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2021-04-25
Giustizia in saldo, toghe in vendita
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Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.
Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.
Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».
Missione miseramente fallita.
Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione

Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa)
Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
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Arresti in Puglia: presunte tangenti per aggiustare i processi. Una bustarella consegnata in un ascensore da un penalista.Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo alla «Verità»: verifiche sulla centrale di raccolta dati nella nostra Procura.Lo speciale contiene due articoli.Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».Missione miseramente fallita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-saldo-toghe-in-vendita-2652768462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="napoli-indaga-sui-server-fantasma-e-forza-italia-vuole-una-ispezione" data-post-id="2652768462" data-published-at="1619305359" data-use-pagination="False"> Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa) Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
Jannik Sinner trionfa a Montecarlo (Getty Images)
Sinner batte Alcaraz 7-6, 6-3 nella finale del Masters 1000 di Montecarlo e si riprende la vetta Atp. Primo set deciso al tie-break dopo oltre un’ora, poi la rimonta nel secondo: è l’ottavo titolo 1000 per l’azzurro.
Jannik Sinner torna sul trono del tennis mondiale e lo fa vincendo uno dei tornei più prestigiosi della stagione sulla terra battuta. Nella finale del Masters 1000 di Montecarlo, l’altoatesino supera Carlos Alcaraz in due set, 7-6(5), 6-3, al termine di una partita lunga oltre due ore e combattuta soprattutto nel primo parziale. Un successo che vale il titolo e anche il ritorno al numero uno del ranking Atp.
La sfida si gioca in condizioni non semplici, con il vento a disturbare costantemente il ritmo degli scambi e a rendere complicato il controllo dei colpi. Il primo set è segnato da diversi errori, ma anche da una tensione evidente: i game scorrono senza un vero padrone, tra occasioni mancate e improvvisi cambi di inerzia. Sinner fatica a trovare continuità con la prima di servizio, mentre Alcaraz alterna soluzioni brillanti a passaggi a vuoto, soprattutto con il dritto. L’equilibrio resta intatto fino al 6-6, con entrambi costretti più volte ai vantaggi. Nel tie-break l’azzurro cambia passo: alza la qualità al servizio, prende l’iniziativa negli scambi e si costruisce due set point. Sul secondo, un doppio fallo dello spagnolo chiude il parziale dopo oltre un’ora di gioco. L’avvio del secondo set sembra premiare Alcaraz, più aggressivo in risposta e capace di strappare il servizio a Sinner nel terzo gioco. Il match, però, non prende la direzione che lo spagnolo sperava. Sinner resta lucido, non forza le soluzioni e torna subito in partita con un controbreak costruito sulla profondità dei colpi e su una maggiore solidità negli scambi lunghi. Da quel momento cresce progressivamente, mentre Alcaraz perde precisione e si espone a qualche errore di troppo, anche nei momenti in cui avrebbe la possibilità di consolidare il vantaggio. Il passaggio chiave arriva sul 3-3, in un game lungo e molto combattuto: Sinner si procura più di una palla break e alla fine riesce a convertire grazie a una risposta aggressiva seguita da un dritto decisivo. È lo strappo che indirizza definitivamente la partita. L’italiano, avanti nel punteggio, gestisce con attenzione i propri turni di servizio, senza concedere occasioni, mentre lo spagnolo fatica a rientrare. Nel nono game arriva la chiusura: Sinner sale rapidamente sul 40-0 e, alla prima occasione utile, archivia l’incontro con una prima vincente. È il punto finale di una partita meno spettacolare del previsto ma estremamente solida da parte di Sinner, capace di adattarsi alle condizioni e di leggere meglio i momenti del match. Per lui si tratta dell’ottavo titolo Masters 1000 in carriera, un traguardo che conferma la sua continuità ai massimi livelli.
A fine partita Sinner ha espresso tutta la sua gioia: «Non so da dove cominciare per commentare questa settimana. Sono venuto qui per accumulare più partite possibili in vista dei grandi tornei che si avvicinano e ho ottenuto un altro traguardo incredibile» - ha detto il tennista altoatesino - «Tornare numero 1 è importante per me, ma la classifica è secondaria, voglio vincere trofei». Il campione italiano ha poi aggiunto: «Ho cercato di restare lì mentalmente anche quando ero sotto, è stata una partita di alti e bassi per tutti e due, ma oggi non era semplice per il vento che continuava a cambiare. Questo torneo per me vuol dire tanto. Sono super super contento di avere almeno un trofeo come questo a casa». Il successo di Montecarlo ha anche un peso simbolico: Sinner interrompe la serie negativa contro Alcaraz sulla terra battuta e si riprende la vetta del tennis mondiale. Un segnale importante all’inizio della stagione sul rosso, proprio contro il rivale che negli ultimi anni lo aveva più spesso messo in difficoltà su questa superficie.
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Autorevoli commentatori italiani scrivono che sarebbe necessario un «Re-Made in Italy». Inoltre, Giorgio Parisi, premio Nobel 2021 per la fisica invoca (dal 2025) la creazione di un centro di ricerca europeo sull’Intelligenza artificiale con visione sistemica e non solo settoriale per la seguente argomentazione: l’Intelligenza artificiale non è soltanto una nuova tecnologia computazionale, ma è un fenomeno fisico, energetico e informazionale di scala inedita. Concordo, ma data la quasi certa concorrenza intraeuropea suggerisco di crearne intanto uno in Italia con missione d’avanguardia dedicata alla super robotica multifunzionale. Da un paio d’anni sento crescere nel mondo industriale piccolo e grande l’inquietudine per le strategie di competitività futura globale e una crescente domanda per acquisire un maggiore potere cognitivo sia per la conduzione di un’azienda sia per la sua riorganizzazione interna. Sempre più imprenditori, in particolare giovani, mostrano la consapevolezza della discontinuità in atto. Per inciso, si veda il libro di Giordano Riello e Carlo Pelanda Gestire la discontinuità. Dialogo futurizzante tra imprenditore e professore (Rubbettino, luglio 2025). La società di investimento italiana in cui opero ha creato un fondo in collaborazione con una grande azienda statunitense produttrice di sistemi di Intelligenza artificiale per dare il giusto capitale di sviluppo ad aziende innovative. Semplificando, anche se ora il sistema italiano appare in ritardo nelle statistiche comparative internazionali sul piano dell’adeguamento rapido alla rivoluzione tecnologica in atto, ritengo che il potenziale scientifico-tecnico residente in Italia abbia un’elevata capacità di mettersi nel gruppo di testa mondiale della rivoluzione tecnologica, ma a date condizioni.
Prima di suggerirle, devo citare il caso del sistema robotico Mythos prodotto dall’azienda statunitense Anthropic guidata da Dario Amodei che è la prova concreta della discontinuità in corso: è emerso che Mythos ha la capacità di penetrare tutti gli attuali sistemi informatici e, volendo, anche sabotarli. Consapevole di avere in mano una sorta di bomba nucleare e perseguendo un comportamento etico-prudenziale, Amodei la ha immessa solo selettivamente sul mercato (statunitense) ed in configurazione difensiva contro cyberattacchi. Ciò ha irritato il Pentagono, interessato ad avere il sistema completo, e creato un conflitto tra Washington ed Anthropic dopo informazioni che lo spionaggio cinese è riuscito a rubare alcune parti di Mythos. E ciò è una parte della storia. L’altra parte riguarda le riunioni con toni d’emergenza convocate da Scott Bessent, ministro del Tesoro Usa, e Jerome Powell, presidente della Fed, per valutare la vulnerabilità del sistema bancario americano a nuovi «gizmo» come Mythos. Mossa adeguata perché il tenere segreta una tecnologia così potente è impossibile. Infatti ci sono segnali crescenti che alcune potenze stanno cercando non solo sistemi simili a Mythos, ma anche più penetranti. Questo cenno serve intanto a definire una priorità di adattamento: la guerra sta evolvendo dalla cinetica tradizionale a quella informatica con competizione accelerata per la superiorità sulla seconda. Tale evidenza pone in priorità la sicurezza di tutti i sistemi chiave attraverso i quali si svolge la nostra vita civile. In altri termini, per la sicurezza del prossimo futuro non serve solo uno scudo antimissile e antidroni, ma anche uno cibernetico.
Ma se si capisce anche vagamente come Mythos riesca a penetrare tutto l’esistente elettronico è facile immaginare quanto ampia sia l’innovazione possibile. Sia per sfruttarne il potenziale sia per restare concorrenziali e in sicurezza secondo me servono, in valutazione preliminare, le seguenti soluzioni.
1 Creare un Nasdaq italiano, cioè una Borsa dedicata alla tecnologia che possa incrociare bene capitale di investimento e aziende tecnologiche promettenti, in particolare startup. Dalle mie ricerche ricavo che ce ne sono più di 1.000 residenti in Italia, ma con problemi di capitalizzazione. Già Mario Draghi aveva sostenuto l’urgenza di rivedere le regole che limitano i flussi di capitale di rischio (venture capital) per evitare che le startup europee (qui enfatizzo le italiane) migrassero in America dove il capitale di investimento è più fluido.
2 Unire sicurezza e futurizzazione tecnologica. Tema delicato, ma penso inevitabile usare la concentrazione di capitale per programmi militari e di polizia per ricadute rapide sulla futurizzazione dei sistemi civili, soprattutto, robotica eso, endo, sub e cognitiva.
3 Stimolare una rivoluzione cognitiva di massa per diffondere la cultura tecnica utile a costruire una competenza diffusa, per esempio aumentando i programmi universitari di Terza missione, cioè collegando di più università, centri di ricerca e suole superiori.
4 Competizioni a premio per la robotica operativa e cognitiva meglio performante.
Tanto altro, ma suggerisco questi primi passi futurizzanti.
www.carlopelanda.com
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