True
2023-10-14
L’Iran vuole che Hezbollah abbai e non morda
La folla inneggia al leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah (Getty Images)
Mark Lowe, Direttore Monact Risk Assessment Services
Pietro Zucchelli, Analista Mena
La sera dell’11 ottobre le sirene israeliane nelle aree di confine con il Libano hanno lanciato un allarme a seguito dell’avvistamento di velivoli nemici non identificati. Il mattino seguente, il tenente colonnello dell’esercito israeliano Richard Hecht ha affermato che la notizia di un’invasione aerea tramite l’utilizzo di parapendii o droni provenienti dal Libano erano frutto di un errore umano. Nonostante questo falso allarme, la situazione nel Nord di Israele rimane tesa e la paura di un’invasione del Paese da parte di Hezbollah rimane alta.
Già nei giorni precedenti, le dichiarazioni di Israele e degli Stati Uniti d’America hanno permesso di comprendere quelle che sarebbero le possibili conseguenze di un coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto in corso. Il primo ministro libanese, Najib Mikati, è stato informato che il suo Paese sarà considerato responsabile di qualsiasi escalation causata dal gruppo sciita libanese. In particolare, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha chiarito che l’arrivo della portaerei Gerald Ford nel Mediterraneo orientale ha uno scopo di deterrenza nei confronti di altri attori che intendano aprire altri fronti contro Israele. Da parte sua, Najib Mikati ha rassicurato le parti affermando di non avere intenzione di coinvolgere il suo Paese, già attraversato da una profonda crisi economica, in un conflitto che rischierebbe di far sprofondare il Libano in un baratro.
Nonostante le rassicurazioni, tutti gli attori in questione sono consapevoli del debole controllo che il governo libanese esercita su Hezbollah. Al momento, il gruppo sciita libanese sembra aver optato per la cautela. Pur essendosi congratulato con Hamas per l’operazione al-Aqsa Flood e dichiarando che qualsiasi invasione su larga scala della Striscia di Gaza implicherà il proprio coinvolgimento nel conflitto, non ha tuttavia condotto operazioni significative contro Israele. Questo atteggiamento sembra essere confermato dalla decisione di non rivendicare i recenti attacchi dimostrativi che hanno interessato l’area contesa delle fattorie Sheeba, nascondendosi dietro il cappello di organizzazioni palestinesi attive in Libano.
Tutti gli attori in campo sembrano essere consapevoli di alcuni fattori. In primo luogo, è chiaro che qualsiasi azione proveniente dal Libano che vada oltre ad un’operazione dimostrativa, costringerebbe Tel Aviv ad avviare operazioni di bombardamento delle postazioni di Hezbollah in Libano, che coinvolgerebbero sicuramente anche Beirut. Uno scenario di questo tipo potrebbe facilmente degenerare in una vera e propria invasione da parte dell’esercito israeliano. In secondo luogo, tutti gli attori sono consapevoli dello scarso controllo esercitato dal governo provvisorio del Libano sul gruppo islamico sciita, il quale è storicamente una pedina dell’Iran. Infine, una escalation degli eventi in quest’area innescherebbe una reazione a catena che non recherebbe vantaggio a nessuna delle parti.
Una delle domande che sorge spontanea a questo punto è: che livello di potere decisionale hanno i leader di Hezbollah riguardo all’attacco a Israele? L’organizzazione dovrà chiedere il permesso a Teheran o, al contrario, l’Iran darà ordini specifici per attaccare Israele?
Considerate le circostanze, appare poco plausibile che Teheran dia l’ordine ad Hezbollah di entrare nel conflitto in corso. In questo caso, la Repubblica islamica correrebbe un rischio troppo alto di perdere quella che è la sua più potente pedina da usare contro le iniziative americane e israeliane nell’area. Inoltre, l’entrata diretta nel conflitto da parte di Hezbollah rischierebbe di portare al coinvolgimento di altre milizie filo-iraniane presenti nei Paesi mediorientali (gli Houti in Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq), rendendo da una parte evidente il coinvolgimento iraniano nella guerra contro Israele e dall’altra rischiando di perdere importanti pedine nello scacchiere mediorientale. In questo modo la Repubblica islamica rischierebbe di mettere a repentaglio quel ruolo di potenza regionale che ha rinforzato dall’invasione americana dell’Iraq del 2003, mantenendo un atteggiamento di basso profilo, infiltrandosi nelle amministrazioni politiche e nelle strutture militari e paramilitari di molti Paesi dell’area mediorientale.
Da queste considerazioni appare evidente che l’Iran abbia molto da perdere nel caso di un intervento diretto di Hezbollah nella guerra contro Israele. Al contrario, sembra che la scelta migliore per Teheran sia quella di mantenere la pressione a Nord, attraverso continue operazioni dimostrative condotte di miliziani, sperando che un prolungamento del conflitto contro i palestinesi mini il processo di riavvicinamento tra l’Arabia Saudita e Israele. Sebbene sia poco probabile che l’Iran decida di sacrificare Hezbollah, il rischio di un’escalation è tuttora in corso. I continui attacchi dimostrativi contro Israele, oltre che la possibilità di un errore di valutazione da parte di Hezbollah nel calibrare la dimensione di questi attacchi, costringerebbero Israele ad intervenire militarmente, innescando così quella reazione a catena che nessuno degli attori in questione sembra desiderare.
Meloni visita Mozambico e Congo per blindare l’import di gas liquefatto
Con la crisi energetica aggravata dal recente conflitto tra Israele e Hamas, ieri il presidente Giorgia Meloni ha iniziato la sua missione tra Mozambico e Congo con l’obiettivo di avviare un processo di diversificazione dell’approvvigionamento di gas attraverso la costruzione di rapporti solidi con i due Paesi africani.
La prima tappa è stata a Maputo, accolta dall’ambasciatore Gianni Bardini, per incontrare il presidente della Repubblica del Mozambico, Felipe Nyusi. «Sono molto contenta di essere qui», ha detto il premier Meloni, «tenevo a esserci e, anche nella delicata situazione internazionale, ho voluto garantire questa visita», ha detto il presidente del Consiglio. «Credo si veda che questo governo italiano è particolarmente attento al ruolo che i Paesi e il continente africano giocano nell’attuale contesto», ha proseguito. «E credo si veda che la nostra idea è costruire da parte dell’Europa un approccio nuovo con l’Africa che non sia predatorio e paternalistico. È esattamente quello che accade qui in Mozambico, particolarmente all’interno di progetti legati all’energia. Il governo italiano considera l’energia un fattore decisivo, soprattutto nel partneriato tra Europa e Africa».
Non è un caso, insomma, se tra i punti affrontati durante l’incontro a Maputo vi siano progetti di cooperazione economica ed energetica. Per questo insieme al governo era presente anche una delegazione di Eni, guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi.
Eni, d’altronde, è da sempre presente in Mozambico e Congo con progetti importanti che di certo faranno bene al fabbisogno energetico nazionale. Ad esempio, in Mozambico, tra il 2011 e il 2014, il cane a sei zampe ha trovato al largo delle coste settentrionali, nel bacino di Rovuma, diversi giacimenti di gas, tra cui Coral south, già in produzione (avviato nel novembre 2022). La produzione e liquefazione del gas avviene interamente offshore tramite l’impianto galleggiante Coral Sul Flng, con una capacità di liquefazione di circa 3,4 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto. Dall’avvio della produzione sono stati effettuati 30 carichi di gnl e 5 di condensati.
In Congo Eni è presente dal 1968 con attività di esplorazione e produzione sia onshore che offshore, per una produzione di circa 80,000 barili nel 2022. A novembre dell’anno scorso il gruppo ha deciso di investire in Congo Lng, il primo progetto per la liquefazione e l’export del gas del Paese. Congo Lng vedrà l’installazione di due impianti galleggianti di liquefazione del gas naturale: il primo avrà una capacità di liquefazione di 0,6 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto e avvio previsto alla fine del 2023; il secondo, attualmente in costruzione e con avvio previsto nel 2025, porterà la capacità complessiva di liquefazione a 3 milioni di tonnellate. Eni commercializzerà il 100% del gas liquefatto prodotto. Stando alle previsioni, l’Italia si appresta a ricevere dal Mozambico un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) nell’inverno 2023-2024 e circa 4 miliardi di metri cubi nell’inverno 2024-2025. Dal Congo invece l’Italia riceverà fino a un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto per l’inverno 2023-2024, e fino a 4,5 miliardi per il 2025-2026.
Continua a leggereRiduci
Con i continui tafferugli al confine con il Libano, il rischio escalation è dietro l’angolo. Ma se la formazione sciita costringesse Israele all’intervento, creerebbe un danno a Teheran. Che intende tenere alta la tensione per boicottare gli accordi di Abramo.Giorgia Meloni in Mozambico assieme all’ad di Eni. Con il Medio Oriente in fiamme, servono più fonti.Lo speciale contiene due articoli.Mark Lowe, Direttore Monact Risk Assessment ServicesPietro Zucchelli, Analista MenaLa sera dell’11 ottobre le sirene israeliane nelle aree di confine con il Libano hanno lanciato un allarme a seguito dell’avvistamento di velivoli nemici non identificati. Il mattino seguente, il tenente colonnello dell’esercito israeliano Richard Hecht ha affermato che la notizia di un’invasione aerea tramite l’utilizzo di parapendii o droni provenienti dal Libano erano frutto di un errore umano. Nonostante questo falso allarme, la situazione nel Nord di Israele rimane tesa e la paura di un’invasione del Paese da parte di Hezbollah rimane alta.Già nei giorni precedenti, le dichiarazioni di Israele e degli Stati Uniti d’America hanno permesso di comprendere quelle che sarebbero le possibili conseguenze di un coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto in corso. Il primo ministro libanese, Najib Mikati, è stato informato che il suo Paese sarà considerato responsabile di qualsiasi escalation causata dal gruppo sciita libanese. In particolare, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha chiarito che l’arrivo della portaerei Gerald Ford nel Mediterraneo orientale ha uno scopo di deterrenza nei confronti di altri attori che intendano aprire altri fronti contro Israele. Da parte sua, Najib Mikati ha rassicurato le parti affermando di non avere intenzione di coinvolgere il suo Paese, già attraversato da una profonda crisi economica, in un conflitto che rischierebbe di far sprofondare il Libano in un baratro.Nonostante le rassicurazioni, tutti gli attori in questione sono consapevoli del debole controllo che il governo libanese esercita su Hezbollah. Al momento, il gruppo sciita libanese sembra aver optato per la cautela. Pur essendosi congratulato con Hamas per l’operazione al-Aqsa Flood e dichiarando che qualsiasi invasione su larga scala della Striscia di Gaza implicherà il proprio coinvolgimento nel conflitto, non ha tuttavia condotto operazioni significative contro Israele. Questo atteggiamento sembra essere confermato dalla decisione di non rivendicare i recenti attacchi dimostrativi che hanno interessato l’area contesa delle fattorie Sheeba, nascondendosi dietro il cappello di organizzazioni palestinesi attive in Libano.Tutti gli attori in campo sembrano essere consapevoli di alcuni fattori. In primo luogo, è chiaro che qualsiasi azione proveniente dal Libano che vada oltre ad un’operazione dimostrativa, costringerebbe Tel Aviv ad avviare operazioni di bombardamento delle postazioni di Hezbollah in Libano, che coinvolgerebbero sicuramente anche Beirut. Uno scenario di questo tipo potrebbe facilmente degenerare in una vera e propria invasione da parte dell’esercito israeliano. In secondo luogo, tutti gli attori sono consapevoli dello scarso controllo esercitato dal governo provvisorio del Libano sul gruppo islamico sciita, il quale è storicamente una pedina dell’Iran. Infine, una escalation degli eventi in quest’area innescherebbe una reazione a catena che non recherebbe vantaggio a nessuna delle parti.Una delle domande che sorge spontanea a questo punto è: che livello di potere decisionale hanno i leader di Hezbollah riguardo all’attacco a Israele? L’organizzazione dovrà chiedere il permesso a Teheran o, al contrario, l’Iran darà ordini specifici per attaccare Israele?Considerate le circostanze, appare poco plausibile che Teheran dia l’ordine ad Hezbollah di entrare nel conflitto in corso. In questo caso, la Repubblica islamica correrebbe un rischio troppo alto di perdere quella che è la sua più potente pedina da usare contro le iniziative americane e israeliane nell’area. Inoltre, l’entrata diretta nel conflitto da parte di Hezbollah rischierebbe di portare al coinvolgimento di altre milizie filo-iraniane presenti nei Paesi mediorientali (gli Houti in Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq), rendendo da una parte evidente il coinvolgimento iraniano nella guerra contro Israele e dall’altra rischiando di perdere importanti pedine nello scacchiere mediorientale. In questo modo la Repubblica islamica rischierebbe di mettere a repentaglio quel ruolo di potenza regionale che ha rinforzato dall’invasione americana dell’Iraq del 2003, mantenendo un atteggiamento di basso profilo, infiltrandosi nelle amministrazioni politiche e nelle strutture militari e paramilitari di molti Paesi dell’area mediorientale. Da queste considerazioni appare evidente che l’Iran abbia molto da perdere nel caso di un intervento diretto di Hezbollah nella guerra contro Israele. Al contrario, sembra che la scelta migliore per Teheran sia quella di mantenere la pressione a Nord, attraverso continue operazioni dimostrative condotte di miliziani, sperando che un prolungamento del conflitto contro i palestinesi mini il processo di riavvicinamento tra l’Arabia Saudita e Israele. Sebbene sia poco probabile che l’Iran decida di sacrificare Hezbollah, il rischio di un’escalation è tuttora in corso. I continui attacchi dimostrativi contro Israele, oltre che la possibilità di un errore di valutazione da parte di Hezbollah nel calibrare la dimensione di questi attacchi, costringerebbero Israele ad intervenire militarmente, innescando così quella reazione a catena che nessuno degli attori in questione sembra desiderare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hamas-hezbollah-iran-2665963656.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-visita-mozambico-e-congo-per-blindare-limport-di-gas-liquefatto" data-post-id="2665963656" data-published-at="1697233614" data-use-pagination="False"> Meloni visita Mozambico e Congo per blindare l’import di gas liquefatto Con la crisi energetica aggravata dal recente conflitto tra Israele e Hamas, ieri il presidente Giorgia Meloni ha iniziato la sua missione tra Mozambico e Congo con l’obiettivo di avviare un processo di diversificazione dell’approvvigionamento di gas attraverso la costruzione di rapporti solidi con i due Paesi africani. La prima tappa è stata a Maputo, accolta dall’ambasciatore Gianni Bardini, per incontrare il presidente della Repubblica del Mozambico, Felipe Nyusi. «Sono molto contenta di essere qui», ha detto il premier Meloni, «tenevo a esserci e, anche nella delicata situazione internazionale, ho voluto garantire questa visita», ha detto il presidente del Consiglio. «Credo si veda che questo governo italiano è particolarmente attento al ruolo che i Paesi e il continente africano giocano nell’attuale contesto», ha proseguito. «E credo si veda che la nostra idea è costruire da parte dell’Europa un approccio nuovo con l’Africa che non sia predatorio e paternalistico. È esattamente quello che accade qui in Mozambico, particolarmente all’interno di progetti legati all’energia. Il governo italiano considera l’energia un fattore decisivo, soprattutto nel partneriato tra Europa e Africa». Non è un caso, insomma, se tra i punti affrontati durante l’incontro a Maputo vi siano progetti di cooperazione economica ed energetica. Per questo insieme al governo era presente anche una delegazione di Eni, guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi. Eni, d’altronde, è da sempre presente in Mozambico e Congo con progetti importanti che di certo faranno bene al fabbisogno energetico nazionale. Ad esempio, in Mozambico, tra il 2011 e il 2014, il cane a sei zampe ha trovato al largo delle coste settentrionali, nel bacino di Rovuma, diversi giacimenti di gas, tra cui Coral south, già in produzione (avviato nel novembre 2022). La produzione e liquefazione del gas avviene interamente offshore tramite l’impianto galleggiante Coral Sul Flng, con una capacità di liquefazione di circa 3,4 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto. Dall’avvio della produzione sono stati effettuati 30 carichi di gnl e 5 di condensati. In Congo Eni è presente dal 1968 con attività di esplorazione e produzione sia onshore che offshore, per una produzione di circa 80,000 barili nel 2022. A novembre dell’anno scorso il gruppo ha deciso di investire in Congo Lng, il primo progetto per la liquefazione e l’export del gas del Paese. Congo Lng vedrà l’installazione di due impianti galleggianti di liquefazione del gas naturale: il primo avrà una capacità di liquefazione di 0,6 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto e avvio previsto alla fine del 2023; il secondo, attualmente in costruzione e con avvio previsto nel 2025, porterà la capacità complessiva di liquefazione a 3 milioni di tonnellate. Eni commercializzerà il 100% del gas liquefatto prodotto. Stando alle previsioni, l’Italia si appresta a ricevere dal Mozambico un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) nell’inverno 2023-2024 e circa 4 miliardi di metri cubi nell’inverno 2024-2025. Dal Congo invece l’Italia riceverà fino a un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto per l’inverno 2023-2024, e fino a 4,5 miliardi per il 2025-2026.
Byung-Chul Han (Getty Images)
Grazie alla quale, dice subito di potere «a quasi cento anni di distanza, fare buon uso dei suoi pensieri per dimostrare che, al di là dell’immanenza della produzione e del consumo, e dell’informazione e comunicazione, vi è un’altra realtà più elevata, una trascendenza, in grado di portarci via, lontano da una vita priva di significato, da una straziante carenza di essere, dalla mera sopravvivenza, offrendoci invece la gioiosa pienezza dell’essere».
Così, tanto per non rendere l’impresa troppo facile, Han, sceglie subito di affrontarla con il tema dell’attenzione, che Simone Weil riteneva fosse «nel suo grado più elevato, la stessa cosa della preghiera». Ricavandone che «la crisi della religione è quindi anche una crisi dell’attenzione, dello scrutare e dell’udire». Dunque: «Dio non è morto. È morto l’uomo al quale Dio si rivelò». Il fatto è che: «la percezione è estremamente ingorda. Le manca qualsiasi ampiezza contemplativa. Non fa che mangiare: il consumo è il suo atteggiamento di base. L’abbuffata di video (binge watching) esprime efficacemente questa ingordigia, binge è: divorare senza freni». Se mangi in continuazione però non puoi più vedere, come appunto diceva Simone Weil, magra come una canna dei marais d’Occitania, specificando: «quaggiù, guardare e mangiare sono due. Bisogna scegliere l’uno o l’altro ma entrambi sono chiamati: amare. Tuttavia solo coloro cui talvolta capita di restare per qualche tempo a guardare invece di mangiare hanno qualche speranza di salvezza». (Simone Weil, Quaderni 4, Adelphi).
«L’anima che continua a mangiare senza scrutare finisce col perdere la capacità di contemplare. Invece dell’autofagia, sviluppa obesità. La sua parte mortale, s’allarga e ingrassa, mentre la parte divina si atrofizza e rimpicciolisce». In Simone Weil, racconta Byung-Chul Han, è l’immaginazione che al servizio dell’Io continua a sognare cibo. Il resto della personalità attivo nel Processo di individuazione viene soffocato dal grasso e da tutti gli elementi di ciò che Simone Weil chiamava «pésanteur» - pesantezza -, che impedisce all’anima di muoversi nella dimensione trascendente. Questo indebolimento degli aspetti spirituali della personalità lacera in profondità l’anima, come ha raccontato Simone Weil in L’ombra e la grazia, tradotto in italiano da Franco Fortini. Solo la pienezza assicurata dall’attenzione dell’intera personalità consente all’essere umano di assicurare la guida agli aspetti più spirituali. «L’attenzione profonda, contemplativa, è rivolta a ciò che persiste, permane tiene il punto. Il vero perdura. Chi è incapace di attenzione contemplativa, incapace di scrutare non ha invece accesso alla verità, al vero, all’ordine perdurante delle cose.
Continua a leggereRiduci
Loperazione chiamata «Luxury Sky» trae origine da mirate analisi di rischio e da un’approfondita valorizzazione del patrimonio informativo disponibile al Corpo, sviluppata attraverso l’incrocio dei dati del traffico aereo con le risultanze delle banche dati istituzionali e con la documentazione fiscale acquisita nel corso degli accertamenti.
Grazie a un accurato lavoro di ricostruzione e analisi, i finanzieri del Comando Provinciale di Firenze hanno esaminato oltre 20.700 movimenti aerei potenzialmente rilevanti sotto il profilo tributario, individuando diffuse irregolarità nel versamento dell’imposta dovuta per i voli privati operati tra il 2020 e il 2023 da oltre 1.000 compagnie aeree estere.
L’attività ispettiva ha consentito di ricostruire nel dettaglio gli spostamenti di oltre 12.900 voli privati transitati sullo scalo fiorentino e di oltre 42.100 passeggeri trasportati, facendo emergere il mancato assolvimento degli obblighi fiscali da parte di numerosi operatori internazionali.
Le verifiche eseguite hanno portato all’individuazione di un’evasione complessiva pari a 4.388.657 euro, riconducibile a 1.052 società risultate irregolari, corrispondenti al 62,32% dei vettori sottoposti a controllo.
Particolarmente significativo il risultato conseguito in termini di recupero delle risorse pubbliche: a seguito degli interventi della Guardia di Finanza, numerose compagnie hanno già provveduto a regolarizzare la propria posizione, consentendo l’effettivo versamento nelle casse dello Stato di oltre 2,6 milioni di euro. Per la quota residua sono in corso le attività di monitoraggio e riscossione previste dalla normativa vigente.
Gli approfondimenti investigativi hanno inoltre evidenziato il frequente ricorso a strutture societarie localizzate in giurisdizioni caratterizzate da elevata opacità fiscale. In numerosi casi, aerei di grande valore economico risultavano formalmente intestati a società domiciliate in territori a fiscalità privilegiata, rendendo particolarmente complessa l’individuazione dei soggetti effettivamente responsabili degli adempimenti tributari.
Continua a leggereRiduci
Ansa
Il Pontefice ha ricordato ai membri della Fondazione Jérôme Lejeune che la scienza «non può decidere sul destino delle persone». Un intervento frontale nel dibattito in corso sulla legge per il suicidio assistito.
In un’epoca in cui l’efficienza tecnica sembra voler dettare le coordinate dell’esistenza umana, le parole pronunciate ieri da papa Leone XIV sono un chiaro antidoto contro la tentazione di trasformare l’arte medica in uno strumento di selezione: «nessun medico dovrebbe mai presumere, basandosi su algoritmi di laboratorio, di decidere il destino di un embrione o di una persona anziana!
La medicina non può mai diventare serva di una morte programmata!». Ricevendo i membri della Fondazione Jérôme Lejeune in occasione del centenario della nascita del suo fondatore, il pontefice ha voluto ribadire che il valore di una persona non dipende mai da ciò che produce o realizza, ma dalla sua intrinseca dignità.
La Fondazione Jérôme Lejeune, nata negli anni Novanta in Francia, è l’erede diretta dell’opera del Venerabile Jérôme Lejeune, scienziato di fama mondiale che nel 1958 scoprì l’anomalia cromosomica all’origine della trisomia 21. Lejeune non fu solo un grande scienziato; fu un medico che vedeva nei suoi pazienti i «poveri tra i poveri», dedicando la vita a cercare una cura che potesse alleviare la loro condizione. Egli comprese precocemente come la sua scoperta potesse essere strumentalizzata per eliminare i nascituri affetti da disabilità, un «eugenismo nuovo» che definì «razzismo cromosomico». Per questo impegno incondizionato a favore della vita, che gli costò ostilità in certi ambienti scientifici, fu chiamato da Giovanni Paolo II a presiedere la neonata Pontificia Accademia per la Vita. Oggi la Fondazione prosegue questa missione attraverso la ricerca scientifica, la cura presso l’Istituto Jérôme Lejeune di Parigi e la difesa dei più fragili nel dibattito pubblico.
Un dibattito che in Francia ha raggiunto un punto di rottura. Proprio in queste ore, l’Assemblea nazionale affronta la terza lettura del disegno di legge che mira a legalizzare l’eutanasia e il suicidio assistito. Di fronte a quella che viene percepita come una deriva etica, i vescovi francesi hanno indetto una novena di preghiera dal 21 al 29 giugno (in vista appunto del voto del 30 giugno), invitando i fedeli a chiedere che lo Spirito Santo «illumini le coscienze» dei legislatori. L’episcopato transalpino ha ricordato che non si protegge la vita mettendovi fine, ma accompagnandola fino al termine naturale. Nel lanciare questo appello, i vescovi d’oltralpe hanno richiamato anche, e non a caso, le parole fondamentali pronunciate dal Papa al Parlamento spagnolo durante il suo recente viaggio apostolico a Madrid. In quell’occasione, il Santo Padre aveva chiarito che «ogni vita umana dev’essere riconosciuta e custodita dal concepimento fino al suo naturale tramonto, in ogni circostanza della sua esistenza». Aggiungendo che «la difesa della vita umana non è una questione di interesse particolare né confessionale: è una meta di civiltà». Si tratta di un richiamo diretto al ruolo della politica: le leggi approvate devono essere verificate sulla loro capacità di rispettare la dignità della persona per capire se stiano davvero perseguendo il bene comune.
Queste riflessioni scavalcano le Alpi e arrivano in Italia, dove il Parlamento si trova in una fase di stallo riguardo alla legge sul suicidio assistito. La discussione in Senato, ripresa il 3 giugno, ha mostrato una maggioranza divisa e una situazione di profonda mutazione politica. Al centro di questo cambiamento c’è la nuova fisionomia di Forza Italia, ora guidata in Senato da Stefania Craxi. Il partito ha intrapreso una netta svolta «liberal» sotto l’influenza di Marina Berlusconi, la quale ha dichiarato apertamente di sentirsi più in sintonia con la sinistra su temi come il fine vita, i diritti Lgbt e l’aborto. Nonostante le resistenze interne nella maggioranza (in particolare Fratelli d’Italia e parte della Lega), Forza Italia sta di fatto spingendo per un accordo con le opposizioni, cercando una mediazione che sblocchi l’impasse. Gli emendamenti proposti dalla Craxi e dalla senatrice Daniela Ternullo riflettono questo nuovo corso: puntano ad ampliare i requisiti per l’accesso al suicidio assistito, in particolare la neo proposta azzurra prevede che l’assistenza al suicidio possa essere resa da medici ospedalieri o di medicina generale su base volontaria in regime di intramoenia, con l’impegno del Cnr nel reperimento dei farmaci letali.
Stefania Craxi ha dichiarato di voler «discutere di una norma di civiltà». Eppure, questa visione appare diametralmente opposta a quanto affermato dal Papa a Madrid e ribadito ieri alla Fondazione Lejeune: se per la Craxi la «civiltà» sembra risiedere nella regolamentazione della morte assistita, per il Pontefice la vera «meta di civiltà» risiede esclusivamente nella difesa della vita senza eccezioni. Questa trasformazione di Forza Italia appare ancora più stridente se confrontata con il pensiero del suo fondatore. È solo del 2021 la lettera di Silvio Berlusconi a Il Giornale: «La vita di ogni essere umano è sacra dal momento del concepimento fino alla morte biologica». A cui aggiungeva una sottolineatura riferita proprio al ruolo della Chiesa. «La Chiesa cattolica», scriveva Berlusconi padre, «ha esercitato ed esercita oggi in Italia e nel mondo una funzione essenziale a difesa dei diritti delle persone, di ogni persona e soprattutto dei più deboli». Oggi la Craxi, spinge per una legge che la Chiesa e i movimenti pro-life considerano una «norma di morte». La sfida lanciata da papa Leone XIV è chiara: la civiltà non si costruisce programmando la morte, ma servendo la vita, specialmente quando essa è più fragile e indifesa. I vescovi francesi hanno risposto «presente», ci sarà qualcuno al di qua delle Alpi pronto a fare altrettanto?