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2021-05-21
Il gufo del Gimbe toppa un’altra profezia
Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico.
Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità.
Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».
Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore
Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici.
Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati.
Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono».
Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin.
Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta.
Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena.
A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
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Nino Cartabellotta smentito dal suo stesso report sull'impennata post riaperture: nessun «inevitabile aumento di contagi» e il tasso di positività è in calo. Il gastroenterologo ora si butta sui vaccini: «Ne mancano 13 milioni». La struttura commissariale: «Falso».Neve record a basse temperature: piste operative da domani e skipass a ruba. Madesimo (Sondrio) tra le mete favorite.Lo speciale contiene due articoli.Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico. Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità. Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gufo-gimbe-toppa-profezia-2653052510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="neve-record-e-basse-temperature-maggio-sugli-sci-fa-rifiatare-il-settore" data-post-id="2653052510" data-published-at="1621533255" data-use-pagination="False"> Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici. Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati. Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono». Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin. Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta. Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena. A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
Ecco Edicola Verità, la rassegna stampa podcast del 22 gennaio con Flaminia Camilletti
Dopo la chiusura con il proscioglimento della vicenda giudiziaria che ha riguardato la nota influencer, di buono resta solo lo storico dolce.
Piercamillo Davigo (Ansa)
La vicenda prende forma nel rapporto tra Paolo Storari, sostituto procuratore a Milano, e Piercamillo Davigo, allora consigliere del Csm. È con Storari che si consuma il primo snodo decisivo. Le motivazioni affermano che Davigo non si limita a ricevere informazioni, ma «rafforza e legittima» la scelta di Storari di consegnargli i verbali dell’avvocato Piero Amara, coperti da segreto investigativo. Lo fa prospettando una tesi giuridica che la Corte definisce esplicitamente «tutt’altro che fondata»: l’idea che il segreto non sia opponibile al Csm e, per estensione, al singolo consigliere. Una prospettazione che, secondo i giudici, ha avuto un ruolo causale diretto nella rivelazione, integrando il concorso «dell’extraneus nel reato proprio».
Qui la sentenza insiste su un punto che rende la condotta di Davigo particolarmente grave: la piena consapevolezza delle regole. I giudici ricordano che anche laddove il Csm abbia poteri di acquisizione, questi sono rigorosamente incanalati in procedure formali: soggetti legittimati, passaggi istituzionali, protocollazione, possibilità per l’autorità giudiziaria di opporre esigenze investigative. Nulla di tutto questo avviene. I verbali passano di mano in modo informale, in un incontro riservato, su una chiavetta Usb. Per la Corte non è un dettaglio, ma la prova che Davigo sceglie consapevolmente di porsi fuori dalle regole. Ottenuti gli atti, il comportamento contestato non si ferma. Le motivazioni ricordano che Davigo, «violando i doveri inerenti alle proprie funzioni ed abusando della sua qualità», riferisce l’esistenza di atti coperti da segreto a più soggetti, tra cui il primo presidente della Corte di Cassazione Pietro Curzio e il consigliere Sebastiano Ardita. La Corte è esplicita: Davigo non aveva alcuna legittimazione a divulgare quelle informazioni «al di fuori di una formale procedura». Ed è proprio questo passaggio che porta i giudici a sottolineare come l’ex magistrato abbia agito «ergendosi a paladino della legalità», ma senza titolo. Un aspetto centrale delle motivazioni riguarda gli effetti istituzionali di questa scelta. I giudici parlano di una diffusione selettiva della conoscenza, che genera tensioni, diffidenze e prese di distanza all’interno del Csm. La procedura, osserva la Corte, serve proprio a evitare che notizie delicate circolino in modo incontrollato. Davigo, scegliendo la via informale, accetta - o sottovaluta - questo rischio, contribuendo a un corto circuito istituzionale che nulla ha a che vedere con la tutela della legalità.
La sentenza respinge anche uno degli argomenti difensivi più ricorrenti nel dibattito pubblico: l’assoluzione di Storari non travolge la responsabilità di Davigo. La condanna a un anno e tre mesi di reclusione segna così una cesura netta nella parabola del dottor Sottile, il cui comportamento è descritto dai giudici come abusivo, consapevole e privo di legittimazione. Ottima pubblicità per il Sì al referendum.
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Donald Trump (Ansa)
È stata una giornata di tensione, quella di ieri, tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre l’Europarlamento sospendeva indefinitamente la ratifica dell’accordo commerciale tra Stati Uniti e Ue, Donald Trump è intervenuto al Forum di Davos, tenendo un intervento battagliero in cui ha criticato i Paesi europei su svariati fronti. «Certi luoghi in Europa, francamente, non sono più riconoscibili», ha dichiarato. «Vorrei che l’Europa andasse bene, ma non sta andando nella giusta direzione», ha aggiunto, citando «l’aumento della spesa pubblica, l’immigrazione di massa incontrollata e le importazioni straniere senza fine». «Qui in Europa abbiamo visto il destino che la sinistra radicale ha cercato di imporre all’America», ha anche affermato. Trump ha poi criticato il Vecchio continente sulla questione energetica. «Grazie alla mia vittoria elettorale a valanga, gli Stati Uniti hanno evitato il catastrofico collasso energetico che ha avuto luogo in ogni nazione europea, che ha perseguito il “Green new scam”: forse il più grande imbroglio della Storia», ha dichiarato, storpiando il nome del Green new deal («scam», in inglese, significa infatti «truffa»). Sotto questo aspetto, l’inquilino della Casa Bianca ha messo nel mirino l’energia eolica e ha sottolineato come il ricorso alla tecnologia green aumenti la dipendenza da Pechino. «Più turbine a vento ha un Paese, più ci perde. Gli stupidi le comprano, ma la Cina vince», ha detto. Trump è poi andato all’attacco della Danimarca sulla questione della Groenlandia («un pezzo di ghiaccio in cambio della pace»). «La Danimarca è caduta in mano alla Germania dopo appena sei ore di combattimenti ed è stata totalmente incapace di difendere sia sé stessa sia la Groenlandia. Quindi gli Stati Uniti sono stati costretti a farlo e lo abbiamo fatto», ha tuonato, riferendosi all’invasione della Danimarca da parte del Terzo Reich durante la seconda guerra mondiale. Il presidente americano ha inoltre bollato Copenaghen come «ingrata», ribadendo di aver bisogno della Groenlandia per una necessità di «sicurezza nazionale strategica». Al tempo stesso, Trump ha però escluso l’uso della forza per acquisire l’isola più grande del mondo. «Non devo usare la forza, non voglio usare la forza, non userò la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia», ha dichiarato, senza tuttavia rinunciare a mettere sotto pressione gli europei. «Potete dire di sì e vi saremo molto grati, oppure potete dire di no e ce ne ricorderemo», ha infatti affermato, riferendosi all’acquisizione dell’isola. In questo quadro, il presidente americano ne ha anche approfittato per dare una bacchettata alla Nato. «Gli Stati Uniti sono trattati in modo molto ingiusto dalla Nato. Diamo così tanto e riceviamo così poco in cambio». Insomma, Trump non ha risparmiato dure critiche agli alleati europei. Ma il presidente americano, ieri, si è occupato anche di vari dossier internazionali, a partire della crisi ucraina. «Credo che ora siano arrivati al punto in cui possono unirsi e raggiungere un accordo», ha affermato, parlando di Vladimir Putin e Volodymyr Zelensky. «Se non ci riescono», ha continuato, «sono stupidi. Questo vale per entrambi. E so che non sono stupidi. Ma se non ci riescono, sono stupidi». Ieri pomeriggio, la Cnn ha, in particolare, riferito che Trump dovrebbe incontrare oggi il presidente ucraino a Davos. Ma non è tutto. Oltre a sottolineare di avere un «ottimo rapporto» con il leader cinese, Xi Jinping, l’inquilino della Casa Bianca si è infatti espresso anche sul Medio Oriente, auspicando che Hamas proceda con il disarmo. «Se non lo faranno, saranno spazzati via. Molto rapidamente», ha affermato, per poi rivendicare gli attacchi statunitensi di giugno ai siti nucleari iraniani. «Erano molto vicini ad avere un’arma nucleare e li abbiamo colpiti duramente, e la distruzione è stata totale», ha detto. Tra l’altro, proprio ieri, il cardinal segretario di Stato, Pietro Parolin, ha reso noto che Trump ha invitato papa Leone XIV a entrare nel Board of peace per Gaza. Inoltre, sempre ieri, l’inquilino della Casa Bianca, a margine del Forum di Davos, ha avuto degli incontri con il presidente polacco, Karol Nawrocki, con quello egiziano, Abdel Fattah Al Sisi, e con quello elvetico, Guy Parmelin, oltre che con il segretario generale dell’Alleanza atlantica, Mark Rutte. Con quest’ultimo, Trump ha annunciato di aver raggiunto un accordo sulla Groenlandia che, se dovesse concretizzarsi, offrirebbe un’«ottima soluzione» per i Paesi della Nato e scongiurerebbe i nuovi dazi americani ai Paesi europei.Nel suo intervento in Svizzera, Trump ha parlato anche di questioni interne: ha definito Jerome Powell uno «stupido», rendendo noto che annuncerà presto la scelta del suo successore. La centralità è comunque spettata alla politica internazionale, con speciale riferimento, alle crescenti tensioni con gli alleati europei. In particolare, chi, nel Vecchio continente, sta tornando a premere per la linea dura nei confronti della Casa Bianca è Emmanuel Macron che, proprio ieri, Trump ha deriso per gli occhiali da sole con cui si era presentato martedì. Il presidente francese sta del resto cercando di spingere Bruxelles a ricorrere allo strumento anti coercizione: uno scenario che acuirebbe le fibrillazioni transatlantiche. Non dimentichiamo che il vicepremier cinese, He Lifeng, ha criticato i dazi statunitensi. E che l’inquilino dell’Eliseo ha rafforzato i legami con Pechino. In Svizzera sta, insomma, andando in scena uno scontro geopolitico particolarmente serrato. Tuttavia, spingendo sul pedale della linea dura con Washington - soprattutto su input francese - gli europei rischiano di finire tra le braccia della Cina. Il che non sarebbe uno scenario esattamente allettante.
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