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2026-04-16
Trump vede l’intesa «vicina» ma non proroga la tregua e manda altri 10.000 soldati
La crisi nello Stretto di Hormuz si sviluppa lungo un equilibrio sempre più fragile tra aperture diplomatiche e segnali di escalation militare. Nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato un ruolo diretto nella riapertura della rotta strategica, coinvolgendo anche la Cina. «La Cina è molto contenta che io stia aprendo definitivamente lo Stretto di Hormuz. Lo faccio anche per loro e per il mondo intero», ha scritto sul social Truth, aggiungendo: «Questa situazione non si ripeterà mai più. Hanno accettato di non inviare armi all’Iran».
Trump ha poi sottolineato il suo rapporto con Pechino: «Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana». E ancora: «Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace! Non è forse meglio che combattere?», pur ribadendo che gli Stati Uniti «sono molto bravi a combattere, se necessario, molto meglio di chiunque altro!!!». A rafforzare il messaggio politico anche il fronte economico: «La guerra con l’Iran può essere risolta “quasi subito”», ha detto a Fox News, assicurando che con la fine del conflitto «i prezzi del gas andranno incredibilmente giù».
Sul terreno, però, la tensione resta elevata. Nelle prime 24 ore del blocco navale statunitense, sei imbarcazioni sono state fermate e costrette a invertire la rotta dalle unità americane. Lo ha riferito un funzionario a Nbc News, precisando che non sono stati esplosi colpi e che nessun militare è salito a bordo delle navi. Cinque trasportavano petrolio. I controlli avvengono all’ingresso del Golfo dell’Oman, dove gli Stati Uniti mantengono oltre una dozzina di navi. Nonostante il blocco, si registrano segnali di ripresa del traffico. Una petroliera battente bandiera maltese ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo Persico, la prima dall’inizio delle restrizioni.
La Vlcc Agios Fanourios I, rimasta per due giorni all’ancora nel Golfo dell’Oman, ha ripreso la navigazione nella notte verso Bassora. In questo contesto emergono elementi che complicano il quadro. Il Financial Times ha rivelato che l’Iran avrebbe utilizzato tecnologia satellitare cinese per colpire obiettivi americani. Pechino ha respinto le accuse: «Ci opponiamo con forza al fatto che parti coinvolte diffondano disinformazione, basata su congetture e insinuazioni, contro la Cina». Sul piano militare, Washington prepara comunque un rafforzamento con migliaia di soldati, tra cui circa 6.000 a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e oltre 4.000 tra marines e unità anfibie. Teheran ha risponsto con fermezza. «L’Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman se gli Stati Uniti, Paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione», ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi.
Nonostante la tensione, la diplomazia resta attiva. Secondo indiscrezioni di media americani, Stati Uniti e Iran starebbero valutando un’estensione del cessate il fuoco di due settimane per proseguire i negoziati, ipotesi tuttavia smentita dalla Casa Bianca. Secondo il New York Times, Trump avrebbe rifiutato l’estensione della tregua. In questo contesto si inserisce il ruolo del Pakistan: il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, Asim Munir, è a Teheran per consegnare al ministro degli Esteri Abbas Araghchi un messaggio degli Stati Uniti e provare a pianificare un secondo round di colloqui. Sul fronte internazionale, Mosca ha preso le distanze dal conflitto. «Non partecipiamo a questa guerra; non è la nostra guerra», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aggiungendo che il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran «non ha nulla a che fare con la Russia». Peskov ha inoltre precisato che «l’iniziativa di esportare uranio arricchito dall’Iran alla Russia non è attualmente in discussione, ma Vladimir Putin è pronto a riprenderla».
La Cina rilancia il sostegno al dialogo. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che Pechino sostiene «il mantenimento della dinamica dei negoziati di pace» in Medio Oriente, sottolineando che i colloqui «vanno nell’interesse fondamentale del popolo iraniano» e che la Cina è pronta a svolgere «un ruolo costruttivo». Anche l’Iran ribadisce la propria posizione sullo Stretto. «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha affermato il portavoce Esmaeil Baghaei, mentre la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha definito Hormuz «una risorsa speciale per l’Iran», annunciando che «per questa via navigabile dovrebbe essere definito un regime speciale». Il presidente Masoud Pezeshkian, che anche ieri ha espresso la sua preoccupazione per il possibile mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, mantiene una linea prudente: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità», ma «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il Paese alla sottomissione è destinato al fallimento».
Su indicazione del ministro egiziano Badr Abdelatty, il viceministro Nazih El-Nagari ha partecipato a Islamabad a una riunione tecnica con funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia (mediatori nella crisi), dedicato alla crisi regionale. I partecipanti hanno ribadito il rispetto dei principi di sovranità e non ingerenza, mentre il ministro pakistano Muhammad Ishaq Dar ha evidenziato gli sforzi di Islamabad per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran e favorire una de-escalation volta a ristabilire stabilità e sicurezza.
Dall’Europa arriva un nuovo appello al dialogo. «Noi continueremo ad avere rapporti con gli Stati Uniti, lavoreremo perché Hormuz possa essere libero e ci possa essere libertà di navigazione», ha dichiarato il ministro Antonio Tajani. In chiusura si registra anche la posizione della diaspora iraniana in Italia contro l’annunciata visita di Reza Pahlavi in Italia. «Gli iraniani oggi guardano avanti e stanno pagando un prezzo altissimo per rovesciare il regime degli ayatollah, senza alcuna intenzione di tornare al passato monarchico», ha affermato Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia.
Il petrolio sale ancora, scende il gas. Solo Francoforte tiene in Europa
Le Borse europee hanno mostrato un andamento disomogeneo ieri, riflettendo un contesto globale dominato dall’incertezza geopolitica ed economica. Gli investitori restano prudenti in attesa di sviluppi concreti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che potrebbero riprendere a breve. Il nodo centrale riguarda lo stretto di Hormuz: il blocco reciproco tra Washington e Teheran sta infatti limitando il passaggio di petroliere, con potenziali effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la guerra in Iran «incide ancora poco» ma potrebbe avere un impatto sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato.
Nonostante il quadro teso, i mercati statunitensi hanno recentemente mostrato segnali di forza: ieri l’S&P 500 si è avvicinato a toccare i massimi storici, mentre il Nasdaq è rimasto in positivo, trainato in particolare dal comparto tecnologico. Questo slancio si è riflesso anche sui mercati asiatici, che hanno esteso i guadagni durante la notte tra martedì e mercoledì, sostenuti da un cauto ottimismo su una possibile distensione geopolitica e dalla resilienza del settore tech.
Sul fronte delle materie prime, il petrolio si mantiene stabile con una lieve tendenza al rialzo (Il Brent intorno alle 18 quotava 95,76, in rialzo dell’1,02%, e il Wti a 95,8 dollari, in aumento dell’1,07%), segnale che il mercato sta già incorporando un premio al rischio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz. Al contrario, il gas naturale mostra una dinamica in calo (-4,37% a 41,4), suggerendo aspettative di domanda più deboli o una maggiore disponibilità nel breve periodo. Tuttavia, il quadro resta fragile: la tregua di due settimane è prossima alla scadenza e il Fondo monetario internazionale ha esplicitamente segnalato il rischio di una recessione globale in assenza di una soluzione negoziale.
In Europa, le principali piazze finanziarie hanno chiuso in territorio negativo o poco mosso. Parigi ha registrato un calo dello 0,64%, Londra dello 0,45% e Madrid dello 0,52%, mentre Milano ha terminato praticamente invariata (-0,04%), mantenendosi comunque sui livelli più elevati dal 2000. La cautela prevalente è coerente con la fase di attesa degli operatori, che evitano posizionamenti aggressivi in mancanza di segnali chiari sul fronte geopolitico.
A Piazza Affari si sono distinti alcuni titoli finanziari e industriali. Nexi ha guidato i rialzi con un +5,8%, seguita da Mediobanca (+4,8%) Infine, sul mercato obbligazionario si osserva un lieve aumento dello spread tra Btp e Bund, salito a 77 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,81%. Questo movimento riflette un moderato incremento del premio per il rischio, coerente con il contesto di incertezza globale.
Niente cessate il fuoco in Libano
Israele ha attaccato il Nord della Striscia di Gaza con una serie di operazioni militari dell’aviazione. Stando alle informazioni della protezione civile palestinese, ci sarebbero in totale dieci vittime, fra cui un bambino di 3 anni. Il ministero degli Interni ha detto che i caccia israeliani hanno preso di mira un veicolo della polizia e per colpire il mezzo sarebbero stati coinvolti diversi civili. Un altro attacco si è invece verificato nei pressi del campo profughi di al Shati, dove è stata uccisa la maggioranza delle persone. Ma se il confine Sud con la Striscia resta caldo, il confine Nord con il Libano si conferma incandescente.
Hezbollah ha lanciato 30 razzi, bersagliando soprattutto la cittadina di Kiryat Shmona nella Galilea occidentale. Questa zona ha visto cadere 20 razzi del movimento sciita libanese, otto sono stati intercettati dalla difesa aerea, mentre gli altri sono caduti in zona disabitate. Un’altra decina è invece piovuta sulla Galilea orientale, anche in questo caso senza causare danni. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato che Israele avrebbe colpito tre ambulanze, uccidendo tre paramedici a Nabatiyeh. I mezzi attaccati appartengono al Comitato sanitario islamico, affiliato di Hezbollah, che Tel Aviv accusa di aiutare i terroristi negli spostamenti. Mentre lo scontro con i miliziani del partito di Dio andava avanti, a Washington Israele e Libano dopo 30 anni hanno aperto un tavolo per colloqui diretti, nonostante siano ancora tecnicamente in stato di guerra.
Le parti si sono presentate all’incontro, mediato dal Segretario di Stato Marco Rubio, con gli israeliani che chiedono che l’esercito di Beirut disarmi Hezbollah e prenda il controllo del territorio, mentre il Libano vuole l’immediata fine del conflitto che ha già provocato 2.124 morti e lo sfollamento di oltre 1,1 milioni di persone. L’evento ha visto la partecipazione dell’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, Nada Hamadeh Moawad, e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter. Al termine entrambe le parti hanno espresso pareri positivi, definendo i colloqui costruttivi. Il movimento sciita, escluso per volontà di Israele dall’incontro, si è opposto ai colloqui diretti, rilanciando con forza la sua azione militare. Intanto il politologo americano Edward Luttwak ha definito la missione Unifil come corrotta da Hezbollah, e l’Italia compromessa per la sua partecipazione a questa operazione onusiana che non avrebbe mai fatto il suo dovere di tenere Hezbollah lontana da Israele, per codardia, ma anche per corruzione. Il contingente dei caschi blu ha denunciato che le forze israeliane stanno ostacolando la consegna dei rifornimenti alle loro postazioni, mentre il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, ieri in visita in Libano, ha ribadito l’importanza del ruolo dell’Unifil. Portolano, che ha incontrato tutti i vertici della nazione araba, ha confermato l’impegno internazionale per il potenziamento dell’esercito di Beirut.
Il giornale al Mayadeen, citando una fonte iraniana, ieri ha riportato di pressioni di Teheran per un cessate il fuoco di una settimana in Libano, ma la notizia è stata immediatamente smentita da Israele, che ha annunciato nuovi piani di battaglia per il Paese dei Cedri con l’ordine di uccidere qualsiasi combattente di Hezbollah a Sud del Litani. Beirut ha denunciato alle Nazioni Unite l’attacco subito da Israele l’8 aprile, che ha provocato 300 morti e 1200 feriti, soprattutto nella capitale, dove ha colpito civili inermi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è intanto offerto di ospitare i prossimi colloqui fra Libano e Israele, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, in un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Gideon Sa’ar ha richiamato l’attenzione di Tel Aviv su una nave russa che trasportava grano rubato all’Ucraina e a cui è stato permesso di attraccare nel porto israeliano di Haifa. Sybiha ha dichiarato: «L’esportazione illegale di prodotti agricoli ucraini rubati fa parte del più ampio sforzo bellico della Russia. Nessuno deve permettere alle navi della flotta ombra di Mosca di vendere quello che viene sottratto al popolo ucraino».
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Il presidente Usa: «Pechino ha accettato di non inviare armi ai pasdaran». Il capo dell’esercito pakistano vola a Teheran per pianificare il secondo round di negoziati.Milano quasi invariata, giù Londra e Parigi. Borse prudenti in attesa della diplomazia.Colloqui «costruttivi» a Washington, ma l’Idf per ora smentisce lo stop ai combattimenti contro Hezbollah e annuncia nuovi piani di battaglia. Raid dell’aviazione pure su Gaza.Lo speciale contiene tre articoliLa crisi nello Stretto di Hormuz si sviluppa lungo un equilibrio sempre più fragile tra aperture diplomatiche e segnali di escalation militare. Nelle ultime ore il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivendicato un ruolo diretto nella riapertura della rotta strategica, coinvolgendo anche la Cina. «La Cina è molto contenta che io stia aprendo definitivamente lo Stretto di Hormuz. Lo faccio anche per loro e per il mondo intero», ha scritto sul social Truth, aggiungendo: «Questa situazione non si ripeterà mai più. Hanno accettato di non inviare armi all’Iran». Trump ha poi sottolineato il suo rapporto con Pechino: «Il presidente Xi mi darà un grande, caloroso abbraccio quando arriverò lì tra qualche settimana». E ancora: «Stiamo collaborando in modo intelligente e molto efficace! Non è forse meglio che combattere?», pur ribadendo che gli Stati Uniti «sono molto bravi a combattere, se necessario, molto meglio di chiunque altro!!!». A rafforzare il messaggio politico anche il fronte economico: «La guerra con l’Iran può essere risolta “quasi subito”», ha detto a Fox News, assicurando che con la fine del conflitto «i prezzi del gas andranno incredibilmente giù».Sul terreno, però, la tensione resta elevata. Nelle prime 24 ore del blocco navale statunitense, sei imbarcazioni sono state fermate e costrette a invertire la rotta dalle unità americane. Lo ha riferito un funzionario a Nbc News, precisando che non sono stati esplosi colpi e che nessun militare è salito a bordo delle navi. Cinque trasportavano petrolio. I controlli avvengono all’ingresso del Golfo dell’Oman, dove gli Stati Uniti mantengono oltre una dozzina di navi. Nonostante il blocco, si registrano segnali di ripresa del traffico. Una petroliera battente bandiera maltese ha attraversato lo Stretto ed è entrata nel Golfo Persico, la prima dall’inizio delle restrizioni. La Vlcc Agios Fanourios I, rimasta per due giorni all’ancora nel Golfo dell’Oman, ha ripreso la navigazione nella notte verso Bassora. In questo contesto emergono elementi che complicano il quadro. Il Financial Times ha rivelato che l’Iran avrebbe utilizzato tecnologia satellitare cinese per colpire obiettivi americani. Pechino ha respinto le accuse: «Ci opponiamo con forza al fatto che parti coinvolte diffondano disinformazione, basata su congetture e insinuazioni, contro la Cina». Sul piano militare, Washington prepara comunque un rafforzamento con migliaia di soldati, tra cui circa 6.000 a bordo della portaerei Uss George H.W. Bush e oltre 4.000 tra marines e unità anfibie. Teheran ha risponsto con fermezza. «L’Iran non permetterà alcuna esportazione o importazione di petrolio nel Golfo Persico e nel mare dell’Oman se gli Stati Uniti, Paese terrorista e aggressore, continueranno con i loro atti illegali di blocco nella regione», ha dichiarato il comandante Ali Abdollahi. Nonostante la tensione, la diplomazia resta attiva. Secondo indiscrezioni di media americani, Stati Uniti e Iran starebbero valutando un’estensione del cessate il fuoco di due settimane per proseguire i negoziati, ipotesi tuttavia smentita dalla Casa Bianca. Secondo il New York Times, Trump avrebbe rifiutato l’estensione della tregua. In questo contesto si inserisce il ruolo del Pakistan: il capo di Stato maggiore dell’esercito pachistano, Asim Munir, è a Teheran per consegnare al ministro degli Esteri Abbas Araghchi un messaggio degli Stati Uniti e provare a pianificare un secondo round di colloqui. Sul fronte internazionale, Mosca ha preso le distanze dal conflitto. «Non partecipiamo a questa guerra; non è la nostra guerra», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitri Peskov, aggiungendo che il conflitto tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran «non ha nulla a che fare con la Russia». Peskov ha inoltre precisato che «l’iniziativa di esportare uranio arricchito dall’Iran alla Russia non è attualmente in discussione, ma Vladimir Putin è pronto a riprenderla». La Cina rilancia il sostegno al dialogo. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha affermato che Pechino sostiene «il mantenimento della dinamica dei negoziati di pace» in Medio Oriente, sottolineando che i colloqui «vanno nell’interesse fondamentale del popolo iraniano» e che la Cina è pronta a svolgere «un ruolo costruttivo». Anche l’Iran ribadisce la propria posizione sullo Stretto. «Qualsiasi mossa o interferenza nello Stretto di Hormuz non farebbe altro che complicare la situazione», ha affermato il portavoce Esmaeil Baghaei, mentre la portavoce del governo, Fatemeh Mohajerani, ha definito Hormuz «una risorsa speciale per l’Iran», annunciando che «per questa via navigabile dovrebbe essere definito un regime speciale». Il presidente Masoud Pezeshkian, che anche ieri ha espresso la sua preoccupazione per il possibile mancato pagamento dei salari dei dipendenti pubblici, mantiene una linea prudente: «L’Iran non cerca la guerra o l’instabilità», ma «qualsiasi tentativo di imporre la propria volontà o di costringere il Paese alla sottomissione è destinato al fallimento». Su indicazione del ministro egiziano Badr Abdelatty, il viceministro Nazih El-Nagari ha partecipato a Islamabad a una riunione tecnica con funzionari di Egitto, Arabia Saudita, Pakistan e Turchia (mediatori nella crisi), dedicato alla crisi regionale. I partecipanti hanno ribadito il rispetto dei principi di sovranità e non ingerenza, mentre il ministro pakistano Muhammad Ishaq Dar ha evidenziato gli sforzi di Islamabad per ridurre le tensioni tra Stati Uniti e Iran e favorire una de-escalation volta a ristabilire stabilità e sicurezza. Dall’Europa arriva un nuovo appello al dialogo. «Noi continueremo ad avere rapporti con gli Stati Uniti, lavoreremo perché Hormuz possa essere libero e ci possa essere libertà di navigazione», ha dichiarato il ministro Antonio Tajani. In chiusura si registra anche la posizione della diaspora iraniana in Italia contro l’annunciata visita di Reza Pahlavi in Italia. «Gli iraniani oggi guardano avanti e stanno pagando un prezzo altissimo per rovesciare il regime degli ayatollah, senza alcuna intenzione di tornare al passato monarchico», ha affermato Davood Karimi, presidente dell’associazione rifugiati politici iraniani residenti in Italia.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-iran-trump-possibile-tregua-2676749176.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-petrolio-sale-ancora-scende-il-gas-solo-francoforte-tiene-in-europa" data-post-id="2676749176" data-published-at="1776314438" data-use-pagination="False"> Il petrolio sale ancora, scende il gas. Solo Francoforte tiene in Europa Le Borse europee hanno mostrato un andamento disomogeneo ieri, riflettendo un contesto globale dominato dall’incertezza geopolitica ed economica. Gli investitori restano prudenti in attesa di sviluppi concreti nei negoziati tra Stati Uniti e Iran, che potrebbero riprendere a breve. Il nodo centrale riguarda lo stretto di Hormuz: il blocco reciproco tra Washington e Teheran sta infatti limitando il passaggio di petroliere, con potenziali effetti sulle catene di approvvigionamento e sui prezzi dell’energia. Secondo le stime dell’Ufficio parlamentare di bilancio, la guerra in Iran «incide ancora poco» ma potrebbe avere un impatto sul Pil da 0,2 a 0,4 punti percentuali a seconda degli scenari che prevedono l’eventuale riapertura dello Stretto di Hormuz o un suo blocco prolungato.Nonostante il quadro teso, i mercati statunitensi hanno recentemente mostrato segnali di forza: ieri l’S&P 500 si è avvicinato a toccare i massimi storici, mentre il Nasdaq è rimasto in positivo, trainato in particolare dal comparto tecnologico. Questo slancio si è riflesso anche sui mercati asiatici, che hanno esteso i guadagni durante la notte tra martedì e mercoledì, sostenuti da un cauto ottimismo su una possibile distensione geopolitica e dalla resilienza del settore tech.Sul fronte delle materie prime, il petrolio si mantiene stabile con una lieve tendenza al rialzo (Il Brent intorno alle 18 quotava 95,76, in rialzo dell’1,02%, e il Wti a 95,8 dollari, in aumento dell’1,07%), segnale che il mercato sta già incorporando un premio al rischio legato alle tensioni nello stretto di Hormuz. Al contrario, il gas naturale mostra una dinamica in calo (-4,37% a 41,4), suggerendo aspettative di domanda più deboli o una maggiore disponibilità nel breve periodo. Tuttavia, il quadro resta fragile: la tregua di due settimane è prossima alla scadenza e il Fondo monetario internazionale ha esplicitamente segnalato il rischio di una recessione globale in assenza di una soluzione negoziale.In Europa, le principali piazze finanziarie hanno chiuso in territorio negativo o poco mosso. Parigi ha registrato un calo dello 0,64%, Londra dello 0,45% e Madrid dello 0,52%, mentre Milano ha terminato praticamente invariata (-0,04%), mantenendosi comunque sui livelli più elevati dal 2000. La cautela prevalente è coerente con la fase di attesa degli operatori, che evitano posizionamenti aggressivi in mancanza di segnali chiari sul fronte geopolitico.A Piazza Affari si sono distinti alcuni titoli finanziari e industriali. Nexi ha guidato i rialzi con un +5,8%, seguita da Mediobanca (+4,8%) Infine, sul mercato obbligazionario si osserva un lieve aumento dello spread tra Btp e Bund, salito a 77 punti base, con il rendimento del decennale italiano al 3,81%. Questo movimento riflette un moderato incremento del premio per il rischio, coerente con il contesto di incertezza globale. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem2" data-id="2" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/guerra-iran-trump-possibile-tregua-2676749176.html?rebelltitem=2#rebelltitem2" data-basename="niente-cessate-il-fuoco-in-libano" data-post-id="2676749176" data-published-at="1776314438" data-use-pagination="False"> Niente cessate il fuoco in Libano Israele ha attaccato il Nord della Striscia di Gaza con una serie di operazioni militari dell’aviazione. Stando alle informazioni della protezione civile palestinese, ci sarebbero in totale dieci vittime, fra cui un bambino di 3 anni. Il ministero degli Interni ha detto che i caccia israeliani hanno preso di mira un veicolo della polizia e per colpire il mezzo sarebbero stati coinvolti diversi civili. Un altro attacco si è invece verificato nei pressi del campo profughi di al Shati, dove è stata uccisa la maggioranza delle persone. Ma se il confine Sud con la Striscia resta caldo, il confine Nord con il Libano si conferma incandescente.Hezbollah ha lanciato 30 razzi, bersagliando soprattutto la cittadina di Kiryat Shmona nella Galilea occidentale. Questa zona ha visto cadere 20 razzi del movimento sciita libanese, otto sono stati intercettati dalla difesa aerea, mentre gli altri sono caduti in zona disabitate. Un’altra decina è invece piovuta sulla Galilea orientale, anche in questo caso senza causare danni. Il ministero della Sanità libanese ha denunciato che Israele avrebbe colpito tre ambulanze, uccidendo tre paramedici a Nabatiyeh. I mezzi attaccati appartengono al Comitato sanitario islamico, affiliato di Hezbollah, che Tel Aviv accusa di aiutare i terroristi negli spostamenti. Mentre lo scontro con i miliziani del partito di Dio andava avanti, a Washington Israele e Libano dopo 30 anni hanno aperto un tavolo per colloqui diretti, nonostante siano ancora tecnicamente in stato di guerra.Le parti si sono presentate all’incontro, mediato dal Segretario di Stato Marco Rubio, con gli israeliani che chiedono che l’esercito di Beirut disarmi Hezbollah e prenda il controllo del territorio, mentre il Libano vuole l’immediata fine del conflitto che ha già provocato 2.124 morti e lo sfollamento di oltre 1,1 milioni di persone. L’evento ha visto la partecipazione dell’ambasciatrice del Libano negli Stati Uniti, Nada Hamadeh Moawad, e il suo omologo israeliano Yechiel Leiter. Al termine entrambe le parti hanno espresso pareri positivi, definendo i colloqui costruttivi. Il movimento sciita, escluso per volontà di Israele dall’incontro, si è opposto ai colloqui diretti, rilanciando con forza la sua azione militare. Intanto il politologo americano Edward Luttwak ha definito la missione Unifil come corrotta da Hezbollah, e l’Italia compromessa per la sua partecipazione a questa operazione onusiana che non avrebbe mai fatto il suo dovere di tenere Hezbollah lontana da Israele, per codardia, ma anche per corruzione. Il contingente dei caschi blu ha denunciato che le forze israeliane stanno ostacolando la consegna dei rifornimenti alle loro postazioni, mentre il generale Luciano Portolano, Capo di Stato maggiore della Difesa, ieri in visita in Libano, ha ribadito l’importanza del ruolo dell’Unifil. Portolano, che ha incontrato tutti i vertici della nazione araba, ha confermato l’impegno internazionale per il potenziamento dell’esercito di Beirut.Il giornale al Mayadeen, citando una fonte iraniana, ieri ha riportato di pressioni di Teheran per un cessate il fuoco di una settimana in Libano, ma la notizia è stata immediatamente smentita da Israele, che ha annunciato nuovi piani di battaglia per il Paese dei Cedri con l’ordine di uccidere qualsiasi combattente di Hezbollah a Sud del Litani. Beirut ha denunciato alle Nazioni Unite l’attacco subito da Israele l’8 aprile, che ha provocato 300 morti e 1200 feriti, soprattutto nella capitale, dove ha colpito civili inermi. Il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, si è intanto offerto di ospitare i prossimi colloqui fra Libano e Israele, mentre il ministro degli Esteri ucraino, Andrii Sybiha, in un colloquio telefonico con l’omologo israeliano Gideon Sa’ar ha richiamato l’attenzione di Tel Aviv su una nave russa che trasportava grano rubato all’Ucraina e a cui è stato permesso di attraccare nel porto israeliano di Haifa. Sybiha ha dichiarato: «L’esportazione illegale di prodotti agricoli ucraini rubati fa parte del più ampio sforzo bellico della Russia. Nessuno deve permettere alle navi della flotta ombra di Mosca di vendere quello che viene sottratto al popolo ucraino».
Val Pusteria (iStock)
La filosofia di Reinhold Messner, registrata per i visitatori di Messner Haus, rifugio dei cimeli dell’eroico alpinista «cantastorie» ricavato dall’impianto in disuso della cabinovia del Monte Elmo, nelle Dolomiti di Sesto in Val Pusteria, racchiude un messaggio cristallino: l’alta montagna deve rimanere selvaggia per preservare il suo mistero. Il rapporto tra uomo e altezze è insieme psicologico e chimico.
Scalare fonde con la natura a una profondità che «schiarisce la percezione del mondo», condizione che dona la sicurezza tanto cercata da riportare a valle, «nella civiltà». Quella che, in Val Pusteria, costeggia la pista ciclabile che serpeggia da San Candido a Bagni di Moso tra chalet, fattorie, giardini immacolati e campanili sottili. Intorno, con precisa magia, la Meridiana di Sesto - Sextum per gli antichi romani - sintonizza il passaggio del sole agli orologi degli escursionisti sui sentieri della Croda Rossa. Morbida e accessibile, l’area erbosa tra i 1.900 e i 2.200 m è raggiunta dagli impianti di risalita di Moso, frazione con 800 abitanti e una memoria termale asburgica dal 1765. Ne sono testimoni la chiesetta di San Valentino, edificata per i bagnanti, e l’unica sorgente sulfurea dell’Alto Adige, che irrora i percorsi acquatici del Bad Moos Aqua Spa Resort, dove fare il pieno di zolfo, fluoro, magnesio, calcio e sali minerali.
Come Vestali del benessere a lungo termine, le proprietarie Evi Oberhauser e Cristina Floriani potenziano l’eredità geologica saldando il legame tra salute, acqua e montagna. In SPA, il mondo delle saune racchiude il calore della biosauna moderata, della finlandese ad alta temperatura, dell’aromatica Larix e della Lady in cirmolo a 60°, fino al bagno turco e alla cabina con seduta mirata a sciogliere le tensioni vertebrali.
Dagli ambienti che costruiscono continuità tra interno ed esterno trapela l’antica sapienza olistica delle terme alpine. Arredati con artigianato altoatesino e sauna nello chalet-dépendance e nella camera del bagno di fieno dei pascoli circostanti, o con pareti vetrate, chaise-longue e lettini ad acqua a bordo della piscina interna-esterna riscaldata e nelle sale relax, sono tutt’uno con la natura. Ma l’iniziazione alla longevità si sperimenta anche in altri rami della struttura, che «amplifica l’esperienza della vita di montagna con ciò che non si trova più nelle grandi città» - afferma Floriani.
Il genuino menù si prende cura dell’alimentazione, il programma Move & Balance calendarizza attività psicofisiche guidate di yoga, ginnastica dolce, percorso Kneipp, Augfuss e meditazione con campane tibetane nella grotta di acqua solfata. Lo stile tirolese degli architetti Demetz impiega pietra, larice e cirmolo, loden e leder (cuoio nero), per rivestire la hall, la Stube, il luminoso ristorante e le facciate che ricordano i fienili tradizionali, rendendo il comfort accogliente e intimo sia in comune sia in privato. Ai piani alti, l’atmosfera scalda le suite mansardate con caminetto e vasca idromassaggio aperta sul Monte Casella. Fuori, l’infinità delle Dolomiti completa il circolo del benessere, anche spirituale.
Il corridoio verde della Val Fiscalina, 4,5 km che prolungano la Val Pusteria proprio dal Bad Moos, apre l’impegnativo trekking ad anello verso le Tre Cime di Lavaredo tra le pareti Popera, Croda de Toni, Cima Una e Croda Rossa. Dal rifugio Fondovalle, la salita tecnica 102 dai boschi di larici ai pascoli alti dei Rifugi Locatelli, Pian di Cengia e Zsigmondy-Comici conta una progressione di numeri spettacolari: Cima 9, 10, 11, Torre di Toblin e le Tre Cime Grande, Ovest e Piccola. Per chi desidera toccare il massiccio semicerchio dal versante veneto, il tour in elicottero sorvola Cortina, Misurina, i 3.000 m del gruppo del Cristallo, la Marmolada e il canyon Sorapis con il laghetto turchese dalle rive talcate a forma di cuore. Per scalare le vette dei sogni, la Scuola di Alpinismo Tre Cime organizza pacchetti di ferrate e arrampicate o escursioni su misura in ogni disciplina alpina, anche in formato famiglia (www.alpinschule-dreizinnen.com). Info: www.badmoos.it; www.suedtirol.info.
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Andrea Kimi Antonelli festeggia sul podio dopo il Gran Premio di Formula 1 di Monaco (Ansa)
Da sport per appassionati a fenomeno generazionale. La Formula 1 continua a macinare record di pubblico e a conquistare una fascia di tifosi sempre più giovane. Un cambiamento che passa dai social network, dai nuovi linguaggi della comunicazione e dalla capacità di trasformare i piloti in personaggi capaci di parlare anche fuori dalla pista.
Se ne è discusso all'Atelier Alpine di Milano in occasione del weekend del Gran Premio di Monaco, dove Carolina Tedeschi, opinionista di Sky Sport e content creator specializzata nel motorsport, è stata presentata come nuova brand ambassador dello spazio milanese del marchio francese. Un'occasione per riflettere sul momento che sta vivendo il motorsport e sul fenomeno Andrea Kimi Antonelli, il giovane pilota italiano che proprio nel Principato ha firmato un'altra impresa della sua straordinaria stagione.
«Le tappe sono tutte sold out e il percepito della Formula 1 è cambiato tantissimo», spiega Tedeschi. «Quando vai a un Gran Premio trovi tribune piene di ragazzi giovani. Credo che abbiano raggiunto una fascia tra i 16 e i 35 anni che probabilmente non avevano mai raggiunto nella loro storia». Secondo la divulgatrice emiliana, una delle chiavi della crescita è stata la capacità di aprire le porte del paddock al pubblico, mostrando ciò che accade lontano dai riflettori della gara. «I piloti condividono momenti della loro vita e del dietro le quinte. Quello che prima appariva come un personaggio irraggiungibile diventa una persona nella quale i ragazzi possono identificarsi. Da lì nasce il tifo, la passione e il desiderio di seguire questo sport».
Se la Formula 1 ha trovato una nuova generazione di tifosi, l'Italia sembra aver trovato anche il suo nuovo idolo. Proprio nelle ore in cui a Milano si parlava della crescita del movimento, Andrea Kimi Antonelli conquistava il Gran Premio di Monaco, allungando ulteriormente in vetta al Mondiale e confermandosi uno dei grandi protagonisti della stagione. Tedeschi lo conosce da prima che diventasse una star internazionale. «L'ho incontrato quando aveva 17 anni durante un evento a Imola. Mi ricordo che parlava del suo sogno di arrivare in Formula 1. Oggi vedere dove è arrivato mi fa venire la pelle d'oca». Ma ciò che la colpisce maggiormente non è soltanto il talento. «Quello è evidente e non glielo toglie nessuno. La cosa straordinaria è la persona. Quando l'ho conosciuto sembrava già molto più maturo della sua età. È un ragazzo con i piedi per terra, con valori forti e una famiglia molto unita. Credo che sia anche questo uno dei motivi per cui piace tanto».
Dietro il successo mediatico del Circus, però, continua a esserci una dimensione tecnica che spesso sfugge al grande pubblico. «Ogni tanto sento dire che le gare sono noiose o troppo lunghe», osserva Tedeschi. «Ma quando scopri il lavoro che c'è dietro anche a un singolo aggiornamento tecnico ti rendi conto della quantità di ricerca, sviluppo e innovazione che stanno dietro a ogni weekend di gara». Un mondo che la giornalista ha avuto modo di conoscere da vicino visitando la sede del team Alpine di Formula 1 a Enstone. «Ho visto il lavoro degli ingegneri e tutti i processi che stanno dietro una monoposto. La cosa più affascinante è vedere come molte delle soluzioni sviluppate per le corse arrivino poi sulle vetture stradali. La Formula 1 non nasce e finisce in pista, ma lascia un'eredità concreta che ritroviamo nella vita quotidiana». Proprio questo legame tra passione, ricerca e innovazione è uno degli aspetti che l'hanno convinta ad accettare il ruolo di brand ambassador di Alpine Milano. «Quando si sceglie una collaborazione si cercano sempre valori comuni. Per me sono la passione, la ricerca e lo sviluppo. Sono valori nei quali mi riconosco da sempre».
Uno sguardo rivolto al futuro condiviso anche da Massimo Berruto, direttore marketing di Renord e investitore di Atelier Alpine Milano. Secondo il manager, la sfida del marchio francese è quella di diventare un punto di riferimento per gli appassionati di guida, puntando su una clientela che cerca emozioni al volante più che il semplice prestigio del marchio. Sul fronte dell'elettrificazione, Berruto vede un percorso ormai avviato. «In Italia esiste ancora una certa diffidenza verso l'auto elettrica, ma nel segmento delle vetture sportive si sta capendo che può offrire grandi soddisfazioni. La direzione è tracciata e il mercato sta evolvendo in quella direzione».
Formula 1, innovazione e nuovi linguaggi. Mentre Antonelli continua a collezionare vittorie e ad alimentare l'entusiasmo dei tifosi italiani, il mondo dei motori prova a costruire il proprio futuro parlando a un pubblico sempre più ampio, senza rinunciare a quella passione che continua a rappresentarne il motore principale.
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Alexander Zverev e Flavio Cobolli dopo la finale del Roland Garros (Getty Images)
«Comunque vada Flavio ha già vinto» si diceva alla vigilia del match. Un italiano diverso da Jannik Sinner a giocarsi la finale di uno Slam era addirittura impensabile soltanto fino a pochi giorni fa. Soprattutto se lo Slam in questione è il Roland Garros e l'ultimo italiano a vincerlo è stato Adriano Panatta nel 1976.
Flavio Cobolli ha comunque vinto perché è arrivato a tanto così dal compiere un'impresa che avrebbe scritto un'altra pagina indelebile del tennis azzurro. E se è vero che nello sport arrivarci vicino conta relativamente, è altrettanto vero che sulla terra rossa del Court Philippe-Chatrier il tennista romano ha gettato il cuore oltre l'ostacolo rendendo la vita complicatissima ad Alexander Zverev, numero 3 al mondo con tutto da perdere visto che a 29 anni, dopo 3 finali perse, non era ancora riuscito a vincere uno Slam e per riuscirci ha dovuto faticare non poco. Significative le lacrime del tedesco al momento del secondo match point concretizzato che ha sancito una vittoria inseguita per anni e sempre sfuggita. Una vittoria tanto desiderata quanto sofferta. Merito di un Cobolli a tratti leggendario, rimasto in partita fino all'inizio del quinto set. Poi la partita ha preso la direzione definitiva. Zverev è partito forte nel parziale decisivo, salendo rapidamente 3-0 con due break di vantaggio. Cobolli ha provato a restare agganciato, ma la distanza si è allargata subito e il tedesco ha trovato anche il terzo break nel settimo game, chiudendo di fatto i conti. L’azzurro ha comunque continuato a giocare ogni punto, provando a restare dentro la finale fino all’ultimo scambio.
Il punteggio finale è stato 6-1 4-6 6-4 6-7 (5) 6-1 dopo 4 ore e 16 minuti di gioco. Nel quinto set Cobolli ha avuto anche qualche occasione in risposta, senza però riuscire a concretizzare le palle break. Zverev ha gestito con maggiore solidità i propri turni di servizio, mentre l’italiano ha iniziato a perdere brillantezza negli spostamenti laterali, pagando la fatica di una partita giocata ad altissima intensità.
La finale si era aperta nel segno del tedesco. Primo set a senso unico, con Zverev subito avanti di un break e poi capace di allungare fino al 6-1, approfittando delle difficoltà di Cobolli negli scambi prolungati e al servizio. Il secondo parziale ha invece raccontato un’altra partita: più equilibrio, più lotta, e un Cobolli cresciuto soprattutto nella gestione dei punti importanti. Il break decisivo è arrivato nel settimo game e ha riportato la sfida in parità. Nel terzo set Zverev ha ritrovato ordine nei propri turni di battuta, mentre Cobolli ha avuto due palle break nel quarto game senza sfruttarle. Il tedesco ha poi colpito nel momento chiave, strappando il servizio nel decimo game e portandosi avanti due set a uno. Il quarto parziale è stato il più equilibrato e il più lungo sul piano emotivo. Cobolli ha avuto un primo break di vantaggio, poi è stato ripreso e superato, quindi ha nuovamente ribaltato l’andamento del set fino al 5-3. Zverev ha reagito ancora e si è arrivati al tie-break. Qui l’azzurro ha tenuto meglio la tensione: avanti 6-4, ha chiuso alla seconda occasione utile con un passante di dritto che ha portato il match al quinto set. Nel set decisivo però la partita si è spostata subito verso il tedesco. Zverev ha preso il controllo con un avvio aggressivo e ha sfruttato gli errori di Cobolli nei momenti chiave. L’italiano ha avuto alcune chance in risposta, ma non è riuscito a trasformarle e il divario si è ampliato fino al 6-1 finale.
Al momento del punto decisivo Zverev si è lasciato andare in lacrime, disteso sulla terra rossa del Philippe-Chatrier. Per lui è il primo titolo Slam della carriera, dopo tre finali perse. Cobolli, invece, lascia Parigi con una finale che segna comunque un passaggio importante: il primo grande appuntamento giocato fino in fondo e la sensazione di poter stare stabilmente ad alto livello.
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