True
2019-08-29
Grillo sembra Monti: «Ministri solo tecnici»
Ansa
Luigi Di Maio consegna 334 parlamentari grillini ostaggio del Pd: «Siamo sempre stati un movimento post ideologico, abbiamo sempre pensato che non esistano schemi di destra o sinistra ma solo soluzioni. Ci hanno accusato dell'essere dell'una o dell'altra parte. Questi schemi sono ampiamente superati». Quindi ha citato lo storico leader socialista Pietro Nenni: «Qualcuno nella storia ha detto che in politica ci sono sempre due categorie di persone, quelli che la fanno e quelli che ne approfittano». L'ex vicepremier grillino diventa un responsabile uomo politico e annuncia l'accordo con il Pd perché il «M5s non si sottrarrà alle sue responsabilità». Con la voce roca degli ultimi giorni Di Maio esce dal colloquio con il presidente Sergio Mattarella e sembra aver abbandonato lo standing del grillino ribelle per indossare i panni del capo politico che non dà peso ai malumori interni al suo M5s in questi giorni di trattativa difficile e piena di ostacoli, soprattutto per il suo ruolo futuro. «Abbiamo detto che l'Iva non aumenterà e manterremo questo impegno. Il nostro programma è sempre lo stesso, quello votato da 11 milioni di italiani. Abbiamo iniziato un lavoro e vogliamo portarlo a termine», ha ribadito elencando ancora una volta i 10 punti che dovranno far parte di «un programma omogeneo» (niente più contratti) del governo che verrà. Poi il racconto della crisi attaccando la Lega: «Sessanta milioni di italiani hanno vissuto questo agosto nell'incertezza assoluta. La crisi è stata innescata da una forza politica che ha staccato la spina al governo di Giuseppe Conte. Una forza politica ha staccato la spina al governo dopo il rimborso ai truffati delle banche, il reddito di cittadinanza, nuove politiche sull'immigrazione e che si era guadagnato il rispetto europeo». E poi una bordata: «La Lega mi ha informato di voler proporre me come premier», rivela Di Maio, «e di aver informato anche le istituzioni». E ancora: «Grazie, rifiuto questa proposta con serenità e ringraziando chi l'ha avanzata. Anche se non rinnego il lavoro fatto insieme in questi 14 mesi. A me interessa il meglio per il Paese, non per me». Una confidenza che ha svelato i piani del Carroccio per ricucire lo strappo, mentre Salvini, all'uscita dal colloquio, aveva detto che l'unica via possibile dopo la crisi era il voto. Di Maio ha sottolineato di aver rinunciato a fare il premier anche dopo il 4 marzo e di aver aperto a Conte: «Grazie alla mia rinuncia da premier, l'Italia ha conosciuto Giuseppe Conte, il M5s è andato al governo. Come ho fatto allora, anche oggi rifiuto l'offerta della Lega. Quel che conta è che l'Italia sia sempre più forte, anche a livello internazionale, e il riconoscimento di ieri di Donald Trump ci fa capire che siamo sulla strada giusta». Insomma, doppia rinuncia ma poi nessuna smentita sulle voci che lo vogliono ancora intestardito per restare vicepremier, al punto di rischiare di far saltare la trattativa: «Se nelle prossime ore il presidente della Repubblica affidasse l'incarico al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiederò che si parta dal programma e solo dopo si potrà decidere chi sarà chiamato a decidere le politiche concordate». Di Maio non dice di aver rinunciato a fare il braccio destro di Conte, malgrado il niet del Pd, né di non voler andare al ministero della Difesa (come i grillini ritengono che meriti).
Da oggi riparte il toto nomine ma anche il voto online sulla piattaforma Rousseau. Vedremo se Giggino manterrà l'aplomb quirinalizio dopo che ieri mattina aveva già preso una sberla dal nuovo alleato di governo Nicola Zingaretti, che aveva detto al presidente: «Sì a Conte premier, no staffette e passaggi di testimoni». Infatti fin dall'incontro della mattina il nodo Di Maio vicepremier non veniva sciolto con il Pd irremovibile: «Conte è il premier ma lo schema a due vice non c'è più». Una doccia fredda per Di Maio che sembrava lanciare il suo grido di dolore: «Si pensi a soluzioni, non a colpire me. Ognuno dovrebbe dimostrare responsabilità in queste ore difficili per il Paese, perché ci siamo ritrovati in una crisi di governo senza un perché per colpe che non sono del M5s».
In serata Beppe Grillo, fondatore del M5s, pubblica sul blog un intervento in pieno stile Mario Monti che ha il sapore dello stop alle ambizioni di Di Maio: «È l'occasione», dice, «di dimostrare a noi stessi e agli altri che le poltrone non c'entrano: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica». Apriti cielo, l'uscita dell'«elevato» scoppia come una bomba nelle stanze del vicepremier grillino. Tanto che paiono una corsa ai ripari le ricostruzioni fatte filtrare nelle agenzie su un ravvedimento del comico. Come questa dell'Ansa: «Nel corso di una telefonata di questa sera Grillo, secondo fonti vicine all'ex comico e al capo politico, ha sottolineato a Di Maio che è lui ad avere titolo per decidere la squadra. «Sei tu il capo politico, e decidi tu per il Movimento, il mio è stato un paradosso». Ma la pezza sembra peggio del buco.
Il Movimento non vuole alleati dem alle prossime elezioni regionali
Non piace proprio, alla base calabrese del Movimento 5 stelle, la proposta dem di allargare l'alleanza M5s-Pd anche alle prossime elezioni regionali. Il segretario Nicola Zingaretti l'aveva prospettato già alcuni giorni fa e ieri ha ribadito la proposta nel corso della direzione nazionale del Partito democratico, convocata al Nazzareno per spiegare le ragioni che hanno portato il Pd a un accordo con i grillini, in vista della formazione del governo giallorosso.
Fra poche settimane si terranno le elezioni regionali in Umbria. Poi, a stretto giro, anche in Calabria, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna. In funzione di ciò - in linea con le indiscrezioni che arrivavano dalla trattativa a Roma - domenica scorsa il senatore democratico Ernesto Magorno, ex segretario regionale del Pd calabrese, aveva «aperto» alla possibilità di un accordo con i pentastellati, anche per le elezioni in Calabria, che dovrebbero tenersi entro fine novembre, alla scadenza, cioè, del quinquennio in cui la regione meridionale è stata governata dal centrosinistra.
La sortita di Magorno però non è affatto piaciuta ai grillini calabresi, i quali specie sul Web, hanno rispedito al mittente l'invito. Ma non solo sui social network è stata bocciata la proposta del senatore dem. L'europarlamentare Laura Ferrara, esponente di spicco del Movimento 5 stelle in Calabria, con una nota stampa, senza mezzi termini, ha preso le distanze dalla proposta gelando l'esponente del Pd: «Noi apriamo a liste civiche vere (e non finte) e nessuna alleanza è prevista con nessun partito», ha seccamente replicato l'eurodeputata calabrese. Si sono susseguiti, quindi, i commenti di grillini calabresi contrari all'ipotesi di accordo con i dem per le prossime elezioni regionali. «Siamo tutti in attesa degli imminenti sviluppi della crisi di governo, e vedremo se si riuscirà a dar vita ad un esecutivo col Pd. Ma sia chiaro che l'alleanza governativa non potrà trovare alcuna possibilità di essere replicata per le regionali in Calabria, dove il Partito democratico è il padre dello sfascio prodotto dall'ultimo e dai precedenti periodi di governo della regione». Così ha commentato Francesca Menechino, capogruppo pentastellata al consiglio comunale di Amantea (Cosenza). Ma ci sono stati tantissimi altri «no» arrivati dalla base grillina calabrese, che di un accordo con il Pd per le regionali non vuole sentir parlare: in Calabria, senz'altro, prevalgono nel M5s i pareri contrari al patto locale col Partito democratico. I grillini calabresi sono in maggioranza più vicini alla linea dei loro big di livello nazionale Alessandro Di Battista, Gianluigi Paragone e Davide Barillari, che hanno espresso forti perplessità rispetto alla decisione dei vertici del Movimento di allearsi con i democratici.
Nelle regioni del Sud, inoltre, c'è molta preoccupazione per un'eventuale inversione di tendenza rispetto alla problematica dei flussi migratori. Calabria e Sicilia sono i territori più esposti a tale fenomeno, e il successo della Lega e di Matteo Salvini a quelle latitudini è indubbiamente legato a determinate decisioni in tema di sbarchi.
In base a queste prese di posizione, in Calabria il piano di Zingaretti per sfilare il «Movimento 5 stelle dall'abbraccio delle destre» parte decisamente in salita.
Il quadro politico calabrese, a pochi mesi dal voto per il rinnovo del consiglio regionale, è oltremodo confuso. Il Pd nazionale ha scaricato l'attuale governatore dem, Mario Oliverio, causando una spaccatura interna al partito fra favorevoli e contrari a una sua ricandidatura. Sul fronte del centrodestra c'è molta attesa per la direzione che imboccherà la Lega, che ancora non ha sciolto le riserve su un eventuale sostegno al candidato governatore di Forza Italia, Mario Occhiuto, già sceso in campo.
Continua a leggereRiduci
Luigi Di Maio al Colle: «Salvini mi ha offerto la premiership per tornare con lui, ho rifiutato». Poi arriva il post del comico che sembra far fuori il leader: «Al governo servono competenti, i politici facciano i sottosegretari». Quindi precisa: «Parlo di dicasteri specifici». Il Movimento non vuole alleati dem alle prossime elezioni regionali. Oltre ai ribelli Gianluigi Paragone e Alessandro Di Battista, anche la base calabrese rifiuta di fare patti. Lo speciale comprende due articoli. Luigi Di Maio consegna 334 parlamentari grillini ostaggio del Pd: «Siamo sempre stati un movimento post ideologico, abbiamo sempre pensato che non esistano schemi di destra o sinistra ma solo soluzioni. Ci hanno accusato dell'essere dell'una o dell'altra parte. Questi schemi sono ampiamente superati». Quindi ha citato lo storico leader socialista Pietro Nenni: «Qualcuno nella storia ha detto che in politica ci sono sempre due categorie di persone, quelli che la fanno e quelli che ne approfittano». L'ex vicepremier grillino diventa un responsabile uomo politico e annuncia l'accordo con il Pd perché il «M5s non si sottrarrà alle sue responsabilità». Con la voce roca degli ultimi giorni Di Maio esce dal colloquio con il presidente Sergio Mattarella e sembra aver abbandonato lo standing del grillino ribelle per indossare i panni del capo politico che non dà peso ai malumori interni al suo M5s in questi giorni di trattativa difficile e piena di ostacoli, soprattutto per il suo ruolo futuro. «Abbiamo detto che l'Iva non aumenterà e manterremo questo impegno. Il nostro programma è sempre lo stesso, quello votato da 11 milioni di italiani. Abbiamo iniziato un lavoro e vogliamo portarlo a termine», ha ribadito elencando ancora una volta i 10 punti che dovranno far parte di «un programma omogeneo» (niente più contratti) del governo che verrà. Poi il racconto della crisi attaccando la Lega: «Sessanta milioni di italiani hanno vissuto questo agosto nell'incertezza assoluta. La crisi è stata innescata da una forza politica che ha staccato la spina al governo di Giuseppe Conte. Una forza politica ha staccato la spina al governo dopo il rimborso ai truffati delle banche, il reddito di cittadinanza, nuove politiche sull'immigrazione e che si era guadagnato il rispetto europeo». E poi una bordata: «La Lega mi ha informato di voler proporre me come premier», rivela Di Maio, «e di aver informato anche le istituzioni». E ancora: «Grazie, rifiuto questa proposta con serenità e ringraziando chi l'ha avanzata. Anche se non rinnego il lavoro fatto insieme in questi 14 mesi. A me interessa il meglio per il Paese, non per me». Una confidenza che ha svelato i piani del Carroccio per ricucire lo strappo, mentre Salvini, all'uscita dal colloquio, aveva detto che l'unica via possibile dopo la crisi era il voto. Di Maio ha sottolineato di aver rinunciato a fare il premier anche dopo il 4 marzo e di aver aperto a Conte: «Grazie alla mia rinuncia da premier, l'Italia ha conosciuto Giuseppe Conte, il M5s è andato al governo. Come ho fatto allora, anche oggi rifiuto l'offerta della Lega. Quel che conta è che l'Italia sia sempre più forte, anche a livello internazionale, e il riconoscimento di ieri di Donald Trump ci fa capire che siamo sulla strada giusta». Insomma, doppia rinuncia ma poi nessuna smentita sulle voci che lo vogliono ancora intestardito per restare vicepremier, al punto di rischiare di far saltare la trattativa: «Se nelle prossime ore il presidente della Repubblica affidasse l'incarico al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, chiederò che si parta dal programma e solo dopo si potrà decidere chi sarà chiamato a decidere le politiche concordate». Di Maio non dice di aver rinunciato a fare il braccio destro di Conte, malgrado il niet del Pd, né di non voler andare al ministero della Difesa (come i grillini ritengono che meriti). Da oggi riparte il toto nomine ma anche il voto online sulla piattaforma Rousseau. Vedremo se Giggino manterrà l'aplomb quirinalizio dopo che ieri mattina aveva già preso una sberla dal nuovo alleato di governo Nicola Zingaretti, che aveva detto al presidente: «Sì a Conte premier, no staffette e passaggi di testimoni». Infatti fin dall'incontro della mattina il nodo Di Maio vicepremier non veniva sciolto con il Pd irremovibile: «Conte è il premier ma lo schema a due vice non c'è più». Una doccia fredda per Di Maio che sembrava lanciare il suo grido di dolore: «Si pensi a soluzioni, non a colpire me. Ognuno dovrebbe dimostrare responsabilità in queste ore difficili per il Paese, perché ci siamo ritrovati in una crisi di governo senza un perché per colpe che non sono del M5s». In serata Beppe Grillo, fondatore del M5s, pubblica sul blog un intervento in pieno stile Mario Monti che ha il sapore dello stop alle ambizioni di Di Maio: «È l'occasione», dice, «di dimostrare a noi stessi e agli altri che le poltrone non c'entrano: i ministri vanno individuati in un pool di personalità del mondo della competenza, assolutamente al di fuori dalla politica». Apriti cielo, l'uscita dell'«elevato» scoppia come una bomba nelle stanze del vicepremier grillino. Tanto che paiono una corsa ai ripari le ricostruzioni fatte filtrare nelle agenzie su un ravvedimento del comico. Come questa dell'Ansa: «Nel corso di una telefonata di questa sera Grillo, secondo fonti vicine all'ex comico e al capo politico, ha sottolineato a Di Maio che è lui ad avere titolo per decidere la squadra. «Sei tu il capo politico, e decidi tu per il Movimento, il mio è stato un paradosso». Ma la pezza sembra peggio del buco. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/grillo-sembra-monti-ministri-solo-tecnici-2640089618.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="il-movimento-non-vuole-alleati-dem-alle-prossime-elezioni-regionali" data-post-id="2640089618" data-published-at="1782229728" data-use-pagination="False"> Il Movimento non vuole alleati dem alle prossime elezioni regionali Non piace proprio, alla base calabrese del Movimento 5 stelle, la proposta dem di allargare l'alleanza M5s-Pd anche alle prossime elezioni regionali. Il segretario Nicola Zingaretti l'aveva prospettato già alcuni giorni fa e ieri ha ribadito la proposta nel corso della direzione nazionale del Partito democratico, convocata al Nazzareno per spiegare le ragioni che hanno portato il Pd a un accordo con i grillini, in vista della formazione del governo giallorosso. Fra poche settimane si terranno le elezioni regionali in Umbria. Poi, a stretto giro, anche in Calabria, Veneto, Toscana ed Emilia Romagna. In funzione di ciò - in linea con le indiscrezioni che arrivavano dalla trattativa a Roma - domenica scorsa il senatore democratico Ernesto Magorno, ex segretario regionale del Pd calabrese, aveva «aperto» alla possibilità di un accordo con i pentastellati, anche per le elezioni in Calabria, che dovrebbero tenersi entro fine novembre, alla scadenza, cioè, del quinquennio in cui la regione meridionale è stata governata dal centrosinistra. La sortita di Magorno però non è affatto piaciuta ai grillini calabresi, i quali specie sul Web, hanno rispedito al mittente l'invito. Ma non solo sui social network è stata bocciata la proposta del senatore dem. L'europarlamentare Laura Ferrara, esponente di spicco del Movimento 5 stelle in Calabria, con una nota stampa, senza mezzi termini, ha preso le distanze dalla proposta gelando l'esponente del Pd: «Noi apriamo a liste civiche vere (e non finte) e nessuna alleanza è prevista con nessun partito», ha seccamente replicato l'eurodeputata calabrese. Si sono susseguiti, quindi, i commenti di grillini calabresi contrari all'ipotesi di accordo con i dem per le prossime elezioni regionali. «Siamo tutti in attesa degli imminenti sviluppi della crisi di governo, e vedremo se si riuscirà a dar vita ad un esecutivo col Pd. Ma sia chiaro che l'alleanza governativa non potrà trovare alcuna possibilità di essere replicata per le regionali in Calabria, dove il Partito democratico è il padre dello sfascio prodotto dall'ultimo e dai precedenti periodi di governo della regione». Così ha commentato Francesca Menechino, capogruppo pentastellata al consiglio comunale di Amantea (Cosenza). Ma ci sono stati tantissimi altri «no» arrivati dalla base grillina calabrese, che di un accordo con il Pd per le regionali non vuole sentir parlare: in Calabria, senz'altro, prevalgono nel M5s i pareri contrari al patto locale col Partito democratico. I grillini calabresi sono in maggioranza più vicini alla linea dei loro big di livello nazionale Alessandro Di Battista, Gianluigi Paragone e Davide Barillari, che hanno espresso forti perplessità rispetto alla decisione dei vertici del Movimento di allearsi con i democratici. Nelle regioni del Sud, inoltre, c'è molta preoccupazione per un'eventuale inversione di tendenza rispetto alla problematica dei flussi migratori. Calabria e Sicilia sono i territori più esposti a tale fenomeno, e il successo della Lega e di Matteo Salvini a quelle latitudini è indubbiamente legato a determinate decisioni in tema di sbarchi. In base a queste prese di posizione, in Calabria il piano di Zingaretti per sfilare il «Movimento 5 stelle dall'abbraccio delle destre» parte decisamente in salita. Il quadro politico calabrese, a pochi mesi dal voto per il rinnovo del consiglio regionale, è oltremodo confuso. Il Pd nazionale ha scaricato l'attuale governatore dem, Mario Oliverio, causando una spaccatura interna al partito fra favorevoli e contrari a una sua ricandidatura. Sul fronte del centrodestra c'è molta attesa per la direzione che imboccherà la Lega, che ancora non ha sciolto le riserve su un eventuale sostegno al candidato governatore di Forza Italia, Mario Occhiuto, già sceso in campo.
L'amministratore delegato e direttore generale di Simest Regina Corradini D'Arienzo
Al «Giorno della Verità» nel dialogo L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa è intervenuta Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest. Al centro del confronto il sostegno alle imprese colpite dallo shock energetico, il ruolo delle Pmi, la filiera produttiva e le prospettive dell’export italiano.
Un miliardo di euro per sostenere le imprese che hanno subito lo shock energetico e il rischio di un rallentamento degli investimenti, soprattutto per le piccole e medie imprese. È uno dei passaggi chiave del dialogo andato in scena al «Giorno della Verità» nel panel L’energia del potere – La partita decisiva per l’Europa, con protagonista Regina Corradini D’Arienzo, amministratore delegato e direttore generale di Simest, intervistata dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin.
L’intervento ha messo al centro la necessità di evitare un freno alla crescita delle imprese dopo la fase di shock energetico. Le risorse stanziate, è stato spiegato, nascono dalla volontà di sostenere la continuità degli investimenti attraverso un’iniezione immediata di liquidità e un contributo a fondo perduto fino al 30%.
Nel ragionamento, un ruolo centrale è stato attribuito al concetto di filiera, indicato come elemento chiave per la tenuta del sistema produttivo italiano. L’eventuale blocco degli investimenti, è stato sottolineato, rappresenterebbe infatti un rischio significativo per la competitività complessiva.
Ampio spazio anche al tema dell’export italiano e alla sua evoluzione. Secondo quanto illustrato, la forza delle imprese italiane risiede nella diversificazione settoriale e nella struttura familiare delle aziende, considerata un punto di forza nella capacità di resistere agli shock esterni, anche in contesti geopolitici complessi.
Tra i dati citati, la prospettiva di un export italiano in crescita fino a 700 miliardi di euro entro il 2027. Un obiettivo che, è stato osservato, richiede un sistema in grado non solo di sostenere ma anche di incentivare l’internazionalizzazione delle imprese.
Attualmente, meno del 9% delle aziende italiane esporta: un dato che, secondo quanto emerso dal confronto, evidenzia la necessità di ampliare la platea delle imprese attive sui mercati esteri. Per questo motivo, è stato spiegato, gli strumenti di sostegno sono stati estesi anche alle piccole e medie imprese, con l’obiettivo di rafforzare l’intera filiera produttiva.
Continua a leggereRiduci
Francesco Lollobrigida e Massimo De Manzoni
«Le Tecniche di Evoluzione Assistita non sono OGM. Con la Tea la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. L'intervista di Massimo De Manzoni al ministro dell'Agricoltura Francesco Lollobrigida.
L'agricoltura italiana è la prima per valore aggiunto in Europa. Sono dati del 2024, confermati nel 2025. Il nostro export tocca quasi i 73 miliardi. Lo ha detto il ministro dell'Agricoltura e delle Foreste Francesco Lollobrigida intervistato dal codirettore della Verità Massimo De Manzoni. Frutto di un governo che ha investito 16, 8 miliardi di euro nel settore. «Mai nessun governo ha impegnato così tanto in un settore primario e noi abbiamo investito non speso» ha spiegato Lollobrigida. Investimenti che secondo uno studio di Ambrosetti genereranno 245 miliardi di euro di impatto nel settore.
Lollobrigida ha l'occasione di rivendicare il lavoro fatto per normare la commercializzazione della carne sintetica: «Una poltiglia cellulare che qualcuno ambiva a chiamare carne. Un alimento pensato per i poveri, non per tutti. Noi abbiamo chiesto di normare il prodotto. In Parlamento la legge è passata con il centrodestra, l’appoggio di altri e l’astensione di parte del Pd. Ci accusarono di restare isolati in Europa, ma poi in molti invece con noi. Così anche nel resto del mondo, dove qualcuno ha ripreso la nostra legge. Una vittoria che ha dimostrato che avevamo ragione. Non si potrà chiamare carne ma l’obiettivo è bannarla». Sulle Tecniche di Evoluzione Assistita risponde: «non sono OGM. Gli OGM intervengono tra specie diverse forzando la natura, mentre le TEA sono operazioni intraspecie: si accelera con la scienza qualcosa che la natura potrebbe realizzare da sola». Il Ministro fa un esempio: «Grazie alle TEA, la scienza non modifica la natura ma la mette in condizione di affrontare nuove sfide. Tra le sperimentazioni che stiamo conducendo come Italia, c'è il riso senza acqua. Sembra una cosa impossibile, ma stiamo sperimentando per raggiungere questo risultato». Sull'energia solare chiarisce: «Non siamo contro energia solare, ma siamo contro la speculazione dei terreni agricoli». Interrogato dal codirettore sulla possibilità di ricadute nel settore dovute al duro scambio tra Trump e Meloni, Lollobrigida risponde: «La rappresaglia di Trump è un rischio che vedo relativamente perché c’è una grande richiesta da parte del mercato americano».
Continua a leggereRiduci
Il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni
Il presidente esecutivo di BF Spa, intervistato dal condirettore Massimo de' Manzoni sul palco del Giorno della Verità, spiega perché il mondo agricolo rappresenta una priorità nazionale e non può essere separato dall'economia e dalla politica.
Cibo, filiere e sovranità. Intervistato dal condirettore Massimo de’ Manzoni in occasione de il Giorno della Verità, il presidente esecutivo di BF Spa (Bonifiche Ferraresi) Federico Vecchioni ha fatto il punto sull'importanza del mondo agricolo e sulle sue potenzialità palco nazionale (e non solo).
In vista della complessità dell'attuale contesto mondiale, afferma Vecchioni, si potrebbe dire che l'agricoltura abbia finalmente riacquistato il suo reale valore, acquisendo persino un importante ruolo geostrategico. «C’è una percezione internazionale che quello agricolo sia un tema di rilevanza non solo economica, ma anche sociale. Basti pensare che l’emergenza alimentare in aree di scarsità agricola abbia causato tensioni preoccupanti e strutturali in ambito planetario. Per questo, il mondo agroalimentare è tornato a un’attenzione non più solo di settore. «Il ministero dell'Agricoltura è politico. E l’agricoltura non può essere collocata ai margini dell’economia: sarebbe un grave errore di tipo politico».
«Ma se da un lato la rilevanza del cibo è tornata di tutti i Paesi (non solo quelli più poveri), dall’altra» sostiene il presidente esecutivo di BF Spa «abbiamo il dovere quasi morale di dare al comparto della produzione agricola una priorità di allenza tra governi, in primis l’Europa e le scelte fatte dal 1957. Allora si pensava al reddito agricolo, poi lo si è a lungo dimenticato».
Bonifiche Ferraresi, nella visione di Vecchioni, «è un ecosistema molto flessibile di imprese che hanno deciso di creare un’infrastuttura industriale con natura privata ma con la consapevolezza di una rilevanza istituzionale. Dobbiamo quindi intervenire sul tessuto sociale: con un sano tessuto sociale ci sarà un sano tessuto produttivo. In caso contrario no».
De' Manzoni concentra quindi l'attenzione sul modo in cui creare un sano tessuto sociale, in questo mondo di scarse risorse e di un'intelligenza artificiale che le assorbe ulteriormente, mentre al contrario diminuiscono le terre coltivabili. Vecchioni spiega tuttavia che, fortunatamente, «in realtà nel mondo esiste ancora molta terra da preservare e restituire alle future generazioni». Inoltre, afferma, «BF Spa non compra terreni, ma gestisce valore per realizzare un'infrastruttura che può essere replicata anche in altri contesti (le cosiddette model farm), ma che al tempo stesso opera con la comunità (dai piccoli agricoltori alle istituzioni).
Nella fase finale dell'intervento, Vecchioni ha ricordato l'importanza di tornare a investire sui giovani: «Nel 2022 gli iscritti alla facoltà universitaria di Scienze agrarie erano 4.200, mentre oggi sono meno di 2.000. Eppure, nello stesso momento, aumentano gli iscritti a Ingegneria agraria. La differenza la fa proprio la parola "ingegneria", che nell'immaginario dei giovani li fa pensare di avere un lavoro più sicuro se si iscrivono a questa facoltà rispetto a quella di agronomia». Con la consapevolezza rassicurante che «l’ia non sostituirà mai la professione dell’agricoltore».
Continua a leggereRiduci
Al «Giorno della Verità» sono intervenuti Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, in un confronto moderato dal vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin. Al centro del dibattito la trasformazione della competitività italiana tra mobilità sostenibile, infrastrutture digitali e logistica integrata.
Georg Gufler, Chief Executive Officer di Doppelmayr Italia; Fulvio Giuliani, giornalista e responsabile comunicazione di Interporto Rivers; e Stefano Paggi, Chief Technology & Operation Officer di FiberCop, insieme al vicedirettore de La Verità Giuliano Zulin che ha moderato il panel. Sono i protagonisti del confronto La fabbrica del futuro, andato in scena al «Giorno della Verità», dedicato alla sfida della competitività nella rivoluzione digitale italiana.
Al centro del dibattito l’idea di una fabbrica del futuro più veloce, connessa e integrata tra sistemi di trasporto, logistica e infrastrutture digitali. Un modello in cui, è stato sottolineato, la circolazione delle merci e delle informazioni diventa elemento decisivo di sviluppo.
Gufler ha descritto la mobilità come una sfida centrale per lo sviluppo sostenibile dei territori, illustrando l’attività di Doppelmayr Italia, società attiva da oltre 130 anni e con più di 600 installazioni realizzate in Italia tra impianti turistici e urbani. Tra i punti chiave del suo intervento, il ruolo dei sistemi a fune come soluzione complementare alle infrastrutture tradizionali, con tempi di realizzazione più rapidi e costi inferiori rispetto ad altre opere, oltre a benefici in termini di impatto ambientale e consumo di suolo.
Nel panel è stato inoltre citato un progetto realizzato a Parigi, con cinque stazioni collegate alla rete metropolitana e ferroviaria, che avrebbe consentito una riduzione dei tempi di percorrenza di circa 22 minuti.
Ampio spazio anche alla digitalizzazione delle infrastrutture. Paggi ha richiamato il ruolo di FiberCop e l’obiettivo di estendere la connessione veloce a circa 20 milioni di unità tra famiglie e imprese, sottolineando la centralità della rete come infrastruttura strategica per la competitività del Paese.
Sul fronte logistico, Giuliani ha illustrato il ruolo degli interporti come nodi fondamentali per lo smistamento delle merci. In Italia ne esistono circa trenta, ha ricordato, e rappresentano una componente ancora poco conosciuta ma strategica della catena logistica nazionale. L’interporto di Marghera è stato indicato come esempio di crescita recente, con oltre un milione e mezzo di tonnellate movimentate nell’anno.
Nel dibattito è emersa anche la necessità di rafforzare il trasporto intermodale e le connessioni con i traffici marittimi e le direttrici europee, così come la possibilità di utilizzare sistemi innovativi anche per il cosiddetto «ultimo miglio» urbano.
Infine, è stato affrontato il tema delle tecnologie avanzate, dall’intelligenza artificiale alla crittografia quantistica, considerate strumenti destinati a incidere sia sull’elaborazione dei dati sia sulla sicurezza delle reti digitali.
In chiusura, una riflessione sul bisogno di accelerare il cambiamento infrastrutturale e produttivo del Paese, tra investimenti, innovazione e superamento delle resistenze alla trasformazione.
Continua a leggereRiduci