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2021-05-21
Il gufo del Gimbe toppa un’altra profezia
Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico.
Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità.
Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».
Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore
Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici.
Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati.
Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono».
Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin.
Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta.
Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena.
A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
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Nino Cartabellotta smentito dal suo stesso report sull'impennata post riaperture: nessun «inevitabile aumento di contagi» e il tasso di positività è in calo. Il gastroenterologo ora si butta sui vaccini: «Ne mancano 13 milioni». La struttura commissariale: «Falso».Neve record a basse temperature: piste operative da domani e skipass a ruba. Madesimo (Sondrio) tra le mete favorite.Lo speciale contiene due articoli.Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico. Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità. Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gufo-gimbe-toppa-profezia-2653052510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="neve-record-e-basse-temperature-maggio-sugli-sci-fa-rifiatare-il-settore" data-post-id="2653052510" data-published-at="1621533255" data-use-pagination="False"> Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici. Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati. Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono». Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin. Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta. Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena. A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
L'ayatollah Ali Khamenei (Getty Images)
L’attacco di Israele e Stati Uniti contro l’Iran potrebbe cambiare definitivamente gli equilibri geopolitici in Medio Oriente. Teheran ha risposto lanciando missili contro le basi americane in Qatar, Kuwait, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti e colpendo anche la Capitale saudita Riyad, mentre ad Abu Dhabi c’è stata la prima vittima. Il nuovo scontro con l’Iran ha scoperchiato un vaso di Pandora che rende ancora più profonda l’antica frattura fra musulmani sciiti e musulmani sunniti. L’isolamento internazionale di Teheran, capace di avere rapporti stretti soltanto con la galassia di movimenti e minoranze sciite tutte finanziate dall’Iran, appare sempre più evidente. Il contrattacco degli Ayatollah ha scelto di non limitarsi a puntare su Israele, come nella cosiddetta guerra dei 12 giorni, ma il loro obiettivo primario sono diventate le basi statunitensi in Medio Oriente, ospitate da Paesi che sono ormai apertamente nemici dell’Iran.
Gerusalemme, con il supporto di Washington, sta lavorando da anni per rafforzare i rapporti con il mondo arabo e l’adesione di quattro nazioni arabe e sunnite come Marocco, Sudan, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti agli Accordi di Abramo ha dimostrato chiaramente quale fosse la loro scelta di campo. La Giordania ormai da anni lavora con gli israeliani ed è stata la contraerea di Amman, con istruttori inglesi e francesi, a intercettare la maggior parte dei missili e droni iraniani diretti in Israele. L’Arabia Saudita aveva iniziato il percorso di adesione agli Accordi di Abramo, vale a dire il riconoscimento di Israele, un iter poi bloccato, ma non annullato definitivamente, dopo la guerra a Gaza. Riyad aveva subito assunto il ruolo di portavoce politico regionale, denunciando gli attacchi iraniani contro Qatar, Bahrein, Emirati, Kuwait e presentandoli come un’aggressione collettiva ai Paesi arabi del Golfo. Un atto geopolitico fondamentale che rafforza la narrativa di un fronte arabo compatto, una situazione estremamente rara nella storia di questa regione.
Ma il regno dell’Arabia Saudita ha fatto molto di più, dopo che l’Iran aveva colpito la sua Capitale e le regioni orientali, dichiarando che si sarebbe riservata il diritto di rispondere a livello militare. Il portavoce del governo saudita ha usato parole forti dichiarando che quella iraniana era un’aggressione ingiustificata e che verranno prese tutte le contromisure necessarie per difendere la sicurezza nazionale e proteggere il territorio, i cittadini e i residenti, senza escludere l’opzione di rispondere all’aggressione di Teheran con tutta la forza necessaria. Le parole dell’Arabia Saudita hanno un peso eccezionale nel mondo arabo-sunnita, perché la casata degli Al Saud è custode dei luoghi più sacri dell’islam. Il peso di ogni decisione presa a Riyad è determinante per molte nazioni del Golfo Persico e del Medioriente. Se i sauditi con il loro peso economico, storico, geopolitico e religioso, scendessero in guerra al fianco di Israele, questo avrebbe un valore addirittura superiore alla firma degli Accordi di Abramo, che sarebbe comunque stato un passo storico. L’offensiva sul Golfo appare un chiaro boomerang per Teheran che così ha spinto le nazioni arabe a una scelta, accelerando comunque un processo che appariva inevitabile. L’influenza statunitense è in grande crescita in Medio Oriente e Israele si sta affermando come potenza geopolitica regionale. I suoi competitor per questo ruolo erano appunto l’Iran, l’Arabia Saudita, che pare aver abdicato da questo ruolo e la Turchia che in queste ore si sta proponendo come mediatore per recuperare una qualche credibilità internazionale.
In una guerra dove anche la propaganda ha un peso determinante, il regime degli Ayatollah ha chiesto al gruppo libanese filo-iraniano di Hezbollah di fare un appello agli Stati e ai popoli della regione di opporsi all’aggressione contro l’Iran, ma senza specificare se i miliziani interverranno direttamente nel conflitto. Le esplosioni di grattacieli e centri commerciali a Manama e Dubai restano però emblematiche di questa fase della guerra. Località fortemente turistiche e apparse sempre lontane da ogni tipo di violenza si sono improvvisamente ritrovate in prima linea con morti e feriti.
L’ultima mossa iraniana di chiudere lo Stretto di Hormuz, quasi disperata e utilizzata di solito soltanto come minaccia, è un danno enorme per i Paesi del Golfo che esportano da questo stretto passaggio oltre il 25% del petrolio mondiale e quasi il 20% del gas liquefatto. L’Iran potrebbe minare il passaggio più stretto rendendo questa via marittima inservibile e colpendo con forza le economie delle nazioni affacciate sul Golfo Persico. La guerra fra Iran da una parte e Israele e Stati Uniti dall’altra potrebbe rapidamente prendere una nuova forma e diventare uno scontro fra sciiti e sunniti, che riporta alla memoria la lunga guerra fra Iran e Iraq negli anni Ottanta. Le mosse iraniane appaiono limitate e il coinvolgimento delle nazioni arabe del Golfo Persico è servito soltanto ad aumentate il fronte che si oppone all’ormai pericolante regime degli Ayatollah. L’apporto saudita alla guerra non sarebbe determinante a livello militare, ma avrebbe un significato profondo e definitivo per il mondo arabo.
Usa e Israele affossano Teheran che si vendica sui «fratelli» arabi
È iniziata all’alba l’operazione «Furia epica» condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro l’Iran. E l’effetto domino della rappresaglia iraniana sta paralizzando il Medio Oriente.
Gli obiettivi dei raid americani e israeliani sono stati i siti nucleari, l’apparato militare, ma anche la struttura presidenziale iraniana. Dalle immagini satellitari risulta infatti evidente che sia stata colpita a Teheran l’area che ospita la residenza del leader supremo, Ali Khamenei, l’ufficio presidenziale e il Consiglio supremo per la sicurezza nazionale. In serata di è chiarita la sorte toccata all’ayatollah: prima i funzionari iraniani hanno dichiarato che si trovava in un luogo sicuro, ma alla fine da Israele è arrivata la conferma del ritrovamento del cadavere della Guida suprema. Per i media iraniani pare invece certa la morte del genero e della nuora di Khamenei. E secondo alcune indiscrezioni potrebbero essere stati eliminati anche il comandante delle Guardie rivoluzionarie, Mohammad Pakpour, e il ministro della Difesa, Aziz Nasirzadeh, anche se al momento non ci sono conferme ufficiali.
A condividere un primo bilancio dei raid è stato Israele: l’Idf ha dichiarato che è stato «completato un ampio attacco contro i sistemi di difesa strategici» dell’Iran, incluso un «avanzato sistema di difesa aerea SA-65 situato nella zona di Kermanshah, nell’Iran occidentale». Nell’operazione sono stati impiegati «200 aerei da caccia» israeliani, con «centinaia di munizioni» che sono state «sganciate contro 500 obiettivi». L’operazione è stata di certo estesa: Karaj, Qom, Isfahan, Shiraz, Chabahar, Urmia, Minab sono solo alcune delle località colpite. I media iraniani parlano almeno di 201 morti e oltre 740 feriti. E proprio a Minab, nel Sud dell’Iran, un attacco israeliano ha colpito una scuola elementare femminile, uccidendo 85 persone secondo la stampa dell’Iran. Il target di Gerusalemme era una delle sedi del corpo delle Guardie della rivoluzione islamica che si trova sempre nella stessa località.
Dall’altra parte, la rappresaglia iraniana è arrivata qualche ora dopo i primi attacchi sul suo territorio. Il primo Paese su cui si è sfogata la vendetta di Teheran è stato Israele: già nelle prime ore della mattina sono suonate le sirene a Tel Aviv, la popolazione si è nascosta nei rifugi e lo spazio aereo è stato chiuso. I missili iraniani sono stati intercettati, ma nel pomeriggio è scattato di nuovo l’allarme. La polizia israeliana ha dichiarato che non risultano vittime, ma alcune proprietà sono state danneggiate.
La risposta di Teheran si è anche estesa a macchia d’olio nei Paesi vicini che ospitano le basi militari statunitensi. A essere stati attaccati sono stati gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, il Bahrein, il Kuwait, l’Arabia Saudita e la Giordania. Il Central command americano ha sottolineato che ci sono «danni minimi alle installazioni americane», ma alcuni Paesi del Golfo hanno già avvertito che si riservano «il diritto di rispondere» all’Iran. Nel Bahrein sono stati danneggiati alcuni edifici della capitale. In Kuwait almeno 12 persone sono finite in ospedale. Ad Abu Dhabi si conta una vittima, mentre a Dubai le esplosioni hanno scatenato un incendio nell’isola artificiale Palm Jumeirah. E l’intera regione è paralizzata: diverse compagnie aeree hanno cancellato i voli su Israele, Libano, Bahrein, Giordania, Iran, Iraq, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman. Ed Emirates e Qatar Airways hanno annunciato la sospensione dei voli da e per Dubai e Doha. A sostegno degli «alleati del Golfo» è intanto intervenuto il Regno Unito: il premier britannico, Keir Starmer, ha affermato che gli aerei della Raf si sono alzati in volo «nei cieli del Medio Oriente». Dall’altra parte, i Pasdaran hanno chiuso lo stretto di Hormuz, mettendo a rischio un quinto del petrolio mondiale.
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L'ex sede del centro popolare occupato «Gramigna» di Padova (Ansa)
La storia è paradigmatica di tutto ciò che da anni contestiamo: i ritardi della giustizia, lo sguardo strabico di chi dovrebbe perseguire chi non rispetta la legge, l’appropriazione indebita di beni pubblici da parte di gruppi fortemente politicizzati, i militanti dei centri sociali spacciati per filantropi, la connessione con ambienti vicini all’estremismo e, a volte, al terrorismo. Sì, a Padova tutto si tiene. La polizia ha tenuto sott’occhio il gruppo di no global e disobbedienti per anni, intercettandone gli esponenti e individuando chi tirava le fila dell’occupazione delle case. Le registrazioni delle telefonate hanno consentito di capire come si muovesse l’organizzazione e come fosse in grado di bloccare gli sgomberi, organizzando presidi per impedire alla forza pubblica di agire. Gli investigatori alla fine hanno presentato il conto, ma l’inchiesta, iniziata nel 2014 e che già nel 2015 aveva portato all’avvio dei procedimenti giudiziari, si è scontrata con l’inerzia della magistratura, che prima di arrivare a processo ha impiegato anni dovendo anche riformulare le accuse. Capi d’imputazione come resistenza aggravata alle forze dell’ordine si sono infatti trasformati in interruzione di pubblico servizio semplice e dunque anche per quelli è scattata la prescrizione.
A giudizio erano finiti in tanti, tra i quali una professoressa di matematica, che secondo la Digos dirigeva le operazioni muovendo gruppi di extracomunitari (nelle intercettazioni sono chiamati arabi) per impedire l’intervento della polizia nei palazzi occupati. Nell’inchiesta sono finiti pure due esponenti delle nuove Brigate rosse, così da non far mancare neppure qualche deriva terroristica. La combriccola di estremisti a quanto pare aveva anche occupato una palazzina dell’Ater data in gestione all’Associazione sordi veneti, che il gruppo di militanti aveva sfrattato, arrivando a minacciarne funzionari e iscritti. Reati gravi, da perseguire? Ovviamente sì, ma forse la Procura aveva altre priorità e i giudici pure. Così, no global e disobbedienti e persino brigatisti, dopo anni di occupazioni, saranno liberi di organizzarsi per commettere altri reati.
E poi c’è chi nega che ci sia bisogno di una riforma che sanzioni i magistrati che sbagliano e, soprattutto, di leggi che consentano di trattenere in carcere o in questura violenti ed estremisti.
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I soccorsi ai feriti dell'incidente al tram di Milano del 27 febbraio (Ansa)
Funziona così: sopra i 3 chilometri orari il tranviere deve premere un pulsante ogni 2,5 secondi per dimostrare di essere vigile. Se non lo fa, scatta un allarme sonoro. Se nei successivi 2,5 secondi non arriva alcuna risposta, il sistema attiva la frenata automatica fino all’arresto del mezzo, compatibilmente con lo spazio di frenata necessario. Gli investigatori dovranno chiarire perché, nei momenti che hanno preceduto lo schianto, il dispositivo non abbia evitato l’uscita dai binari.
La pm Elisa Calanducci si appresta ad aprire un fascicolo per omicidio colposo e lesioni colpose. L’ipotesi del malore resta al centro dell’inchiesta. Il conducente, già sentito dalla Polizia locale, avrebbe riferito di essersi sentito male prima di perdere il controllo del tram. Non è ancora stato interrogato dal magistrato e al momento non risulta iscritto nel registro degli indagati, ma un’eventuale iscrizione potrebbe avvenire come atto a garanzia per consentire accertamenti tecnici irripetibili. È stato anche sequestrato il cellulare per controllare se non fosse in funzione al momento dell’incidente.
Sono state acquisite le immagini delle telecamere di bordo, ritenute decisive per ricostruire la sequenza dei fatti e verificare se vi siano segnali compatibili con un improvviso malessere. Raccolti anche i dati tecnici relativi alla velocità del mezzo prima dell’uscita dai binari e dell’impatto contro il palazzo in viale Vittorio Veneto. La Procura attende la relazione completa della Polizia locale per procedere con gli atti formali.
Disposte le autopsie sulle due vittime, Ferdinando Favia, 59 anni, e Abdoul Karim Touré, 56. La data degli esami non è ancora stata fissata. Restano ricoverati 16 feriti. Due pazienti sono in neurorianimazione al Policlinico, uno è in terapia intensiva al San Raffaele. Altri sono in osservazione tra Niguarda, Fatebenefratelli, San Carlo, Multimedica e gli altri ospedali coinvolti. I quadri clinici, riferiscono fonti sanitarie, sono per la maggior parte meno complessi rispetto alle prime ore.
Sul luogo dell’incidente è tornato il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini: «L’ipotesi più probabile, in questo momento, è il malore perché non ci possono essere altre spiegazioni». Ha ricordato l’esperienza dell’autista di 61 anni e ha parlato delle famiglie sfollate dagli appartamenti danneggiati, ringraziando i vigili del fuoco impegnati nella messa in sicurezza.
Resta da capire se il sistema di vigilanza fosse correttamente attivo e se abbia funzionato secondo protocollo. Se il pulsante sia stato rilasciato. Se l’allarme sia scattato. Se vi fosse lo spazio sufficiente per arrestare il convoglio prima dello scambio orientato a sinistra. In quei secondi si gioca la ricostruzione tecnica dell’incidente che ha provocato due morti e decine di feriti. E la risposta alla domanda che ora attraversa tutta Milano: perché il tram non si è fermato. Nel frattempo, a 24 ore dall’incidente, l’incrocio è affollato di curiosi e fotografi, con i vigili a presidiare la zona.
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(Ansa)
Come anticipato dai quotidiani Il Centro e Il Messaggero la motivazione alla base della richiesta di trasferimento in altra sede idonea riguarda alcune «criticità nella gestione quotidiana della famiglia nel contesto della struttura». In particolare gli operatori della casa famiglia avrebbero riferito di episodi di tensione e comportamenti che vengono ritenuti non conformi ai protocolli, anche rispetto agli accessi e alla gestione degli spazi condivisi della struttura. Ma il punto centrale della richiesta riguarda il (presunto) benessere dei tre bambini poiché a detta degli operatori sarebbero emerse situazioni di disagio che richiederebbero ulteriori approfondimenti e interventi mirati alla tutela dei minori. L’analisi è collegata alla complessità del loro inserimento nell’ambiente protetto e alle dinamiche familiari che si sono sviluppate dopo l’allontanamento dal casolare nel bosco di Palmoli, in provincia di Chieti. Fin da subito i genitori, Catherine e Nathan, avevano attribuito le difficoltà al contesto della struttura e chiesto soluzioni per garantire una maggiore continuità affettiva per i loro tre figli. Nei mesi scorsi la madre aveva pubblicato una lettera in cui descriveva il disagio psicologico ed emotivo dei figli dopo l’allontanamento da casa e aveva chiesto al tribunale di consentire il ricongiungimento familiare. Nella richiesta di trasferimento si inserisce anche un acceso confronto tra consulenti in riferimento alla perizia disposta dal tribunale per i minorenni dell’Aquila sulla capacità genitoriale della coppia: la consulente tecnica d’ufficio (Ctu), Simona Ceccoli, ha ribadito la fiducia nella psicologa incaricata delle valutazioni, Valentina Garrapetta, mentre i legali dei genitori, nei giorni scorsi, ne avevano chiesto la revoca, sollevando dubbi sulla terzietà e sull’opportunità di giudizi espressi sui social e portati alla luce dalla Verità. Nella relazione la professionista descrive un quadro in peggioramento delle reazioni di Catherine, definendole esasperate in contrasto con l’equipe e sempre in presenza dei bambini: «Le dinamiche relazionali con la figura materna si sono maggiormente incrinate». La donna avrebbe scelto di «ignorare totalmente i ruoli e le figure professionali presenti all’interno della comunità», decidendo in autonomia modalità e tempi di permanenza con i figli. «Capisco le difficoltà della struttura» ha detto il consulente di parte, lo psichiatra Tonino Cantelmi, «è una situazione complessa che richiede risorse e risposte che forse una casafamiglia non è in grado di offrire. Smembrare la famiglia sta producendo problemi e danni potenzialmente superiori ai problemi di partenza». La vicenda della famiglia nel bosco è iniziata quando i servizi sociali e il tribunale per i minorenni hanno disposto, nel novembre 2025, l’allontanamento dei tre figli dei Trevallion che vivevano nei boschi di Palmoli in un casolare privo di infrastrutture urbane, fino a quando gli assistenti sociali non hanno segnalato potenziali rischi legati all’habitat, alla scolarizzazione dei bambini e alle condizioni di salute. Ora sarà il tribunale per i minorenni a dover valutare nel merito la situazione e decidere se accogliere la proposta di trasferimento della casa famiglia.
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