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2021-05-21
Il gufo del Gimbe toppa un’altra profezia
Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico.
Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità.
Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».
Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore
Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici.
Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati.
Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono».
Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin.
Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta.
Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena.
A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
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Nino Cartabellotta smentito dal suo stesso report sull'impennata post riaperture: nessun «inevitabile aumento di contagi» e il tasso di positività è in calo. Il gastroenterologo ora si butta sui vaccini: «Ne mancano 13 milioni». La struttura commissariale: «Falso».Neve record a basse temperature: piste operative da domani e skipass a ruba. Madesimo (Sondrio) tra le mete favorite.Lo speciale contiene due articoli.Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico. Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità. Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gufo-gimbe-toppa-profezia-2653052510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="neve-record-e-basse-temperature-maggio-sugli-sci-fa-rifiatare-il-settore" data-post-id="2653052510" data-published-at="1621533255" data-use-pagination="False"> Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici. Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati. Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono». Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin. Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta. Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena. A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
La partecipazione della gente al funerale del fondatore della Lega Nord, Umberto Bossi, a Pontida (Ansa)
Pontida è tornata a essere il luogo simbolo della Lega per l’ultimo saluto a Umberto Bossi. A tre giorni dalla morte, centinaia di militanti si sono ritrovati davanti all’abbazia di San Giacomo, tra bandiere con il Sole delle Alpi, fazzoletti verdi e striscioni che richiamano i temi che hanno segnato una stagione politica. Su uno, appeso all’ingresso del paese, la frase: «Una vita senza libertà non è vita. W Bossi».
L’arrivo del feretro è stato accolto da un lungo applauso e da cori scanditi dalla folla: «Bossi, Bossi», ma anche «Padania libera» e «Libertà». Sulla bara, oltre ai fiori, la bandiera con il simbolo del movimento. All’interno della chiesa, circa quattrocento posti riservati alla famiglia e alle autorità; all’esterno, i militanti hanno seguito la cerimonia attraverso un maxischermo, raccolti davanti alle transenne che delimitavano l’area. Tra i primi ad arrivare il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, mentre tra i presenti si è visto anche Mario Borghezio, con il tradizionale fazzoletto verde. In chiesa, tra gli altri, i presidenti delle Camere Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa, diversi ministri e rappresentanti delle istituzioni. L’atmosfera si è fatta più tesa con l’arrivo del segretario della Lega Matteo Salvini. Indossava una camicia verde, richiamo esplicito alla storia del movimento, ma una parte dei presenti lo ha contestato con cori come «Vergogna» e «Molla la camicia verde». Salvini si è avvicinato alle transenne per salutare i militanti, senza fermarsi, mentre attorno a lui si alternavano applausi e dissenso. Poco dopo, il clima si è ricompattato nel ricordo del fondatore, con nuovi cori «Bossi, Bossi» che hanno accompagnato l’ingresso in abbazia.
Contestazioni anche per l’ex presidente del Consiglio Mario Monti, mentre è stata accolta dagli applausi la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, arrivata insieme al vicepremier Antonio Tajani. Al suo arrivo si sono sentiti slogan diversi, da «Secessione, secessione» a cori con il suo nome. Applausi anche per Luca Zaia e Attilio Fontana, salutati calorosamente dai militanti lungo le transenne. Una presenza diffusa, quella del mondo leghista di ieri e di oggi, che ha segnato tutta la giornata. A spiegare il malumore di una parte della base nei confronti dell’attuale leadership anche le parole dell’ex ministro Roberto Castelli, che ha parlato apertamente di una «eredità tradita», sostenendo che «la Lega di Salvini non è la Lega».
Durante la funzione e fino all’uscita del feretro, la piazza è rimasta attraversata da cori e richiami identitari. Nel momento conclusivo, mentre la bara veniva accompagnata fuori dalla chiesa insieme alla famiglia e alle autorità, un gruppo di militanti ha scandito: «Abbiamo un sogno nel cuore, bruciare il tricolore». Dal microfono, Giorgetti è intervenuto con un «per cortesia» per riportare il silenzio e permettere la conclusione della preghiera.
Già dalle prime ore del mattino, Pontida aveva mostrato il volto più riconoscibile del suo popolo: striscioni, bandiere, simboli e una partecipazione che mescolava memoria e identità. Tra i presenti anche giovani militanti, arrivati per rendere omaggio a quello che molti hanno definito il loro punto di riferimento politico. Nel giorno dell’addio al Senatùr, il paese che per anni è stato teatro dei raduni leghisti si è trasformato ancora una volta in un luogo di appartenenza. Tra applausi, tensioni e richiami alle origini, il ricordo di Bossi ha finito per tenere insieme, almeno per qualche ora, una comunità attraversata da divisioni ma ancora legata al suo fondatore.
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Beppe Sala e Elly Schlein (Ansa)
A Milano non si parla d’altro. E il sindaco, secondo quanto riferito da più interlocutori, avrebbe confidato agli amici più stretti l’idea di una candidatura al Parlamento il prossimo anno. Non sarebbe una semplice uscita di scena dopo due mandati, ma un passaggio politico con effetti immediati sia a Roma sia a Palazzo Marino. Per Sala c’è una spinta politica evidente: dopo dieci anni da sindaco, continua a considerarsi una figura spendibile anche in chiave nazionale, soprattutto in un’area riformista e civica che nel centrosinistra cerca ancora una rappresentanza. Sullo sfondo, però, restano anche i dossier giudiziari aperti, dall’urbanistica allo stadio di San Siro fino al capitolo Olimpiadi, che nella politica milanese accompagnano inevitabilmente ogni lettura sulla sua possibile corsa a Roma.
Il referendum di oggi può incidere proprio su questo. Non tanto per le ricadute sul governo, quanto per quelle nel Pd e nel centrosinistra. Se il No dovesse prevalere, Schlein ne uscirebbe rafforzata e il partito avrebbe più forza nel controllare linea politica e liste. Se invece il risultato aprisse una fase più incerta, tornerebbe più forte la discussione su chi possa parlare anche oltre il perimetro tradizionale dem. Ed è in questo spazio che Sala pensa di poter giocare la sua partita.
Il problema, per lui, è che la strada verso Roma passa da un Pd che non gli garantisce un appoggio compatto. I rapporti con il partito si sono raffreddati già nei mesi dell’inchiesta urbanistica e del confronto sul «Salva Milano».
Sala aveva chiesto ai dem di chiarire la loro posizione; il sostegno è arrivato, ma mai in forma piena e incondizionata. E anche il rapporto con Schlein è rimasto segnato da una distanza politica evidente: il sindaco non è mai stato davvero organico alla linea della segretaria, e la segretaria non ha mai investito fino in fondo su di lui.
Intanto, a Milano, il centrosinistra si sta già muovendo per il dopo Sala. Le parole di ieri della vicesindaca Anna Scavuzzo, che ha parlato di una «alterità» nel modo di guardare la città e di «incongruenze» rimaste fin qui dentro la discussione interna, non certificano una rottura, ma raccontano una presa di distanza politica dal primo cittadino che ormai è sempre più evidente. È il segnale di una maggioranza che non esplode, ma che comincia a scaricarlo.
Lo stesso vale per il fronte che si muove attorno a Pierfrancesco Majorino e Francesco Laforgia. L’operazione «Gente di Milano», iniziata ieri, viene presentata come un laboratorio di ascolto, non come l’avvio della campagna elettorale. Ma il messaggio politico è chiaro: il Pd milanese non aspetta le mosse di Sala e sta già costruendo il terreno della successione. Majorino rivendica le primarie entro la fine dell’anno, Laforgia parla della necessità di rilanciare l’esperienza di governo del centrosinistra.
Per questo, se davvero si arriverà alla partita delle liste, Sala entrerà in una trattativa difficile. Non come uomo di apparato, ma come figura forte e insieme scomoda: conosciuta quanto basta per essere utile, autonoma al punto da non essere facilmente controllabile, esposta al punto da dividere. Più Schlein uscirà forte dal referendum, più la selezione delle candidature sarà centralizzata. Più invece si aprirà una fase di ridefinizione interna, più un profilo come quello del sindaco di Milano potrà tentare di giocare la carta nazionale.
Poi c’è il nodo più concreto: il calendario. Sala è stato rieletto nell’ottobre 2021 e Milano deve votare, in via ordinaria, nella primavera 2027. Ma se il sindaco decidesse di candidarsi alle politiche (se la legislatura dovesse finire in anticipo) prima della fine del mandato, il problema non sarebbe solo politico. Per un sindaco di un Comune sopra i 20.000 abitanti la candidatura al Parlamento richiede le dimissioni. E per Milano c’è una data chiave: il 24 febbraio. Se la cessazione effettiva dalla carica maturasse entro quella soglia, il Comune voterebbe comunque nella primavera 2027. Se invece maturasse dopo, la città rischierebbe il commissariamento. Con in più il rischio politico di un commissario nominato dal governo di centrodestra, con accesso pieno alla gestione di Palazzo Marino durante la campagna elettorale: uno scenario che il Pd difficilmente potrebbe permettersi.
È questo l’incastro che rende la partita di Sala molto più delicata di un normale trasloco da Palazzo Marino a Roma. Perché la sua eventuale candidatura non inciderebbe solo sugli equilibri del Pd o sulla geografia del centrosinistra. Aprirebbe anche un problema immediato per Milano, proprio mentre nella maggioranza si moltiplicano i segnali di autonomia e il partito comincia a preparare il dopo.
Il referendum non decide da solo il destino di Sala, ma ne condiziona il contesto: il punto, ormai, è se troverà davvero lo spazio per andare a Roma e a quale prezzo politico per sé e per Milano.
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Giorgia Meloni ospite di Pulp Podcast con Fedez e Mr. Marra (Getty Images)
Li ha raccolti Domenico Giordano - political data analyst di Arcadiacom.it e consigliere nazionale di AssoComPol, l’Associazione italiana di comunicazione politica -, il quale spiega alla Verità: «Il contatore complessivo delle interazioni, da lunedì 16 a sabato 21, fa segnare al momento 9.3 milioni di reaction. A questo dato, occorre sommare poi le visualizzazioni della puntata e quelle ottenute dai reel di sezionamento del contenuto originario pubblicati sia dall’account ufficiale del format che da Giorgia Meloni».
Per capire di cosa stiamo parlando, bisogna tenere mente a che i video postati sugli account Instagram e Youtube di Pulp podcast segnano attualmente 13.2 milioni, mentre quelli incassati dagli account ufficiali della premier (che passano da Instagram a Linkedin) sono 18.4 milioni in totale, di cui 9.3 milioni arrivano dall’account Instagram e 6.1 da TikTok.
«Molto spesso ci si domanda quanto l’audience digitale, solo all’apparenza volatile e liquida, converta in termini attenzione e di potenziale consenso rispetto al contenuto», afferma Giordano, che prosegue: «Per dare una risposta a questo interrogativo per nulla marginale, in particolare a ridosso di una polarizzazione elettorale, possiamo utilizzare come metro di misura non tanto i like, il mi piace al video o al carosello, quanto, invece, la crescita delle fanbase. Nel momento in cui scelgo di iniziare a seguire un account e i contenuti che vengono pubblicati, manifesto una comunanza di interessi e di valori». Ancora una volta sono i numeri a parlare e li snocciola Giordano: «L’account Instagram di Meloni ha aumentato negli ultimi 5 giorni i follower di ben 17.000 nuovi iscritti, la pagina Facebook è cresciuta di 8.100 nuovi follower, l’account X di altri 7.900 e Youtube di 2.000. In totale, senza contare gli incrementi registrati Linkedin, Telegram, Whatsapp e TikTok, i nuovi follower di Meloni sono 35.000».
Anche gli account social di Pulp hanno goduto di questo beneficio: «Il canale Instagram ha registrato una crescita di 15.000 nuovi follower. Insisto su Instagram e TikTok, più che su Youtube, perché poi, se andiamo a censire da un punto di vista socio-grafico l’utente che si è ingaggiato in Rete sulla questione, possiamo notare due aspetti molto interessati: è ampia la quota percentuale di utenti donna, in media del 43,72%, che si sono ingaggiate nelle conversazioni online».
A essere ingaggiati, secondo i numeri raccolti da Arcadia, soprattutto i giovani. Il 28% di chi ha usufruito di questi contenuti ha, infatti, meno di 24 anni.
Questi i numeri, nudi e crudi. Giordano nota, poi, come siano «anacronistiche tutte le polemiche che in questi giorni. La piattaformizzazione della nostra quotidianità impone regole, tempi e formati che non puoi fermare con una legge, una norma, come quella ad esempio, del tutto medioevale, del silenzio elettorale». Una piccola (ma nemmeno troppo) rivoluzione nella comunicazione politica: «La partecipazione al podcast è stata in termini di comunicazione molto efficace, in particolare rispetto ad altri media. Con la formula podcast i due driver della polarizzazione social, l’autenticità e l’intimità, sono stati ampiamente valorizzati. Poi, se vogliamo fare una seconda analisi di metacomunicazione, è chiaro che la commistione Fedez+Mr. Marra, che è ontologicamente disruptive, la fai convivere con la percezione istituzionale della politica e la cali nel contesto social no filter, allora è chiaro che hai trovato la formula perfetta dell’audience», conclude Giordano.
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