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2020-11-15
Toto, Benetton, tv, giudici e soldi. Viaggio al termine del renzismo
Luciano Benetton (Ansa)
Nel 2018, Matteo Renzi si vantava di non aver mai ricevuto finanziamenti dai Benetton. Ma il gestore della sua cassaforte, questa tentazione, l'ha avuta eccome.
In ansia per i costi della Leopolda 2014 (400.000 euro stimati), Alberto Bianchi, presidente di Open, in un'email a Renzi, Maria Elena Boschi e Luca Lotti, caldeggia la ricerca di «possibili sponsor». E nei papabili, colloca proprio i Benetton, che evidentemente reputa vicini alla causa. I «contatti» li avrebbe dovuti prendere Marco Carrai. Tuttavia, il 2 ottobre, la Boschi comunica: «No sponsor», anche se «Matteo si rende disponibile a fare una cena di finanziamento pro Leopolda entro Natale». L'avvocato è perplesso: «Senza sponsor sarà un casino. Di cene con Matteo ce ne vorrebbe altro che una». Tra i potenziali finanziatori «già contattati», Bianchi inserisce anche «VW». Per la Finanza, la sigla si riferisce a Giuseppe Tartaglione, rappresentante legale di Volkswagen Italia. Stavolta, il tramite sarebbe stato Franco Massi. Segretario generale del Cnel tra il 2011 e il 2017, magistrato (oggi segretario generale) della Corte dei conti, molto attivo su Twitter, dov'è seguito pure da Luca Palamara, due mesi dopo la Leopolda, viene nominato vicesegretario generale del ministero della Difesa dal governo Renzi. Nell'agenda del presidente di Open, che lo incontra spesso tra novembre 2013 e dicembre 2014 (sono segnati 24 appuntamenti), è annotata una «cena VW» per il 27 novembre 2014, in piazza Campo Marzio a Roma. Il convivio si ripete due anni dopo, il 25 ottobre 2016, allo stesso indirizzo. È proprio Massi a inviare la lista dei presenti a Bianchi: tra loro, Giovanni Legnini, Gianni Letta, Denis Verdini. Conferma anche Tartaglione, ma declinano l'invito la Boschi e il segretario di Benedetto XVI, Georg Gänswein. Ma dalla casa automobilistica non giunge denaro. Tanto che Bianchi, su Whatsapp, chiede a Massi: «Scusa dal giro VW arriva qcosa (sic)?». La toga risponde con un punto interrogativo. «Vabbe poi ti dico», taglia corto il legale.
Il nome di Massi figura anche, tra il 2013 e il 2014, accanto a quello di Alfonso Toto, dell'omonimo gruppo di gestori di autostrade abruzzesi, con il quale sembra esserci un rapporto cordiale. Circostanza singolare: qualche anno dopo, da consigliere della Corte dei conti, Massi acquisirà la delega al controllo sugli atti del Mit, il ministero che vigila sui concessionari. In un'email del 23 luglio 2013, il magistrato invia all'imprenditore il proprio curriculum e un «Appunto Art», riguardante l'Autorità di regolazione dei trasporti. A gennaio 2014, Toto scrive a Massi: «Devo dirti che tutta l'impressione che a chi governa le grandi opere ed investimenti, sia manager pubblici che privati, poco interessa fare in modo che le cose si sblocchino… Questo Paese diventa sempre più difficile…». La toga lo incoraggia: «Vogliamo provare insieme a cambiarlo». E Toto: «… Si dice che chi ben comincia è a metà dell'opera!!! Perché no?!». Tra l'altro, il primo contributo della famiglia abruzzese a Open risale al novembre 2014: 25.000 euro dalla Renexia, di cui è stato a lungo ad Daniele Toto (anche se gli inquirenti hanno individuato il tramite con la fondazione nel coindagato di Bianchi, Patrizio Donnini, fondatore della Dot Media, società di comunicazione della Leopolda e consulente dei Toto).
È sempre alla loro holding che fa riferimento il famoso versamento di 400.838 euro, risalente al 2016, poi girato dall'avvocato, con due bonifici, a Fondazione Open e Comitato nazionale per il sì. Un contributo che l'inchiesta di Firenze mette in relazione a un emendamento alla manovrina 2017, che sospendeva due rate dovute dai Toto ad Anas. In un'email a due colleghi di studio, datata 9 aprile 2018, Bianchi riferisce che l'aggancio con i Toto era stata una prestazione professionale per un contenzioso con Aspi. La holding, alla fine, versa un lordo di 1.500.000 euro allo studio legale e 750.000 (i 400.838 netti) direttamente a Bianchi.
Nel 2018, l'avvocato si ripropone di replicare lo schema. Stavolta, l'incarico riguarda la lite con Anas per la variante alla statale 1 Aurelia a La Spezia. Vengono stipulati due contratti, «che per ragioni di opportunità portano la data del 16 novembre 2016». Con il primo, i Toto s'impegnano a versare 8.000 euro lordi a Bianchi «per accettazione». In caso di esito favorevole, poi, assicurano un compenso «pari al 2% della quota […] del corrispettivo riconosciuto». Cifra che, spiega Bianchi ai colleghi, «Toto mi ha espresso il desiderio di versare a Open (o al soggetto che la sostituirà qualora Open chiuda)». Con il secondo contratto, l'impresa garantisce 16.000 euro lordi più «l'1% della quota del corrispettivo versato da Anas», che invece, stando a Bianchi, dovrebbe andare «allo studio». «Trattasi di somme evidentemente incerte», riconosce l'avvocato, «visto che sia il contenzioso che le trattative sono in corso». E difatti, Toto, a giugno 2018, rescinderanno il contratto con Anas. Curioso un appunto di Bianchi del 2017: «Toto: Grande (Elisa, dirigente ministeriale, ndr) resta Mit. Garanzia per quella sua roba».
Ma alle casse di Open non hanno contribuito solo i grandi concessionari autostradali. Ci sono anche imprenditori del settore alimentare, come Luigi Scordamaglia e Luigi Cremonini, che direttamente o attraverso la controllata Inalca, hanno versato 100.000 euro alla fondazione renziana. In una mail del 2014, però, Bianchi sollecita Scordamaglia, citando un «vecchio impegno», che coincide con il famigerato «patto dell'Ora d'aria». La risposta lo gela: «[…] Non si era mai parlato di continuare. Magari ci vediamo con calma». Bianchi è stizzito: «Luigi, ci manca solo che ti mandi gli scambi di mail con l'impegno quinquennale, mai smentito! […] Avete tutta la gratitudine mia, di Matteo e della Fondazione, non avete nessun obbligo per il futuro [...]». In meno di mezz'ora il malinteso si risolve: «Alberto non eri assolutamente tu destinatario precedente mail scusa tantissimo ha confuso mittente».
Il rapporto prosegue, come testimoniano i due elaborati Azioni urgenti (a costo zero) per l'interrogazione del Food and Beverage italiano sui mercati mondiali e Turismo, cultura, agricoltura e cibo: una politica di marketing, che Bianchi gira a Lotti. Tra i simposi per il referendum del 2016, cui partecipa anche Scordamaglia, da segnalare quello con altri 17 manager del settore, tra cui Piero Antinori, Guido Barilla, Luigi Cremonini, Antonio Ferraioli, Lisa Ferrarini, Luca Garavoglia, Andrea Illy, Nicola Levoni, Francesco Mutti, Cesare Ponti, Cosimo Rummo.
Nel novero dei «sostenitori storici di Matteo Renzi», scrivono gli inquirenti, c'è poi Vincenzo Manes. Il fondatore di Intek group spa ha contribuito con 62.000 euro. Il 29 dicembre 2014, Manes viene nominato dall'ex premier consigliere pro bono per la riforma del terzo settore. Ed è proprio il governo Renzi, nel giugno 2016, a disciplinare la materia. Già nel 2014, Manes invia una mail allo studio di Bianchi: «Matteo, è il documento sulle imprese sociali. Leggilo poi dimmi». Grazie alla normativa varata due anni dopo, nascerà Fondazione Italia Sociale. L'ente (partecipato da altre 17 realtà profit e non) riceve come dotazione iniziale un milione di euro pubblici. E chi ne è il presidente? Lui: Manes.
Dalla cassaforte del Giglio magico sono «spariti» 290.000 euro
L'avvocato Alberto Bianchi e il senatore Matteo Renzi si crucciano perché i magistrati hanno depositato al tribunale del Riesame le memorie scritte del legale pistoiese, anche quelle compilate in epoca successiva alla chiusura della fondazione Open. Ma non si devono dolere: quelle carte dimostrano come anche dopo la chiusura della cassaforte renziana Bianchi si preoccupasse di trovare i veicoli giusti per continuare a far guadagnare Renzi: con nuove fondazioni o società varie.
Il finanziamento illecito può arrivare attraverso strade diverse da Open. E gli investigatori delle Guardia di finanza paiono ancora a caccia di eventuali altri tesoretti di Renzi. Per esempio, nelle informative depositate nei giorni scorsi, contributi e donazioni volontarie inseriti nella contabilità e affluiti sul conto corrente di Open collimano con il libro giornale della fondazione, ma non con il totale dei contributi indicato su un foglio manoscritto del luglio 2019.
Anche negli anni precedenti, tra il 2012 e il 2017, c'erano state piccole differenze, per un totale di circa 13.000 euro, però, nell'ultimo anno, quello della chiusura, lo scarto è molto più alto e ammonta a quasi 300.000 euro. Scrivono gli investigatori: «Pertanto è plausibile ipotizzare che l'eventuale differenza di 289.924 euro, sopra evidenziata, possa essere affluita su un rapporto di conto corrente intestato ad un altro soggetto». Sì, ma quale? Gli investigatori evidenziano un appunto di Bianchi dell'ottobre 2018 da cui si desume che un non meglio identificato «comitato» avrebbe «aperto un rapporto di conto corrente». Di quale si tratta? I militari rispondono che «i più probabili potrebbero essere» quello della Leopolda 9 o quello di Ritorno al futuro-comitato di azione civile nazionale, da cui è nata Italia viva. Ma non c'è una risposta certa.
Se i conti di Open non tornano, nelle carte c'è anche la prova di come gli stessi consiglieri del comitato direttivo fossero preoccupati per i loro bilanci e per l'elenco dei finanziatori. In una mail del 17 giugno 2015 lo stesso Bianchi, dopo aver allegato un elenco di una cinquantina di contributori da pubblicare online scrive: «Per me va pubblicata integralmente (…). Maria Elena chiede se e di quanto possiamo posporre la pubblicazione dell'elenco e del bilancio: direi di non attendere oltre la fine del mese, non siamo mai andati oltre giugno, un ritardo ulteriore farebbe sorgere interrogativi inutili».
Invece di insultare magistrati e giornalisti ci aspettiamo che i renziani spieghino dove siano finiti i 289.000 euro che, secondo gli investigatori, mancano all'appello e perché la Boschi volesse rimandare la pubblicazione del bilancio.
Risposte che gli interessati potranno dare già il 24 novembre, data fissata dagli inquirenti per gli interrogatori degli indagati dell'inchiesta (Renzi, Boschi, Bianchi, Luca Lotti e Marco Carrai).
Il fu Rottamatore, che ci accusa di «vergognosa montatura» per gli scoop sull'inchiesta Open, non è solo un campione di slalom tra i magistrati, ma, sembrerebbe, anche di campagne social a base di troll e fake news.
In un Whatsapp del marzo 2017 il capo della sua claque digitale, Alexander Marchi, spiegava a Bianchi: «Copriamo bene le pagine di sostegno (di propaganda) da lunedì a domenica tutte le ore. Però non riusciamo a fare l'altra cosa che ci chiede Matteo. Per esempio se Matteo scrive un post avevamo un sistema che garantiva sostegno ai commenti positivi delle persone renziane. Perché al Movimento 5 stelle sono molto più organizzati e hanno un sistema che mandano profili falsi a offendere di continuo. Avevo creato un modo per contrastare questo problema però in 3 non ci si fa». E a mo' di esempio inviò alcuni commenti pubblicati sul profilo della Boschi.
Al servizio di Renzi c'è stato anche l'ex hacker Andrea Stroppa (da minorenne venne coinvolto in un'inchiesta sul gruppo di pirati digitali Anonymous). Il ragazzo, cui è dedicato un paragrafo di una delle ultime informative, secondo gli investigatori «dal 2016 al 2018 si è occupato della gestione dei social network per la “Fondazione Open", fornendo altresì assistenza tecnica ed informatica». In due anni ha ricevuto nove bonifici per un importo complessivo di circa 60.000 euro, offrendo servizi di cyber security, ma anche di assistenza tecnica sms e analisi dei dati. Ha svolto pure consulenze per il Comitato per il sì al referendum del 2016, per il Pd e la Cgil.
Nel 2017 Stroppa preparò un report per Renzi in cui si sosteneva che siti vicini alla Lega e ai 5 stelle che propalavano presunte fake news contro il Pd renziano avessero dietro la Russia. La ricerca, molto contestata, venne ampiamente pubblicizzata durante la Leopolda 8 e venne rilanciata dalla stampa internazionale. Il sito Buzzfeed arrivò a definire Stroppa «ricercatore indipendente sulla cybersicurezza». Lui che era a libro paga di Open.
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Alberto Bianchi puntava alla famiglia veneta come «sponsor» della Leopolda 2014. E provò due volte a ottenere fondi dagli abruzzesi, vicini a Franco Massi, giudice contabile che aveva messo la fondazione in contatto con Volkswagen.La Finanza rileva «discrasie» nel bilancio 2018 e cita i 60.000 euro all'hacker di Matteo Renzi.Lo speciale contiene due articoli.Nel 2018, Matteo Renzi si vantava di non aver mai ricevuto finanziamenti dai Benetton. Ma il gestore della sua cassaforte, questa tentazione, l'ha avuta eccome.In ansia per i costi della Leopolda 2014 (400.000 euro stimati), Alberto Bianchi, presidente di Open, in un'email a Renzi, Maria Elena Boschi e Luca Lotti, caldeggia la ricerca di «possibili sponsor». E nei papabili, colloca proprio i Benetton, che evidentemente reputa vicini alla causa. I «contatti» li avrebbe dovuti prendere Marco Carrai. Tuttavia, il 2 ottobre, la Boschi comunica: «No sponsor», anche se «Matteo si rende disponibile a fare una cena di finanziamento pro Leopolda entro Natale». L'avvocato è perplesso: «Senza sponsor sarà un casino. Di cene con Matteo ce ne vorrebbe altro che una». Tra i potenziali finanziatori «già contattati», Bianchi inserisce anche «VW». Per la Finanza, la sigla si riferisce a Giuseppe Tartaglione, rappresentante legale di Volkswagen Italia. Stavolta, il tramite sarebbe stato Franco Massi. Segretario generale del Cnel tra il 2011 e il 2017, magistrato (oggi segretario generale) della Corte dei conti, molto attivo su Twitter, dov'è seguito pure da Luca Palamara, due mesi dopo la Leopolda, viene nominato vicesegretario generale del ministero della Difesa dal governo Renzi. Nell'agenda del presidente di Open, che lo incontra spesso tra novembre 2013 e dicembre 2014 (sono segnati 24 appuntamenti), è annotata una «cena VW» per il 27 novembre 2014, in piazza Campo Marzio a Roma. Il convivio si ripete due anni dopo, il 25 ottobre 2016, allo stesso indirizzo. È proprio Massi a inviare la lista dei presenti a Bianchi: tra loro, Giovanni Legnini, Gianni Letta, Denis Verdini. Conferma anche Tartaglione, ma declinano l'invito la Boschi e il segretario di Benedetto XVI, Georg Gänswein. Ma dalla casa automobilistica non giunge denaro. Tanto che Bianchi, su Whatsapp, chiede a Massi: «Scusa dal giro VW arriva qcosa (sic)?». La toga risponde con un punto interrogativo. «Vabbe poi ti dico», taglia corto il legale. Il nome di Massi figura anche, tra il 2013 e il 2014, accanto a quello di Alfonso Toto, dell'omonimo gruppo di gestori di autostrade abruzzesi, con il quale sembra esserci un rapporto cordiale. Circostanza singolare: qualche anno dopo, da consigliere della Corte dei conti, Massi acquisirà la delega al controllo sugli atti del Mit, il ministero che vigila sui concessionari. In un'email del 23 luglio 2013, il magistrato invia all'imprenditore il proprio curriculum e un «Appunto Art», riguardante l'Autorità di regolazione dei trasporti. A gennaio 2014, Toto scrive a Massi: «Devo dirti che tutta l'impressione che a chi governa le grandi opere ed investimenti, sia manager pubblici che privati, poco interessa fare in modo che le cose si sblocchino… Questo Paese diventa sempre più difficile…». La toga lo incoraggia: «Vogliamo provare insieme a cambiarlo». E Toto: «… Si dice che chi ben comincia è a metà dell'opera!!! Perché no?!». Tra l'altro, il primo contributo della famiglia abruzzese a Open risale al novembre 2014: 25.000 euro dalla Renexia, di cui è stato a lungo ad Daniele Toto (anche se gli inquirenti hanno individuato il tramite con la fondazione nel coindagato di Bianchi, Patrizio Donnini, fondatore della Dot Media, società di comunicazione della Leopolda e consulente dei Toto).È sempre alla loro holding che fa riferimento il famoso versamento di 400.838 euro, risalente al 2016, poi girato dall'avvocato, con due bonifici, a Fondazione Open e Comitato nazionale per il sì. Un contributo che l'inchiesta di Firenze mette in relazione a un emendamento alla manovrina 2017, che sospendeva due rate dovute dai Toto ad Anas. In un'email a due colleghi di studio, datata 9 aprile 2018, Bianchi riferisce che l'aggancio con i Toto era stata una prestazione professionale per un contenzioso con Aspi. La holding, alla fine, versa un lordo di 1.500.000 euro allo studio legale e 750.000 (i 400.838 netti) direttamente a Bianchi. Nel 2018, l'avvocato si ripropone di replicare lo schema. Stavolta, l'incarico riguarda la lite con Anas per la variante alla statale 1 Aurelia a La Spezia. Vengono stipulati due contratti, «che per ragioni di opportunità portano la data del 16 novembre 2016». Con il primo, i Toto s'impegnano a versare 8.000 euro lordi a Bianchi «per accettazione». In caso di esito favorevole, poi, assicurano un compenso «pari al 2% della quota […] del corrispettivo riconosciuto». Cifra che, spiega Bianchi ai colleghi, «Toto mi ha espresso il desiderio di versare a Open (o al soggetto che la sostituirà qualora Open chiuda)». Con il secondo contratto, l'impresa garantisce 16.000 euro lordi più «l'1% della quota del corrispettivo versato da Anas», che invece, stando a Bianchi, dovrebbe andare «allo studio». «Trattasi di somme evidentemente incerte», riconosce l'avvocato, «visto che sia il contenzioso che le trattative sono in corso». E difatti, Toto, a giugno 2018, rescinderanno il contratto con Anas. Curioso un appunto di Bianchi del 2017: «Toto: Grande (Elisa, dirigente ministeriale, ndr) resta Mit. Garanzia per quella sua roba». Ma alle casse di Open non hanno contribuito solo i grandi concessionari autostradali. Ci sono anche imprenditori del settore alimentare, come Luigi Scordamaglia e Luigi Cremonini, che direttamente o attraverso la controllata Inalca, hanno versato 100.000 euro alla fondazione renziana. In una mail del 2014, però, Bianchi sollecita Scordamaglia, citando un «vecchio impegno», che coincide con il famigerato «patto dell'Ora d'aria». La risposta lo gela: «[…] Non si era mai parlato di continuare. Magari ci vediamo con calma». Bianchi è stizzito: «Luigi, ci manca solo che ti mandi gli scambi di mail con l'impegno quinquennale, mai smentito! […] Avete tutta la gratitudine mia, di Matteo e della Fondazione, non avete nessun obbligo per il futuro [...]». In meno di mezz'ora il malinteso si risolve: «Alberto non eri assolutamente tu destinatario precedente mail scusa tantissimo ha confuso mittente». Il rapporto prosegue, come testimoniano i due elaborati Azioni urgenti (a costo zero) per l'interrogazione del Food and Beverage italiano sui mercati mondiali e Turismo, cultura, agricoltura e cibo: una politica di marketing, che Bianchi gira a Lotti. Tra i simposi per il referendum del 2016, cui partecipa anche Scordamaglia, da segnalare quello con altri 17 manager del settore, tra cui Piero Antinori, Guido Barilla, Luigi Cremonini, Antonio Ferraioli, Lisa Ferrarini, Luca Garavoglia, Andrea Illy, Nicola Levoni, Francesco Mutti, Cesare Ponti, Cosimo Rummo. Nel novero dei «sostenitori storici di Matteo Renzi», scrivono gli inquirenti, c'è poi Vincenzo Manes. Il fondatore di Intek group spa ha contribuito con 62.000 euro. Il 29 dicembre 2014, Manes viene nominato dall'ex premier consigliere pro bono per la riforma del terzo settore. Ed è proprio il governo Renzi, nel giugno 2016, a disciplinare la materia. Già nel 2014, Manes invia una mail allo studio di Bianchi: «Matteo, è il documento sulle imprese sociali. Leggilo poi dimmi». Grazie alla normativa varata due anni dopo, nascerà Fondazione Italia Sociale. L'ente (partecipato da altre 17 realtà profit e non) riceve come dotazione iniziale un milione di euro pubblici. 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Il finanziamento illecito può arrivare attraverso strade diverse da Open. E gli investigatori delle Guardia di finanza paiono ancora a caccia di eventuali altri tesoretti di Renzi. Per esempio, nelle informative depositate nei giorni scorsi, contributi e donazioni volontarie inseriti nella contabilità e affluiti sul conto corrente di Open collimano con il libro giornale della fondazione, ma non con il totale dei contributi indicato su un foglio manoscritto del luglio 2019. Anche negli anni precedenti, tra il 2012 e il 2017, c'erano state piccole differenze, per un totale di circa 13.000 euro, però, nell'ultimo anno, quello della chiusura, lo scarto è molto più alto e ammonta a quasi 300.000 euro. Scrivono gli investigatori: «Pertanto è plausibile ipotizzare che l'eventuale differenza di 289.924 euro, sopra evidenziata, possa essere affluita su un rapporto di conto corrente intestato ad un altro soggetto». Sì, ma quale? Gli investigatori evidenziano un appunto di Bianchi dell'ottobre 2018 da cui si desume che un non meglio identificato «comitato» avrebbe «aperto un rapporto di conto corrente». Di quale si tratta? I militari rispondono che «i più probabili potrebbero essere» quello della Leopolda 9 o quello di Ritorno al futuro-comitato di azione civile nazionale, da cui è nata Italia viva. Ma non c'è una risposta certa. Se i conti di Open non tornano, nelle carte c'è anche la prova di come gli stessi consiglieri del comitato direttivo fossero preoccupati per i loro bilanci e per l'elenco dei finanziatori. In una mail del 17 giugno 2015 lo stesso Bianchi, dopo aver allegato un elenco di una cinquantina di contributori da pubblicare online scrive: «Per me va pubblicata integralmente (…). Maria Elena chiede se e di quanto possiamo posporre la pubblicazione dell'elenco e del bilancio: direi di non attendere oltre la fine del mese, non siamo mai andati oltre giugno, un ritardo ulteriore farebbe sorgere interrogativi inutili». Invece di insultare magistrati e giornalisti ci aspettiamo che i renziani spieghino dove siano finiti i 289.000 euro che, secondo gli investigatori, mancano all'appello e perché la Boschi volesse rimandare la pubblicazione del bilancio. Risposte che gli interessati potranno dare già il 24 novembre, data fissata dagli inquirenti per gli interrogatori degli indagati dell'inchiesta (Renzi, Boschi, Bianchi, Luca Lotti e Marco Carrai). Il fu Rottamatore, che ci accusa di «vergognosa montatura» per gli scoop sull'inchiesta Open, non è solo un campione di slalom tra i magistrati, ma, sembrerebbe, anche di campagne social a base di troll e fake news. In un Whatsapp del marzo 2017 il capo della sua claque digitale, Alexander Marchi, spiegava a Bianchi: «Copriamo bene le pagine di sostegno (di propaganda) da lunedì a domenica tutte le ore. Però non riusciamo a fare l'altra cosa che ci chiede Matteo. Per esempio se Matteo scrive un post avevamo un sistema che garantiva sostegno ai commenti positivi delle persone renziane. Perché al Movimento 5 stelle sono molto più organizzati e hanno un sistema che mandano profili falsi a offendere di continuo. Avevo creato un modo per contrastare questo problema però in 3 non ci si fa». E a mo' di esempio inviò alcuni commenti pubblicati sul profilo della Boschi. Al servizio di Renzi c'è stato anche l'ex hacker Andrea Stroppa (da minorenne venne coinvolto in un'inchiesta sul gruppo di pirati digitali Anonymous). Il ragazzo, cui è dedicato un paragrafo di una delle ultime informative, secondo gli investigatori «dal 2016 al 2018 si è occupato della gestione dei social network per la “Fondazione Open", fornendo altresì assistenza tecnica ed informatica». In due anni ha ricevuto nove bonifici per un importo complessivo di circa 60.000 euro, offrendo servizi di cyber security, ma anche di assistenza tecnica sms e analisi dei dati. Ha svolto pure consulenze per il Comitato per il sì al referendum del 2016, per il Pd e la Cgil. Nel 2017 Stroppa preparò un report per Renzi in cui si sosteneva che siti vicini alla Lega e ai 5 stelle che propalavano presunte fake news contro il Pd renziano avessero dietro la Russia. La ricerca, molto contestata, venne ampiamente pubblicizzata durante la Leopolda 8 e venne rilanciata dalla stampa internazionale. Il sito Buzzfeed arrivò a definire Stroppa «ricercatore indipendente sulla cybersicurezza». Lui che era a libro paga di Open.
La Ferrari elettrica Luce (Ansa)
Dalle parti di Maranello, il vernisage per la nuova Ferrari Luce, la prima vettura 100% elettrica di serie mai prodotta dalla casa del Cavallino rampante, era vista come un evento destinato a monopolizzare l’opinione pubblica. Monopolizzare e dividere, queste reazioni erano tenute in conto. Certamente non si aspettavano l’ondata di critiche piombate sul nuovo bolide multicolore del Cavallino e, per osmosi, sul John Elkann, che di questo progetto è il papà, quantomeno spirituale.
Dalle parti del capo di Exor, a parlare sono spesso (se non soprattutto) i quattrini: e la reazione della Borsa alla presentazione di Luce non deve essere piaciuta molto a Jaki. Tra i «puristi» della Rossa che sostengono che il nuovo modello si allontani troppo dall’identità storica di Ferrari, fatta di motori termici, con sound e design che ne hanno fatto un mito, ci sono evidentemente anche gli investitori: il titolo ha chiuso la seduta di stamane perdendo l’8,37% e attestandosi a 284,05 euro per azione. Una evidente bocciatura del mercato a tutta l’operazione. Elkann, Benedetto Vigna (ad di Ferrari) e Piero Ferrari (figlio del Drake) oggi l’hanno portata «in trionfo» per le vie di Roma, presentandola sia a papa Leone XIV sia al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ma la doppia benedizione, papale e quirinalizia, alla vettura non è servita. Appassionati del marchio, addetti del settore, semplici tifosi della Rossa hanno emesso il proprio verdetto: la macchina «è brutta», è il commento che va per la maggiore.
C’è chi l’ha paragonata alla Fiat Multipla degli anni Novanta, chi alla recente Nissan Leaf; chi a un modello orientale; altri hanno esibito elaborazioni alla buona fatte con l’Intelligenza artificiale, mostrando risultati sicuramente più godibili a livello estetico. «Elettrica, costossima e, dal punto di vista estetico, si commenta da sola... Sembra tutto fuorché un’auto del Cavallino. E questa sarebbe “innovazione”? Chissà Enzo Ferrari cosa direbbe...», ha scritto sui social il leader della Lega e il vicepremier, Matteo Salvini. Intercettando l’umore della stra-grande maggioranza degli italiani (ma non solo).
In effetti, per portare a casa una Luce, bisogna mettere mano ad almeno 550.000 euro. Mezzo milione per avere «oltre 530 km di autonomia nel ciclo europeo Wltp, grazie a una batteria da 122 kWh e architettura a 800 volt», dice la presentazione ufficiale. Numeri importanti, ma da declinare in salsa rossa: se la si guida come una Ferrari, l’autonomia rischia di essere minore perché i 1.000 cavalli elettrici invitano inevitabilmente a una guida aggressiva. E accelerazioni violente e velocità elevate sono i peggiori nemici delle batterie. E non si compra una Ferrari per andare in giro con il piede leggero...
Al di là delle batterie, due sono le critiche più feroci mosse a Luce: perdita del suono del motore termico e design. Per chi ama sentire il rombo di un V8 o di un V12, la «componente emozionale» che simula «vibrazioni e sonorità per restituire sensazioni più vicine possibili alle tradizionali sportive» (in pratica, il suono del motore esce da delle casse «amplificato come accade con una chitarra elettrica») è un’eresia.
Il vero pomo della discordia, comunque, è il design. Le prestazioni assicurate, almeno fintanto che la batteria è carica, possono anche essere da vera Ferrari (a livello tecnico, l’innovazione rappresenta un vero sforzo ingegneristico visto che sono stati brevettati 60 progetti collegati a Luce). Ma la linea è quella di una Apple car. Il riferimento alla società di Cupertino non è casuale, visto che a disegnarla è stato il collettivo creativo fondato dall’ex Apple, Jony Ive e da Marc Newson. Ma perché, se tutto il mondo riconosce nella Ferrari uno dei simboli ancora viventi dello «stile italiano», si è sentito il bisogno di far disegnare la vettura più di rottura della propria storia da chi, della Ferrari, non sa nulla? Che non ha mai disegnato un’auto ma solo uno smartphone? Mistero, e neanche tanto buffo. «Questo nuovo modello tramanda nel futuro i valori che rendono la Ferrari immediatamente riconoscibile in tutto il mondo», ha detto il presidente della Ferrari, John Elkann. Luca Cordero di Montezemolo, che ha legato a Maranello la fase più vincente della sua carriera professionale, a margine dell’assemblea annuale di Confindustria ha lanciato bordate: «Se dovessi dire quello che penso dovrei dire cose molto spiacevoli. Preferisco non commentare. Spero che qualcuno tolga il Cavallino da quella macchina. La Cina? Sicuramente i cinesi non ci copieranno questa macchina». Un concetto, quest’ultimo ripreso anche da Flavio Briatore in un video di sfottò sui social. Se non sono sentenze tombali, poco ci manca. Tra i detrattori del progetto c’è Carlo Calenda: «La Ferrari Luce è un insulto estetico e tecnologico per chi ama la Ferrari o, come nel mio caso, ci ha lavorato. Complimenti a Elkann che dopo aver semidistrutto o alienato Marelli, Comau, Iveco, Fiat, Alfa, Maserati, Lancia, Scuderia Ferrari , Juventus, Repubblica, ora ci prova con Ferrari. E non era facile», ha scritto il leader di Azione su X. «La prima auto elettrica Ferrari scontenta tutti», commenta il presidente di Federcarrozzieri, Davide Galli, «Una strategia che, almeno al momento, appare sbagliata e che potrebbe rivelarsi un boomerang per la casa automobilistica».
Ultimo appunto: la Luce è stata presentata a Roma, nella Vela di Calatrava, e non a Maranello. Forse anche per non incappare nelle ire dello spirito del Drake.
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Dario Amodei (Getty Images)
Olah non ha seguito un percorso universitario tradizionale e non ha conseguito una laurea. Frequentò l’università per circa un anno, poi la lasciò per stare vicino a un conoscente accusato di terrorismo, poi prosciolto da tutte le accuse. Nel 2012 Olah ha ricevuto il Thiel Fellowship, una borsa da 100.000 dollari destinata agli under 22 che rinunciano agli studi universitari per sviluppare i propri progetti, finanziata da Peter Thiel, lo stesso che ha fondato Palantir, la nota azienda di sorveglianza di massa. Com’è piccola la California.
Da quel momento Olah si è dedicato agli algoritmi. Un tirocinio in Google Brain, il gruppo di ricerca poi confluito in DeepMind, dove ha contribuito al progetto DeepDream, rete neurale capace di generare immagini allucinatorie. Nel 2018 è entrato in OpenAI come capo tecnico del gruppo di interpretabilità, poi nel 2021 è diventato uno dei cofondatori di Anthropic, dove guida tuttora la ricerca sulla stessa materia. La sua specialità, l’interpretabilità dei modelli linguistici, consiste nello studio dei meccanismi interni con cui un modello di Intelligenza artificiale arriva alle sue risposte. Nel 2024 il Time lo ha inserito nella lista dei cento protagonisti più influenti dell’IA.
Il nome più noto di Anthropic è però Amodei, ovvero la coppia dei fratelli Amodei. Dario e Daniela, 43 e 39 anni, sono nati a San Francisco da genitori italiani. Il geniaccio è Dario, che ha studiato fisica nelle prestigiose università Caltech, Stanford e Princeton. Daniela si è data da fare in letteratura inglese e musica all’Università della California di Santa Cruz. Poi entrambi hanno lavorato in OpenAI, il rivale guidato da Sam Altman, prima di lasciare e fondare Anthropic nel 2021, insieme a Olah e ad altri ex colleghi. Dario è ceo e si occupa dei modelli, Daniela è presidente e gestisce l’organizzazione, le finanze, le relazioni con i clienti. L’azienda, con sede a San Francisco, è oggi valutata intorno ai 500 miliardi di dollari ma viaggia verso valutazioni stellari da 900 miliardi.
All’inizio del 2026 Anthropic è diventata celebre per aver rifiutato di allentare i propri vincoli etici sull’uso militare di Claude, rinunciando a un contratto da circa 200 milioni di dollari con il Dipartimento della Difesa americano. L’azienda si è opposta alla richiesta di consentire l’uso indiscriminato dei propri modelli per la sorveglianza di massa e per le armi autonome. Il Pentagono ha poi siglato accordi con otto altri colossi, OpenAI e Google incluse, escludendo esplicitamente Anthropic.
Il gesto ha avuto un costo reale ma ha fruttato un capitale reputazionale enorme, dando ad Anthropic la targa di unica «Big tech etica». Ora, con la casacca dei buoni indosso, gli Amodei e Olah costruiscono la propria identità pubblica attorno alla narrativa di un’azienda che conosce i rischi dell’IA meglio di chiunque altra, che li racconta ad alta voce, che accetta di perdere contratti pur di non tradire i propri principi.
Dario Amodei interviene spesso sull’impatto potenzialmente catastrofico dell’Intelligenza artificiale. Olah invoca controlli esterni all’industria. Daniela cita Joan Didion e Umberto Eco, parlando di quanto sia importante non ripetere gli errori dei social media. Dietro le quinte, in un gioco di vedo-non vedo che stuzzica gli appetiti, si parla di Mythos, un altro prodotto della premiata ditta, così devastante che i creatori avrebbero deciso di non divulgarlo. Una specie di impalpabile segreto alchemico mantenuto tale dagli scrupoli etici dei creatori. La stessa azienda che evoca il rischio si presenta anche come il soggetto più adatto a costruire il rimedio.
L’invito in Vaticano per presentare l’Enciclica papale non nasce quindi dal nulla. Da aprile, Anthropic ha avviato una serie di incontri sull’etica dell’IA con leader religiosi, cominciando dai rappresentanti del mondo cristiano e annunciando di voler estendere la conversazione ad altre tradizioni.
Qualcosa stride, però. Anthropic fa mostra di nutrire dubbi sulla natura di ciò che essa stessa sta costruendo, con posizioni pubbliche che sfiorano l’ipotesi che l’Intelligenza artificiale abbia una forma embrionale di esperienza soggettiva, qualcosa di simile a un io. La tragicomica intervista di Walter Veltroni a Claude fa parte di questa rappresentazione. Sono posizioni esposte con cautela, come ipotesi di lavoro, ma contribuiscono a costruire un’aura attorno a Anthropic che è funzionale tanto alla ricerca quanto al marketing.
L’ostentata prudenza, cioè, finisce per costruire una narrazione molto favorevole all’azienda e ai suoi prodotti. Claude non appare come un semplice chatbot, ma come qualcosa di così avanzato da meritare persino domande sulla coscienza. Suggerendo cautela, relazione e perfino una possibile interiorità della macchina, si aumenta il fascino dell’oggetto da cui si invita a stare in guardia. In altri termini, oggi Anthropic produce cornici culturali, in cui si stabiliscono le paure accettabili e la lingua attraverso cui il potere tecnologico chiede la patente di coscienza critica di sé stesso.
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iStock
Il quadro resta favorevole anche per il comparto artigiano, che mostra continuità e resilienza: produzione in crescita dello 0,3%, fatturato al +0,2% e ordini esteri in aumento dello 0,7%. Numeri che confermano la capacità delle imprese lombarde, grandi e piccole, di generare valore anche in una fase segnata da tensioni geopolitiche, volatilità dei mercati e rincari delle materie prime.
Su base annua, la Lombardia continua a distinguersi per performance superiori alla media europea. La produzione industriale cresce del 2,4%, mentre l’artigianato segna un +2,0%. Ancora più significativa la dinamica del fatturato: +2,8% per l’industria e +1,9% per l’artigianato. L’export resta uno dei principali punti di forza, con il 38,9% del fatturato industriale realizzato sui mercati internazionali, mentre la domanda interna si rafforza con ordini industriali in aumento del 3,2% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Positivi anche i dati occupazionali: nell’industria il saldo tra ingressi e uscite torna favorevole (+0,4%), mentre nell’artigianato raggiunge il +0,8%. Resta contenuto il ricorso alla Cassa integrazione, a conferma della buona tenuta complessiva del sistema produttivo lombardo.
La crescita appare diffusa in diversi settori manifatturieri. Nell’industria spiccano mezzi di trasporto, legno-arredo, siderurgia, meccanica e sistema moda ad alto valore aggiunto. Nell’artigianato risultano in espansione alimentare, tessile, carta-stampa e manifatture innovative.
Restano, però, forti elementi di preoccupazione. «Teniamo duro ma non è facile», ha detto l’assessore allo Sviluppo Economico di Regione Lombardia, Guido Guidesi, «ora o c’è un cambiamento radicale rispetto ai vincoli europei e al protagonismo dei territori o rischiamo veramente di uscire dalla competitività».
Sulla stessa linea Gian Domenico Auricchio: «I numeri di questo primo trimestre confermano la tenuta e la forza del nostro sistema produttivo. In uno scenario internazionale complesso, la Lombardia continua a dimostrare competitività, capacità di esportazione e grande qualità manifatturiera».
Più cauto Giuseppe Pasini, presidente di Confindustria Lombardia, secondo cui «il 2026 per le imprese si prefigura duro e ricco di incognite». Pasini richiama l’attenzione su guerre, crisi permanenti, prezzi delle materie prime e costi energetici, sottolineando che «chi controlla l’energia e le materie prime controlla la crescita».
Dubbi condivisi anche dal mondo artigiano. «Le principali preoccupazioni degli artigiani, in questo momento, sono sicuramente l’impennata dei costi energetici e dei prezzi delle materie prime in questo contesto di crisi internazionali», ha dichiarato Stefano Fugazza, presidente Unione artigiani Lombardia.
Il quadro complessivo conferma, dunque, una Lombardia ancora forte, competitiva e proiettata sui mercati esteri, ma chiamata ad affrontare nodi strutturali decisivi: energia, materie prime, credito, competenze e ricambio generazionale.
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