- Il primo cittadino della Capitale ha sprecato quasi 1 milione per cambiare il nome delle fermate Fori Imperiali e Amba Aradam in Colosseo e Porta Metronia. Scelta ideologica che provocherà anche lo slittamento di 5 mesi della fine dei lavori.
- Nuove accuse degli attivisti al sindaco di Bologna che si difende: «Sono fake news».
Lo speciale contiene due articoli.
La toponomastica ha spesso giocato un ruolo fondamentale nella formazione e nel rafforzamento dell’identità nazionale. Si tratta di quel fenomeno che il grande storico George Mosse ha chiamato «nazionalizzazione delle masse». Un’identità, quella nazionale, che rimane ovviamente complessa, stratificata, talvolta conflittuale. Eppure, è sempre e comunque un’identità comune, che sa unire un popolo anche quando è divisiva. Non è un caso che, nella seconda metà dell’Ottocento, il giovane Stato unitario abbia iniziato a dedicare vie, statue e piazze alla «quadriade del Risorgimento»: Vittorio Emanuele II, Giuseppe Mazzini, Giuseppe Garibaldi e Camillo Benso conte di Cavour. Ed è altrettanto significativo che, per riscrivere la storia ad usum Delphini, i talebani di Black lives matter si siano messi a divellere le statue di Cristoforo Colombo, del generale confederato Robert Lee e di tanti altri illustri personaggi storici, tutti acriticamente bollati come «razzisti» e «colonialisti».
Questa stupida furia iconoclasta è arrivata anche in Italia, dove però ha assunto toni da barzelletta. Se qualche perdigiorno ha più volte imbrattato il monumento a Indro Montanelli, che si trova a Milano, anche a Roma le amministrazioni capitoline non hanno voluto essere da meno. Per prima è stata Virginia Raggi a voler ridenominare due strade semisconosciute dedicate a due studiosi, Edoardo Zavattari e Arturo Donaggio, ritenuti colpevoli di aver firmato il Manifesto della razza. In quel caso, il noto storico Vittorio Vidotto confidò al Foglio tutta la sua perplessità: «Quelle strade lì non sono simboli per nessuno e non ricordano a nessuno il Manifesto della razza. Sulle targhe stradali non c’è scritto “firmatario delle leggi razziali”, ma “biologo” e “zoologo”».
Ma probabilmente è a Roberto Gualtieri che spetta il premio per l’operazione più grottesca. Di recente, infatti, è stata rimandata a fine 2025 l’inaugurazione di due stazioni della metro C, inizialmente prevista per fine luglio. Tra i motivi di questo ennesimo rinvio, c’è anche il cambio di nome delle due fermate, che non si chiameranno più Fori Imperiali e Amba Aradam, bensì Colosseo e Porta Metronia. Questa ridenominazione, approvata in via definitiva circa un anno fa, è peraltro costata la bellezza di 859.271,83 euro. Esatto: quasi 1 milione di euro per cambiare il nome a due stazioni che non sono ancora entrate in funzione.
A giustificare questa scelta bizzarra ci ha provato Eugenio Patanè, l’assessore alla Mobilità: «Ho pensato che questi due nomi non andassero bene per una serie di ragioni», ha dichiarato Patané. Che poi ha spiegato: «La prima è che Amba Aradam rappresentava una pagina non bellissima della nostra storia, quella del colonialismo».
In effetti, la battaglia dell’Amba Aradam (febbraio 1936) è stato uno degli snodi decisivi della guerra d’Abissinia. Che però, per quanto controversa, resta comunque una delle tante pagine della storia d’Italia, che non è possibile cancellare con un colpo di spugna. E non solo perché rimane ancorata al nostro linguaggio quotidiano (lo svolgimento caotico di quella battaglia, com’è noto, ha dato origine all’espressione «ambaradan» per caratterizzare disordine e confusione). Ma anche perché la storia del colonialismo italiano è stata da tempo sottoposta a una lettura storiografica univoca e fuorviante. Ricorda in proposito lo storico e giornalista Alberto Alpozzi, autore del bestseller «Bugie coloniali»: «La campagna d’Etiopia seppe coagulare intorno a sé il massimo consenso popolare, ancor più di quanto non fosse accaduto per la prima guerra mondiale». Anzi, spiega Alpozzi, «non va dimenticato che molti esuli antifascisti fecero ritorno in Italia e partirono volontari per questa guerra coloniale voluta dal fascismo e che Benedetto Croce insieme a Luigi Albertini donarono alla Patria, per combattere il sanzionismo, le loro medagliette d’oro da parlamentari e che la comunità ebraica di Roma alienò oggetti d’oro della Sinagoga per contribuire alla creazione fascista dell’Impero». Insomma, le cose sono molto più complesse di quanto non vogliano far credere i «gendarmi della memoria».
Ancora più inspiegabile, poi, è la scelta di cancellare la dicitura «Fori Imperiali». Forse Gualtieri non lo sa, ma la via che congiunge il Colosseo a piazza Venezia, fu inaugurata nel 1932 con il nome «via dell’Impero» per celebrare i fasti dell’antica Roma (l’impero d’Etiopia sarà proclamato solo nel 1936). Poi, nel dopoguerra, si decise di ribattezzarla in via dei Fori Imperiali, proprio per cancellare ogni riferimento al fascismo. In sostanza, Gualtieri sta cambiando un nome che, a sua volta, era già stato cambiato.
Eppure, oltre al furore iconoclastico, nella giunta capitolina c’è anche tanta confusione (un «ambaradan», si direbbe). Pure le stazioni San Pietro e Clodio/Mazzini dovranno cambiare dicitura. La storia non c’entra: semplicemente, i nomi non rispecchiano i luoghi effettivi delle fermate. Speriamo solo che questa modifica non comporti un’altra folle spesa da centinaia di migliaia di euro.
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