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2020-05-04
Per ora il più fuori è Conte
Sergio Mattarella (Ansa)
I quirinalisti, intenti a scrivere della «Costituzione rispettata», dopo le bordate dei più accreditati giuristi una volta tanto concordi nel criticare le misure del governo, sono rimasti spiazzati dalle parole del capo dello Stato nel messaggio per il 1° maggio. Sergio Mattarella ha mandato un garbato segnale alle «istituzioni di governo» richiamandole a una regola essenziale, che evidentemente ritiene sia stata messa in discussione: che le indicazioni per contrastare l'epidemia siano «ragionevoli e chiare».
Quelle prese finora sarebbero invece disposizioni non ragionevoli e non chiare, ma soprattutto recanti «oggettive gravi lesioni di diritti costituzionali» secondo il documento redatto da un gruppo di magistrati che, partito da Roma - primi firmatari Anna Maria Gregori, giudice del Tribunale di Roma, Massimiliano Siddi, sostituto procuratore presso il Tribunale di Viterbo, Felice Lima, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Messina - ha raccolto firme in giro per l'Italia. Non è intenzione degli autori «intervenire nell'agone politico» né «minare la credibilità di alcuna delle pubbliche autorità impegnate nei loro compiti né sottovalutare l'oggettiva difficoltà di esercitare questi ultimi in maniera adeguata». Ma ritengono doveroso, da giuristi, «mettere in evidenza le oggettive gravi lesioni di diritti costituzionali che sono state e vengono ancora praticate (a prescindere dalle ottime intenzioni che le hanno ispirate) e la non meno rilevante gravissima distorsione dei rapporti fra istituzioni e cittadini». Questi, scrivono i magistrati, vengono indicati come «indisciplinati - ridotti nella narrazione a sudditi minus habentes- sicché l'autorità avrebbe il diritto di imporre loro qualsivoglia obbligo».
E se nei primi giorni «l'improvviso e imprevisto (foss'anche colpevolmente) arrivo della pandemia ha reso comprensibile il ricorso a misure anche non legittime e non adeguate», è inaccettabile «che ciò continui ad avvenire e addirittura divenga regola, e regola che si pretende financo virtuosa dopo diversi mesi che hanno dato tutto il tempo di comprendere e distinguere i rimedi possibili e funzionali da quelli inutili e/o inaccettabili».
Il documento denuncia i danni causati direttamente dalla pandemia e «altri - di non minore rilievo - connessi alla gestione dell'emergenza», e contestano come «assolutamente mistificatoria la campagna di stampa che ha diffuso e continua ad alimentare la convinzione che causa dei contagi siano le condotte di innocenti cittadini che portano a passeggio il cane o arrostiscono peperoni sul terrazzo di casa». Campagna d'informazione alimentata dalla diffusione «di scene volutamente cariche di valenza simbolica nelle quali elicotteri delle forze dell'ordine e uomini armati in tenute aggressive braccano cittadini intenti a fare cose in tutta evidenza prive di qualsivoglia idoneità a concorrere all'aumento dei contagi, come prendere il sole in spiaggia». Il testo esprime altresì la preoccupazione che si affermi la tesi secondo la quale «chi propone osservazioni critiche avverso questo o quel provvedimento intenda difendere proprie velleità capricciose. È vero che molti patiscono soltanto la rinuncia a una passeggiata o a un gioco, ma milioni di altri stanno patendo il fallimento delle proprie attività economiche, la perdita del loro lavoro, la gravissima compromissione di parti fondamentali della loro esistenza e addirittura della loro stessa identità».
Di fronte a questa situazione il documento ricorda che i provvedimenti dell'autorità, «possono essere ritenuti giusti (nel senso di conformi al diritto) solo se: 1. sono formalmente legittimi e 2. sono materialmente necessari al fine di contrastare la pandemia». La conclusione è che «la quasi totalità dei provvedimenti adottati per impedire determinate condotte ai cittadini è costituzionalmente illegittima sotto il profilo formale, per violazione della riserva di legge prescritta dalla Costituzione repubblicana». Non si tratta di un mero formalismo, perché «la forma è sostanza». E la democrazia è «un metodo di esercizio del potere sia formalmente che sostanzialmente soggetto alla legge. Ed è molto pericoloso sottovalutare la gravità delle violazioni della Costituzione e delle leggi invocando le buone intenzioni di chi le commette. Sia perché la storia insegna come le più deplorevoli dittature abbiano ottenuto consenso sulla base della prospettazione di ottime intenzioni, sia perché in uno Stato moderno il fine non giustifica mai i mezzi ed è l'oggettività delle cose che conta e non il giudizio morale sui governanti». Il documento contesta il fatto che i decreti legge adottati dal governo non si sarebbero dovuti limitare, «come è stato fatto, a una inammissibilmente generica delega di poteri». Esercitata, come sappiamo con i Dpcm.
Insomma, la pubblica autorità «può legittimamente vietare qualsiasi condotta che direttamente arrechi danno o anche solo metta in pericolo la salute pubblica», «non può, invece, in nessun caso impedire l'esercizio di diritti che solo a certe condizioni e indirettamente possano arrecare pericoli alla salute». Per cui, è «palesemente illegittimo vietare l'esercizio di diritti che non abbiano alcuna attitudine diretta a diffondere il virus». E si chiedono come possa alimentare il contagio «chi cammini per strada da solo o con familiari con cui stabilmente convive? Vada a visitare, da solo o con familiari con cui stabilmente convive, una seconda casa? Eserciti mestieri o professioni in modo da mantenere la distanza e usare la mascherina? incontri chicchessia [...] rispettando la distanza e usando la mascherina?». Sono gli esempi ai quali deve aver pensato Mattarella nel richiamare il governo alla necessità che le disposizioni da adottare siano «ragionevoli» e, naturalmente, chiare, anche per evitare interpretazioni fantasiose come quelle che hanno riguardato la parola «congiunti» o la vicenda delle seconde case, temi sui quali si sono esposti, rispettivamente, il viceministro della salute Pierpaolo Sileri e il ministro delle infrastrutture Paola De Micheli.
Quanto, infine, al requisito della «necessità» del divieto in funzione della difesa della salute, si osserva che se quelli in atto fossero ritenuti adeguati alla situazione della Lombardia, «come potrebbero non essere ritenuti esagerati rispetto alla situazione della Calabria»? «Tanto più in un regime di tendenziale divieto di attraversamento dei confini di regione». Il rispetto della «Costituzione e delle leggi è un dovere dell'autorità» conclude il documento, «E, come quasi sempre accade, il bene coincide anche con l'utile. Perché difficilmente le istituzioni otterranno ancora a lungo dai cittadini il rispetto di norme illegittime e disfunzionali».
Prima hanno demonizzato gli anziani. Adesso arriva il turno dei bambini
In effetti non sarebbe la prima volta che si va a scuola divisi a metà. Ai tempi del liceo eravamo in molti a entrare in classe dopo aver lasciato a casa il cervello, per non usurarlo troppo. Temiamo però che il ministro dell'Istruzione, Lucia Azzolina, non abbia questo in mente quando parla di «didattica mista». Il suo piano è il seguente: «Metà in classe e metà a distanza. La settimana è composta da cinque o sei giorni di scuola, l'idea è che metà studenti vadano per metà settimana in classe de visu e l'altra metà collegati da casa a seguire quello che l'altra metà della classe fa in presenza. Così la socialità resta e il programma va avanti per tutta la classe».
La geniale trovata è stata elaborata assieme alla task force presieduta da Patrizio Bianchi, che ieri ha indicato la formula del «metà e metà» come lo «scenario zero». Tutto ciò è stato partorito senza dare ascolto né ai sindacati né alle forze di opposizione, uscendo allo scoperto con annunci inconsistenti che hanno fatto - giustamente - infuriare più o meno chiunque. Ieri il ministro ha cercato di raddrizzare il tiro: «Stiamo immaginando soluzioni flessibili che si dovranno adattare alle varie fasce d'età degli studenti, alle strutture scolastiche e anche alla specificità delle diverse realtà territoriali», ha detto. Spiegando che le sue «non sono decisioni già prese o imposte, sono elementi di dibattito». Ma se non sono decisioni prese, allora perché parlarne creando solo caos?
Comprendiamo che la questione del ritorno a scuola non sia delle più semplici da sbrogliare. Sono mesi che i più piccoli ci vengono descritti come untori inconsapevoli e pericolosissimi. Ma - al solito - gli scienziati non hanno una posizione univoca sull'argomento. Studi realizzati in Australia, Olanda e Islanda non hanno trovato prove del fatto che i bambini diffondano il contagio nelle famiglie, come ammette anche lo European center for disease prevention and control dell'Ue. Alle stesse conclusioni è giunto Andrea Crisanti, virologo dell'università di Padova. Dalla sua ricerca su Vo' Euganeo emerge che «i bambini sotto i 10 anni, seppure conviventi con infettati in grado di infettare, non si infettano. E se sono negativi non infettano». Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri, è ancora più diretto: «I bambini non si infettano. I loro genitori, più o meno giovani, difficilmente sviluppano malattie importanti. Invece noi lasciamo le nuove generazioni a casa dai nonni. Un grave errore». Invece Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale, è di tutt'altro avviso: «Sostenere che i bambini non si infettino di Covid-19 non è un'affermazione corretta. Anzi, è pericoloso da dire alle famiglie», dichiara.
Solo su una cosa non ci sono dubbi: restando nella situazione attuale, i bambini e i ragazzi soffrono. In primis per la mancanza di vita sociale, che alla loro età è forse più importante che per gli adulti. E poi per le altre conseguenze della chiusura.
«Le scuole dovrebbero essere le prime a riaprire», scrive l'Economist, suggerendo che si riparta gradualmente già in estate, mandando avanti i più piccini per poi far rientrare gli adolescenti. Tenere i bambini lontani dalle aule danneggia notevolmente l'apprendimento, e fa perdere persino le conoscenze già acquisite. La didattica a distanza, anche nel nostro Paese, funziona in modo disomogeneo e danneggia soprattutto i più piccoli, meno capaci di utilizzare i supporti tecnologici, i quali peraltro non sono disponibili per tutti nello stesso modo (e i figli delle famiglie meno abbienti, ovviamente, sono i più colpiti). Insomma, stare a casa fa aumentare le diseguaglianze.
C'è poi da considerare che imparare a leggere e scrivere su un pc o un tablet - checché ne dicano i fanatici della rivoluzione tecnologica - non è la stessa cosa che farlo con libri e matite in mano. Studi autorevoli usciti prima dell'emergenza Covid (ad esempio quello di Louis-Philippe Beland e Richard Murphy della London school of economics) dimostrano che nelle scuole meno tecnologizzate gli studenti imparano meglio, anche perché i metodi «tradizionali» favoriscono la concentrazione.
Tenendo i bambini in casa, dunque, stiamo facendo loro del male e le indicazioni confuse del governo complicano la situazione. Da qui a settembre ci sarebbe tutto il tempo di mettere in sicurezza le scuole, consentendo per altro al settore dell'edilizia scolastica di ripartire. Con opportuni interventi si potrebbe tornare in classe a settembre riducendo al minimo i rischi per alunni e insegnanti, rendendo la vita più facile ai genitori. La «didattica mista» serve soltanto a preservare lo status quo, evitando nuove assunzioni e interventi decisi di edilizia pubblica. Ma dai ministri arrivano giusto indiscrezioni e frasi del tipo «vorrei ma non posso». E non soltanto sulla questione scuola.
Da oggi riapriranno i parchi, i bimbi potranno entrarci ma non potranno accedere alle aree gioco. Eppure esiste una marea di letteratura scientifica sull'importanza di quello che la neuropsichiatra infantile Valentina Ivancich chiama «gioco brado». Qualcuno al governo se n'è reso conto. Sia il viceministro dell'Istruzione Anna Ascani del Pd sia il ministro Elena Bonetti hanno insistito sull'importanza di «liberare» i bambini. Di nuovo, però, alle parole sono seguiti pochissimi fatti. E i piccoli sono stati «liberati» a metà (a essere ottimisti).
Finora, per altro, abbiamo parlato dei bambini che vivono in famiglie stabili. Ma quelli più fragili sono messi ancora peggio. La senatrice Pd e presidente della commissione parlamentare di inchiesta sui femminicidi, Valeria Valente, si è vantata di un meraviglioso risultato ottenuto: «Abbiamo sostituito gli incontri in presenza genitore-figlio in spazio neutro con visite da remoto per 45 giorni con l'obiettivo di mettere in sicurezza le donne che subiscono violenza». In pratica i figli che sono stati separati da uno (o due) genitori li potranno vedere soltanto online fino alla fine di maggio. Un'assurdità che ha fatto irritare molti legali che si occupano di famiglie seguite dai servizi sociali. «Per quale motivo», dice l'avvocato Catia Pichierri, «non si possono trovare spazi per incontri genitori-figli in cui si rispettino le norme di sicurezza e il distanziamento sociale?». Furente il senatore leghista Simone Pillon: «Assurdo: il governo autorizza gli incontri tra amici e amanti ma non permette ai bambini di stare con i genitori».
Purtroppo, quando i politici al potere agiscono come bambocci confusi, i bambini sono tra i primi a rimetterci.
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I magistrati firmano un documento in cui si accusano i Dpcm del governo di «distorcere i rapporti fra le istituzioni e i cittadini. Il fine non giustifica i mezzi. Illegittimo vietare attività non rischiose, come passeggiare da soli o andare nelle seconde case».Prima hanno demonizzato gli anziani. Adesso arriva il turno dei bambini. La scuola a metà servirebbe a impedire che i piccoli diventino untori. Peccato che molti studi smentiscano questa teoria. Mentre sono certi gli svantaggi: disuguaglianze, problemi psicologici e di apprendimento.Lo speciale comprende due articoli. I quirinalisti, intenti a scrivere della «Costituzione rispettata», dopo le bordate dei più accreditati giuristi una volta tanto concordi nel criticare le misure del governo, sono rimasti spiazzati dalle parole del capo dello Stato nel messaggio per il 1° maggio. Sergio Mattarella ha mandato un garbato segnale alle «istituzioni di governo» richiamandole a una regola essenziale, che evidentemente ritiene sia stata messa in discussione: che le indicazioni per contrastare l'epidemia siano «ragionevoli e chiare». Quelle prese finora sarebbero invece disposizioni non ragionevoli e non chiare, ma soprattutto recanti «oggettive gravi lesioni di diritti costituzionali» secondo il documento redatto da un gruppo di magistrati che, partito da Roma - primi firmatari Anna Maria Gregori, giudice del Tribunale di Roma, Massimiliano Siddi, sostituto procuratore presso il Tribunale di Viterbo, Felice Lima, sostituto procuratore generale presso la Corte di appello di Messina - ha raccolto firme in giro per l'Italia. Non è intenzione degli autori «intervenire nell'agone politico» né «minare la credibilità di alcuna delle pubbliche autorità impegnate nei loro compiti né sottovalutare l'oggettiva difficoltà di esercitare questi ultimi in maniera adeguata». Ma ritengono doveroso, da giuristi, «mettere in evidenza le oggettive gravi lesioni di diritti costituzionali che sono state e vengono ancora praticate (a prescindere dalle ottime intenzioni che le hanno ispirate) e la non meno rilevante gravissima distorsione dei rapporti fra istituzioni e cittadini». Questi, scrivono i magistrati, vengono indicati come «indisciplinati - ridotti nella narrazione a sudditi minus habentes- sicché l'autorità avrebbe il diritto di imporre loro qualsivoglia obbligo».E se nei primi giorni «l'improvviso e imprevisto (foss'anche colpevolmente) arrivo della pandemia ha reso comprensibile il ricorso a misure anche non legittime e non adeguate», è inaccettabile «che ciò continui ad avvenire e addirittura divenga regola, e regola che si pretende financo virtuosa dopo diversi mesi che hanno dato tutto il tempo di comprendere e distinguere i rimedi possibili e funzionali da quelli inutili e/o inaccettabili».Il documento denuncia i danni causati direttamente dalla pandemia e «altri - di non minore rilievo - connessi alla gestione dell'emergenza», e contestano come «assolutamente mistificatoria la campagna di stampa che ha diffuso e continua ad alimentare la convinzione che causa dei contagi siano le condotte di innocenti cittadini che portano a passeggio il cane o arrostiscono peperoni sul terrazzo di casa». Campagna d'informazione alimentata dalla diffusione «di scene volutamente cariche di valenza simbolica nelle quali elicotteri delle forze dell'ordine e uomini armati in tenute aggressive braccano cittadini intenti a fare cose in tutta evidenza prive di qualsivoglia idoneità a concorrere all'aumento dei contagi, come prendere il sole in spiaggia». Il testo esprime altresì la preoccupazione che si affermi la tesi secondo la quale «chi propone osservazioni critiche avverso questo o quel provvedimento intenda difendere proprie velleità capricciose. È vero che molti patiscono soltanto la rinuncia a una passeggiata o a un gioco, ma milioni di altri stanno patendo il fallimento delle proprie attività economiche, la perdita del loro lavoro, la gravissima compromissione di parti fondamentali della loro esistenza e addirittura della loro stessa identità».Di fronte a questa situazione il documento ricorda che i provvedimenti dell'autorità, «possono essere ritenuti giusti (nel senso di conformi al diritto) solo se: 1. sono formalmente legittimi e 2. sono materialmente necessari al fine di contrastare la pandemia». La conclusione è che «la quasi totalità dei provvedimenti adottati per impedire determinate condotte ai cittadini è costituzionalmente illegittima sotto il profilo formale, per violazione della riserva di legge prescritta dalla Costituzione repubblicana». Non si tratta di un mero formalismo, perché «la forma è sostanza». E la democrazia è «un metodo di esercizio del potere sia formalmente che sostanzialmente soggetto alla legge. Ed è molto pericoloso sottovalutare la gravità delle violazioni della Costituzione e delle leggi invocando le buone intenzioni di chi le commette. Sia perché la storia insegna come le più deplorevoli dittature abbiano ottenuto consenso sulla base della prospettazione di ottime intenzioni, sia perché in uno Stato moderno il fine non giustifica mai i mezzi ed è l'oggettività delle cose che conta e non il giudizio morale sui governanti». Il documento contesta il fatto che i decreti legge adottati dal governo non si sarebbero dovuti limitare, «come è stato fatto, a una inammissibilmente generica delega di poteri». Esercitata, come sappiamo con i Dpcm.Insomma, la pubblica autorità «può legittimamente vietare qualsiasi condotta che direttamente arrechi danno o anche solo metta in pericolo la salute pubblica», «non può, invece, in nessun caso impedire l'esercizio di diritti che solo a certe condizioni e indirettamente possano arrecare pericoli alla salute». Per cui, è «palesemente illegittimo vietare l'esercizio di diritti che non abbiano alcuna attitudine diretta a diffondere il virus». E si chiedono come possa alimentare il contagio «chi cammini per strada da solo o con familiari con cui stabilmente convive? Vada a visitare, da solo o con familiari con cui stabilmente convive, una seconda casa? Eserciti mestieri o professioni in modo da mantenere la distanza e usare la mascherina? incontri chicchessia [...] rispettando la distanza e usando la mascherina?». Sono gli esempi ai quali deve aver pensato Mattarella nel richiamare il governo alla necessità che le disposizioni da adottare siano «ragionevoli» e, naturalmente, chiare, anche per evitare interpretazioni fantasiose come quelle che hanno riguardato la parola «congiunti» o la vicenda delle seconde case, temi sui quali si sono esposti, rispettivamente, il viceministro della salute Pierpaolo Sileri e il ministro delle infrastrutture Paola De Micheli.Quanto, infine, al requisito della «necessità» del divieto in funzione della difesa della salute, si osserva che se quelli in atto fossero ritenuti adeguati alla situazione della Lombardia, «come potrebbero non essere ritenuti esagerati rispetto alla situazione della Calabria»? «Tanto più in un regime di tendenziale divieto di attraversamento dei confini di regione». Il rispetto della «Costituzione e delle leggi è un dovere dell'autorità» conclude il documento, «E, come quasi sempre accade, il bene coincide anche con l'utile. 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La settimana è composta da cinque o sei giorni di scuola, l'idea è che metà studenti vadano per metà settimana in classe de visu e l'altra metà collegati da casa a seguire quello che l'altra metà della classe fa in presenza. Così la socialità resta e il programma va avanti per tutta la classe». La geniale trovata è stata elaborata assieme alla task force presieduta da Patrizio Bianchi, che ieri ha indicato la formula del «metà e metà» come lo «scenario zero». Tutto ciò è stato partorito senza dare ascolto né ai sindacati né alle forze di opposizione, uscendo allo scoperto con annunci inconsistenti che hanno fatto - giustamente - infuriare più o meno chiunque. Ieri il ministro ha cercato di raddrizzare il tiro: «Stiamo immaginando soluzioni flessibili che si dovranno adattare alle varie fasce d'età degli studenti, alle strutture scolastiche e anche alla specificità delle diverse realtà territoriali», ha detto. Spiegando che le sue «non sono decisioni già prese o imposte, sono elementi di dibattito». Ma se non sono decisioni prese, allora perché parlarne creando solo caos? Comprendiamo che la questione del ritorno a scuola non sia delle più semplici da sbrogliare. Sono mesi che i più piccoli ci vengono descritti come untori inconsapevoli e pericolosissimi. Ma - al solito - gli scienziati non hanno una posizione univoca sull'argomento. Studi realizzati in Australia, Olanda e Islanda non hanno trovato prove del fatto che i bambini diffondano il contagio nelle famiglie, come ammette anche lo European center for disease prevention and control dell'Ue. Alle stesse conclusioni è giunto Andrea Crisanti, virologo dell'università di Padova. Dalla sua ricerca su Vo' Euganeo emerge che «i bambini sotto i 10 anni, seppure conviventi con infettati in grado di infettare, non si infettano. E se sono negativi non infettano». Giuseppe Remuzzi, direttore dell'Istituto Mario Negri, è ancora più diretto: «I bambini non si infettano. I loro genitori, più o meno giovani, difficilmente sviluppano malattie importanti. Invece noi lasciamo le nuove generazioni a casa dai nonni. Un grave errore». Invece Giuseppe Di Mauro, presidente della Società italiana di pediatria preventiva e sociale, è di tutt'altro avviso: «Sostenere che i bambini non si infettino di Covid-19 non è un'affermazione corretta. Anzi, è pericoloso da dire alle famiglie», dichiara. Solo su una cosa non ci sono dubbi: restando nella situazione attuale, i bambini e i ragazzi soffrono. In primis per la mancanza di vita sociale, che alla loro età è forse più importante che per gli adulti. E poi per le altre conseguenze della chiusura. «Le scuole dovrebbero essere le prime a riaprire», scrive l'Economist, suggerendo che si riparta gradualmente già in estate, mandando avanti i più piccini per poi far rientrare gli adolescenti. Tenere i bambini lontani dalle aule danneggia notevolmente l'apprendimento, e fa perdere persino le conoscenze già acquisite. La didattica a distanza, anche nel nostro Paese, funziona in modo disomogeneo e danneggia soprattutto i più piccoli, meno capaci di utilizzare i supporti tecnologici, i quali peraltro non sono disponibili per tutti nello stesso modo (e i figli delle famiglie meno abbienti, ovviamente, sono i più colpiti). Insomma, stare a casa fa aumentare le diseguaglianze. C'è poi da considerare che imparare a leggere e scrivere su un pc o un tablet - checché ne dicano i fanatici della rivoluzione tecnologica - non è la stessa cosa che farlo con libri e matite in mano. Studi autorevoli usciti prima dell'emergenza Covid (ad esempio quello di Louis-Philippe Beland e Richard Murphy della London school of economics) dimostrano che nelle scuole meno tecnologizzate gli studenti imparano meglio, anche perché i metodi «tradizionali» favoriscono la concentrazione. Tenendo i bambini in casa, dunque, stiamo facendo loro del male e le indicazioni confuse del governo complicano la situazione. Da qui a settembre ci sarebbe tutto il tempo di mettere in sicurezza le scuole, consentendo per altro al settore dell'edilizia scolastica di ripartire. Con opportuni interventi si potrebbe tornare in classe a settembre riducendo al minimo i rischi per alunni e insegnanti, rendendo la vita più facile ai genitori. La «didattica mista» serve soltanto a preservare lo status quo, evitando nuove assunzioni e interventi decisi di edilizia pubblica. Ma dai ministri arrivano giusto indiscrezioni e frasi del tipo «vorrei ma non posso». E non soltanto sulla questione scuola. Da oggi riapriranno i parchi, i bimbi potranno entrarci ma non potranno accedere alle aree gioco. Eppure esiste una marea di letteratura scientifica sull'importanza di quello che la neuropsichiatra infantile Valentina Ivancich chiama «gioco brado». Qualcuno al governo se n'è reso conto. Sia il viceministro dell'Istruzione Anna Ascani del Pd sia il ministro Elena Bonetti hanno insistito sull'importanza di «liberare» i bambini. Di nuovo, però, alle parole sono seguiti pochissimi fatti. E i piccoli sono stati «liberati» a metà (a essere ottimisti). Finora, per altro, abbiamo parlato dei bambini che vivono in famiglie stabili. Ma quelli più fragili sono messi ancora peggio. La senatrice Pd e presidente della commissione parlamentare di inchiesta sui femminicidi, Valeria Valente, si è vantata di un meraviglioso risultato ottenuto: «Abbiamo sostituito gli incontri in presenza genitore-figlio in spazio neutro con visite da remoto per 45 giorni con l'obiettivo di mettere in sicurezza le donne che subiscono violenza». In pratica i figli che sono stati separati da uno (o due) genitori li potranno vedere soltanto online fino alla fine di maggio. Un'assurdità che ha fatto irritare molti legali che si occupano di famiglie seguite dai servizi sociali. «Per quale motivo», dice l'avvocato Catia Pichierri, «non si possono trovare spazi per incontri genitori-figli in cui si rispettino le norme di sicurezza e il distanziamento sociale?». Furente il senatore leghista Simone Pillon: «Assurdo: il governo autorizza gli incontri tra amici e amanti ma non permette ai bambini di stare con i genitori». Purtroppo, quando i politici al potere agiscono come bambocci confusi, i bambini sono tra i primi a rimetterci.
Luciano Darderi (Ansa)
Nella giornata del «round of 16» è stato infatti l’azzurro numero 17 Atp a prendersi la scena, superando in rimonta nientemeno che Alexander Zverev, che nella classifica mondiale è dietro soltanto ai due mostri sacri Sinner e Carlos Alcaraz. Sulla terra rossa della Grand Stand Arena Darderi è riuscito nell’impresa di riscrivere una partita che sembrava ormai perduta. Specialmente dopo aver incassato un primo set senza storia, perso 6-1 in appena mezz’ora, dando per lunghi tratti l’impressione di non riuscire a reggere il ritmo imposto dal tedesco. Andamento che si stava confermando anche nel secondo parziale, facendo pensare a chiunque che la sfida fosse ormai indirizzata. A chiunque tranne che al ventiquattrenne italo-argentino, che non ha mai smesso di crederci. Dopo che Zverev è salito fino al 4-2 e ha avuto in mano il controllo dell’incontro, qualcosa è cambiato. Darderi ha iniziato a trovare continuità da fondo campo, sostenuto da un pubblico sempre più coinvolto, mentre dall’altra parte il tedesco ha progressivamente perso lucidità. Il momento decisivo è arrivato nel tie-break del secondo set, un’autentica battaglia nella quale Zverev si è fatto annullare quattro match point. Luciano è rimasto aggrappato alla partita con pazienza e coraggio, fino a chiudere 12-10 grazie anche a un doppio fallo finale del suo avversario. Lì, di fatto, il match è finito. Zverev è uscito mentalmente dalla partita e nel terzo set non ha reagito. Darderi ha cavalcato l’inerzia e l’entusiasmo del Foro Italico, dominando 6-0 il parziale decisivo e conquistando così la prima vittoria in carriera contro un top ten. Una serata che difficilmente dimenticherà e che gli vale anche i primi quarti di finale in un Masters 1000, dove affronterà il baby fenomeno spagnolo Rafael Jódar. «È stata una partita molto dura, non mi sentivo bene nel primo set», ha spiegato a caldo Darderi. «Poi sono riuscito a girarla anche perché Zverev mi ha regalato qualcosa. La gente mi ha aiutato tanto, sono molto felice».
Più lineare, invece, il pomeriggio di Sinner sul centrale. Contro l’altra rivelazione di questa edizione, Andrea Pellegrino, il numero uno del mondo ha controllato il «derby» senza particolari difficoltà, imponendosi (6-2, 6-3) e centrando la qualificazione ai quarti. Per il pugliese resta comunque un torneo oltre ogni aspettativa, mentre Sinner continua a macinare record: con quella contro Pellegrino sono diventate 31 le vittorie consecutive nei Masters 1000, eguagliando un primato che apparteneva a Novak Djokovic. «Il derby qui in Italia è sempre speciale», ha detto Jannik dopo la vittoria. «Sono molto felice per Andrea, ha fatto un torneo straordinario». Poi uno sguardo al prosieguo del torneo, dove se la vedrà con il russo Andrej Rublev: «I quarti sono già un turno importante. Il giorno di riposo mi aiuterà».
L’unica nota stonata della giornata azzurra è arrivata dalla sconfitta di Lorenzo Musetti contro Casper Ruud. Il toscano, già apparso in difficoltà fisica nei giorni scorsi, ha ceduto nettamente (6-3 6-1) in una partita condizionata dai problemi alla coscia sinistra: «Chiedo scusa al pubblico, ma la mia condizione fisica non mi ha permesso di giocare come avrei voluto», ha ammesso il carrarino nel post partita.
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@ManuelRighi
Uno dei modi migliori per entrare in contatto con un territorio è penetrarne la natura. C’è chi lo fa in contemplandola e chi attraversandola attivamente. Il Trentino si presta a tutto, grazie a un ambiente variegato, che alterna montagne, laghi e fiumi.
Gli amanti degli sport acquatici hanno un’ampia gamma di possibilità tra cui scegliere. Il rafting, per esempio, praticando il quale si smuovono adrenalina, spirito di squadra e rapporto con la natura. Non un semplice sport, ma un’esperienza a tutto tondo che consente di percepire contemporaneamente sé stessi, l’altro e il fiume, diventando tutt’uno. Punto di riferimento per questa attività outdoor è la Val di Sole con il suo fiume (il Noce), citato dal National Geographic come uno dei migliori al mondo per le discese fluviali a bordo dei raft, speciali gommoni che le squadre da quattro/sei persone devono portare a destinazione con coraggio e attenzione. Si tratta di una disciplina che non richiede alcuna competenza in particolare, a esclusione del nuoto. È comunque bene esercitarla al seguito di una guida esperta, che prima della partenza spiegherà ai partecipanti cosa fare e non fare durante la traversata. Il fiume Noce dona 28 bellissimi chilometri navigabili, tra rapide e tratti più tranquilli che consentono, nel frattempo, di ammirare boschi e vette, garantendo emozioni autentiche grazie all’alternanza di un’attività ad alto tasso di energia e gioia e quieta bellezza paesaggistica.
Non per niente il rafting viene considerato terapeutico, tanto da essere utilizzato per cementare lo spirito di squadra tra familiari e amici, ma anche tra colleghi, uniti da un obiettivo comune al di fuori dell’ambiente lavorativo e delle classiche dinamiche aziendali. I centri rafting del Trentino mettono a disposizione il necessario equipaggiamento: tute in neoprene, giubbotto salvagente, pagaia e casco protettivo; è altresì necessario che i partecipanti arrivino con un abbigliamento sportivo, costume incluso. Il fiume Noce è percorribile anche in canoa e kayak, ma per avere un contatto ancora più ravvicinato con la forza dell’acqua l’ideale è l’hydrospeed, che prende il nome dal bob fluviale con cui affrontare l’acquatico avversario.
Un altro modo per godersi l’estate trentina è il wakeboard, sport che nasce dalla fusione tra sci acquatico e snowboard. Come il rafting, è uno sport adrenalinico ma fattibile anche per coloro che sono alle prime armi. Nella Regione esistono due impianti, situati tra il lago di Ledro e il lago di Terlago. Qui si viene trainati non dal classico motoscafo, ma da un cable wakeboard, ossia una fune simile a uno skilift. Velocità, equilibrio e leggerezza: il wakeboard permette di divertirsi e volare letteralmente sull’acqua.
Lakeline è il centro di Terlago, che propone un percorso di circa 230 metri dotato di strutture galleggianti per salti ed evoluzioni aeree. Benché si tratti di una disciplina adatta a tutti, il centro mette a disposizione - oltre al noleggio attrezzatura - una scuola wakeboard. Al lago di Ledro, precisamente in località Pur, si trova invece il Be Wake System: qui il wakeboard viene presentato nella sua variante più semplice, adatta anche ai bambini dai 7 anni in su. Un’attività che libera dalle calorie e - soprattutto - dallo stress in eccesso, rafforzando i muscoli e il sistema cardiorespiratorio.
C’è poi il canyoning, che consiste nella discesa a piedi, ma tramite l’ausilio di corde, di gole percorse da piccoli corsi d’acqua. Una sorta di fusione tra alpinismo e sport fluviali, da realizzare in gruppo e al seguito di guide professionali. Ovviamente i livelli di difficoltà differiscono a seconda della propria preparazione.
Lo speleologo francese Alfred Martel viene considerato il precursore del canyoning, grazie alle esplorazioni da lui condotte durante i primi anni del Novecento nelle Gole di Verdon. Dalla scienza allo sport il passo fu relativamente breve: negli anni Ottanta francesi e spagnoli vi si dedicavano assiduamente. Per chi è in cerca di questo genere di dinamismo, il lago di Ledro, il Garda Trentino e l’area di Campiglio Dolomiti - con la Val Brenta, il torrente Palvico e il Rio Roldono - sono i luoghi ideali. Scivoli e piscine naturali producono contesti di straordinaria bellezza, all’interno dei quali muoversi diviene un’esperienza completa per il corpo e per lo spirito.
Il brivido della velocità in montagna è un’altra storia con le downhill bike
Dall’acqua alla terra: lo sport, in Trentino, prevede un contatto dinamico con Madre Natura anche attraverso i cosiddetti bike park, strutture attrezzate per le mountain bike.Non si pensi al classico trekking: per questo tipo di attività occorrono infatti biciclette da downhill, dato che si tratta di percorsi in discesa su terreni ripidi e scoscesi, dove il rischio di cadute è piuttosto alto. I salti, le curve paraboliche e gli ostacoli, ma anche i north shore (strutture in legno da attraversare a tutta velocità) e i rock garden rendono felicissimi i biker più spericolati. I centri del Trentino-Alto Adige offrono sempre impianti di risalita e bike shuttle, furgoni che trasportano le biciclette al punto di partenza.Come per gli sport acquatici, anche in questo caso è necessario utilizzare l’attrezzatura adeguata, composta da protezioni per le ginocchia e i gomiti, caschi integrali, paraschiena e guanti. Questo sport può essere praticato in Val di Sole, dove si trovano cinque trail differenti per difficoltà e tre trail enduro. In località Pellizzano esiste anche un Kids Bike Park, dedicato al divertimento dei bambini.La parte più interessante del Bike Park Val di Sole è sicuramente costituita dal Black Snacke, famoso percorso di Coppa del Mondo. È il tracciato più impegnativo e, per questo, adatto solo a esperti e a spericolati che abbiano voglia di mettersi alla prova su terreni particolarmente scoscesi a partire da quota 1.500 metri. Dalla medesima altitudine si dipanano anche tre trail di recente realizzazione, alcuni in stile flow - dunque senza particolari ostacoli - e altri più naturali.Una telecabina da otto posti consente una semplice risalita a tre rider con le loro biciclette. Nella parte bassa del bike park si trova un’altra attrazione degna di nota: il four cross (4x), una discesa per gare a quattro, utilizzata ogni anno anche per il Campionato del Mondo di 4x.Il Bike Park Val di Sole aprirà la stagione indicativamente tra fine maggio e inizio giugno. Il Paganella Bike Park è un’altra area spettacolare non solo per gli amanti della disciplina, ma anche per l’utilizzo che è stato fatto del territorio. Trattasi di tre bike zone nate nel 2010 dalla trasformazione di vecchi sentieri e mulattiere, divenuti ormai tracciati all’avanguardia dotati di tutto il necessario per i praticanti.Non è un caso che sia stato inserito nel circuito del Gravity Card, che permette ai possessori della tessera di muoversi liberamente tra i ventotto migliori bike park d’Europa. Il Fassa Bike Park è situato nel cuore delle Dolomiti della Val di Fassa, sopra Canazei. Il primo bike park del Nord-Est propone dodici linee per tutti i livelli, pensate sia per i principianti che per gli esperti.Infine la San Martino Bike Arena sorge al cospetto delle Pale di San Martino e offre tre tracciati per un totale di dieci chilometri. Nemmeno qui manca un efficiente impianto di risalita, costituito da una cabinovia ad agganciamento automatico che in soli dodici minuti raggiunge i 2.200 metri di altitudine.Il risultato? Discese emozionanti, garantite anche dai wall ride, megaparaboliche in cui usare la forza centrifuga per percorrerle nella parte più alta senza il rischio di cadere. Anche la San Martino Bike Arena aprirà per il ponte del 2 giugno, ma per le prime due settimane solo per durante i weekend.
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