silvestro Scotti, segretario della Federazione italiana medici di medicina generale (Fimmg). «No alla retribuzione per obiettivi. Sì al rilancio della medicina dei servizi», sostiene Pina Onotri, segretario generale del sindacato medici italiani (Smi).
Il flop della riforma viene attribuito a Schillaci. «Dopo quasi quattro anni di governo Meloni sembra di ascoltare un ministro appena arrivato, non chi ha avuto il compito di guidare per quasi quattro anni il Servizio sanitario nazionale», ha commentato ironico Francesco Boccia, presidente dei senatori del Pd. «Oggi il ministro parla di una rivoluzione indispensabile. Ma quella rivoluzione avrebbe dovuto essere già in corso».
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