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2020-08-13
I banchi a ottobre: Azzolina e Arcuri ne prendono anche da ditte straniere
Lucia Azzolina (Ansa)
Sono undici i contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei banchi monoposto dopo il bando di gara indetto dal Commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Aziende «per la maggior parte italiane», si legge una nota diffusa ieri in serata da Invitalia. Non si sa ancora quanti ne verranno prodotti all'estero. Il comunicato non entra infatti nel dettaglio, né fornisce i nomi delle imprese, ma assicura che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani, che era di 2.013.656 banchi tradizionali e di 435.118 sedute innovative». I banchi, viene aggiunto, «saranno consegnati a partire dai primi giorni di settembre e fino al mese di ottobre». Quindi il numero complessivo richiesto arriverà ad anno scolastico già iniziato, quando Arcuri aveva inizialmente promesso la consegna tra l'8 e il 12 settembre. La distribuzione «avverrà secondo una programmazione nazionale e una tempistica che terrà conto delle effettive priorità scolastiche e sanitarie dei vari territori», prosegue il comunicato. Sottolineando che «il risultato raggiunto in un tempo così ristretto è stato possibile, tra l'altro, grazie alla collaborazione delle aziende italiane ed internazionali che consentiranno di dotare le scuole in pochi mesi di una quantità di banchi di oltre dieci volte superiore alla fornitura nazionale annuale».
Al bando europeo indetto da Arcuri sulla fornitura dei banchi monoposto avevano partecipato 14 aziende, tra italiane e straniere, ma non extra Ue. Dalle aziende italiane specializzate nella produzione di arredo scolastico erano però arrivate forti perplessità in merito a due aspetti: quantitativi enormi e i tempi di consegna troppo stretti. In un' audizione alla commissione Cultura alla Camera, Arcuri aveva ammesso che «il fabbisogno richiesto al mercato è straordinario: la produzione e la distribuzione di banchi scolastici nel nostro Paese è di norma clamorosamente inferiore» ma si è giustificato dicendo di avere avuto pochi giorni per preparare la gara, e di aver preferito indire un bando piuttosto che procedere acquistando direttamente i banchi sul mercato, come avrebbe potuto fare.
Restano, intanto, le perplessità degli esperti sull'utilità della commessa sul fronte della prevenzione: «Il distanziamento tra i bambini e anche tra i ragazzi è veramente complesso da realizzare in maniera completa ed efficace, non credo nei banchi come soluzione, vista anche la nostra miserevole edilizia scolastica e i limitati spazi di cui disponiamo», ha detto ieri a SkyTg24 Massimo Galli, primario infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano. Secondo Galli, insomma non servono banchi ma medici. «E' meglio investire su rifare i tetti che in tutti questi banchi. Credo che si debba, invece, ripristinare dei presidi sanitari a scuola, prendere la misurazione delle febbre dei ragazzini, avere in mano la scheda sanitaria dei ragazzini per avere la possibilità di seguire le loro condizioni fisiche», ha aggiunto. Ricordando anche che «nei Paesi civili si vaccinano per l'influenza anche i bambini, ma da noi no, questo punto andrebbe preso in considerazione per togliere di mezzo almeno la metà delle sindromi febbrili che i ragazzi e i bambini hanno nei mesi invernali. Andare a trovare i medici e gli assistenti sanitari per questa operazione non è impossibile e questo potrebbe essere uno strumento veramente importante e non solo per il discorso del Covid».
Il ministero della Salute e l'Istituto superiore della Sanità hanno emanato delle linee guida sugli «elementi di preparazione e risposta al Covid-19 per la prossima stagione autunnale» oltre che per quella invernale. Definite le strategie e le soluzioni che verranno adottate per evitare la diffusione dei contagi. «In una logica di sistema a livello nazionale - si legge nel documento - si opererà per favorire prima della stagione autunnale la condivisione e il coordinamento delle indicazioni operative sulla base degli attuali scenari con le regioni». Fondamentale sarà «monitorare la situazione epidemiologica e l'impatto dell'infezione», ma anche «garantire una comunicazione ufficiale al pubblico» e «continuare a rafforzare i meccanismi di coordinamento e collaborazione tra territori diversi e di compensazione/reperimento delle risorse nel Paese». Al banco non si dovrà usare la mascherina, obbligatoria invece quando ci si sposta in classe e negli altri spazi comuni oppure quando manca il metro di distanza.
Nel frattempo, ieri è partito da Xi'an, nella provincia cinese dello Shaanxi, un treno cargo speciale organizzato dalla struttura del commissario Arcuri, in coordinamento con l'ambasciata d'Italia a Pechino. Il treno, composto da 45 vagoni, porta a bordo materiale medico-sanitario destinato dell'epidemia da Covid-19, incluse 16 tonnellate di melt blow, componente essenziale per la produzione di mascherine in Italia. Il treno speciale dovrebbe arrivare in Italia il prossimo 27 agosto.
Presidi contro le nuove postazioni: «Senza garanzie non le accettiamo»
A un mese dal ritorno sui banchi, l'unica cosa certa è che la scuola non sarà come la ricordavano gli alunni. L'avevano lasciata, ignari di non tornarci fino all'anno scolastico successivo, lo scorso 4 marzo, quando il ministro Lucia Azzolina ne aveva annunciato la chiusura in via «prudenziale» per 15 giorni.
Ma le cose sono andate diversamente e il 14 settembre, dopo sei mesi, la riapertura degli istituti rimane la più grande incognita per tutti: studenti, professori, genitori e soprattutto per i dirigenti scolastici.
L'ultimo allarme dai presidi, in merito al bando europeo per l'acquisto dei banchi, arriva da Cristina Costarelli: «Mette a rischio tutti i dirigenti scolastici. È vago, contraddittorio e anche subdolo nel chiedere di certificare ai presidi che hanno già usato nelle loro scuole e dunque testato le sedute. Un assurdo nell'assurdo. Tra l'altro lo scorso 17 luglio, quando ancora il bando non era stato pubblicato, nessuno ci ha informati di questi “dettagli"», ha dichiarato ad Adnkronos la vicepresidente dell'Associazione nazionale presidi e dirigente del liceo scientifico Newton di Roma, aggiungendo che «in quanto dirigente mi sento autorizzata a non accettare la fornitura alla consegna, se mai ci sarà. Ma parlo anche al plurale, da vice presidente Anp Roma. Senza certificazione attendibile dagli enti preposti non accetteremo i banchi».
La sferzata è solo l'ultima delle criticità fatte emergere dai presidi sul ritorno a scuola. Negli ultimi giorni l'Anp aveva rimarcato il problema dell'insufficienza di spazi e aule. Problemi non di certo nuovi nelle scuole italiane, dove gli alunni vengono ammassati nelle famigerate «classi pollaio» dentro istituti talvolta, specie nel Centro e nel Sud, anche fatiscenti.
L'emergenza coronavirus, e la conseguente necessità di distanziamento e spazi più ampi, ha riportato al centro una questione mai risolta, la cui responsabilità non può essere certo intestata in toto al ministro Azzolina.
Ma il ministero di Viale Trastevere avrebbe dovuto cogliere l'occasione per ripensare o quantomeno migliorare l'edilizia scolastica, come ha fatto presente Massimo Galli, primario infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano: «Non credo nei banchi come soluzione, vista anche la nostra miserevole edilizia scolastica e i limitati spazi di cui disponiamo. Meglio investire su rifare i tetti che in tutti questi banchi». Per Galli sarebbe fondamentale anche il controllo medico: «Il distanziamento tra i bambini e anche tra i ragazzi è veramente complesso da realizzare in maniera completa ed efficace. Credo che si debba, invece, ripristinare dei presidi sanitari a scuola, prendere la misurazione delle febbre dei ragazzini, avere in mano la loro scheda sanitaria, perché farla costa meno ed è meno faticoso di fare i banchi, per avere la possibilità di seguire le loro condizioni fisiche».
Invece, le soluzioni proposte in questi mesi dalla titolare dell'Istruzione, sono state confusionarie, se non grottesche, come ha ribadito il leader della Lega, Matteo Salvini: «Tra un mese milioni di bambini e insegnanti andranno a scuola, i nostri territori si stanno attrezzando altrimenti se aspettiamo l'Azzolina li mandiamo allo zoo i nostri figli. Mi permetto di diffidare di questo governo, con un ministro della scuola come la Azzolina che pensa di mettere i bambini nei bed and breakfast o pensa ai banchi con le rotelle. Ma in che mani siamo?».
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Appalto vinto da 11 imprese, ma Invitalia non comunica quali. Slitta la consegna: era stata promessa entro il 12 settembre. Presidi contro le nuove postazioni: «Senza garanzie non le accettiamo». Caos sui certificati di sicurezza. Matteo Salvini: «Se aspettiamo il ministro, alunni allo zoo». Lo speciale comprende due articoli. Sono undici i contratti di affidamento ad aziende e raggruppamenti di imprese per la fornitura dei banchi monoposto dopo il bando di gara indetto dal Commissario per l'emergenza, Domenico Arcuri. Aziende «per la maggior parte italiane», si legge una nota diffusa ieri in serata da Invitalia. Non si sa ancora quanti ne verranno prodotti all'estero. Il comunicato non entra infatti nel dettaglio, né fornisce i nomi delle imprese, ma assicura che la fornitura «è in grado di superare complessivamente l'intero fabbisogno richiesto dai dirigenti scolastici italiani, che era di 2.013.656 banchi tradizionali e di 435.118 sedute innovative». I banchi, viene aggiunto, «saranno consegnati a partire dai primi giorni di settembre e fino al mese di ottobre». Quindi il numero complessivo richiesto arriverà ad anno scolastico già iniziato, quando Arcuri aveva inizialmente promesso la consegna tra l'8 e il 12 settembre. La distribuzione «avverrà secondo una programmazione nazionale e una tempistica che terrà conto delle effettive priorità scolastiche e sanitarie dei vari territori», prosegue il comunicato. Sottolineando che «il risultato raggiunto in un tempo così ristretto è stato possibile, tra l'altro, grazie alla collaborazione delle aziende italiane ed internazionali che consentiranno di dotare le scuole in pochi mesi di una quantità di banchi di oltre dieci volte superiore alla fornitura nazionale annuale». Al bando europeo indetto da Arcuri sulla fornitura dei banchi monoposto avevano partecipato 14 aziende, tra italiane e straniere, ma non extra Ue. Dalle aziende italiane specializzate nella produzione di arredo scolastico erano però arrivate forti perplessità in merito a due aspetti: quantitativi enormi e i tempi di consegna troppo stretti. In un' audizione alla commissione Cultura alla Camera, Arcuri aveva ammesso che «il fabbisogno richiesto al mercato è straordinario: la produzione e la distribuzione di banchi scolastici nel nostro Paese è di norma clamorosamente inferiore» ma si è giustificato dicendo di avere avuto pochi giorni per preparare la gara, e di aver preferito indire un bando piuttosto che procedere acquistando direttamente i banchi sul mercato, come avrebbe potuto fare. Restano, intanto, le perplessità degli esperti sull'utilità della commessa sul fronte della prevenzione: «Il distanziamento tra i bambini e anche tra i ragazzi è veramente complesso da realizzare in maniera completa ed efficace, non credo nei banchi come soluzione, vista anche la nostra miserevole edilizia scolastica e i limitati spazi di cui disponiamo», ha detto ieri a SkyTg24 Massimo Galli, primario infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano. Secondo Galli, insomma non servono banchi ma medici. «E' meglio investire su rifare i tetti che in tutti questi banchi. Credo che si debba, invece, ripristinare dei presidi sanitari a scuola, prendere la misurazione delle febbre dei ragazzini, avere in mano la scheda sanitaria dei ragazzini per avere la possibilità di seguire le loro condizioni fisiche», ha aggiunto. Ricordando anche che «nei Paesi civili si vaccinano per l'influenza anche i bambini, ma da noi no, questo punto andrebbe preso in considerazione per togliere di mezzo almeno la metà delle sindromi febbrili che i ragazzi e i bambini hanno nei mesi invernali. Andare a trovare i medici e gli assistenti sanitari per questa operazione non è impossibile e questo potrebbe essere uno strumento veramente importante e non solo per il discorso del Covid». Il ministero della Salute e l'Istituto superiore della Sanità hanno emanato delle linee guida sugli «elementi di preparazione e risposta al Covid-19 per la prossima stagione autunnale» oltre che per quella invernale. Definite le strategie e le soluzioni che verranno adottate per evitare la diffusione dei contagi. «In una logica di sistema a livello nazionale - si legge nel documento - si opererà per favorire prima della stagione autunnale la condivisione e il coordinamento delle indicazioni operative sulla base degli attuali scenari con le regioni». Fondamentale sarà «monitorare la situazione epidemiologica e l'impatto dell'infezione», ma anche «garantire una comunicazione ufficiale al pubblico» e «continuare a rafforzare i meccanismi di coordinamento e collaborazione tra territori diversi e di compensazione/reperimento delle risorse nel Paese». Al banco non si dovrà usare la mascherina, obbligatoria invece quando ci si sposta in classe e negli altri spazi comuni oppure quando manca il metro di distanza. Nel frattempo, ieri è partito da Xi'an, nella provincia cinese dello Shaanxi, un treno cargo speciale organizzato dalla struttura del commissario Arcuri, in coordinamento con l'ambasciata d'Italia a Pechino. Il treno, composto da 45 vagoni, porta a bordo materiale medico-sanitario destinato dell'epidemia da Covid-19, incluse 16 tonnellate di melt blow, componente essenziale per la produzione di mascherine in Italia. 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Ma le cose sono andate diversamente e il 14 settembre, dopo sei mesi, la riapertura degli istituti rimane la più grande incognita per tutti: studenti, professori, genitori e soprattutto per i dirigenti scolastici. L'ultimo allarme dai presidi, in merito al bando europeo per l'acquisto dei banchi, arriva da Cristina Costarelli: «Mette a rischio tutti i dirigenti scolastici. È vago, contraddittorio e anche subdolo nel chiedere di certificare ai presidi che hanno già usato nelle loro scuole e dunque testato le sedute. Un assurdo nell'assurdo. Tra l'altro lo scorso 17 luglio, quando ancora il bando non era stato pubblicato, nessuno ci ha informati di questi “dettagli"», ha dichiarato ad Adnkronos la vicepresidente dell'Associazione nazionale presidi e dirigente del liceo scientifico Newton di Roma, aggiungendo che «in quanto dirigente mi sento autorizzata a non accettare la fornitura alla consegna, se mai ci sarà. Ma parlo anche al plurale, da vice presidente Anp Roma. Senza certificazione attendibile dagli enti preposti non accetteremo i banchi». La sferzata è solo l'ultima delle criticità fatte emergere dai presidi sul ritorno a scuola. Negli ultimi giorni l'Anp aveva rimarcato il problema dell'insufficienza di spazi e aule. Problemi non di certo nuovi nelle scuole italiane, dove gli alunni vengono ammassati nelle famigerate «classi pollaio» dentro istituti talvolta, specie nel Centro e nel Sud, anche fatiscenti. L'emergenza coronavirus, e la conseguente necessità di distanziamento e spazi più ampi, ha riportato al centro una questione mai risolta, la cui responsabilità non può essere certo intestata in toto al ministro Azzolina. Ma il ministero di Viale Trastevere avrebbe dovuto cogliere l'occasione per ripensare o quantomeno migliorare l'edilizia scolastica, come ha fatto presente Massimo Galli, primario infettivologo dell'ospedale Sacco di Milano: «Non credo nei banchi come soluzione, vista anche la nostra miserevole edilizia scolastica e i limitati spazi di cui disponiamo. Meglio investire su rifare i tetti che in tutti questi banchi». Per Galli sarebbe fondamentale anche il controllo medico: «Il distanziamento tra i bambini e anche tra i ragazzi è veramente complesso da realizzare in maniera completa ed efficace. Credo che si debba, invece, ripristinare dei presidi sanitari a scuola, prendere la misurazione delle febbre dei ragazzini, avere in mano la loro scheda sanitaria, perché farla costa meno ed è meno faticoso di fare i banchi, per avere la possibilità di seguire le loro condizioni fisiche». Invece, le soluzioni proposte in questi mesi dalla titolare dell'Istruzione, sono state confusionarie, se non grottesche, come ha ribadito il leader della Lega, Matteo Salvini: «Tra un mese milioni di bambini e insegnanti andranno a scuola, i nostri territori si stanno attrezzando altrimenti se aspettiamo l'Azzolina li mandiamo allo zoo i nostri figli. Mi permetto di diffidare di questo governo, con un ministro della scuola come la Azzolina che pensa di mettere i bambini nei bed and breakfast o pensa ai banchi con le rotelle. Ma in che mani siamo?».
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In venti contro 4 li aggrediscono armati di spranghe. Le immagini sono al vaglio della Digos. Uno dei quattro militanti è stato trasportato in ospedale in codice giallo.
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Domani 9 gennaio a Milano arrivano migliaia di trattori per dire no all’accordo; si mobilitano da Rivolta agricola, agli allevatori piemontesi, fino ai Comitati degli agricoltori ormai diffusi in tutto il Nord e Centro Italia. Fanno quello che sta succedendo in Francia dove da settimane il Paese è bloccato dalle proteste, in Polonia dove alla fine dell’anno i trattori hanno bloccato le autostrade, in Ungheria, in Romania e in Repubblica Ceca dove oltre al no al trattato commerciale con Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay a cui si aggiunge la Bolivia, c’è anche il no all’ingresso dell’Ucraina nell’Ue. Queste proteste stanno raffreddando i governi e l’intesa che appena 48 ore fa era data per fatta dopo che Giorgia Meloni aveva ottenuto la disponibilità di Ursula von der Leyen a mettere sulla prossima Pac 45 miliardi (all’Italia ne andrebbero 10 con un miliardo di vantaggio rispetto alla quota consolidata) è tornata in discussione.
Ieri il presidente della Commissione aveva favorito una riunione dei ministri agricoli dei 27 con i commissari all’agricoltura e al commercio per arrivare alla ratifica del Mercosur. Il nostro ministro Francesco Lollobrigida ha detto: «Firmiamo solo se ci sono delle garanzie. Guardiamo agli accordi che eliminano le barriere tariffarie e non tariffarie con uno sguardo positivo, ma non si può mettere in discussione il nostro sistema economico o una parte di questo». Tradotto: senza clausola di reciprocità (sui fitofarmaci, sui controlli sanitari e di qualità, sull’utilizzo di manodopera regolare) il Mercosur non passa. Lollobrigida ha rivendicato che la Commissione si è «convinta ad accettare la proposta italiana sulla Pac che torna centrale nelle politiche europee. La dotazione finanziaria», ha specificato, «deve garantire alcuni settori rispetto alle fluttuazioni di mercato. Ma non ci interessa pagare il funerale a qualcuno, ci interessa che qualcuno resti in vita e continui a produrre». La preoccupazione è per un’invasione di prodotti del Sudamerica (il Brasile è già il primo fornitore dell’Ue di materia agricola per quasi 10 miliardi): dalla carne alla soia, dal riso allo zucchero.
Ieri si è svolto anche un vertice dei Paesi di Visegrad. I ministri di Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca hanno detto: «Siamo qui per difendere i nostri agricoltori, la sicurezza alimentare non deve essere oggetto dei giochi politici». L’ungherese Itsvan Nagy ha aggiunto: «Sono a Bruxelles sul campo di battaglia, le preoccupazioni degli agricoltori sono giustificate». Gianmarco Centinaio, vicepresidente del Senato (Lega, ex ministro agricolo) annuncia: «La Commissione europea non può pensare che le garanzie chieste dai nostri agricoltori siano in vendita. Un conto sono le risorse per la Pac, finalmente aumentate grazie al governo italiano, un altro conto è l’accordo Mercosur, per il quale serve reciprocità. Condivido la richiesta degli agricoltori e venerdì andrò ad ascoltare quanti scenderanno in piazza a Milano».
Del pari la Coldiretti sta in guardia sul Mercosur: un sì dell’Italia senza clausola di reciprocità è inaccettabile. Ettore Prandini, presidente, e Vincenzo Gesmundo, segretario, in una nota sostengono: l’annuncio dei 10 miliardi in più sulla Pac «ottenuto grazie al ruolo determinante svolto dal governo e dal ministro Lollobrigida» così come la marcia indietro sui tagli e le modifiche al fondo sulle aree rurali sono positivi, ma ora «devono seguire atti legislativi europei». Coldiretti non si fida della «tecnocrazia di Bruxelles» e annuncia: «Proseguiamo la mobilitazione permanente: dal 20 gennaio e fino alla fine del mese manifestazioni coinvolgeranno oltre 100.000 soci; inizieremo con Lombardia, Piemonte, Veneto e Lazio e si proseguirà in Emilia-Romagna, Toscana, Puglia, Campania, Sicilia e Sardegna. Saranno le occasioni per difendere le conquiste ottenute sulla Pac e chiarire la nostra contrarietà a un accordo Mercosur che non garantisca parità di trattamento tra agricoltori europei e sudamericani».
In Francia i trattori stanno preparando l’assedio di Parigi. Ieri è stato approvato un decreto che blocca l’import dal Sudamerica e l’ex ministro dell’Interno Bruno Retailleau ha detto: «Se Emmanuel Macron firma il Mercosur presento la mozione di sfiducia al governo». La baronessa Von der Leyen deve attendere.
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Ansa
Cupi riverberi, brividi bipartisan senza senso, rigurgiti di una stagione dialetticamente isterica nelle piazze e pure dentro le istituzioni; tutti ricordano Maurizio Landini che pochi mesi fa da un palco invocava «la rivolta sociale». Sull’aggressione romana, le forze dell’ordine hanno sintetizzato i racconti delle vittime: gli assalitori erano a volto coperto, in possesso di coltelli e di radio per comunicare senza il rischio di essere intercettati. Il presidente di Gioventù nazionale Roma, Francesco Todde, ha parlato di «un commando di più di 20 professionisti dell’odio politico» e ha spiegato: «I nostri ragazzi sono stati aggrediti con violenza mentre affiggevano un manifesto che parla di libertà, con l’obiettivo di ricordare come figli d’Italia tutti i ragazzi caduti in quegli anni di violenza infame, mentre l’odio politico portava al massacro di chi credeva nelle sue idee. Mai il nostro movimento si è contraddistinto per attacchi pianificati e violenti per ragioni politiche; al contrario questo episodio si aggiunge alla lunga lista di aggressioni ai nostri danni. Speriamo che la stampa, che un anno fa fece un gran rumore sul pericolo fascismo in Gioventù nazionale, parli anche di questo».
Difficile. Ancora più difficile che qualcuno si scomodi per la targa distrutta a Milano in memoria dell’agente ucciso dagli ultrà della rivoluzione permanente. Perché a tenere banco sono i proiettili alla Cgil, nella logica molto gauchiste dei «dos pesos y dos misuras» (copyright Paolo Pillitteri). Su quelli, con dinamiche e retroscena tutti da scoprire, si è immediatamente scatenata la grancassa del campo largo. Elly Schlein ha lanciato l’allarme selettivo: «Quanto accaduto a Primavalle è inaccettabile, esplodere colpi d’arma da fuoco contro la sede di un sindacato è un gesto di gravità inaudita. È urgente alzare la guardia, i sindacati sono presidi di democrazia e nessuna intimidazione ne depotenzierà il valore».
Più equilibrato Roberto Gualtieri, che si è ricordato di essere sindaco anche del Tuscolano: «Roma è una città che ripudia ogni forma di violenza politica, sia quando si manifesta contro sedi di partito, sindacati e associazioni, sia quando prende la forma di aggressione di strada come avvenuto nella notte in via Tuscolana ai danni dei militanti di Gioventù nazionale mentre affiggevano manifesti. La libertà di espressione e il confronto civile sono gli unici strumenti attraverso cui si costruisce la convivenza democratica».
Riguardo all’idiosincrasia nei confronti delle commemorazioni altrui, gli anni di piombo rimangono un nervo scoperto per la sinistra, che non ha mai voluto farci i conti tramandando alle galassie studentesche e ai centri sociali la mistica fasulla dei «compagni che sbagliano» e dei ragazzi «che volevano fare la rivoluzione». Dipinti come pulcini teneri e inconsapevoli, in realtà erano assassini, ben consci che le P38 sparavano proiettili veri ad altezza d’uomo. È surreale come, a distanza di mezzo secolo, quella parte politica faccia una fatica pazzesca a sopportare che chi ha avuto dei morti (in campo avverso o fra le forze dell’ordine) possa pretendere di ricordarli.
La commemorazione delle vittime (Franco Bigonzetti, Francesco Ciavatta, Stefano Recchioni) nel 48° anniversario di Acca Larenzia ha dato spunto a Giorgia Meloni per rilanciare un richiamo non certo alla memoria condivisa - dopo 50 anni a sinistra non si riesce neppure a condividere la pietà per i defunti -, ma a una pacificazione nazionale. Era l’obiettivo di Francesco Cossiga, Carlo Azeglio Ciampi e Luciano Violante ma oggi, con il governo di centrodestra in sella, per l’opposizione è più facile evocare toni da guerra civile. Con indignazione lunare a giorni alterni per il pericolo fascismo.
La premier ha sottolineato come «quelli del terrorismo e dell’odio politico sono stati anni bui, in cui troppo sangue innocente è stato versato, da più parti. Ferite che hanno colpito famiglie, comunità, l’intero popolo italiano a prescindere dal colore politico. L’Italia merita una vera e definitiva pacificazione nazionale». Riferendosi alla battaglia politica attuale, Meloni ha aggiunto: «Quando il dissenso diventa aggressione, quando un’idea viene zittita con la forza, la democrazia perde sempre. Abbiamo il dovere di custodire la memoria e di ribadire con chiarezza che la violenza politica, in ogni sua forma, è sempre una sconfitta. Non è mai giustificabile. Non deve mai più tornare».
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Ecco #DimmiLaVerità dell'8 gennaio 2026. Il commento del nostro Fabio Amendolara: «Gli immigrati che delinquono vengono espulsi ma restano comunque in Italia. E a volte uccidono».