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2025-08-14
Gualtieri toglie la storia dal metrò di Roma
Roberto Gualtieri (Ansa)
La toponomastica ha spesso giocato un ruolo fondamentale nella formazione e nel rafforzamento dell’identità nazionale. Si tratta di quel fenomeno che il grande storico George Mosse ha chiamato «nazionalizzazione delle masse». Un’identità, quella nazionale, che rimane ovviamente complessa, stratificata, talvolta conflittuale. Eppure, è sempre e comunque un’identità comune, che sa unire un popolo anche quando è divisiva. Non è un caso che, nella seconda metà dell’Ottocento, il giovane Stato unitario abbia iniziato a dedicare vie, statue e piazze alla «quadriade del Risorgimento»: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. Ed è altrettanto significativo che, per riscrivere la storia ad usum Delphini, i talebani di Black lives matter si siano messi a divellere le statue di Cristoforo Colombo, del generale confederato Robert Lee e di tanti altri illustri personaggi storici, tutti acriticamente bollati come «razzisti» e «colonialisti».
Questa stupida furia iconoclasta è arrivata anche in Italia, dove però ha assunto toni da barzelletta. Se qualche perdigiorno ha più volte imbrattato il monumento a Indro Montanelli, che si trova a Milano, anche a Roma le amministrazioni capitoline non hanno voluto essere da meno. Per prima è stata Virginia Raggi a voler ridenominare due strade semisconosciute dedicate a due studiosi, Edoardo Zavattari e Arturo Donaggio, ritenuti colpevoli di aver firmato il Manifesto della razza. In quel caso, il noto storico Vittorio Vidotto confidò al Foglio tutta la sua perplessità: «Quelle strade lì non sono simboli per nessuno e non ricordano a nessuno il Manifesto della razza. Sulle targhe stradali non c’è scritto “firmatario delle leggi razziali”, ma “biologo” e “zoologo”».
Ma probabilmente è a Roberto Gualtieri che spetta il premio per l’operazione più grottesca. Di recente, infatti, è stata rimandata a fine 2025 l’inaugurazione di due stazioni della metro C, inizialmente prevista per fine luglio. Tra i motivi di questo ennesimo rinvio, c’è anche il cambio di nome delle due fermate, che non si chiameranno più Fori Imperiali e Amba Aradam, bensì Colosseo e Porta Metronia. Questa ridenominazione, approvata in via definitiva circa un anno fa, è peraltro costata la bellezza di 859.271,83 euro. Esatto: quasi 1 milione di euro per cambiare il nome a due stazioni che non sono ancora entrate in funzione.
A giustificare questa scelta bizzarra ci ha provato Eugenio Patanè, l’assessore alla Mobilità: «Ho pensato che questi due nomi non andassero bene per una serie di ragioni», ha dichiarato Patané. Che poi ha spiegato: «La prima è che Amba Aradam rappresentava una pagina non bellissima della nostra storia, quella del colonialismo».
In effetti, la battaglia dell’Amba Aradam (febbraio 1936) è stato uno degli snodi decisivi della guerra d’Abissinia. Che però, per quanto controversa, resta comunque una delle tante pagine della storia d’Italia, che non è possibile cancellare con un colpo di spugna. E non solo perché rimane ancorata al nostro linguaggio quotidiano (lo svolgimento caotico di quella battaglia, com’è noto, ha dato origine all’espressione «ambaradan» per caratterizzare disordine e confusione). Ma anche perché la storia del colonialismo italiano è stata da tempo sottoposta a una lettura storiografica univoca e fuorviante. Ricorda in proposito lo storico e giornalista Alberto Alpozzi, autore del bestseller «Bugie coloniali»: «La campagna d’Etiopia seppe coagulare intorno a sé il massimo consenso popolare, ancor più di quanto non fosse accaduto per la prima guerra mondiale». Anzi, spiega Alpozzi, «non va dimenticato che molti esuli antifascisti fecero ritorno in Italia e partirono volontari per questa guerra coloniale voluta dal fascismo e che Benedetto Croce insieme a Luigi Albertini donarono alla Patria, per combattere il sanzionismo, le loro medagliette d’oro da parlamentari e che la comunità ebraica di Roma alienò oggetti d’oro della Sinagoga per contribuire alla creazione fascista dell’Impero». Insomma, le cose sono molto più complesse di quanto non vogliano far credere i «gendarmi della memoria».
Ancora più inspiegabile, poi, è la scelta di cancellare la dicitura «Fori Imperiali». Forse Gualtieri non lo sa, ma la via che congiunge il Colosseo a piazza Venezia, fu inaugurata nel 1932 con il nome «via dell’Impero» per celebrare i fasti dell’antica Roma (l’impero d’Etiopia sarà proclamato solo nel 1936). Poi, nel dopoguerra, si decise di ribattezzarla in via dei Fori Imperiali, proprio per cancellare ogni riferimento al fascismo. In sostanza, Gualtieri sta cambiando un nome che, a sua volta, era già stato cambiato.
Eppure, oltre al furore iconoclastico, nella giunta capitolina c’è anche tanta confusione (un «ambaradan», si direbbe). Pure le stazioni San Pietro e Clodio/Mazzini dovranno cambiare dicitura. La storia non c’entra: semplicemente, i nomi non rispecchiano i luoghi effettivi delle fermate. Speriamo solo che questa modifica non comporti un’altra folle spesa da centinaia di migliaia di euro.
Pure gli ecologisti attaccano Lepore: taglia piante secolari per fare il tram
Che cosa succede se la sinistra, che si vanta di avere il pollice verde, decide di colpo di abbattere degli alberi cittadini per ragioni non legate alla salute delle piante, ma per questioni estetiche? È quello che sta succedendo a Bologna, dove si è aperto lo scontro sul taglio di un grande bagolaro in piazza dell’Unità, in corrispondenza dei lavori per la linea rossa del tram. L’abbattimento dell’albero, avvenuto martedì mattina, ha scatenato la protesta di residenti e attivisti, che per mesi avevano chiesto di salvarlo. «Quel bagolaro era già lì, in piazza dell’Unità, all’epoca della storica battaglia della Bolognina. Va preservato», era la richiesta.Il confronto tra ambientalisti e amministrazione comunale è iniziato mesi fa, con la mobilitazione per il parco Don Bosco; è proseguito con le contestazioni per il taglio di alberi in viale Aldo Moro e si è riacceso con la recente rimozione di piante nel giardino San Leonardo, di proprietà della Johns Hopkins University. Alla vigilia dell’abbattimento del bagolaro, il comitato Besta aveva diffuso la notizia del possibile taglio, nel giorno di Ferragosto, di alcune piante al parco del Casalone in San Donato, sempre nell’ambito dei lavori del tram. La segnalazione aveva spinto il sindaco Matteo Lepore a intervenire direttamente sui social, accusando gli attivisti di diffondere «fake news per confondere i cittadini e alzare il livello del conflitto».Dopo il taglio in piazza dell’Unità, il comitato Besta ha replicato: «Anche il taglio di un albero secolare è una fake news? Qui era difficile smentire e dire che siamo i complottisti che diffondono falsi allarmi». Sulla questione del parco del Casalone, gli attivisti hanno riportato parole dell’amministrazione: «Sono tre gli abbattimenti necessari per realizzare la fermata, gli stessi che ci sono sempre stati da progetto. Il capolinea provvisorio non è altro che una semplice fermata e gli abbattimenti rimangono quelli». Il sindaco, in un post su Facebook corredato da immagini aeree di piazza dell’Unità scattate nel 1964 e oggi, ha sostenuto: «Il comitato contrario ai lavori del tram parla di un albero secolare che avrebbe assistito alla storica battaglia della Bolognina, ma siamo abbastanza sicuri che l’albero di cui parla il comitato non sia quello che abbiamo rimosso. Alberi secolari tagliati a noi non ne risultano». E segnala: «Quell’albero è stato tagliato per salvarne altri 50, avendo deciso di non interrare più via Ferrarese». La scelta, adottata nel 2024, era arrivata «dopo un lungo confronto con la cittadinanza». In caso contrario, spiega Lepore, sarebbe stato necessario «il passaggio in mezzo alla piazza, togliendo il campo da basket» e il numero di alberi da abbattere «sarebbe stato maggiore». «Si è arrivati alla soluzione di oggi non per commettere un omicidio, come qualcuno ha scritto, ma per realizzare un’opera strategica per la città attesa da anni», si difende.Non sono pochi però ora gli scontenti. Molti si contano tra le fila dell’opposizione, ma tanti sono anche in seno alla parte politica di cui il primo cittadino bolognese fa parte. I Verdi hanno accusato il sindaco di essere un «pro cemento» e di «dileggiare i cittadini» sostenendo: «Fake news? Ma gli alberi vengono comunque abbattuti e i progetti del Comune considerano il verde pubblico un inutile intralcio». Dal centrodestra, Fratelli d’Italia ha parlato di «ennesima ferita al patrimonio verde della città, pianificata nella settimana di Ferragosto a città vuota» e ha definito la giunta «boscaiola, altro che green». Matteo Di Benedetto, Lega, ha commentato: «Il taglio del bagolaro è una sconfitta per la città». Anche Potere al popolo non si risparmia la critica: «La giunta ha perso ogni fiducia, perché ha costantemente dimostrato che, per loro, la filiera del cemento e dell’edilizia vale molto di più della
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Il primo cittadino della Capitale ha sprecato quasi 1 milione per cambiare il nome delle fermate Fori Imperiali e Amba Aradam in Colosseo e Porta Metronia. Scelta ideologica che provocherà anche lo slittamento di 5 mesi della fine dei lavori.Nuove accuse degli attivisti al sindaco di Bologna che si difende: «Sono fake news».Lo speciale contiene due articoli.La toponomastica ha spesso giocato un ruolo fondamentale nella formazione e nel rafforzamento dell’identità nazionale. Si tratta di quel fenomeno che il grande storico George Mosse ha chiamato «nazionalizzazione delle masse». Un’identità, quella nazionale, che rimane ovviamente complessa, stratificata, talvolta conflittuale. Eppure, è sempre e comunque un’identità comune, che sa unire un popolo anche quando è divisiva. Non è un caso che, nella seconda metà dell’Ottocento, il giovane Stato unitario abbia iniziato a dedicare vie, statue e piazze alla «quadriade del Risorgimento»: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. Ed è altrettanto significativo che, per riscrivere la storia ad usum Delphini, i talebani di Black lives matter si siano messi a divellere le statue di Cristoforo Colombo, del generale confederato Robert Lee e di tanti altri illustri personaggi storici, tutti acriticamente bollati come «razzisti» e «colonialisti». Questa stupida furia iconoclasta è arrivata anche in Italia, dove però ha assunto toni da barzelletta. Se qualche perdigiorno ha più volte imbrattato il monumento a Indro Montanelli, che si trova a Milano, anche a Roma le amministrazioni capitoline non hanno voluto essere da meno. Per prima è stata Virginia Raggi a voler ridenominare due strade semisconosciute dedicate a due studiosi, Edoardo Zavattari e Arturo Donaggio, ritenuti colpevoli di aver firmato il Manifesto della razza. In quel caso, il noto storico Vittorio Vidotto confidò al Foglio tutta la sua perplessità: «Quelle strade lì non sono simboli per nessuno e non ricordano a nessuno il Manifesto della razza. Sulle targhe stradali non c’è scritto “firmatario delle leggi razziali”, ma “biologo” e “zoologo”».Ma probabilmente è a Roberto Gualtieri che spetta il premio per l’operazione più grottesca. Di recente, infatti, è stata rimandata a fine 2025 l’inaugurazione di due stazioni della metro C, inizialmente prevista per fine luglio. Tra i motivi di questo ennesimo rinvio, c’è anche il cambio di nome delle due fermate, che non si chiameranno più Fori Imperiali e Amba Aradam, bensì Colosseo e Porta Metronia. Questa ridenominazione, approvata in via definitiva circa un anno fa, è peraltro costata la bellezza di 859.271,83 euro. Esatto: quasi 1 milione di euro per cambiare il nome a due stazioni che non sono ancora entrate in funzione.A giustificare questa scelta bizzarra ci ha provato Eugenio Patanè, l’assessore alla Mobilità: «Ho pensato che questi due nomi non andassero bene per una serie di ragioni», ha dichiarato Patané. Che poi ha spiegato: «La prima è che Amba Aradam rappresentava una pagina non bellissima della nostra storia, quella del colonialismo». In effetti, la battaglia dell’Amba Aradam (febbraio 1936) è stato uno degli snodi decisivi della guerra d’Abissinia. Che però, per quanto controversa, resta comunque una delle tante pagine della storia d’Italia, che non è possibile cancellare con un colpo di spugna. E non solo perché rimane ancorata al nostro linguaggio quotidiano (lo svolgimento caotico di quella battaglia, com’è noto, ha dato origine all’espressione «ambaradan» per caratterizzare disordine e confusione). Ma anche perché la storia del colonialismo italiano è stata da tempo sottoposta a una lettura storiografica univoca e fuorviante. Ricorda in proposito lo storico e giornalista Alberto Alpozzi, autore del bestseller «Bugie coloniali»: «La campagna d’Etiopia seppe coagulare intorno a sé il massimo consenso popolare, ancor più di quanto non fosse accaduto per la prima guerra mondiale». Anzi, spiega Alpozzi, «non va dimenticato che molti esuli antifascisti fecero ritorno in Italia e partirono volontari per questa guerra coloniale voluta dal fascismo e che Benedetto Croce insieme a Luigi Albertini donarono alla Patria, per combattere il sanzionismo, le loro medagliette d’oro da parlamentari e che la comunità ebraica di Roma alienò oggetti d’oro della Sinagoga per contribuire alla creazione fascista dell’Impero». Insomma, le cose sono molto più complesse di quanto non vogliano far credere i «gendarmi della memoria».Ancora più inspiegabile, poi, è la scelta di cancellare la dicitura «Fori Imperiali». Forse Gualtieri non lo sa, ma la via che congiunge il Colosseo a piazza Venezia, fu inaugurata nel 1932 con il nome «via dell’Impero» per celebrare i fasti dell’antica Roma (l’impero d’Etiopia sarà proclamato solo nel 1936). Poi, nel dopoguerra, si decise di ribattezzarla in via dei Fori Imperiali, proprio per cancellare ogni riferimento al fascismo. In sostanza, Gualtieri sta cambiando un nome che, a sua volta, era già stato cambiato.Eppure, oltre al furore iconoclastico, nella giunta capitolina c’è anche tanta confusione (un «ambaradan», si direbbe). Pure le stazioni San Pietro e Clodio/Mazzini dovranno cambiare dicitura. La storia non c’entra: semplicemente, i nomi non rispecchiano i luoghi effettivi delle fermate. Speriamo solo che questa modifica non comporti un’altra folle spesa da centinaia di migliaia di euro. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gualtieri-toglie-storia-di-roma-2673883638.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="pure-gli-ecologisti-attaccano-lepore-taglia-piante-secolari-per-fare-il-tram" data-post-id="2673883638" data-published-at="1755165446" data-use-pagination="False"> Pure gli ecologisti attaccano Lepore: taglia piante secolari per fare il tram Che cosa succede se la sinistra, che si vanta di avere il pollice verde, decide di colpo di abbattere degli alberi cittadini per ragioni non legate alla salute delle piante, ma per questioni estetiche? È quello che sta succedendo a Bologna, dove si è aperto lo scontro sul taglio di un grande bagolaro in piazza dell’Unità, in corrispondenza dei lavori per la linea rossa del tram. L’abbattimento dell’albero, avvenuto martedì mattina, ha scatenato la protesta di residenti e attivisti, che per mesi avevano chiesto di salvarlo. «Quel bagolaro era già lì, in piazza dell’Unità, all’epoca della storica battaglia della Bolognina. Va preservato», era la richiesta.Il confronto tra ambientalisti e amministrazione comunale è iniziato mesi fa, con la mobilitazione per il parco Don Bosco; è proseguito con le contestazioni per il taglio di alberi in viale Aldo Moro e si è riacceso con la recente rimozione di piante nel giardino San Leonardo, di proprietà della Johns Hopkins University. Alla vigilia dell’abbattimento del bagolaro, il comitato Besta aveva diffuso la notizia del possibile taglio, nel giorno di Ferragosto, di alcune piante al parco del Casalone in San Donato, sempre nell’ambito dei lavori del tram. La segnalazione aveva spinto il sindaco Matteo Lepore a intervenire direttamente sui social, accusando gli attivisti di diffondere «fake news per confondere i cittadini e alzare il livello del conflitto».Dopo il taglio in piazza dell’Unità, il comitato Besta ha replicato: «Anche il taglio di un albero secolare è una fake news? Qui era difficile smentire e dire che siamo i complottisti che diffondono falsi allarmi». Sulla questione del parco del Casalone, gli attivisti hanno riportato parole dell’amministrazione: «Sono tre gli abbattimenti necessari per realizzare la fermata, gli stessi che ci sono sempre stati da progetto. Il capolinea provvisorio non è altro che una semplice fermata e gli abbattimenti rimangono quelli». Il sindaco, in un post su Facebook corredato da immagini aeree di piazza dell’Unità scattate nel 1964 e oggi, ha sostenuto: «Il comitato contrario ai lavori del tram parla di un albero secolare che avrebbe assistito alla storica battaglia della Bolognina, ma siamo abbastanza sicuri che l’albero di cui parla il comitato non sia quello che abbiamo rimosso. Alberi secolari tagliati a noi non ne risultano». E segnala: «Quell’albero è stato tagliato per salvarne altri 50, avendo deciso di non interrare più via Ferrarese». La scelta, adottata nel 2024, era arrivata «dopo un lungo confronto con la cittadinanza». In caso contrario, spiega Lepore, sarebbe stato necessario «il passaggio in mezzo alla piazza, togliendo il campo da basket» e il numero di alberi da abbattere «sarebbe stato maggiore». «Si è arrivati alla soluzione di oggi non per commettere un omicidio, come qualcuno ha scritto, ma per realizzare un’opera strategica per la città attesa da anni», si difende.Non sono pochi però ora gli scontenti. Molti si contano tra le fila dell’opposizione, ma tanti sono anche in seno alla parte politica di cui il primo cittadino bolognese fa parte. I Verdi hanno accusato il sindaco di essere un «pro cemento» e di «dileggiare i cittadini» sostenendo: «Fake news? Ma gli alberi vengono comunque abbattuti e i progetti del Comune considerano il verde pubblico un inutile intralcio». Dal centrodestra, Fratelli d’Italia ha parlato di «ennesima ferita al patrimonio verde della città, pianificata nella settimana di Ferragosto a città vuota» e ha definito la giunta «boscaiola, altro che green». Matteo Di Benedetto, Lega, ha commentato: «Il taglio del bagolaro è una sconfitta per la città». Anche Potere al popolo non si risparmia la critica: «La giunta ha perso ogni fiducia, perché ha costantemente dimostrato che, per loro, la filiera del cemento e dell’edilizia vale molto di più della
La nave mercantile battente bandiera indiana Jag Vasant, che trasporta gas di petrolio liquefatto, attraverso lo Stretto di Hormuz, arriva al porto di Mumbai (Ansa)
La chiusura dello Stretto di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una prova di verità. E, come spesso accade nelle crisi, smaschera illusioni che in tempi normali restano nascoste.
Da quando è iniziata la guerra con l’Iran, i numeri parlano chiaro. Il gas europeo è aumentato fino all’85 per cento, il petrolio di oltre il 50 per cento. In Italia, dove il gas determina il prezzo dell’elettricità, le bollette hanno iniziato a salire quasi automaticamente. Il carburante ha superato i 2,3 euro al litro in autostrada. Il governo è dovuto intervenire con un taglio di 25 centesimi per contenere il diesel sotto i 1,90 euro.
Questa non è una sorpresa. È la conseguenza logica di un sistema costruito per funzionare in condizioni ideali, ma incapace di reggere uno shock geopolitico.
La situazione si è aggravata ulteriormente quando il Qatar, pilastro delle forniture di GNL europee, ha dichiarato force majeure dopo i danni subiti dalle sue infrastrutture. Secondo Reuters, il 17 per cento della capacità di esportazione di GNL è stato colpito. Per l’Italia significa perdere, almeno in parte, un flusso che copre quasi il 10 per cento del fabbisogno nazionale.
È in questo contesto che Giorgia Meloni è volata d’urgenza in Algeria. Un viaggio che ha il sapore della necessità più che della strategia. L’Algeria oggi copre circa il 30 per cento del gas italiano. Ma il punto non è dove si va a cercare il gas. Il punto è perché bisogna correrci all’ultimo minuto.
Qui emerge la differenza con l’India.
New Delhi non è meno esposta. Il 40 per cento del suo petrolio passa da Hormuz e il Qatar rappresenta oltre il 40 per cento delle sue importazioni di GNL. Eppure, i prezzi interni non sono esplosi. Reuters ha riportato che i prezzi alla pompa sono rimasti sostanzialmente stabili anche con il petrolio sopra i 100 dollari al barile.
Non perché il problema non esista. Ma perché lo Stato ha deciso di assorbirlo.
L’India controlla i prezzi, diversifica le forniture, utilizza leve fiscali e mantiene un mix energetico che include ancora una quota rilevante di produzione domestica. Ha già ridotto le forniture industriali di gas per proteggere i consumatori e ha attivato misure d’emergenza per garantire il GPL a oltre 300 milioni di famiglie.
Non è un sistema perfetto. Ma è un sistema che regge.
L’Europa, invece, fa l’opposto. Espone famiglie e imprese alla volatilità dei mercati globali e interviene dopo, con misure tampone. Bruxelles propone tagli temporanei alle tasse sull’energia, aiuti di Stato e qualche aggiustamento tecnico. Ursula von der Leyen ha parlato di maggiore flessibilità e di un fondo da 30 miliardi legato all’ETS.
Sono cerotti su una frattura.
Il problema è strutturale. Il prezzo dell’elettricità continua a essere legato al gas. Quando il gas sale, tutto sale. Un sistema efficiente in tempi normali diventa una macchina di trasmissione della crisi quando il contesto cambia.
Ed è qui che il nodo politico diventa inevitabile.
Meloni lo ha detto chiaramente. Le politiche verdi europee, così come sono state concepite, rischiano la “desertificazione industriale”. Non è una posizione isolata. Insieme ad altri leader europei, ha chiesto una revisione del sistema ETS, un’estensione delle quote gratuite oltre il 2034 e una transizione più graduale.
Non si tratta di negare la transizione energetica. Si tratta di riconoscere che una transizione che rende l’Europa più fragile nei momenti di crisi non è sostenibile, né economicamente né politicamente.
Nel frattempo, l’India si muove. Sta cercando nuove forniture di GNL fuori dal Medio Oriente. Ha aperto canali con nuovi partner, inclusa l’Argentina, che ha firmato accordi preliminari per esportazioni fino a 10 milioni di tonnellate annue. Non è ancora una realtà operativa, ma è una direzione strategica chiara.
Diversificare. Intervenire. Proteggere.
L’Europa, invece, resta intrappolata tra obiettivi climatici rigidi, mercati liberalizzati e divisioni interne. Il risultato è un sistema che funziona finché tutto va bene e cede quando serve davvero.
La crisi di Hormuz non è solo una crisi energetica. È una crisi di modello.
Da una parte c’è chi considera l’energia una questione di sicurezza nazionale. Dall’altra c’è chi la tratta come un esercizio regolatorio.
Il prezzo di questa differenza oggi si paga alla pompa, in bolletta e, soprattutto, nella competitività dell’intero sistema economico europeo.
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«L’Italia è un partner della Nato da sempre e forse uno dei più capaci, che non si è mai sottratto sia alle chiamate degli Stati Uniti sia a quelle dell’Alleanza. In ogni caso il nostro Paese non sarebbe più esposto — aggiunge —. Il sistema acquisirebbe comunque una fragilità complessiva inaccettabile nei primi tempi, che andrebbe sostituita con un irrobustimento progressivo nel tempo, ma questo non succederà da un giorno all’altro».
«Auspico che gli Stati Uniti non escano dall’Alleanza, ma se dovesse succedere non è la fine del mondo».
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