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2021-05-21
Il gufo del Gimbe toppa un’altra profezia
Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico.
Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità.
Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».
Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore
Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici.
Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati.
Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono».
Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin.
Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta.
Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena.
A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
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Nino Cartabellotta smentito dal suo stesso report sull'impennata post riaperture: nessun «inevitabile aumento di contagi» e il tasso di positività è in calo. Il gastroenterologo ora si butta sui vaccini: «Ne mancano 13 milioni». La struttura commissariale: «Falso».Neve record a basse temperature: piste operative da domani e skipass a ruba. Madesimo (Sondrio) tra le mete favorite.Lo speciale contiene due articoli.Perché la fondazione Gimbe e il suo presidente, Nino Cartabellotta, vengono interpellati da media e istituzioni come fossero l'oracolo di Delfi? Mistero pandemico. Settimane fa, sulla Verità, avevamo già proposto una carrellata delle previsioni sgangherate del dottore siciliano sul Covid. Lui se n'era crucciato molto, tanto da annunciare un'azione di contrasto della «disinformazione scientifica». Peccato che il primo a disinformare sia proprio Cartabellotta. Lo scorso 18 aprile, in vista delle riaperture del 26 e del ritorno delle zone gialle, il mago Otelma del coronavirus vaticinava: calo delle infezioni fino a metà maggio, poi, «inevitabilmente», una risalita della curva, «da un lato mitigata dalla ridotta probabilità di contagio all'aperto, per l'aumento delle temperature che riduce l'effetto aerosol, dall'altro alimentata dall'aumento dei contatti sociali e, soprattutto, dal mancato rispetto delle regole». Italiani brava gente, ma indisciplinata: «Serve la massima collaborazione dei cittadini per non compromettere la stagione estiva». Ebbene, l'andamento della curva dei contagi lo vedete nella tabella qui sopra. Il 15 maggio è arrivato ed è pure trascorso, ma non c'è stata ancora alcuna «impennata», provocata dal fatidico «liberi tutti». E meno male che il peggioramento doveva essere «inevitabile». Tuttavia, con disinvolta esibizione di un'epica faccia di tolla, Cartabellotta, che non fa il virologo, bensì il gastroenterologo, ieri è tornato a deliziarci con una serie di considerazioni a corredo del report settimanale di Gimbe. Rapporto che ha ovviamente fotografato il sensibile miglioramento del quadro epidemiologico. Nel periodo 12-18 maggio, riconosce la fondazione, calano del 30% i nuovi casi, del 21% i decessi, del 55% i ricoveri in terapia intensiva. Insomma, fino a qualche mese fa, era la realtà a smentire Cartabellotta. Adesso, ci pensa direttamente Gimbe. Sulla statura di scienziato del medico siculo, peraltro, si potrebbe avanzare qualche dubbio. Basta una ricerca su Google scholar, ad esempio, per scoprire che il suo indice H (impiegato per misurare l'impatto scientifico di un autore) è inchiodato a 2. Esattamente come l'indice bibliometrico G. Per intenderci: Cartabellotta è coccolato da tv e giornali, ma gli esperti veri non se lo filano. L'aruspice del Covid, comunque, non è uno che corre a nascondersi. Anzi, pontifica proprio su quella riduzione dei casi che, un mese fa, pronosticava sarebbero aumentati: era «inevitabile». Il calo, dice ora Cartabellotta, «dimostra come gli effetti ottenuti grazie a sei settimane di restrizioni stiano lasciando gradualmente il posto ai primi risultati della campagna vaccinale». Persino quando ha ragione, il nostro riesce a incespicare sui ragionamenti. È vero, infatti, che si è ridotto il numero di tamponi. Ed è vero che una contrazione del testing significa meno positivi registrati. Ma è vero pure che la curva del tasso positività è in discesa da circa un mese, al netto delle variazioni quotidiane. Tant'è che, alla faccia dell'«inevitabile» aumento dei casi, Cartabellotta conclude serafico: «Ad oggi, la strategia del “rischio ragionato" sembra funzionare». La stagione estiva, lungi dall'apparire «compromessa», può semmai contare su un'arma in più: la vaccinazione di massa, che già protegge bene le categorie più fragili e che presto, estesa ai giovani, potrà moderare la circolazione del virus e prevenire un'ondata autunnale. Sulle immunizzazioni, però, il presidente di Gimbe ha qualche perplessità. L'auspicata «invasione» di sieri non c'è stata: rispetto al piano approntato dal generale Paolo Figliuolo, mancherebbero all'appello 13 milioni di dosi nel secondo trimestre 2021. Cifra che la struttura commissariale, sentita dalla Verità, non conferma: nell'attesa che sia approvato Curevac e persino ipotizzando altri intoppi negli approvvigionamenti, ballerebbero massimo 10 milioni di dosi. Il dottore della Trinacria lamenta: «Le Regioni hanno somministrato quasi tutte le dosi consegnate (94,2%). Questo significa che, senza un aumento delle consegne, è impossibile accelerare la campagna vaccinale». Inoltre, ben il 21,4% degli over 70 e il 38,6% degli over 60, non hanno ancora ricevuto neppure una dose. In sintesi, per Cartabellotta le Regioni sono state virtuose, hanno dato fondo alle forniture di vaccini e, nondimeno, per colpa dei ritardi nelle consegne, non riescono e non riusciranno a offrire repentina protezione a un pezzo di popolazione a rischio. Peccato che egli dimentichi gli sfarfallamenti nella campagna di vaccinazioni di certe Regioni. Specie alcune di quelle a guida Pd. Fino al 19 maggio, erano state vaccinate 1.548.223 persone rientranti nella fantomatica categoria «altro» e 5.944.040 tra fragili e caregiver: ma tra questi ultimi, quanti sono i finti assistenti familiari? I fenomeni che, dopo la puntura, sono corsi in un resort di montagna anziché al capezzale dei parenti malati? Forse è su questi numeri che bisogna riflettere: non è che siano mancate le dosi, è che qualche governatore se n'è infischiato dei target fissati da Figliuolo e ha vaccinato prima chi pareva a lui. Può ben darsi che aiuti passare, come suggerisce Cartabellotta, dalla «prenotazione volontaria» alla «chiamata attiva al colloquio individuale»; ma di sicuro avrebbe fatto molto più effetto mantenersi da subito sui binari delle vere priorità. Il presidente di Gimbe abbandoni il pendolino di Maurizio Mosca. Quando parla, ormai, vien voglia d'intonare un motivetto di Renato Carosone: «Ho giocato tre numeri al lotto, venticinque, sessanta e (Cartabell)otto…».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gufo-gimbe-toppa-profezia-2653052510.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="neve-record-e-basse-temperature-maggio-sugli-sci-fa-rifiatare-il-settore" data-post-id="2653052510" data-published-at="1621533255" data-use-pagination="False"> Neve record e basse temperature. Maggio sugli sci fa rifiatare il settore Dopo 14 mesi di stop forzato, tra promesse mancate e continui rinvii, da domani riaprono finalmente anche gli impianti sciistici. Le piste, rimaste vuote dal marzo 2020, potranno tornare a riempirsi di appassionati, nonostante l'imminente arrivo del caldo. Perché, a tamponare almeno un po' le enormi perdite del settore, ci ha pensato, più che i ristori, il meteo e le temperature più basse della media che hanno provocato abbondanti nevicate. Oro che cola, per impianti e appassionati. Tra le mete più gettonate dai milanesi e brianzoli c'è Madesimo, in Valchiavenna, dove ci sono ancora quattro metri di neve compatta e temperature sottozero. Da fine maggio a metà giugno si potrà perciò sciare nel comprensorio della Val di Lei. «Non accadeva dalla fine degli anni Ottanta» spiega Marco Garbin, direttore del comprensorio sciistico della Valchiavenna. «In passato la presenza di un nevaio a 2.900 metri di quota e la particolare posizione della valle consentiva di tenere aperti gli impianti fino a fine maggio. Da decenni però non era più possibile. Fino ad ora. Vogliamo lanciare un messaggio: la montagna non si arrende ed è pronta a ripartire. In realtà siamo sempre stati pronti, questa volta però non ci sarà nessun blocco dell'ultimo minuto perché i numeri dei contagi, ed è questa per noi la condizione indispensabile, lo consentono». Nel dettaglio si potrà sciare in Val di Lei, sopra Madesimo, nelle giornate del 29, 30 e 31 maggio e 1 e 2 giugno. E anche nei due fine settimana successivi, il 5 e 6 e il 12 e 13 giugno. Saranno aperte la cabinovia Larici, la seggiovia Sassoni, la funivia Groppera e la seggiovia a sei posti che serve le due piste battute, lunghe circa tre chilometri, con un dislivello di 450 metri. «Non pensiamo certo agli incassi, negli ultimi 14 mesi di clausura abbiamo perso 8 milioni di fatturato, ma vogliamo lanciare un messaggio positivo: non ci arrendiamo, con un occhio sempre rivolto alla sicurezza. Ingressi a numero chiuso con non più di 500 sciatori al giorno», commenta Garbin. Dal 29 maggio dovrebbero aprire anche gli impianti sciistici del Passo dello Stelvio, che arriva fino ai 3.450 metri del monte Cristallo. Le piste aperte saranno per un totale di circa 20 chilometri e adatte a tutti i livelli. Il 12 giugno apriranno gli impianti sciistici a Cervina in Valle d'Aosta. Tutti esauriti invece gli skipass che da ieri, 20 maggio, erano acquistabili per la riapertura degli impianti sciistici sul Presena. A Madonna di Campiglio, invece, gli impianti non apriranno prima del 19 giugno, come spiega il direttore Bruno Felicetti: «Finalmente una buona notizia dopo mesi di sacrifici. Ce n'era bisogno per far ripartire l'economia delle valli, che vivono di turismo. Ora ci auguriamo che anche gli indennizzi approvati dal governo arrivino in tempi brevi: servono per mettere in moto la stagione estiva e per sostenere gli investimenti, che nel caso delle società impianti ammontano a decine di milioni di euro».
Abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno: riapriamo i rubinetti e spieghiamo alla gente come stanno le cose. È meglio perdere la faccia che finire con le zampe per aria. C’è la guerra, ci sono i rincari, c’è il pericolo concreto che sull’industria europea e sui redditi dei cittadini si abbatta il colpo di grazia, dopo anni di euromasochismi verdi. Stiamo precipitando. L’unico paracadute è quello offerto, con mossa pelosa, da Vladimir Putin? Amen. Meglio fare un favore al cattivo che schiantarsi. Tanto più se, come dimostrano i dati, sottotraccia eravamo rimasti clienti del nostro arcinemico.
Le statistiche sono eloquenti. Ad esempio, quelle sugli acquisti di gas liquefatto russo: a febbraio, l’Ue ha importato 1,54 milioni di tonnellate di Gnl dall’impianto artico Jamal Spg, localizzato nell’omonima penisola, nel villaggio di Sabetta. Territorio della Federazione guidata dallo zar. I 21 cargo giunti in Europa, 17 dei quali attraverso compagnie britanniche e greche, la Seapeak del Regno Unito e l’ellenica Dynagas, rappresentavano il 100% della produzione del sito. Già a gennaio, gli acquirenti dell’Ue si erano accaparrati il 93% del gas liquido di Jamal. A gennaio 2027, come deciso dal Consiglio europeo un mese e mezzo fa, scatterà il bando totale sul Gnl di Putin; ma fino a quel momento, chi può e ne ha bisogno, ne farà incetta. E pazienza se quei soldi contribuiranno a finanziare la campagna bellica in Ucraina. Sulla Verità, d’altronde, lo avevamo già scritto: a gennaio 2026, le ribelli Ungheria e Slovacchia non sono state le uniche a mantenere attivi i flussi di metano e greggio da Mosca; la Francia, il Belgio e la Spagna hanno ricevuto grandi quantità di Gnl. Si può fare ma non si può dire?
Si badi bene: il Cremlino traffica anche petrolio, sebbene siano entrate in vigore le nuove regole Ue, che costringono i Paesi attraverso i quali avvenivano le triangolazioni a dimostrare, prima di vendercela, che la loro merce non proviene da raffinazione di materia prima russa. Ebbene: stando alle elaborazioni del Centre for research on energy and clean air (Crea), a febbraio, almeno 17 spedizioni riconducibili all’oro nero di Mosca sono entrate nei Paesi del blocco europeo. Circa i due terzi dei prodotti importati da raffinerie di Stati quali India e Turchia sono di origine russa. Stabilire in che percentuale pesi il greggio di Putin sul fabbisogno europeo è complicato, visto che i commerci avvengono in modo indiretto, in parte tramite le flotte fantasma. Ma una stima realistica oscilla tra il 7 e il 15% del petrolio consumato nell’Ue. Sarebbe tanto drammatico aumentare la quota? Gli ucraini, che bersagliano le navi ombra nel Mediterraneo fregandosene di provocare disastri ambientali, storceranno il naso. Ma per loro non sarebbe peggio se le nazioni che li sostengono collassassero?
Intanto, Oltrecortina sghignazzano. Ieri, Kirill Dmitriev, il capo del fondo sovrano russo per gli investimenti, coinvolto nei negoziati con gli Usa per il Donbass, ha rilanciato un articolo di Bloomberg sull’impennata dei prezzi del gas, vaticinando «un disastro per l’industria e le famiglie»: «Prevediamo cifre almeno del 100% superiori a quelle ipotizzate in precedenza», ha scritto, «poiché ci vorrà del tempo prima che l’Europa inizi inevitabilmente a implorare ulteriori quantitativi di gas russo». Ci si contorcono le viscere ad ammetterlo, però potrebbe aver ragione. Di sicuro, le prospettive economiche sono tragiche; altrettanto evidente è l’ostinazione di Bruxelles nel mantenere il calamitoso approccio del fiat iustitia, pereat mundus; resta da vedere se, davvero, a un certo punto saremo costretti a cospargerci il capo di cenere. E se, quando arriverà quel momento, non sarà già troppo tardi.
Basti vedere che il premier belga, Bart de Wever, dopo i reiterati appelli a riallacciare le comunicazioni con Mosca, ieri ha dovuto precisare che le sue parole sono state decontestualizzate e che il dialogo dovrebbe essere subordinato al conseguimento di una pace giusta con Kiev: «Se si raggiungerà un accordo accettabile per l’Ucraina e l’Europa, dovremmo essere in grado di ristabilire le relazioni economiche con la Russia». In questi termini, è una banalità: ufficialmente, noi non siamo mica in guerra con la Federazione. Semmai, viste le circostanze, una linea andrebbe ripristinata subito. Invece, il presidente del Consiglio Ue, António Costa, insiste: «Verrà il giorno» in cui dovremo riparlare con i russi, ha riconosciuto, ma «non è ancora il momento giusto». Già. Aspettiamo di tappezzare il continente di pannelli solari? Di mettere in funzione migliaia di mini reattori nucleari? Di trovare una quadra sulla revisione degli Ets? Con Hormuz sotto embargo, ha senso incartarsi nelle contraddizioni del commissario all’Energia, Dan Joergensen, che ha proposto un bando totale sul petrolio russo, ma al contempo, per sbloccare il prestito da 90 miliardi, ha costretto gli ucraini a cedere e a riparare l’oleodotto Druzhba, cioè quello che porta a ungheresi e slovacchi lo stesso petrolio russo?
Un vecchio adagio recita: «Quando cambiano i fatti, cambiano le mie opinioni». I fatti sono cambiati. E se essi rovinano i piani di Bruxelles, bisognerebbe aggiornare i piani piuttosto che ignorare i fatti. È l’Unione europea o l’Unione sovietica?
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Lucio Malan (Fdi) racconta l'audizione dei danneggiati: si sapeva che i sieri non avrebbero protetto, ma fu nascosto all'aula. Nuova legge per evitare gli allontanamenti di minori dopo il caso della famiglia nel bosco.
Donald Trump (Getty Images)
Dove vuole andare a parare Donald Trump? Qual è il suo progetto politico internazionale? Qual è la sua visione geopolitica globale? Come intende comportarsi e quali finalità intende raggiungere nella guerra scatenata in Iran insieme all’alleato Israele?
Ormai è complesso rispondere a queste domande e questo risulta particolarmente grave perché ne va degli assetti globali del pianeta. Ricordiamoci sempre che gli Usa sono ancora la prima e unica super potenza mondiale e, quindi, le azioni che fa l’America sul piano internazionale - soprattutto in assenza di istituzioni internazionali tali, non dico da governare, ma almeno da mediare le tensioni mondiali o regionali, Europa purtroppo inclusa - diventano centrali, e l’incertezza sul progetto che sottostà a queste azioni desta preoccupazioni piuttosto profonde. Lo scrivo su questo giornale, La Verità, che non si è mai strappata i capelli quando Trump, due anni fa, è stato eletto democraticamente e con una larga maggioranza degli elettori americani. Né, tanto meno, questo giornale ha pianto sui colpi infranti a quella mistura tanto banale quanto pericolosa che si chiama cultura woke: un’accozzaglia di idee con scarso, se non assente, spessore storico, debolissima infrastruttura teorica che si muove in senso contrario al senso di marcia del senso comune. Né ci siamo strappati le vesti sulla questione dei dazi. Ne abbiamo discusso, abbiamo criticato questa misura di politica economica internazionale dal punto di vista della sua efficacia. Però abbiamo anche rilevato e scritto che queste posizioni di Trump non emergevano dal nulla, ma erano anche frutto di politiche commerciali illegittime e sopportate per tanti anni, senza alcun intervento del Wto (l’Organizzazione mondiale del commercio), ad esempio da parte della Cina. Ma ora il discorso è diverso.
Ora Trump ha il dovere di spiegare, almeno agli alleati storici, all’Onu per quel che vale, ma soprattutto alla Nato, verso dove vuole andare e quale piano intende attuare, se veramente gli sta a cuore la transizione verso un regime democratico in Iran. Ci aspettiamo con urgenza una risposta di Trump su questo punto: non noi, ovviamente, ma se l’aspettano gli alleati ai quali, a giorni e a settimane alterne, chiede l’aiuto. Lo ha fatto recentemente per quanto riguarda lo Stretto di Hormuz e si è sentito rispondere dalla Nato che quella guerra non riguarda la Nato stessa. Altra cosa sarebbe se l’Iran attaccasse uno dei Paesi che aderiscono alla Nato in modo sostanziale, cioè con una guerra. In quel caso scatterebbe l’obbligo di osservanza dell’art. 5 dello Statuto della Nato che le impone, in questo caso specifico, di intervenire in difesa dello Stato attaccato. Ma questo è un altro scenario. Attualmente lo scenario riguarda direttamente gli Stati Uniti e Israele da una parte e l’Iran dall’altra.Altra cosa ancora sono gli aiuti a sostegno degli altri Paesi del Golfo, anche attraverso gli aiuti dell’Italia. Andando indietro solo di circa un anno, e cioè al 22 giugno 2025, ricordiamo l’operazione «Midnight Hammer» («Martello di mezzanotte»), ricordiamo l’attacco compiuto dalla United States Air Force e dalla United States Navy a tre impianti nucleari in Iran per ordine del presidente Donald Trump come parte della guerra Iran-Israele. Furono colpiti l’impianto nucleare di Natanz e il centro di tecnologia nucleare di Esfahan. Da parte statunitense si disse, allora, che la battaglia contro il nucleare iraniano era praticamente vinta. Poi si arriva all’operazione di attacco statunitense di quest’anno denominata «Operation Epic Fury» che, tra l’altro, ha risollevato il dibattito sui poteri di governo del presidente in assenza di una preventiva autorizzazione del Congresso. Ma anche per la sua illegittimità da un punto di vista del diritto internazionale riconosciuta anche dal presidente de Consiglio italiano Giorgia Meloni. Ha percorso tutta la storia, la discussione sul rapporto tra illegittimità di un’azione e giustizia della medesima quando un’azione prevede obiettivi ritenuti giusti, come l’abbattimento di una teocrazia islamica sanguinaria, tramite un’azione illegittima come è stata quella della rimozione di Maduro dalla guida del Venezuela. Ora Trump si trova impantanato in tre situazioni: Israele-Gaza, Russia-Ucraina, Iran, e a nove mesi dalle elezioni di Midterm che si svolgono ogni quattro anni, cioè dopo due anni dall’insediamento del nuovo presidente degli Stati Uniti.
Questa elezione riguarda 435 membri della Camera dei rappresentati e un terzo dei 100 membri del Senato (alternativamente 33 o 34). Trump si avvia a queste elezioni, secondo alcuni sondaggi, con il 60% degli americani che non sono a suo favore e con uno scarno 36-38% che rimane dalla sua parte. Il problema più serio è che i dubbi serpeggiano nella sua base di riferimento Maga (Make America Great Again). Le elezioni di metà mandato avranno un significato politico e si svolgeranno in un momento in cui, a meno che non avvengano cambiamenti radicali nel frattempo, la base elettorale dell’attuale presidente della prima super potenza mondiale non capisce, ed anzi è contraria, alla svolta dello stesso Trump che ha giocato la sua campagna elettorale anche sul fatto che non avrebbe promosso guerre, del resto in continuità con la tradizione repubblicana che non è mai stata guerrafondaia come talora lo è stata la tradizione democratica di quel Paese. Ma questi sono problemi interni al Paese presieduto da Trump che, certamente, non sono indifferenti per il mondo intero, ma che non sono il problema che ci preoccupa maggiormente in questo momento. Ora ci preoccupa capire dove Trump voglia arrivare in Iran, quali siano le azioni che intende apporre sul tappeto in ordine a una chiusura del conflitto e quali sono le idee per il dopo Khamenei figlio che ha sostituito, dopo pochi giorni, Khamenei padre. Questo è il punto sul quale ci concentriamo e aspettiamo una risposta che ad oggi è nebulosa, continuamente cangiante e che pone il mondo in una posizione di incertezza, anche economica, che potrebbe avere effetti devastanti.
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Il punto è che il mercato, soprattutto in Europa, ha abbandonato qualsiasi velleità di tagli per il 2026 e in poco più di due settimana ha subito oscillazioni abbastanza marcate sugli indici di riferimento che servono a fissare il costo, per esempio, dei mutui immobiliari.
Tanto per capirsi. Il 27 febbraio (il giorno prima dell’attacco di Usa e Israele all’Iran), l’Euribor a 3 mesi (il riferimento per i variabili) era al 2,01%, mentre ieri prezzava il 2,16%. Così come l’Eurirs a 20 anni (il riferimento per i tassi fissi) è passato dal 3% al 3,18%. Insomma l’Euribor è cresciuto dello 0,15% e l’Eurirs dello 0,18%. Cosa vuol dire tutto questo per l’italiano medio che chiede soldi in prestito alla banca per comprare casa? Qual è l’aggravio del conflitto iniziato a fine febbraio nel Golfo?
«Su un mutuo di 200.000 a 20 anni», spiega alla Verità Guido Bertolino, responsabile business development Mutuisupermarket.it, «l’aumento dello 0,15% del tasso comporta un’impennata della rata di 15,08 euro (180 euro in un anno ndr), mentre con un rialzo dello 0,18% la maggiorazione annuale sarebbe di 216 euro. Ovviamente la variazione ha un impatto immediato su chi ha già sottoscritto un prestito variabile e potrebbe riguardare dal prossimo mese chi invece dovesse stipulare un finanziamento a tasso fisso (perché gli istituti di credito normalmente adeguano il costo dei mutui all’Eurirs del mese precedente ndr)».
Finita qui? Se ci basiamo sulle indicazioni dei future sull’Euribor la giostra è appena iniziata. La curva evidenzia un rialzo dei tassi della Banca centrale europea dal 2 al 2,25% già a partire dal mese di maggio e prevede un’ ulteriore risalita fino al 2,47% per dicembre. Insomma, sono in ballo un paio di aumenti da qui alla fine dell’anno.
In soldoni? «È bene ricordare», continua Bertolino, «che parliamo di aspettative su un mercato che è estremamente volatile e influenzato dal rullo ininterrotto di notizie di cronaca che arrivano dal Golfo Persico. Anche perché ultimamente la Lagarde si muove sempre in relazioni a dati consolidati sull’andamento dei prezzi di medio e lungo periodo. Quindi escluderei un rialzo già domani e resterei cauto anche sulla possibilità di aumenti nella riunione successiva della Bce».
In un contesto così variabile ci sono banche che hanno portato sul mercato (in realtà già prima dell’inizio della guerra) prodotti innovativi che assicurano una sorta di mutuo a tasso fisso garantito. Come funziona il meccanismo? «Alcuni istituti hanno costituito dei “fondi interni” per garantire tassi fissi bloccati purché la stipula del mutuo avvenga entro l’estate. Tu avvii l’istruttoria con un tasso definito e poi anche se il costo del denaro dovesse salire hai tempo fino all’estate per stipulare un contratto definitivo agli stessi tassi dell’istruttoria». Al momento ci sono Credit Agricole che lascia invariati i tassi fino al 30 di settembre (avvio istruttoria entro il 15 maggio), Bper che dà tempo per l’istruttoria fino alla fine di marzo e per la stipula entro fine maggio (anche se i termini potrebbero essere prorogati) e Banco Bpm che lascia i tassi invariati fino al 30 giugno per le istruttorie sottoscritte entro il 15 aprile. E le novità potrebbero non essere finite qui. Perché è quando la geopolitica sembra impazzita che gli altri attori del mercato hanno il dovere di usare tutte le leve a loro disposizione per «tranquillizzare» investitori e risparmiatori. Sperando che si rinsavisca il prima possibile.
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