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2023-10-14
L’Iran vuole che Hezbollah abbai e non morda
La folla inneggia al leader di Hezbollah, Sayyed Hassan Nasrallah (Getty Images)
Mark Lowe, Direttore Monact Risk Assessment Services
Pietro Zucchelli, Analista Mena
La sera dell’11 ottobre le sirene israeliane nelle aree di confine con il Libano hanno lanciato un allarme a seguito dell’avvistamento di velivoli nemici non identificati. Il mattino seguente, il tenente colonnello dell’esercito israeliano Richard Hecht ha affermato che la notizia di un’invasione aerea tramite l’utilizzo di parapendii o droni provenienti dal Libano erano frutto di un errore umano. Nonostante questo falso allarme, la situazione nel Nord di Israele rimane tesa e la paura di un’invasione del Paese da parte di Hezbollah rimane alta.
Già nei giorni precedenti, le dichiarazioni di Israele e degli Stati Uniti d’America hanno permesso di comprendere quelle che sarebbero le possibili conseguenze di un coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto in corso. Il primo ministro libanese, Najib Mikati, è stato informato che il suo Paese sarà considerato responsabile di qualsiasi escalation causata dal gruppo sciita libanese. In particolare, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha chiarito che l’arrivo della portaerei Gerald Ford nel Mediterraneo orientale ha uno scopo di deterrenza nei confronti di altri attori che intendano aprire altri fronti contro Israele. Da parte sua, Najib Mikati ha rassicurato le parti affermando di non avere intenzione di coinvolgere il suo Paese, già attraversato da una profonda crisi economica, in un conflitto che rischierebbe di far sprofondare il Libano in un baratro.
Nonostante le rassicurazioni, tutti gli attori in questione sono consapevoli del debole controllo che il governo libanese esercita su Hezbollah. Al momento, il gruppo sciita libanese sembra aver optato per la cautela. Pur essendosi congratulato con Hamas per l’operazione al-Aqsa Flood e dichiarando che qualsiasi invasione su larga scala della Striscia di Gaza implicherà il proprio coinvolgimento nel conflitto, non ha tuttavia condotto operazioni significative contro Israele. Questo atteggiamento sembra essere confermato dalla decisione di non rivendicare i recenti attacchi dimostrativi che hanno interessato l’area contesa delle fattorie Sheeba, nascondendosi dietro il cappello di organizzazioni palestinesi attive in Libano.
Tutti gli attori in campo sembrano essere consapevoli di alcuni fattori. In primo luogo, è chiaro che qualsiasi azione proveniente dal Libano che vada oltre ad un’operazione dimostrativa, costringerebbe Tel Aviv ad avviare operazioni di bombardamento delle postazioni di Hezbollah in Libano, che coinvolgerebbero sicuramente anche Beirut. Uno scenario di questo tipo potrebbe facilmente degenerare in una vera e propria invasione da parte dell’esercito israeliano. In secondo luogo, tutti gli attori sono consapevoli dello scarso controllo esercitato dal governo provvisorio del Libano sul gruppo islamico sciita, il quale è storicamente una pedina dell’Iran. Infine, una escalation degli eventi in quest’area innescherebbe una reazione a catena che non recherebbe vantaggio a nessuna delle parti.
Una delle domande che sorge spontanea a questo punto è: che livello di potere decisionale hanno i leader di Hezbollah riguardo all’attacco a Israele? L’organizzazione dovrà chiedere il permesso a Teheran o, al contrario, l’Iran darà ordini specifici per attaccare Israele?
Considerate le circostanze, appare poco plausibile che Teheran dia l’ordine ad Hezbollah di entrare nel conflitto in corso. In questo caso, la Repubblica islamica correrebbe un rischio troppo alto di perdere quella che è la sua più potente pedina da usare contro le iniziative americane e israeliane nell’area. Inoltre, l’entrata diretta nel conflitto da parte di Hezbollah rischierebbe di portare al coinvolgimento di altre milizie filo-iraniane presenti nei Paesi mediorientali (gli Houti in Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq), rendendo da una parte evidente il coinvolgimento iraniano nella guerra contro Israele e dall’altra rischiando di perdere importanti pedine nello scacchiere mediorientale. In questo modo la Repubblica islamica rischierebbe di mettere a repentaglio quel ruolo di potenza regionale che ha rinforzato dall’invasione americana dell’Iraq del 2003, mantenendo un atteggiamento di basso profilo, infiltrandosi nelle amministrazioni politiche e nelle strutture militari e paramilitari di molti Paesi dell’area mediorientale.
Da queste considerazioni appare evidente che l’Iran abbia molto da perdere nel caso di un intervento diretto di Hezbollah nella guerra contro Israele. Al contrario, sembra che la scelta migliore per Teheran sia quella di mantenere la pressione a Nord, attraverso continue operazioni dimostrative condotte di miliziani, sperando che un prolungamento del conflitto contro i palestinesi mini il processo di riavvicinamento tra l’Arabia Saudita e Israele. Sebbene sia poco probabile che l’Iran decida di sacrificare Hezbollah, il rischio di un’escalation è tuttora in corso. I continui attacchi dimostrativi contro Israele, oltre che la possibilità di un errore di valutazione da parte di Hezbollah nel calibrare la dimensione di questi attacchi, costringerebbero Israele ad intervenire militarmente, innescando così quella reazione a catena che nessuno degli attori in questione sembra desiderare.
Meloni visita Mozambico e Congo per blindare l’import di gas liquefatto
Con la crisi energetica aggravata dal recente conflitto tra Israele e Hamas, ieri il presidente Giorgia Meloni ha iniziato la sua missione tra Mozambico e Congo con l’obiettivo di avviare un processo di diversificazione dell’approvvigionamento di gas attraverso la costruzione di rapporti solidi con i due Paesi africani.
La prima tappa è stata a Maputo, accolta dall’ambasciatore Gianni Bardini, per incontrare il presidente della Repubblica del Mozambico, Felipe Nyusi. «Sono molto contenta di essere qui», ha detto il premier Meloni, «tenevo a esserci e, anche nella delicata situazione internazionale, ho voluto garantire questa visita», ha detto il presidente del Consiglio. «Credo si veda che questo governo italiano è particolarmente attento al ruolo che i Paesi e il continente africano giocano nell’attuale contesto», ha proseguito. «E credo si veda che la nostra idea è costruire da parte dell’Europa un approccio nuovo con l’Africa che non sia predatorio e paternalistico. È esattamente quello che accade qui in Mozambico, particolarmente all’interno di progetti legati all’energia. Il governo italiano considera l’energia un fattore decisivo, soprattutto nel partneriato tra Europa e Africa».
Non è un caso, insomma, se tra i punti affrontati durante l’incontro a Maputo vi siano progetti di cooperazione economica ed energetica. Per questo insieme al governo era presente anche una delegazione di Eni, guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi.
Eni, d’altronde, è da sempre presente in Mozambico e Congo con progetti importanti che di certo faranno bene al fabbisogno energetico nazionale. Ad esempio, in Mozambico, tra il 2011 e il 2014, il cane a sei zampe ha trovato al largo delle coste settentrionali, nel bacino di Rovuma, diversi giacimenti di gas, tra cui Coral south, già in produzione (avviato nel novembre 2022). La produzione e liquefazione del gas avviene interamente offshore tramite l’impianto galleggiante Coral Sul Flng, con una capacità di liquefazione di circa 3,4 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto. Dall’avvio della produzione sono stati effettuati 30 carichi di gnl e 5 di condensati.
In Congo Eni è presente dal 1968 con attività di esplorazione e produzione sia onshore che offshore, per una produzione di circa 80,000 barili nel 2022. A novembre dell’anno scorso il gruppo ha deciso di investire in Congo Lng, il primo progetto per la liquefazione e l’export del gas del Paese. Congo Lng vedrà l’installazione di due impianti galleggianti di liquefazione del gas naturale: il primo avrà una capacità di liquefazione di 0,6 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto e avvio previsto alla fine del 2023; il secondo, attualmente in costruzione e con avvio previsto nel 2025, porterà la capacità complessiva di liquefazione a 3 milioni di tonnellate. Eni commercializzerà il 100% del gas liquefatto prodotto. Stando alle previsioni, l’Italia si appresta a ricevere dal Mozambico un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) nell’inverno 2023-2024 e circa 4 miliardi di metri cubi nell’inverno 2024-2025. Dal Congo invece l’Italia riceverà fino a un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto per l’inverno 2023-2024, e fino a 4,5 miliardi per il 2025-2026.
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Con i continui tafferugli al confine con il Libano, il rischio escalation è dietro l’angolo. Ma se la formazione sciita costringesse Israele all’intervento, creerebbe un danno a Teheran. Che intende tenere alta la tensione per boicottare gli accordi di Abramo.Giorgia Meloni in Mozambico assieme all’ad di Eni. Con il Medio Oriente in fiamme, servono più fonti.Lo speciale contiene due articoli.Mark Lowe, Direttore Monact Risk Assessment ServicesPietro Zucchelli, Analista MenaLa sera dell’11 ottobre le sirene israeliane nelle aree di confine con il Libano hanno lanciato un allarme a seguito dell’avvistamento di velivoli nemici non identificati. Il mattino seguente, il tenente colonnello dell’esercito israeliano Richard Hecht ha affermato che la notizia di un’invasione aerea tramite l’utilizzo di parapendii o droni provenienti dal Libano erano frutto di un errore umano. Nonostante questo falso allarme, la situazione nel Nord di Israele rimane tesa e la paura di un’invasione del Paese da parte di Hezbollah rimane alta.Già nei giorni precedenti, le dichiarazioni di Israele e degli Stati Uniti d’America hanno permesso di comprendere quelle che sarebbero le possibili conseguenze di un coinvolgimento di Hezbollah nel conflitto in corso. Il primo ministro libanese, Najib Mikati, è stato informato che il suo Paese sarà considerato responsabile di qualsiasi escalation causata dal gruppo sciita libanese. In particolare, il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti d’America ha chiarito che l’arrivo della portaerei Gerald Ford nel Mediterraneo orientale ha uno scopo di deterrenza nei confronti di altri attori che intendano aprire altri fronti contro Israele. Da parte sua, Najib Mikati ha rassicurato le parti affermando di non avere intenzione di coinvolgere il suo Paese, già attraversato da una profonda crisi economica, in un conflitto che rischierebbe di far sprofondare il Libano in un baratro.Nonostante le rassicurazioni, tutti gli attori in questione sono consapevoli del debole controllo che il governo libanese esercita su Hezbollah. Al momento, il gruppo sciita libanese sembra aver optato per la cautela. Pur essendosi congratulato con Hamas per l’operazione al-Aqsa Flood e dichiarando che qualsiasi invasione su larga scala della Striscia di Gaza implicherà il proprio coinvolgimento nel conflitto, non ha tuttavia condotto operazioni significative contro Israele. Questo atteggiamento sembra essere confermato dalla decisione di non rivendicare i recenti attacchi dimostrativi che hanno interessato l’area contesa delle fattorie Sheeba, nascondendosi dietro il cappello di organizzazioni palestinesi attive in Libano.Tutti gli attori in campo sembrano essere consapevoli di alcuni fattori. In primo luogo, è chiaro che qualsiasi azione proveniente dal Libano che vada oltre ad un’operazione dimostrativa, costringerebbe Tel Aviv ad avviare operazioni di bombardamento delle postazioni di Hezbollah in Libano, che coinvolgerebbero sicuramente anche Beirut. Uno scenario di questo tipo potrebbe facilmente degenerare in una vera e propria invasione da parte dell’esercito israeliano. In secondo luogo, tutti gli attori sono consapevoli dello scarso controllo esercitato dal governo provvisorio del Libano sul gruppo islamico sciita, il quale è storicamente una pedina dell’Iran. Infine, una escalation degli eventi in quest’area innescherebbe una reazione a catena che non recherebbe vantaggio a nessuna delle parti.Una delle domande che sorge spontanea a questo punto è: che livello di potere decisionale hanno i leader di Hezbollah riguardo all’attacco a Israele? L’organizzazione dovrà chiedere il permesso a Teheran o, al contrario, l’Iran darà ordini specifici per attaccare Israele?Considerate le circostanze, appare poco plausibile che Teheran dia l’ordine ad Hezbollah di entrare nel conflitto in corso. In questo caso, la Repubblica islamica correrebbe un rischio troppo alto di perdere quella che è la sua più potente pedina da usare contro le iniziative americane e israeliane nell’area. Inoltre, l’entrata diretta nel conflitto da parte di Hezbollah rischierebbe di portare al coinvolgimento di altre milizie filo-iraniane presenti nei Paesi mediorientali (gli Houti in Yemen e Kataib Hezbollah in Iraq), rendendo da una parte evidente il coinvolgimento iraniano nella guerra contro Israele e dall’altra rischiando di perdere importanti pedine nello scacchiere mediorientale. In questo modo la Repubblica islamica rischierebbe di mettere a repentaglio quel ruolo di potenza regionale che ha rinforzato dall’invasione americana dell’Iraq del 2003, mantenendo un atteggiamento di basso profilo, infiltrandosi nelle amministrazioni politiche e nelle strutture militari e paramilitari di molti Paesi dell’area mediorientale. Da queste considerazioni appare evidente che l’Iran abbia molto da perdere nel caso di un intervento diretto di Hezbollah nella guerra contro Israele. Al contrario, sembra che la scelta migliore per Teheran sia quella di mantenere la pressione a Nord, attraverso continue operazioni dimostrative condotte di miliziani, sperando che un prolungamento del conflitto contro i palestinesi mini il processo di riavvicinamento tra l’Arabia Saudita e Israele. Sebbene sia poco probabile che l’Iran decida di sacrificare Hezbollah, il rischio di un’escalation è tuttora in corso. I continui attacchi dimostrativi contro Israele, oltre che la possibilità di un errore di valutazione da parte di Hezbollah nel calibrare la dimensione di questi attacchi, costringerebbero Israele ad intervenire militarmente, innescando così quella reazione a catena che nessuno degli attori in questione sembra desiderare.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/hamas-hezbollah-iran-2665963656.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="meloni-visita-mozambico-e-congo-per-blindare-limport-di-gas-liquefatto" data-post-id="2665963656" data-published-at="1697233614" data-use-pagination="False"> Meloni visita Mozambico e Congo per blindare l’import di gas liquefatto Con la crisi energetica aggravata dal recente conflitto tra Israele e Hamas, ieri il presidente Giorgia Meloni ha iniziato la sua missione tra Mozambico e Congo con l’obiettivo di avviare un processo di diversificazione dell’approvvigionamento di gas attraverso la costruzione di rapporti solidi con i due Paesi africani. La prima tappa è stata a Maputo, accolta dall’ambasciatore Gianni Bardini, per incontrare il presidente della Repubblica del Mozambico, Felipe Nyusi. «Sono molto contenta di essere qui», ha detto il premier Meloni, «tenevo a esserci e, anche nella delicata situazione internazionale, ho voluto garantire questa visita», ha detto il presidente del Consiglio. «Credo si veda che questo governo italiano è particolarmente attento al ruolo che i Paesi e il continente africano giocano nell’attuale contesto», ha proseguito. «E credo si veda che la nostra idea è costruire da parte dell’Europa un approccio nuovo con l’Africa che non sia predatorio e paternalistico. È esattamente quello che accade qui in Mozambico, particolarmente all’interno di progetti legati all’energia. Il governo italiano considera l’energia un fattore decisivo, soprattutto nel partneriato tra Europa e Africa». Non è un caso, insomma, se tra i punti affrontati durante l’incontro a Maputo vi siano progetti di cooperazione economica ed energetica. Per questo insieme al governo era presente anche una delegazione di Eni, guidata dall’amministratore delegato Claudio Descalzi. Eni, d’altronde, è da sempre presente in Mozambico e Congo con progetti importanti che di certo faranno bene al fabbisogno energetico nazionale. Ad esempio, in Mozambico, tra il 2011 e il 2014, il cane a sei zampe ha trovato al largo delle coste settentrionali, nel bacino di Rovuma, diversi giacimenti di gas, tra cui Coral south, già in produzione (avviato nel novembre 2022). La produzione e liquefazione del gas avviene interamente offshore tramite l’impianto galleggiante Coral Sul Flng, con una capacità di liquefazione di circa 3,4 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto. Dall’avvio della produzione sono stati effettuati 30 carichi di gnl e 5 di condensati. In Congo Eni è presente dal 1968 con attività di esplorazione e produzione sia onshore che offshore, per una produzione di circa 80,000 barili nel 2022. A novembre dell’anno scorso il gruppo ha deciso di investire in Congo Lng, il primo progetto per la liquefazione e l’export del gas del Paese. Congo Lng vedrà l’installazione di due impianti galleggianti di liquefazione del gas naturale: il primo avrà una capacità di liquefazione di 0,6 milioni di tonnellate all’anno di gas naturale liquefatto e avvio previsto alla fine del 2023; il secondo, attualmente in costruzione e con avvio previsto nel 2025, porterà la capacità complessiva di liquefazione a 3 milioni di tonnellate. Eni commercializzerà il 100% del gas liquefatto prodotto. Stando alle previsioni, l’Italia si appresta a ricevere dal Mozambico un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto (Gnl) nell’inverno 2023-2024 e circa 4 miliardi di metri cubi nell’inverno 2024-2025. Dal Congo invece l’Italia riceverà fino a un miliardo di metri cubi di gas naturale liquefatto per l’inverno 2023-2024, e fino a 4,5 miliardi per il 2025-2026.
Carlo Conti (Ansa)
Niente male. Anzi, molto bene: è la prima volta che un conduttore di questa importanza e in una situazione tanto esposta come il più nazional popolare degli eventi manifesta la propria appartenenza cristiana. Sì, in passato, di qualcuno si è potuto intuirla. Dello stesso Baudo, per esempio. Ma forse, nel suo caso, si trattava soprattutto di un riferimento politico e partitico. Poi qualcuno ricorderà il segno della croce fatto da Amadeus in cima alla scala dell’Ariston prima di iniziare una delle sue conduzioni. Ma sembrava essere più che altro un gesto scaramantico. Conti no, ha rivelato spontaneamente un tratto del suo essere. E, comunque, pur senza enfatizzarla, una certa sensibilità era affiorata anche quando, nel 2015, aveva ospitato Sammy Basso, affetto da progeria o, l’anno dopo, quando aveva concesso il palco dell’Ariston al maestro e compositore Ezio Bosso che sulle note di Following a bird aveva commosso il pubblico.
Ora gli osservatori più occhiuti saranno pronti a lamentare il Festival confessionale. Già le conferenze stampa sono una palestra di puntiglio critico. Alcuni colleghi si adoperano per scovare le pressioni del palazzo. Il premier alla serata inaugurale, il caso del comico Andrea Pucci. Conti scansa, smorza, spegne i focolai. Parole d’ordine «serenità e leggerezza». Non a caso Laura Pausini si è lasciata convincere alla co-conduzione da Carlotan, Carlo più Lexotan. Il mondo è pieno di guerre e al Festival ci accontentiamo delle canzonette, moraleggia qualcuno, mentre per esempio, uno come Bruce Springsteen prende posizione contro la politica autoritaria. Conti cita Gianna Pratesi, 105 anni all’anagrafe, invitata per ricordare ieri sera la prima volta che andò a votare subito dopo la guerra. E i partigiani e chi ha combattuto ed è morto per liberare l’Italia dalla dittatura nazifascista: «Ci hanno dato questa Repubblica che ci permette di godere della musica e di un Festival come questo. Il mio auspicio è che tutti i Paesi del mondo, dove c’è la guerra, possano avere il loro Festival di Sanremo». «Sanremo», sottolinea, «non deve essere fatto di due ore e mezzo di proclami, secondo me, ma se sottotraccia c’è qualche riflessione che ci porta a ragionare forse può risultare ancora più forte».
Si sente pressato dal presidente del Senato Ignazio La Russa che ha fatto un appello per concedere a Pucci uno spazio riparatore? «Rispetto la seconda carica dello Stato e ho ascoltato con attenzione quello che ha detto», è la replica. «Ho chiesto a Pucci se volesse mandare un videomessaggio scherzoso, ma non se la sente. Non posso certo obbligare nessuno a fare qualcosa contro la sua volontà». Soddisfatto della «cortese ed esaustiva risposta», La Russa rinnova la stima per il conduttore augurandogli «un grande successo per questo Festival di Sanremo che resta il più grande avvenimento nazional popolare di cui è quindi lecito occuparci un po’ tutti. Senza nulla togliere alle cose più importanti».
Se un filo di preoccupazione increspa i pensieri di Conti è quello degli ascolti. «Ma come non mi esalto se le cose vanno troppo bene, non mi abbatterò se i risultati non saranno positivi... anche perché tutto sommato devo battere me stesso. Sono fatto così. Mi presenterei qui con lo stesso spirito. Lo scenario è diverso», aggiunge, «ci siamo spostati di due settimane, i competitor sono diversi, e ci sono le partite di calcio...». Stamattina, il verdetto.
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«Il signore delle mosche» (Sky)
Invece, Golding lo ha dato alle stampe nel 1954, vergando pagine tanto perfette da risuonare, ancora oggi, senza bisogno alcuno che uno sceneggiatore vi rimetta mano. Perciò, Thorne, responsabile dell'ultimo adattamento televisivo dell'opera, si è ben guardato dal cambiarne la trama. L'autore, che attraverso Adolescence ha dimostrato di sapere interpretare con tanta delicatezza quanta efficacia le fragilità dei ragazzini, ha ripercorso minuziosamente la storia, così come Golding l'ha tracciata. Gli anni Cinquanta, uno schianto aereo, un'intera scolaresca britannica precipitata, sola e spaurita, su un'isola al largo dell'Oceano Pacifico. E poi la lotta per la sopravvivenza, una lotta animale, intrinseca all'essere umano, senza riguardo per l'età o l'esperienza di mondo.
Il signore delle mosche, nei quattro episodi al debutto su Sky dalla prima serata di domenica 22 febbraio, torna al 1954, allo sgomento che quella pubblicazione aveva saputo suscitare. E, a tratti, lo ripropone, unendo alle parole la forza delle immagini.La serie televisiva, voluta dalla Bbc e presentata in anteprima alla scorsa Berlinale, comincia in medias res, dallo schianto e dal tentativo, immediato, di darsi un ordine. L'ordine di bambini per nulla avvezzi alle cose dei grandi, l'ordine del buon senso. Ralph e Piggy, più morigerati di altri compagni, l'avrebbero voluto così: una placida catena di montaggio, volta ad assegnare a ciascun superstite un compito, facilitando la convivenza e la costruzione, seppur embrionale, di una società. Jack, però, ragazzo del coro, a questa uguaglianza mite non ha voluto uniformarsi. Avrebbe comandato da solo, dispotico nel suo corpo acerbo. Sarebbe stato non re, ma dittatore. Ed è allora, sulla decisione arbitraria di un solo ragazzo, che Golding ha costruito il suo romanzo e dato forma alla sua tesi, quella per cui nulla è salvabile nell'uomo.
Il signore delle mosche, pur popolato di bambini, racconta ancora oggi di una diffidenza quasi ancestrale, ben oltre l'homo homini lupus di hobbesiana memoria. Sono paure senza basi di realtà, egoismi, un istinto malsano di sopravvivenza ad emergere, distruggendo quel nucleo che tanto potenziale avrebbe potuto avere. Distruggendo, anche, l'innocenza dei bambini, tanto fra le pagine del romanzo, quanto negli episodi, pochi e ben fatti, della serie televisiva.
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Pier Paolo Pasolini (Ansa)
Già un paio di mesi prima di pubblicare quel celebre articolo, insomma, Pasolini aveva messo in chiaro, in maniera forse ancor più decisa e lineare di quanto successivamente sarebbe avvenuto sul Corriere, come la sua contrarietà all’aborto - di cui, a differenza del Partito radicale, suo interlocutore privilegiato di quel periodo assieme alla Federazione giovanile comunista italiana, osteggiava la legalizzazione (che sarebbe stata sancita nel 1978 con l’approvazione della legge 194) - risiedesse innanzitutto nel fatto che l’aborto è un omicidio. Se oggi, dopo oltre mezzo secolo di completo oblio (il pezzo era ignoto anche ai maggiori conoscitori di Pasolini e dal 1974 non è mai stato riproposto da nessuna parte), questo significativo articolo apparso su Amica è tornato alla luce, il merito è di uno dei più straordinari e colti collezionisti italiani, il romano Giuseppe Garrera, che in quel numero della rivista si è imbattuto alcuni mesi fa durante una delle sue instancabili ricerche di materiali pasoliniani. Adesso la copia di Amica recuperata da Garrera è esposta a Spoleto nel contesto della mostra «Vita minore. San Francesco e la santità dell’arte contemporanea», curata dallo stesso Garrera assieme al fratello Gianni (a sua volta serissimo studioso e grande collezionista) e visitabile, fino al prossimo 2 giugno, presso Palazzo Collicola. Chi si recherà a Spoleto potrà constatare dal vivo come all’articolo di Pasolini fosse stato dato, ricorrendo a caratteri cubitali, il definivo titolo «Io sono contro l’aborto», che diverrà poi il titolo «ufficioso» dell’editoriale ospitato in seguito dal Corriere della Sera (che, come già abbiamo ricordato, era stato titolato diversamente dal quotidiano milanese). Una scelta redazionale, quella di Amica, che certifica la perentorietà - e quindi la non fraintendibilità - della posizione di Pasolini sull’aborto: una posizione che invece da più di cinquant’anni, e oggi in modo non meno pervicace di un tempo, si tenta da più parti di annacquare, alterare, manipolare, spostando l’attenzione dalla motivazione fondamentale fornita da Pasolini («Sono contrario alla legalizzazione dell’aborto perché la considero, come molti, una legalizzazione dell’omicidio», citazione testuale dall’articolo uscito sul Corriere della Sera) alle motivazioni ulteriori formulate sempre sul Corriere: motivazioni, a differenza di quella principale (la quale è, prima di ogni altra cosa, scientificamente ineccepibile), pretestuose (la legalizzazione della pratica abortiva quale strumento della falsa tolleranza sessuale attuata dalla società dei consumi a scapito del coito omoerotico) oppure contorte e oramai obsolete (favorendo la pratica del coito eterosessuale, liberato dallo spettro della gravidanza indesiderata, l’aborto avrebbe paradossalmente portato a un aumento delle nascite e pertanto a un aggravarsi del problema della sovrappopolazione).
Adesso, dunque, l’auspicio - quasi certamente vano, ne siamo consapevoli - è che la riapparizione dell’articolo di Amica faccia comprendere una volta per tutte che quando un’associazione come Pro vita e Famiglia - la persecuzione di amministrazioni e tribunali nei confronti delle cui affissioni, sia detto per inciso, è uno scandalo antidemocratico che avrebbe verosimilmente indignato lo stesso Pasolini - attacca manifesti miranti a scoraggiare l’attività abortiva su cui compare il volto di PPP, non compie alcuna appropriazione indebita, poiché lo scrittore era indiscutibilmente antiabortista e lo ha affermato in più occasioni con una nettezza assoluta. Fino al punto di non accettare neppure la visione - certamente sensata e a nostro avviso necessaria nel suo realismo, a meno appunto di non assumere come Pasolini posizioni squisitamente idealistiche - dell’aborto legale come male minore.
Scriveva ancora Pasolini su Amica: «Infatti so che l’abrogazione delle leggi contro l’aborto è il “meno peggio”, un’azione di “realpolitik”, è un “compromesso”. […] Ebbene, è proprio questo ragionamento che io non mi sento di fare. La soluzione è a monte dell’abrogazione delle leggi contro l’aborto: è nel rendere popolare il concetto della libertà di fare figli come e quando si vuole, che non esiste illegalità in una nascita (questo per le ragazze madri, che, soprattutto nelle classi più povere, ricorrono all’aborto per evitare il disonore); se poi non si vogliono avere figli, ci sono un’infinità di modi per non averli: bisogna dunque, se mai, “abrogare” la Chiesa che condanna questi modi (la pillola ecc.)».Il punto è sempre lo stesso: si può non essere d’accordo con Pasolini e si può, anzi si deve, discuterlo. Non si possono invece distorcerne, per proprio tornaconto, le opinioni e le affermazioni. Non si può farlo diventare, da scomodo, comodo.
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In questa puntata di Segreti il professor Riccardo Puglisi analizza il delitto di Garlasco da una prospettiva inedita: il ruolo dei media, la polarizzazione dell’opinione pubblica e il peso delle narrazioni nel caso Stasi. Tra giustizia, informazione e percezione collettiva, analizziamo come nasce, e si consolida, un racconto mediatico destinato a dividere.