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I burocrati sparano sui di noi per salvarsi la pelle

I burocrati sparano sui di noi per salvarsi la pelle
ANSA

«Purtroppo abbiamo visto che le parole hanno fatto alcuni danni». Quando un paio di settimane fa, al termine di una riunione di politica monetaria, Mario Draghi pronunciò questa frase, tutti la interpretarono come una tirata d'orecchi al governo italiano. Un po' come il maestro che è costretto a riportare all'ordine gli alunni indisciplinati che fanno rumore in classe. Ma oggi, mentre lo spread ha oltrepassato quota 300 punti e la Borsa per il terzo giorno traballa, il presidente della Banca centrale europea dovrebbe avere lo stesso piglio fermo per rimettere al loro posto e zittire alcuni esponenti europei molto loquaci, le cui chiacchiere stanno facendo molti più danni di quelli provocati dagli alunni indisciplinati di due settimane fa.

Lunedì, mentre le quotazioni tendevano a stabilizzarsi e il listino si stava riprendendo, ci ha pensato il commissario Pierre Moscovici a terrorizzare gli investitori, dichiarando che la manovra italiana non era in linea con le direttive di Sua Maestà Imperiale, ossia del suddetto e dei suoi quattro soci, rappresentanti mai eletti, ma con pieni poteri in Europa. Non contento, ci si è messo poi il sobrio presidente della Ue, Jean Claude Juncker, uno più noto per le alzate di gomito che per quelle di ingegno, il quale per raffreddare gli animi ha confermato la possibilità che l'euro collassi nel caso Bruxelles non sia rigida con l'Italia. Come era ovvio che fosse, dopo un accenno di ripresa, la Borsa è finita al tappeto e lo spread ha ricominciato la corsa.

Passata la nuttata, non è passata la paura, perché ieri ci si è messo il vicepresidente della Commissione Ue, Valdis Dombrovskis, a soffiare sul fuoco, bocciando la manovra italiana: peccato che al momento non ci sia una versione della manovra, perché il Consiglio dei ministri non l'ha ancora votata. In soccorso del piromane europeo è arrivato a spargere benzina anche il mitico Olli Rehn, ex commissario noto per le sue riunioni con soli giornalisti uomini nella sauna della Commissione Ue. Poi è stata la volta di Hartwig Loeger, ministro delle Finanze austriaco, che essendo il presidente di turno dell'Ecofin si è sentito in dovere di fare la voce grossa, dichiarando che «se ci sono delle regole, vanno rispettate». Ovvio, accidenti, come abbiamo fatto a non pensarci prima. Peccato che fino a ieri tutti si siano fatti un baffo delle disposizioni di Bruxelles. Non vogliamo ricordare il passato remoto, quando a sforare i parametri erano Francia e Germania e nessuno alzò la voce, ma tutti, Italia compresa, chiusero gli occhi. Per rimettere in ordine le cose ci basta il presente, con l'annuncio di Parigi e Madrid, che nelle ultime settimane hanno comunicato che violeranno le norme di Maastricht e nessuno ci pare si sia strappato le vesti.

Comunque, dopo questa raffica di parole rassicuranti, anche ieri la Borsa è calata e lo spread ha continuato la corsa. La faccenda si ripeterà oggi? È molto probabile, perché Moscovici, Juncker, Dombrovskis, Rehn e Loeger devono piegare l'Italia, perché se così non fosse sarebbero gli europei a piegare loro. Già, la paura di euroburocrati e politici falliti è che, dandola vinta al governo italiano, i movimenti tipo Lega e 5 stelle in Europa si rafforzerebbero ovunque e per la Casta di Bruxelles sarebbero dolori. Quei signori che vogliono imporre agli italiani la pensione a 67 anni a tutti i costi, quando si tratta di loro, invece, se ne vanno a 55, con tutte le finestre del caso e le rivalutazioni previdenziali possibili. E insieme alla sauna si concedono anche altri privilegi, come per esempio nascondere la politica dei rimborsi, così che nessuno tra i potenziali elettori venga a conoscenza delle loro spese. Eh, sì, perché il diritto alla trasparenza c'è, ma solo per i poveri allocchi, mentre per loro è prioritaria la privacy.

Insomma, avete capito, la banda dei quattro che governa l'Europa non ha paura dello spread, dell'euro e delle Borse: è solo terrorizzata all'idea di dover andare a casa e che altri in Europa abbiano lo stesso successo di Lega e 5 stelle. Dunque, da pompieri sono diventati incendiari, un po' come Nerone che provò a bruciare tutto.

Ps. Del resto, pensateci: lo scostamento preteso dal governo italiano potrebbe costare una decina di miliardi, più o meno quello che Renzi spese con gli 80 euro per la sua campagna elettorale, senza che nessuno fiatasse. Non solo: quella decina di miliardi è l'equivalente di ciò che regaliamo alla Turchia perché si sieda a discutere se entrare nella Ue. Soldi al vento, visto che gli europei non vogliono uno come Erdogan in casa loro. Soldi nostri.

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Il tribunale ferma di nuovo l’ex Ilva. Rilancio addio, 40 miliardi bruciati
Imagoeconomica
In nome della salute dei tarantini, a un mese dal referendum, i giudici chiedono interventi ambientali o da fine agosto si deve spegnere tutto. Fdi: a rischio l’industria italiana. Ma i sindacati attaccano il governo.

La situazione dell’ex Ilva di Taranto, si complica ogni giorno di più. L’ultimo capitolo è la decisione del Tribunale di Milano che ha ordinato, a partire dal prossimo 24 agosto, la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento, per rischi sulla salute.

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Edicola Verità | la rassegna stampa del 27 febbraio

Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 27 febbraio con Carlo Cambi

Lagarde si alza la paga di un altro 5,6%. E nelle mail a Epstein si legge: «È sveglia»
Christine Lagarde (Ansa)
Lo stipendio di madame Bce sale ancora e raggiunge i 492.204 euro. La donna aveva estimatori nella rete del faccendiere.

Non ancora con le valigie pronte - perché, si sa, la stabilità europea è un impegno che non può aspettare - Christine Lagarde avanza, imperterrita, davanti al Parlamento europeo. Tra voci di dimissioni, retroscena e speculazioni sul suo futuro, la presidente della Bce rivendica i frutti di sette anni di regno: «Anche se l’inflazione è diminuita, molti cittadini percepiscono ancora i prezzi in aumento». Insomma puoi anche convincere gli indici armonizzati, ma quando il latte costa il doppio, il cittadino comune non lo perdona.

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Epstein al nipote di Gianni Agnelli: «Mi devi un bambino»
Eduardo Teodorani e Jeffrey Epstein (Imagoeconomica-Ansa)
La corrispondenza tra l’orco e Teodorani, figlio della sorella dell’Avvocato, parte almeno dal 2010, due anni dopo la prima condanna del magnate. Il quale, oltre a sapere in anticipo maxi operazioni di Exor e commentare insieme ragazze, di lui diceva: «È uno di noi».

Jeffrey Epstein era ovunque. Aveva senz’altro una comprovata e stabile frequentazione con i massimi livelli del potere politico, economico e accademico statunitense, ma la sua rete raggiungeva anche l’Europa, l’Asia e perfino l’Africa (si parla di legami con figure vicine ai leader di Senegal e Costa d’Avorio). Per ora, al di fuori degli Usa, sono cadute teste nel Regno Unito, dove è indagato addirittura un reale, in Francia, negli Emirati Arabi Uniti, in Slovacchia, in Norvegia e in Svezia. Esiste, tuttavia, anche un filone italiano dello scandalo. E, come in tutti gli altri casi, porta proprio al centro del potere economico del Paese: la famiglia Agnelli-Elkann, la loro holding (Exor) e la loro ricchezza.

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