Governatori in rivolta. «Roma ha deciso senza considerare i dati»
Attilio Fontana attacca: «Analizzati numeri vecchi di dieci giorni». Vincenzo De Luca invoca «misure semplici e omogenee». Luca Zaia: «Viene punito chi fa più tamponi».

Teoria e prassi della creazione del caos: il governo di Giuseppe Conte è riuscito a trasformare una situazione delicata in un rompicapo, in un esempio di collasso istituzionale, di potenziale guerra di tutti contro tutti. Il primo a sparare su Palazzo Chigi è stato un governatore di sinistra, il campano Vincenzo De Luca: «Si assumerà il governo la responsabilità sanitaria e sociale conseguente alle sue scelte, sempre ritardate, e sempre parcellizzate». Poi: «Avevamo chiesto al governo tre cose precise: misure immediate di ristoro o di detassazione; congedi parentali per le madri lavoratrici dipendenti, con retribuzione piena e bonus baby sitter per le lavoratrici autonome; misure omogenee e semplici su tutto il territorio nazionale, dato che il contagio è ormai diffuso in tutto il Paese. Queste misure non sono state accolte».

Da tutt’altra latitudine geografica e politica, analoga irritazione arriva dalla Lombardia. Attilio Fontana non è favorevole alla logica dei lockdown locali (il dpcm entrerà in vigore venerdì) e avrebbe a sua volta voluto «interventi omogenei in tutto il territorio»: «La diffusione del virus è uniforme in tutto il Paese. Le differenze riguardano l’ampiezza del tracciamento che varia da regione a regione. È evidente che, una volta verificato l’impatto delle misure già adottate sulle curve del contagio, ulteriori azioni di contrasto al virus dovranno a loro volta essere uniformi». E invece «una serie di interventi territorio per territorio, polverizzati e non omogenei, sarebbero probabilmente inefficaci».

Non solo: la Lombardia lamenta una scarsa considerazione da parte del governo sia degli sforzi già fatti dalla Regione sia del fatto che l’indice Rt sia in calo (secondo il Cts regionale, ieri i valori sono stati 1,6 per tutta la Lombardia e 1,5 per Milano: entrambi in discesa). Il ragionamento della Regione può essere riassunto così: già l’ordinanza lombarda di quasi 15 giorni ha fatto scattare una serie restrizioni, i cui effetti andrebbero valutati con attenzione: anzi, occorrerebbe prendere atto di alcuni primi segnali positivi. Su Facebook Fontana ha scritto: «Da nostre informazioni, l’ultima valutazione della cabina di monitoraggio del Cts con l’analisi dei 21 parametri risale a circa dieci giorni fa. Ciò è inaccettabile. Le valutazioni devono essere fatte sulla base di dati aggiornati a oggi, tenendo conto delle restrizioni già adottate in Lombardia, dei sacrifici già fatti dai lombardi in questi dieci giorni per contenere la diffusione del virus, e dai quali registriamo un primo miglioramento. Sto insistendo affinché, prima che si stabilisca la collocazione della Lombardia, i dati vengano aggiornati». In sostanza, sarebbe paradossale se Roma ignorasse i primi effetti di ciò che la Lombardia ha già deciso da tempo.

Quanto al Veneto, il governatore Luca Zaia, oltre a lanciare la proposta di coinvolgere pure i veterinari nell’effettuazione dei tamponi («Con modalità drive in»), contesta il fatto che i famosi 21 parametri fissati dal governo non tengano conto dell’operazione di tamponi a tappeto realizzata in Veneto: «Noi a ora non sappiamo ancora in quale fascia di rischio siamo (sarà gialla, ndr) : attendiamo ci sia il confronto nelle prossime ore. Abbiamo però contestato per iscritto che i modelli per definire i 21 parametri non tengano conto dei tamponi rapidi e in Veneto ne facciamo oltre 10.000 al giorno». Il paradosso è che «così la virtuosità del Veneto rischia di essere penalizzante: se rallentassimo la “macchina” dei tamponi saremmo avvantaggiati sul fronte dei parametri, ma metteremmo a rischio la salute dei cittadini. Per questo dico sempre che bisogna parametrare il numero dei positivi con i tamponi fatti, compresi i tamponi molecolari e rapidi. E poi, la maggioranza dei positivi trovati sono asintomatici. I nostri parametri di riferimento quindi sono le terapie intensive e i ricoveri».

Dopo di che, Zaia ha raccomandato cautela («Sappiamo che se sgarriamo passiamo di fascia») e descritto il lavoro in corso per evitare che il trattamento dei pazienti Covid influisca sul resto del servizio sanitario: «L’importante è che oggi in Veneto i pazienti abbiano tutti un letto: magari potrà esserci qualche ritardo nella presa in carico dei reparti, ma garantiamo a tutti le cure. Il modello matematico continua a dirci che il picco sarà a metà novembre, e quindi come si dice in Veneto “duri ai banchi” e andiamo avanti».

Ma resta la sensazione spiacevole del meccanismo perverso creato da Roma: il confronto tra ministro della Salute e governatori è foriero di conflitti e non è difficile immaginare che, ovunque sorgeranno problemi, ciascuno avrà buon gioco a incolpare l’altra parte. Con Roma pronta ad adottare lo schema di sempre: se le cose vanno bene, merito del governo; se vanno male, colpa delle Regioni.

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