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Gli uomini sono sempre più interessati alla cura del corpo

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Gli uomini sono sempre più interessati alla cura del corpo
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  • Cosmetici green, trattamenti mirati e chirurgia estetica. Negli ultimi 10 anni, il sesso maschile ha scoperto l'importanza della bellezza.
  • Quasi il 40% degli uomini del Bel paese soffre di calvizie. Il dottor Mauro Conti di HairClinic ci spiega come prevenirle e come curarle.
  • Una skincare efficace in soli tre step. È l'ultima proposta di Plentiness, portale di e-commerce dedicato al beauty sostenibile.
  • Barberino's crea due kit per la cura della barba e per la rasatura.

Lo speciale contiene cinque articoli e gallery fotografiche


Gli uomini amano sempre di più prendersi cura del proprio corpo. Secondo l'ultima ricerca di L'Oréal intitolata «Gli uomini italiani e la cura di sé», il sesso maschile utilizza un numero sempre maggiore di prodotti cosmetici. È infatti aumentato, rispetto al 2013, l'utilizzo di prodotti specifici per la rasatura e per la cura della barba, per la cura di mani e piedi, dei prodotti per la cura per il viso (compresi gli anti-age e il contorno occhi), delle fragranze, dei prodotti per la cura dei capelli (compresi balsamo e maschere) e perfino del make-up, anche se in questo caso il fenomeno resta contenuto.

Più in generale, per gli Italiani, prendersi cura di sé è diventato un piacere - lo dichiara il 56% contro il 44% del 2013, - oltre che una preoccupazione, tanto che il 36% dichiara di curare il proprio aspetto per apparire più giovane. È inoltre cresciuto il ricorso a professionisti, tanto che stiamo assistendo all'aumento della propensione alla chirurgia estetica: il 23% gli Italiani non esiterebbero il ricorso al "ritocchino" nel caso in cui non si sentisse bene con sé stesso (nel 2013 era solo il 17%). Anche il dermatologo è una figura ormai riconosciuta: ne hanno fatto ricorso il 27% degli Italiani contro il 14% del 2013.

E se grazie al successo dei Maneskin, le ricerche di "eyeliner per uomini" sono cresciute del 70%, anche nello studio L'Oréal, gli uomini appaiono sempre più interessati alla cosmetica, specialmente quella green. Il 58% degli italiani ha infatti dichiarato di preferire prodotti beauty fatti con ingredienti organici e naturali. Tra le principali ragioni per cui ci si prende cura di sé emerge la volontà di sentirsi bene con sé stessi e in salute, trascendendo l'apparire. In generale esiste una maggiore consapevolezza di come prendersi cura di sé rispetto al passato: dall'alimentazione, al ricorso di integratori all'evitare le scottature solari. Si è inoltre più aperti ai ritrovati scientifici che possano far apparire meglio.

I peggiori nemici della bellezza secondo gli uomini del Belpaese? Sul podio l'inquinamento (per il 38%), lo stress (per il 36%) e l'alimentazione scorretta (per il 33%), seguono il fumo (31%) e la mancanza di attività fisica (31%). In questo contest anche, rivolgersi a professionisti della bellezza non è più un'abitudine esclusivamente femminile: il 76% degli Italiani va dal parrucchiere o dal barbiere e il 12% dall'estetista (il 16% se consideriamo i più giovani 15-34enni).

Il 40% degli italiani soffre di calvizie. Ecco cosa fare

Mauro Conti (HairClinic)

Quella delle calvizie è una problematica che riguarda poco meno di un uomo su due. Quasi il 40% degli italiani dichiara di essere soggetto a un’importante perdita di capelli, portando il Bel Paese tra i primi al mondo per diffusione della malattia. Secondo il dottor Mauro Conti, direttore scientifico del gruppo HairClinic e presidente dell’Osservatorio Nazionale della Calvizie, «oggi curare i follicoli capilliferi malati è l’obiettivo numero uno e va fatto in maniera tempestiva al presentarsi del problema. Una straordinaria innovazione tecnologica in questo senso è certamente la medicina rigenerativa e inclusiva, una nuova disciplina medica che permette di aiutare i follicoli in difficoltà e favorire in maniera efficace la funzionalità follicolare, ovvero la capacità dei follicoli di far nascere e crescere i capelli».

Il medico ha sottolineato come sia possibile «far sì che i follicoli sani rimangano tali riducendo al contempo l’evoluzione di una malattia come la calvizie che comporta conseguenze estetiche e psicologiche non indifferenti in chi ne soffre. Non è un caso, quindi, se sempre più stelle dello sport ricorrano alle nuove terapie cliniche per correre ai ripari. Grazie a questo approccio di medicina inclusiva, il trapianto di capelli si trasforma in un gesto medico di grande perfezionamento estetico, attuabile eventualmente a seguito di una reale risoluzione del problema della calvizie».

Negli ultimi anni, la lista delle celebrità dello sport che scelgono di ricorrere a trattamenti contro la calvizie e la perdita di capelli è sempre più corposa, arrivando a includere autentiche icone contemporanee come David Beckham, il campione di tennis Rafael Nadal e il cestista Lebron James, nominato da Associated Press l’atleta più importante dello scorso decennio. Le statistiche lo confermano: le ragioni di un binomio sempre più attuale, quello calvizie e professionismo, sono da ricercarsi innanzitutto nel modello vincente e di emulazione che i grandi protagonisti dello sport emanano e comunicano. Mentre da oltre 15 anni sempre più discipline agonistiche vengono trasmesse in televisione e l’audience mediatica cresce, il ruolo degli sportivi (e con essi la propria immagine) sfocia spesso nella cultura di massa e indica modelli anche estetici di successo.

«Gli atleti professionisti contemporanei, anche fuori dal loro contesto sportivo, sono icone perennemente al centro dell’attenzione. Idolatrati dai giovanissimi, sono portati ad incarnare determinati standard fisici ed estetici per generare ulteriore appeal» ha evidenziato il dott. Conti. «La presenza di una chioma folta e curata, storicamente uno degli aspetti che più infondono sicurezza nell’uomo e nei suoi spettatori, diventa così un ingrediente del tutto primario nella costruzione dell’immagine pubblica».

La skincare maschile in tre semplici step

Una beauty routine fatta da soli tre step. Ben diversa da quella della controparte femminile, fatta di dieci passaggi importantissimi, la cura della pelle maschile può essere facile e veloce, ma non per questo meno efficace.

A proporre questo tris di prodotti è Plentiness - portale dedicato alla bellezza sostenibile - grazie al detergente, la crema e l'olio viso e barba firmati Alex Carro., Un trio perfetto per prevenire e contrastare i primi segni del tempo, senza appesantire la pelle.

Si parte dal «Facial Cleanser 2/5», un detergente viso dalla delicata texture in gel che si trasforma in latte a contatto con l'acqua. Un blend ricercato di ingredienti botanici selezionati per rimuovere a fondo tutte le impurità, lasciando la pelle fresca, luminosa e idratata. Gli estratti di arancia amara sono infatti particolarmente efficaci nel rimuovere gli eccessi di sebo e a regolarne la produzione nel tempo. Deterge a fondo i pori lasciando la pelle pulita e non irritata. Si passa poi alla «Face Cream 4/5». Una crema viso semplice ma efficace, adatta all'uso quotidiano. La sua texture è ricca e sontuosa. Si fonde con la pelle regalandole tono, morbidezza e profonda idratazione. La sua formula delicata è perfetta anche per il contorno occhi, dove agisce efficacemente con il suo blend di ingredienti botanici dai potenti poteri antiossidanti. Il potere dell'acido ialuronico a tre pesi molecolari trattiene a lungo l'ideale umidità cutanea regalando un aspetto pieno e sodo, oltre a un'impareggiabile sensazione di comfort e piacere, accompagnata da un aroma caldo e sottile con note di lavanda montana e incenso.

La routine maschile finisce poi con il «Balancing Face Oil 1/5», un olio viso a base di preziosi oli dalle qualità rigeneranti. Utilizzandolo tutti i giorni dono alla pelle la sua dose ottimale di acidi grassi e Vitamina E, sostanze essenziali per mantenerla idratata, fresca e luminosa. Particolarmente benefico per le pelli miste in quanto i suoi ingredienti hanno la capacità di regolare ed equilibrare progressivamente la produzione di sebo oltre a non chiudere i pori. Ha un profumo particolarmente sottile, caldo e penetrante che rilassa i sensi con le sue note di incenso lasciando la pelle distesa. Ne bastano tre o quattro gocce per risultati davvero visibili in poche settimane.

Barberino's - Kit rasatura

Un set pensato per il grooming quotidiano che contiene la Crema da Rasatura con formulazione di ultima generazione, il Balsamo Dopobarba Lenitivo e la Crema Viso Ultra-Idratante. Tutto all'interno della elegante ed inconfondibile scatola Barberino's.

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Un set pensato per il grooming quotidiano che contiene lo Shampoo Barba, il Balsamo Barba Multifunzione, e la Spazzola da Barba in legno Wengè. Tutto all'interno della elegante ed inconfondibile scatola Barberino's.


Cinema in ostaggio del copione antifascista
Juliette Binoche (Ansa)
Con la solita scusa della destra che soffoca l’arte, le produzioni «rosse» fanno incetta di fondi pubblici per imporre una narrazione ideologica «superiore». Ma il revival del Sessantotto rallenta l’adattamento all’ambiente mediale basato sulla pluralità delle voci.

Mentre in Italia la categoria che negli anni in cui hanno governato «i fascisti» ha percepito due miliardi e mezzo di sostegni sogna di poter vivere in un mondo simile a quello che sognava il compositore di corte del Re Sole, Jean-Baptiste Lully, in Francia è successo qualcosa di molto interessante. Sì, perché se è vero che in Italia la domanda da fare a chi auspica «mondi piccoli» è costretta ad aleggiare senza mai essere posta - «in un mondo in cui ci siete solo voi chi ve li dà i fondi per fare i film?» - la classe intellettuale francese, molto meno di mondo e sorniona di quella partenopea e molto più militante e priva di autoironia, si è prodotta in un classico: una bella «lettera aperta» contro i «fascisti» che soffocano il cinema.

Questa volta il bersaglio è stato il magnate dei media Vincent Bolloré e la vicenda si sarebbe dipanata sui binari soliti da 70 anni a questa parte, senonché questa volta la «cattiva oca» ha deciso di mordere chi le stava tirando il collo: Bolloré ha risposto che le sue aziende non avrebbero più collaborato con i firmatari della lettera. E così Juliette Binoche, Mark Ruffalo, Ken Loach, Aki Kaurismäki, Javier Bardem e molti altri «artisti militanti» saranno esenti dalle contaminazioni della «deriva di destra» e dalla «influenza indebita» sulla produzione cinematografica.

Questa è solo l’ultima puntata di una vicenda nata mesi fa quando sempre Bolloré attraverso il centro studi Institut de l’Espérance rese pubbliche le proposte volte a ridurre le spese statali e i sostegni pubblici alla cultura, al fine di contrastare forme di egemonia ideologica consolidate. Recentemente anche l’ex ministro Gennaro Sangiuliano, tornando sul tema della reale funzione dei sostegni pubblici per prodotti culturali che nessuno fruisce, si è posto all’interno della più ampia, complessiva, riflessione sulla forma-cinema intesa come sistema novecentesco sia dal punto di vista produttivo sia da quello fruitivo, dove la grande ombra che si proietta su tutto quel mondo arriva non solo dalla preminenza delle serie-tv sui film ma dal grande elemento ignoto e minaccioso che, come in Mulholland Drive di David Lynch, attende dietro l’angolo: l’Intelligenza artificiale.

Per l’arte che trova il suo senso estetico nell’essere espansione di una tecnologia, il trovarsi di fronte a un momento di cambio di paradigma tecnologico non consente la riproposizione pedissequa di schemi, poetiche, ruoli e richieste tipiche di un mondo che non esiste più. Il fatto che Hollywood appaia come l’ultimo posto al mondo in cui vigono ancora il woke e le normative Dei conferma proprio la sua obsolescenza e il suo rifiuto nell’accettare un viale del tramonto ormai imboccato.

Anche in Europa, e in Italia in particolare, il mantenimento di strutture centralizzate e sovvenzionate rischia di ritardare l’adattamento a un ambiente mediale frammentato, in cui la pluralità delle voci emerge più efficacemente da processi decentralizzati e dove l’insieme di queste dinamiche suggerisce che le tensioni tra capitale privato, finanziamento pubblico e produzione culturale non si riducono a dispute contingenti su singoli film o su singole personalità ma investono questioni di più ampio respiro che si sostanziano nel rapporto tra libertà tematica e pretese di sostegno statale. A tal proposito al Festival di Cannes finito ieri è stato presentato il film L’Abandon di Vincent Garenq, dedicato agli ultimi giorni di vita di Samuel Paty, l’insegnante francese decapitato nel 2020 da un attentatore islamista per aver mostrato vignette satiriche durante una lezione. La pellicola ha suscitato reazioni immediate da parte del conformismo di sinistra sottoforma di accuse di razzismo o di alimentazione di stereotipi. Ancora una volta ci siamo trovati di fronte alla riproposizione del tipico schema di inversione: la vittima che diventa colpevole e colpevole, più precisamente, di contraddire la narrazione che giustifica la presenza, il dominio e la costante espansione del Parastato gramsciano che governa sia immigrazione che mondo della cultura. Apparentemente, dunque, ricomponendo tutti i termini della questione, ci troveremmo semplicemente di fronte a un revival della linea sessantottina classica: dominio ideologico della sinistra in un settore culturale, richiesta di fondi pubblici, rivendicazione di poter produrre arte anche in assenza di pubblico, scontro coi «fascisti» che devono pagare e tacere, imposizione di gerarchia morale tra un mondo di artisti eletti e uno di gretti commercianti, talmente ignoranti da non andare al cinema e sfruttamento del conflitto ideologico secondo le tecniche del Parastato gramsciano.

Tutto già visto? E no, questa volta no. Come farebbe notare Carlo Freccero, ci troviamo oggi di fronte a una differenza sostanziale: mentre il cinema nel Sessantotto rappresentava forze di critica sociale che condividevano la spinta avanguardista di contrapposizione al sistema, oggi il mondo del cinema si schiera come un sol uomo a difesa e preservazione del sistema attraverso le più stataliste e privilegiate rivendicazioni, suggerendo addirittura una sorta di superiorità morale, proprio come i «papà» che François Truffaut contestava tanto.

Il manuale per i lupi solitari dell’Isis insegna come falciare i miscredenti
Ansa
Pubblicato all’apice dello Stato islamico, resta il testo chiave pure per i terroristi di oggi.

Sono passati ormai dieci anni da quando l’Isis ha pubblicato il suo manuale per lupi solitari. Si intitolava How to survive in the West (Come sopravvivere in Occidente) e rappresentava il testo sacro degli aspiranti jihadisti. Chiunque, all’epoca, poteva scaricarlo tramite i canali più o meno ufficiali dello Stato islamico e mettere in pratica gli insegnamenti raccolti negli 11 capitoli che lo compongono. E che oggi rappresentano un ottimo strumento per comprendere quali parti siano rimaste immutate nell’addestramento degli aspiranti terroristi islamici e quali siano cambiate.

Al centro di tutto, c’è la taqiyya, la capacità di dissimulare e mentire: «Non mostrate che siete musulmani, in questo modo eviterete di finire tra i sospettati di essere terroristi». Profilo basso, quindi. Si consiglia di evitare barbe lunghe e, per le donne, di indossare niqab neri. Meglio quelli colorati. Allo stesso modo, quando si è in pubblico, è preferibile evitare nomi che ricordino la religione islamica ed è necessario mostrarsi sempre cordiali con tutti.

Uno degli obiettivi principali dei lupi solitari, poi, è quello di raggranellare soldi nel modo più semplice possibile. E, ancora una volta, senza dare nell’occhio. Chi è in grado organizzi truffe bancarie o hackeri i conti di grandi aziende. L’obiettivo da colpire? Naturalmente gli infedeli, il «vero nemico». Meglio ancora se israeliani.

Comunicare in sicurezza è fondamentale. Ed è uno dei tanti errori che ha fatto il ragazzo nordafricano di Firenze. Lo Stato islamico suggerisce infatti di tenere un profilo basso: mai digitare parole come «jihad» o armi nei motori di ricerca. Per trovare informazioni in modalità anonima, meglio usare Tor.

L’apparenza è tutto: bisogna sembrare «puliti» agli occhi altrui. Anche, e soprattutto, quando ci si addestra. Correre e andare in palestra sono attività normali in Occidente, quindi si possono fare senza problemi. Bisogna evitare però di indossare simboli che richiamino armi o simboli legati all’islam. Ancora una volta la taqiyya, la dissimulazione: «Devi allenarti come una persona normale, non puoi sembrare diverso». Curiosamente, il volume per aspiranti jihadisti consiglia di imparare il krav maga, l’arte del combattimento corpo a corpo israeliana. Utilizzare le armi è fondamentale, ma è meglio evitare quelle vere e fare pratica con quelle di paintball e softair. Per imparare i movimenti di combattimento in zone urbane il videogioco Call of duty rappresenta un ottimo strumento.

Il volume suggerisce poi i metodi di attacco. Non solo bombe e armi da fuoco, che rappresentano strumenti più complessi, ma anche, e soprattutto, strumenti più semplici e facilmente reperibili. Del resto era stato proprio il portavoce dell’Isis, Abu Muhammad al-Adnani, a elaborare una nuova strategia, definendola delle «mille lame», per colpire l’Occidente. Attacchi improvvisi, rapidi e con mezzi di fortuna, alla portata di tutti, utilizzando auto-ariete e coltelli. La stessa dinamica dell’attacco di Modena.

Il ragazzo nordafricano di Firenze, però, voleva colpire in grande. Sognava l’attentato spettacolare, che causasse una carneficina. Cercava armi e preparava molotov. Un salto di qualità.

A distanza di dieci anni dalla sua pubblicazione, questo manuale rappresenta ancora il punto di riferimento di chi vuole colpire l’Occidente. Non a caso, dopo esser stato rimosso dal Web, circola tra la chat degli aspiranti terroristi. Che dissimulano e sembrano innocui mentre si preparano a colpire un Occidente sempre più stanco. Che ha abbassato la guardia, nonostante le tante ferite inflitte dal jihad.

Permessi: gli Usa chiudono, l’Ue apre
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Stretta dell’amministrazione Trump sulla green card: ora la si dovrà chiedere nei Paesi d’origine. L’esatto opposto delle ultime direttive provenienti dall’Europa.

L’amministrazione Trump vara una stretta importante sulla concessione della green card, il permesso di residenza permanente che da sempre è l’obiettivo di chi emigra negli Stati Uniti. O anche di chi sogna di andarci, tanto che da decenni imperversano online lotterie più o meno attendibili per ottenerla. Anche perché la green card è di fatto l’anticamera per l’ottenimento della cittadinanza americana, che può essere richiesta dopo 5 anni di permanenza nel Paese. Da adesso, salvo rare eccezioni, i richiedenti dovranno iniziare la procedura nel loro Paese d’origine, anziché una volta negli Stati Uniti, come spesso accade nella pratica. «D’ora in poi, un cittadino straniero che si trova temporaneamente negli Stati Uniti e desidera ottenere una green card dovrà tornare nel proprio Paese d’origine per presentare la domanda, salvo circostanze eccezionali», ha reso noto Zach Kahler, portavoce dei Servizi per la cittadinanza e l’immigrazione degli Stati Uniti (Usics). I titolari di visite temporanee, «come studenti, lavoratori temporanei o persone con visti turistici, vengono negli Stati Uniti per un breve periodo e per uno scopo specifico. Il nostro sistema è concepito in modo che lascino il Paese al termine del soggiorno. La loro permanenza non dovrebbe fungere da primo passo verso la procedura per ottenere la carta verde», ha spiegato.

La mossa della Casa Bianca è in controtendenza con l’indirizzo politico dell’Unione europea, che non più tardi di due anni fa, a marzo del 2024, ha varato una riforma della direttiva unica per l’ottenimento del permesso di soggiorno per motivi di lavoro. Le modifiche sulla carta non intaccano l’autonomia dei Paesi membri, ma l’obiettivo di Bruxelles era sempre il solito: rendere più incisiva la politica di integrazione dell’Unione Europea

Come detto, la competenza di stabilire i requisiti di rilascio del permesso unico a scopo di lavoro spetta agli Stati membri, ma la riforma accelera i tempi di trattamento delle domande di permesso, sulla carta soprattutto per contribuire all’efficace attuazione dei «partenariati volti ad attirare talenti» con i principali Paesi partner degli Stati membri.

Sta di fatto che gli eurodeputati hanno votato un provvedimento che ha abbreviato da 4 mesi a 90 giorni il termine utile per adottare la decisione sulla richiesta permesso unico, con possibilità di proroga di ulteriori 30 giorni per l’esame dei casi più complessi.

Meno tempo, meno controlli, quindi, con tutto quello che ciò rappresenta a livello di sicurezza.

Un punto in particolare della riforma va in direzione opposta e contraria rispetto a quella che stanno prendendo gli Usa: lo straniero titolare di un permesso di soggiorno valido può chiedere un permesso unico anche all’interno del territorio, in modo da evitare che chi risiede legalmente in Ue per ragioni diverse debba tornare nel proprio Paese di origine per chiedere il cambio di status giuridico.

Ma c’è di più: se il titolare di permesso unico è disoccupato la direttiva approvata nel 2024 (che in teoria prevede il recepimento da parte degli Stati membri entro due anni), gli concede tre mesi di tempo per trovare un altro posto di lavoro prima che gli venga ritirato il permesso. I tre mesi salgono a sei se il lavoratore è titolare di un permesso superiore a due anni.

Va detto che alcuni Paesi membri stanno cercando comunque di dare una stretta agli ingressi, sia per ragioni di sicurezza, sia per tutelare il lavoro dei loro cittadini. Ad esempio nuovo governo ungherese ha varato un piano di sospensione dei visti, che dovrebbe entrare in vigore a giugno, per i lavoratori extra-Ue. Ma l’esecutivo guidato da Peter Magyar deve far fronte a crescenti pressioni da parte aziende e associazioni di categoria che avvertono come un divieto improvviso potrebbe colpire la produzione in un mercato del lavoro già saturo.

Attimi di panico nei pressi della Casa Bianca: un uomo armato ha aperto il fuoco contro gli agenti del Secret Service prima di essere ucciso. Ferita gravemente una persona presente nella zona. Giornalisti costretti a interrompere le dirette e a mettersi al riparo.
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