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2018-07-07
«I figli delle coppie gay sono felici». Ma lo studio se lo sono fatti da soli
Ansa
Boom! «I figli delle coppie gay hanno problemi psicologici? Studio italiano sfata i pregiudizi». È il titolo con cui fanpage.it dà conto di uno studio pubblicato sul Journal of developmental & behavioral pediatrics.
Il titolo non è iperbolico, sono gli stessi autori ad affermare che i risultati dello studio «suggeriscono che i bambini con genitori dello stesso sesso stanno bene sia in termini di adattamento psicologico che di comportamento sociale» e ad aggiungere che lo studio «mette in guardia i responsabili politici dal fare ipotesi sulla base dell'orientamento sessuale su persone che sono più adatte di altre a essere genitori o su persone a cui dovrebbe o non dovrebbe essere negato l'accesso a trattamenti di fertilità». Si tratta dunque di uno studio che dovrebbe secondo gli autori essere in grado persino di orientare il legislatore. Riboom!
Per sapere come uno studio giunge a determinati risultati la prima cosa che fa un qualsiasi ricercatore scientifico è andare a leggere la sezione dei materiali e metodi. Si tratta di andare a vedere le fondamenta e le pietre di una costruzione scientifica per poi capirne la solidità. È esattamente quello che ho fatto e subito è apparso chiaro che lo studio in questione, secondo cui i bambini concepiti mediante fecondazione in vitro ed eventualmente utero in affitto da adulti che vivono con una persona dello stesso sesso stanno meglio di quelli concepiti naturalmente, non si differenzia da una paccata di pubblicazioni accumulatesi negli anni dal valore scientifico modestissimo (per essere generosi) i cui risultati non giustificano affatto le conclusioni degli autori. Lo studio in questione ha confrontato la condizione di 195 bambini di età compresa tra 3 ed 11 anni concepiti in modo naturale con quella di 125 coetanei con madre lesbica e di 70 con padre omosessuale. Ma questi 390 bambini come sono stati individuati?
Lo scrivono gli autori proprio nei materiali e metodi: il 72% delle madri lesbiche e il 65,7% dei padri gay è stato reclutato attraverso la mailing list dell'Associazione italiana famiglie srcobaleno, che ha inviato ai membri il link al sondaggio (insieme all'invito a partecipare allo studio); i rimanenti genitori erano reclutati attraverso avvisi online posti su gruppi Facebook di genitori omosessuali. Cosa deriva da questo? Che il campione studiato non è randomizzato, ma un campione detto «di convenienza», cioè un campione che conviene ai ricercatori (economicamente, organizzativamente, ma non si può escludere ideologicamente).
Questo tipo di «arruolamento» è ciò che c'è di più lontano da consentire di estendere il risultato ottenuto all'intera popolazione. Voglio farvi un esempio che rende tutto più chiaro. Il censimento Usa ci dice che la popolazione di colore è pari al 13,4% dei residenti. La popolazione di colore in Svezia corrisponde all'1,1%. Scommettiamo che riesco a dimostrare che in Svezia ci sono più persone di colore che in America? Basta che rivolga la domanda «fra la tua cerchia di amici ci sono persone di colore?» alla mailing list degli iscritti al Ku klux klan in Usa, sulla bacheca dell'Associazione di amicizia Burkina Faso-Svezia e su quella gli dell'Associazione di amicizia Svezia-Etiopia è il gioco è fatto. Tornando allo studio in questione: secondo voi quante sono le probabilità che gli adulti omosessuali che sono sulla mailing list di una nota organizzazione omosessuale partecipino ad uno studio del genere se hanno problemi coi bambini? E quante sono le probabilità che diano conto in maniera oggettiva della situazione dei minori?
Perché è importante sapere che i ricercatori, quantunque abbiano usato strumenti standardizzati, non hanno verificato di persona la situazione dei bambini, ma hanno elaborato un questionario somministrato agli adulti. Il sociologo Donald Sullins ha dimostrato in uno studio del 2015 l'enorme distorsione dei risultati somministrando proprio uno dei questionari usati dagli autori, lo Strengths and difficulties questionnaire (Sdq), a un campione non randomizzato. L'anno dopo sulla prestigiosa rivista Plos one, Sharmila Vaz, dell'Università di Perth, pubblicava dati che dimostravano che «usare l'Sdq solo coi genitori o con gli insegnanti non è raccomandato». Ma c'è di più e di peggio. Gli autori scrivono di avere domandato agli intervistati l'orientamento sessuale, tuttavia né in tabella, né nel testo è riportato l'orientamento sessuale di coloro che hanno concepito il figlio con un rapporto naturale. Se confermato, ne deriverebbe che all'interno del campione assunto come controllo potrebbero essere incluse persone bisessuali, o persone omosessuali che non abbiano fatto «coming out», rendendo il campione di controllo invalido.
Tutto può essere, ma quante persone eterosessuali conoscete che passano il tempo a leggere i post sulle pagine Facebook dei genitori gay in attesa di partecipare agli studi sui figli dei gay e delle lesbiche? E anche se fossero tutti eterosessuali non è poi così difficile ipotizzare nell'interpretazione dei risultati che un numero considerevole di questi appartenga alla categoria dei simpatizzanti arcobaleno che gli Lgbt identificano col termine «alleati» introducendo nello studio una distorsione fatale. Queste considerazioni sono ben presenti agli autori che in effetti nella discussione hanno messo le mani avanti rispetto alla generalizzazione dei risultati ricordando come il loro studio è soggetto alla distorsione della desiderabilità sociale delle risposte e come le misurazioni della condizione dei bambini sia stata indiretta. Risulta dunque incomprensibile come risultati così poco fruibili per considerazioni generali, dovrebbero essere in grado di impedire al legislatore di pensare che crescere con genitori di sesso opposto, a parità di condizioni, sia una risorsa capace di offrire una ricchezza impossibile da raggiungere in modelli monosessuali.
D'altra parte il lavoro vede per autori un gruppo di ricercatori dell'Università della Sapienza che non fa mistero delle proprie convinzioni circa la totale sovrapposizione della crescita con adulti di sesso opposto o dello stesso sesso. Tesi legittima, ma che va contro tutte le acquisizioni della scienza in termini di sviluppo neurobiologico e psicologia dello sviluppo e che anche questa loro fatica è ben lungi dal dimostrare. Se dunque c'è una raccomandazione da fare ai politici, è quella di dotarsi di consulenti competenti e obiettivi prima di dare rilevanza a studi metodologicamente inadeguati a dimostrare ciò che vantano.
Renzi Puccetti
Prima Napoli, ora Pistoia Il concetto di famiglia lo riscrivono i magistrati
Sì agli atti di nascita dei figli di «due madri». È quanto stabilito quasi in contemporanea da due tribunali, quelli di Pistoia e Bologna, col primo che giovedì - seguito a ruota da un pronunciamento «gemello» del secondo - ha sancito per la prima volta l'applicabilità degli articoli 8 e 9 della legge 40 sulla fecondazione extracorporea, affermando che la responsabilità genitoriale della madre non biologica sorge per effetto della prestazione del consenso alla procreazione assistita eterologa. Una decisione cui la magistratura pistoiese è pervenuta in seguito al rifiuto dell'Amministrazione di Montale, comune toscano di 10.000 anime, di riconoscere il doppio cognome materno ad un bambino nato a Prato a seguito di un intervento di procreazione medicalmente assistita cui si erano sottoposte, in Spagna, due donne del paese unite civilmente.
Un rifiuto, quello del comune di Montale, giudicato dunque illegittimo. Questo perché, secondo il tribunale di Pistoia, «il diritto alla genitorialità, e ancor più alla bigenitorialità, è un diritto prima di tutto del minore ad instaurare relazioni affettive stabili con entrambi i genitori, sia quando lo stesso sia stato concepito biologicamente che a mezzo delle tecniche mediche di cui alla Pma», ragion per cui «il figlio voluto dalla coppia omosessuale attraverso il ricorso alla Pma deve trovare tutela anche sotto il profilo giuridico».
Ne consegue come, sempre secondo il giudice, vada «ormai abbandonato un concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico, aprendo invece l'orizzonte a criteri di attribuzione dello status filiationis che poggiano sulla manifestazione del consenso così come disciplinata dall'art. 6 L. 40/2004». Articolo, questo, che per l'appunto disciplina il consenso informato nelle tecniche di procreazione medicalmente assistita.
Il tribunale ha altresì affermato come «un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 8 L. 40/2004» porti a ritenere «che i bimbi nati in Italia a seguito di tecniche di PMA eseguite all'estero sono figli della coppia di donne che hanno prestato il consenso manifestando inequivocabilmente di voler assumere la responsabilità genitoriale sul nascituro quale frutto di un progetto di vita comune con il partner e di realizzazione di una famiglia». Una tesi per suffragare la quale si è ricordato che «in questo solco si collocano anche numerose prese di posizione da parte di ufficiali di stato civile che stanno registrando la nascita in Italia di bambini di coppie di donne». In effetti, a Torino, Milano e Sesto Fiorentino registrazioni di atti di nascita di bambini senza padre ce ne sono state.
Come però questo o il fatto che due donne ricorse alla provetta fossero ben convinte di «voler assumere la responsabilità genitoriale» possano arrivare - con tutto il rispetto per le «interpretazioni costituzionalmente orientate», s'intende - a legittimare l'idea, sempre smentita dalla realtà, che esistano bambini non concepiti grazie ad un padre e una madre, rimane un mistero. Che tutti abbiano una mamma e un papà, infatti, non è fissazione da bigotti né da giuristi fuori dal tempo, ma una constatazione che solo al pensiero di dover riprendere, direbbe il cardinale Carlo Caffarra, «viene da piangere». Eppure a questo siamo.
Pensieri che manco sfiorano, figuriamoci, il fronte arcobaleno, nel quale le sentenze di Pistoia di Bologna hanno suscitato gran entusiasmo. Di «giornata storica» ha per esempio parlato Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, la quale, dopo la sentenza della sentenza della Corte d'appello di Napoli che aveva accolto la richiesta di stepchild adoption avanzata da due madri - di cui ha riferito ieri La Verità -, intravede nel decreto del tribunale di Pistoia la definitiva conferma del fatto che l'azione di quei sindaci e ufficiali di stato civile che trascrivono atti di nascita di figli di due madri o di due papà sia «pienamente fondata». Il decreto della magistratura toscana ha dato invece lo spunto a Sebastiano Secci, presidente del circolo Mario Mieli, per rivolgere un appello al sindaco di Roma.
Virgina Raggi a suo dire sarebbe infatti rea «di non voler prendere una decisione in tema, condannando tanti bambini e tante famiglie a non avere riconoscimento», con un atteggiamento che sarebbe di «complicità con quelle forze politiche retrograde che vorrebbero le nostre famiglie invisibili». In effetti, su questo versante la linea del Campidoglio è risultata finora cauta. Se ne è avuta prova con la risposta data al senatore leghista Simone Pillon, che il 9 giugno scorso aveva inoltrato al Comune di Roma una richiesta di accesso agli atti sulla trascrizione dell'atto di nascita estero di una bambina figlia di «due padri», i quali l'hanno ottenuta tramite la pratica dell'utero in affitto.
Ebbene, come questo giornale ha raccontato due giorni fa, a Pillon il Campidoglio ha detto chiaramente che, nell'effettuare quella trascrizione, «l'ufficiale di stato civile ha agito in totale autonomia, non in linea con il vigente quadro normativo», un fatto, è stato aggiunto, già «attenzionato alla prefettura di Roma». Non si può quindi dire che, sulle trascrizioni e sugli atti di nascita arcobaleno, la Raggi abbia scelto di metterci la faccia. Non va inoltre dimenticato quanto accaduto la settimana scorsa, con la Procura di Roma scesa in campo con un ricorso al tribunale per contestare proprio le registrazioni automatiche, senza cioè alcuna istruttoria, di atti di nascita e adozione di bambini figli di due genitori dello stesso sesso.
Un'iniziativa di peso, anche in vista della sentenza che in autunno, sul tema, la Cassazione emetterà a sezioni unite. Nonostante le ultime perle della magistratura creativa, che oltre al legislatore vorrebbe sostituirsi pure a madre natura, non è insomma detta l'ultima parola. Può cioè ancora darsi che, a spuntarla, sia il buon senso di quanti, inverando la nota profezia di Chesterton, si stanno battendo «per testimoniare che due più due fa quattro». E quindi che siamo tutti figli di un padre e di una madre.
Giuliano Guzzo
Continua a leggereRiduci
L'immancabile ricerca che accredita la bellezza dei modelli «alternativi» a quello tradizionale e naturale non regge a un serio esame scientifico Il campione usato, infatti, è già orientato.Si moltiplicano le sentenze che sdoganano modelli di genitorialità non previsti dalla biologia (e dalle nostre leggi). Anche se qualche istituzione resiste ancora.Lo speciale contiene due articoliBoom! «I figli delle coppie gay hanno problemi psicologici? Studio italiano sfata i pregiudizi». È il titolo con cui fanpage.it dà conto di uno studio pubblicato sul Journal of developmental & behavioral pediatrics. Il titolo non è iperbolico, sono gli stessi autori ad affermare che i risultati dello studio «suggeriscono che i bambini con genitori dello stesso sesso stanno bene sia in termini di adattamento psicologico che di comportamento sociale» e ad aggiungere che lo studio «mette in guardia i responsabili politici dal fare ipotesi sulla base dell'orientamento sessuale su persone che sono più adatte di altre a essere genitori o su persone a cui dovrebbe o non dovrebbe essere negato l'accesso a trattamenti di fertilità». Si tratta dunque di uno studio che dovrebbe secondo gli autori essere in grado persino di orientare il legislatore. Riboom! Per sapere come uno studio giunge a determinati risultati la prima cosa che fa un qualsiasi ricercatore scientifico è andare a leggere la sezione dei materiali e metodi. Si tratta di andare a vedere le fondamenta e le pietre di una costruzione scientifica per poi capirne la solidità. È esattamente quello che ho fatto e subito è apparso chiaro che lo studio in questione, secondo cui i bambini concepiti mediante fecondazione in vitro ed eventualmente utero in affitto da adulti che vivono con una persona dello stesso sesso stanno meglio di quelli concepiti naturalmente, non si differenzia da una paccata di pubblicazioni accumulatesi negli anni dal valore scientifico modestissimo (per essere generosi) i cui risultati non giustificano affatto le conclusioni degli autori. Lo studio in questione ha confrontato la condizione di 195 bambini di età compresa tra 3 ed 11 anni concepiti in modo naturale con quella di 125 coetanei con madre lesbica e di 70 con padre omosessuale. Ma questi 390 bambini come sono stati individuati? Lo scrivono gli autori proprio nei materiali e metodi: il 72% delle madri lesbiche e il 65,7% dei padri gay è stato reclutato attraverso la mailing list dell'Associazione italiana famiglie srcobaleno, che ha inviato ai membri il link al sondaggio (insieme all'invito a partecipare allo studio); i rimanenti genitori erano reclutati attraverso avvisi online posti su gruppi Facebook di genitori omosessuali. Cosa deriva da questo? Che il campione studiato non è randomizzato, ma un campione detto «di convenienza», cioè un campione che conviene ai ricercatori (economicamente, organizzativamente, ma non si può escludere ideologicamente). Questo tipo di «arruolamento» è ciò che c'è di più lontano da consentire di estendere il risultato ottenuto all'intera popolazione. Voglio farvi un esempio che rende tutto più chiaro. Il censimento Usa ci dice che la popolazione di colore è pari al 13,4% dei residenti. La popolazione di colore in Svezia corrisponde all'1,1%. Scommettiamo che riesco a dimostrare che in Svezia ci sono più persone di colore che in America? Basta che rivolga la domanda «fra la tua cerchia di amici ci sono persone di colore?» alla mailing list degli iscritti al Ku klux klan in Usa, sulla bacheca dell'Associazione di amicizia Burkina Faso-Svezia e su quella gli dell'Associazione di amicizia Svezia-Etiopia è il gioco è fatto. Tornando allo studio in questione: secondo voi quante sono le probabilità che gli adulti omosessuali che sono sulla mailing list di una nota organizzazione omosessuale partecipino ad uno studio del genere se hanno problemi coi bambini? E quante sono le probabilità che diano conto in maniera oggettiva della situazione dei minori? Perché è importante sapere che i ricercatori, quantunque abbiano usato strumenti standardizzati, non hanno verificato di persona la situazione dei bambini, ma hanno elaborato un questionario somministrato agli adulti. Il sociologo Donald Sullins ha dimostrato in uno studio del 2015 l'enorme distorsione dei risultati somministrando proprio uno dei questionari usati dagli autori, lo Strengths and difficulties questionnaire (Sdq), a un campione non randomizzato. L'anno dopo sulla prestigiosa rivista Plos one, Sharmila Vaz, dell'Università di Perth, pubblicava dati che dimostravano che «usare l'Sdq solo coi genitori o con gli insegnanti non è raccomandato». Ma c'è di più e di peggio. Gli autori scrivono di avere domandato agli intervistati l'orientamento sessuale, tuttavia né in tabella, né nel testo è riportato l'orientamento sessuale di coloro che hanno concepito il figlio con un rapporto naturale. Se confermato, ne deriverebbe che all'interno del campione assunto come controllo potrebbero essere incluse persone bisessuali, o persone omosessuali che non abbiano fatto «coming out», rendendo il campione di controllo invalido. Tutto può essere, ma quante persone eterosessuali conoscete che passano il tempo a leggere i post sulle pagine Facebook dei genitori gay in attesa di partecipare agli studi sui figli dei gay e delle lesbiche? E anche se fossero tutti eterosessuali non è poi così difficile ipotizzare nell'interpretazione dei risultati che un numero considerevole di questi appartenga alla categoria dei simpatizzanti arcobaleno che gli Lgbt identificano col termine «alleati» introducendo nello studio una distorsione fatale. Queste considerazioni sono ben presenti agli autori che in effetti nella discussione hanno messo le mani avanti rispetto alla generalizzazione dei risultati ricordando come il loro studio è soggetto alla distorsione della desiderabilità sociale delle risposte e come le misurazioni della condizione dei bambini sia stata indiretta. Risulta dunque incomprensibile come risultati così poco fruibili per considerazioni generali, dovrebbero essere in grado di impedire al legislatore di pensare che crescere con genitori di sesso opposto, a parità di condizioni, sia una risorsa capace di offrire una ricchezza impossibile da raggiungere in modelli monosessuali. D'altra parte il lavoro vede per autori un gruppo di ricercatori dell'Università della Sapienza che non fa mistero delle proprie convinzioni circa la totale sovrapposizione della crescita con adulti di sesso opposto o dello stesso sesso. Tesi legittima, ma che va contro tutte le acquisizioni della scienza in termini di sviluppo neurobiologico e psicologia dello sviluppo e che anche questa loro fatica è ben lungi dal dimostrare. Se dunque c'è una raccomandazione da fare ai politici, è quella di dotarsi di consulenti competenti e obiettivi prima di dare rilevanza a studi metodologicamente inadeguati a dimostrare ciò che vantano.Renzi Puccetti<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/i-figli-delle-coppie-gay-sono-felici-ma-lo-studio-se-lo-sono-fatti-da-soli-2584370753.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="prima-napoli-ora-pistoia-il-concetto-di-famiglia-lo-riscrivono-i-magistrati" data-post-id="2584370753" data-published-at="1768353728" data-use-pagination="False"> Prima Napoli, ora Pistoia Il concetto di famiglia lo riscrivono i magistrati Sì agli atti di nascita dei figli di «due madri». È quanto stabilito quasi in contemporanea da due tribunali, quelli di Pistoia e Bologna, col primo che giovedì - seguito a ruota da un pronunciamento «gemello» del secondo - ha sancito per la prima volta l'applicabilità degli articoli 8 e 9 della legge 40 sulla fecondazione extracorporea, affermando che la responsabilità genitoriale della madre non biologica sorge per effetto della prestazione del consenso alla procreazione assistita eterologa. Una decisione cui la magistratura pistoiese è pervenuta in seguito al rifiuto dell'Amministrazione di Montale, comune toscano di 10.000 anime, di riconoscere il doppio cognome materno ad un bambino nato a Prato a seguito di un intervento di procreazione medicalmente assistita cui si erano sottoposte, in Spagna, due donne del paese unite civilmente. Un rifiuto, quello del comune di Montale, giudicato dunque illegittimo. Questo perché, secondo il tribunale di Pistoia, «il diritto alla genitorialità, e ancor più alla bigenitorialità, è un diritto prima di tutto del minore ad instaurare relazioni affettive stabili con entrambi i genitori, sia quando lo stesso sia stato concepito biologicamente che a mezzo delle tecniche mediche di cui alla Pma», ragion per cui «il figlio voluto dalla coppia omosessuale attraverso il ricorso alla Pma deve trovare tutela anche sotto il profilo giuridico». Ne consegue come, sempre secondo il giudice, vada «ormai abbandonato un concetto di filiazione basato sul solo dato biologico e genetico, aprendo invece l'orizzonte a criteri di attribuzione dello status filiationis che poggiano sulla manifestazione del consenso così come disciplinata dall'art. 6 L. 40/2004». Articolo, questo, che per l'appunto disciplina il consenso informato nelle tecniche di procreazione medicalmente assistita. Il tribunale ha altresì affermato come «un'interpretazione costituzionalmente orientata dell'art. 8 L. 40/2004» porti a ritenere «che i bimbi nati in Italia a seguito di tecniche di PMA eseguite all'estero sono figli della coppia di donne che hanno prestato il consenso manifestando inequivocabilmente di voler assumere la responsabilità genitoriale sul nascituro quale frutto di un progetto di vita comune con il partner e di realizzazione di una famiglia». Una tesi per suffragare la quale si è ricordato che «in questo solco si collocano anche numerose prese di posizione da parte di ufficiali di stato civile che stanno registrando la nascita in Italia di bambini di coppie di donne». In effetti, a Torino, Milano e Sesto Fiorentino registrazioni di atti di nascita di bambini senza padre ce ne sono state. Come però questo o il fatto che due donne ricorse alla provetta fossero ben convinte di «voler assumere la responsabilità genitoriale» possano arrivare - con tutto il rispetto per le «interpretazioni costituzionalmente orientate», s'intende - a legittimare l'idea, sempre smentita dalla realtà, che esistano bambini non concepiti grazie ad un padre e una madre, rimane un mistero. Che tutti abbiano una mamma e un papà, infatti, non è fissazione da bigotti né da giuristi fuori dal tempo, ma una constatazione che solo al pensiero di dover riprendere, direbbe il cardinale Carlo Caffarra, «viene da piangere». Eppure a questo siamo. Pensieri che manco sfiorano, figuriamoci, il fronte arcobaleno, nel quale le sentenze di Pistoia di Bologna hanno suscitato gran entusiasmo. Di «giornata storica» ha per esempio parlato Marilena Grassadonia, presidente di Famiglie Arcobaleno, la quale, dopo la sentenza della sentenza della Corte d'appello di Napoli che aveva accolto la richiesta di stepchild adoption avanzata da due madri - di cui ha riferito ieri La Verità -, intravede nel decreto del tribunale di Pistoia la definitiva conferma del fatto che l'azione di quei sindaci e ufficiali di stato civile che trascrivono atti di nascita di figli di due madri o di due papà sia «pienamente fondata». Il decreto della magistratura toscana ha dato invece lo spunto a Sebastiano Secci, presidente del circolo Mario Mieli, per rivolgere un appello al sindaco di Roma. Virgina Raggi a suo dire sarebbe infatti rea «di non voler prendere una decisione in tema, condannando tanti bambini e tante famiglie a non avere riconoscimento», con un atteggiamento che sarebbe di «complicità con quelle forze politiche retrograde che vorrebbero le nostre famiglie invisibili». In effetti, su questo versante la linea del Campidoglio è risultata finora cauta. Se ne è avuta prova con la risposta data al senatore leghista Simone Pillon, che il 9 giugno scorso aveva inoltrato al Comune di Roma una richiesta di accesso agli atti sulla trascrizione dell'atto di nascita estero di una bambina figlia di «due padri», i quali l'hanno ottenuta tramite la pratica dell'utero in affitto. Ebbene, come questo giornale ha raccontato due giorni fa, a Pillon il Campidoglio ha detto chiaramente che, nell'effettuare quella trascrizione, «l'ufficiale di stato civile ha agito in totale autonomia, non in linea con il vigente quadro normativo», un fatto, è stato aggiunto, già «attenzionato alla prefettura di Roma». Non si può quindi dire che, sulle trascrizioni e sugli atti di nascita arcobaleno, la Raggi abbia scelto di metterci la faccia. Non va inoltre dimenticato quanto accaduto la settimana scorsa, con la Procura di Roma scesa in campo con un ricorso al tribunale per contestare proprio le registrazioni automatiche, senza cioè alcuna istruttoria, di atti di nascita e adozione di bambini figli di due genitori dello stesso sesso. Un'iniziativa di peso, anche in vista della sentenza che in autunno, sul tema, la Cassazione emetterà a sezioni unite. Nonostante le ultime perle della magistratura creativa, che oltre al legislatore vorrebbe sostituirsi pure a madre natura, non è insomma detta l'ultima parola. Può cioè ancora darsi che, a spuntarla, sia il buon senso di quanti, inverando la nota profezia di Chesterton, si stanno battendo «per testimoniare che due più due fa quattro». E quindi che siamo tutti figli di un padre e di una madre. Giuliano Guzzo
iStock
Tutto nasce dalla volontà, assolutamente legittima, del governo e della Lega calcio di mettere una pezza a una delle piaghe dilaganti del calcio italiano: «Il pezzotto». Migliaia di tifosi che anziché pagare un regolare abbonamento per guardasi comodamente seduti davanti a uno schermo il match della loro squadra del cuore, preferiscono collegarsi a qualche emittente pirata. Tant’è che la legge del 2023 prevede proprio che questi siti debbano essere oscurati entro 30 minuti dal momento in cui vengono colti in flagranza.
Il punto è chi debba farlo. E qui entrano in scena Cloudflare e l’authority che regola, vigila e sanziona su tutto quello succede nel settore delle telecomunicazioni.
L’Agcom ha chiesto al colosso della rete guidato dall’ad Matthew Prince di intervenire per stoppare i collegamenti alle piattaforme illegali. In buona sostanza deindicizzare i siti pirata. Non solo. Perché l’input è quello di fornire i dati relativi ai clienti che si adoperano per bypassare illegalmente gli abbonamenti.
Risposta. Non se ne parla nemmeno. E non da adesso. Il secco diniego è reiterato e non ha mai lasciato trasparire possibilità di ripensamenti.
Motivo? Innanzitutto c’è una questione di merito e di salvaguardia dell’integrità della rete. Censurare dei siti non è il mestiere di Cloudflare che se dovesse acconsentire alle richieste italiane si esporrebbe a potenziali richieste simili anche da parte di governi autoritari. Perderebbe quindi un’arma difensiva fondamentale per garantire la neutralità di Internet. La nostra credibilità - è il concetto espresso dall’amministratore delegato Matthew Prince - deriva proprio dal fatto di non essere influenzati dalle decisioni dei singoli esecutivi.
Poi c’è un problema tecnico non indifferente. L’operazione invocata dall’Agcom potrebbe bloccare centinaia di altre piattaforme assolutamente in regola. Il punto è che si agisce sugli indirizzi IP e non solo sui domini e quindi se dovessero essere oscurate anche le applicazioni digitali perfettamente in regola, la credibilità dell’intermediario ne uscirebbe demolita.
E infine il dilemma economico. Il giro d’affari di Cloudflare in Italia è di circa 7 milioni di euro, che equivale allo 0,5% del fatturato globale dell’azienda. Insomma, è il ragionamento dei vertici del gruppo, ci stanno chiedendo di rivoluzionare un sistema che funziona senza intoppi in tutto il mondo per un mercato marginale e rispetto al quale c’erano anche importanti piani di sviluppo?
Impossibile evitare lo scontro. Che è deflagrato con la multa da circa 14 milioni di euro che ha fatto andare su tutte le furie Prince, il manager del gruppo che ha prima denunciato una deriva da censura. Quindi ha promesso azioni clamorose. Che partono dalla rimozione dei servizi gratuiti alle città italiane e dei progetti di investimento sul nostro Paese e arrivano fino allo stop alle operazioni di cybersecurity legati alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Con tanto di coinvolgimento di Musk e Vance.
Insomma, la questione rischia di diventare di politica internazionale. Per Prince infatti sarebbe in gioco la libertà di parola e di espressione che sarebbe attaccata da «un gruppo di decisori politici europei fuori dal mondo e molto disturbati».
Stati Uniti contro Europa. Uno schema che è molto caro all’amministrazione Trump e in particolare al vicepresidente Vance. Diciamo pure che la situazione sta sfuggendo di mano e per evitare che deflagri sarebbero necessari interventi di mediazione a un livello elevato.
Ci sta provando il senatore della Lega Claudio Borghi che nelle ultime ore ha cercato di gettare acqua sul fuoco: «Ho letto il messaggio di Prince con grande preoccupazione. L’Agcom è un’autorità indipendente: la sanzione non è quindi una decisione del governo. È tuttavia possibile che il provvedimento derivi dall’applicazione della normativa antipirateria, pensata per contrastare i siti illegali che replicano piattaforme di pay-TV. È impossibile, per un governo o per il Parlamento, impartire indicazioni operative a un’autorità indipendente. Posso però assicurare che faremo tutto il possibile per verificare se vi siano stati fraintendimenti in merito al ruolo di Cloudflare...». Mentre le verifiche sono in corso però la polemica non si placa. E c’è la quasi certezza che quella descritta sia solo la prima puntata di una serie che nessun sito pirata riuscirà ad oscurare. Con Cloudfare che starebbe valutando diversi scenari di risposta alla multa.
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«I sette quadranti» (Sky)
Eppure, per le ragioni di cui sopra, per il traino che la coppia Chibnall-Christie saprebbe assicurare a qualsivoglia prodotto, non c'è nemmeno un'ombra di noia ad oscurarne l'arrivo. I sette quadranti, al debutto su Sky nella prima serata di giovedì 15 gennaio, è accompagnata dalla promessa di regalare a chiunque, amante del whodunit o meno, una parvenza di felicità. O, senza tanta enfasi e poesia, un po' di intrattenimento degno di questo nome.Lo show, creato ancora una volta da Chibnall e interpretato, tra gli altri, da Helena Bonham-Carter e Martin Freeman, rilegge la storia così come Agatha Christie l'ha scritta.
Torna indietro, dunque, all'Inghilterra ricca e sfarzosa del 1925, ad un'immensa villa di campagna, teatro di una vacanza d'élite. Erano partiti con il solo intento di proseguire la loro vita d'agi altrove, lontano dalla città, i ragazzi protagonisti della serie. Erano ricchi, di nobile lignaggio. Si conoscevano e giocavano. E di giochi avrebbero voluto parlare per l'intera durante del weekend fuoriporta, se solo la morte non avesse fatto irruzione nella villa. Uno dei giovani, preso in giro dal gruppo perché pigro la mattina, viene trovato morto nel suo letto, accanto a lui sette sveglie. I ragazzi inorridiscono. L'amico è morto, circondato dagli stessi orologi con i quali, una di quelle mattine, avrebbero voluto giocargli uno scherzo. Da piani, avrebbero dovuto essere otto. Invece, quella mattina sarebbero state sette.
Perché, per come, è tutto da vedersi.Sulla morte, per nulla accidentale, comincia ad indagare la giovane protagonista de I sette quadranti, versione tv: Lady Eileen Bundle Brent, giovane, brillante e curiosa, dotata di un istinto fuori dal comune. Tocca a lei rivelare che quel delitto non è colposo, ma premeditato, parte di un complotto ben più ampio. Il tutto, mentre segreti, false piste e intrighi politici emergono uno dopo l’altro.
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Maurizio Belpietro commenta la generosità e l’affetto dimostrato dagli italiani nei confronti del vicebrigadiere Emanuele Marroccella. La raccolta fondi della «Verità» ha già raccolto 238.000 euro in quattro giorni.