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2021-04-25
Giustizia in saldo, toghe in vendita
iStock
Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.
Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.
Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».
Missione miseramente fallita.
Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione

Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa)
Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
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Arresti in Puglia: presunte tangenti per aggiustare i processi. Una bustarella consegnata in un ascensore da un penalista.Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo alla «Verità»: verifiche sulla centrale di raccolta dati nella nostra Procura.Lo speciale contiene due articoli.Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».Missione miseramente fallita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-saldo-toghe-in-vendita-2652768462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="napoli-indaga-sui-server-fantasma-e-forza-italia-vuole-una-ispezione" data-post-id="2652768462" data-published-at="1619305359" data-use-pagination="False"> Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa) Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
Non era scontato, ma il risultato è arrivato. E con numeri che parlano da soli. La prima edizione di Eos Show a Parma chiude con 40.000 visitatori e oltre 300 espositori, confermando il richiamo di una manifestazione che, pur cambiando casa, non ha perso slancio. Anzi.
Dal 28 al 30 marzo i padiglioni 5 e 6 di Fiere di Parma sono stati attraversati da un flusso continuo di appassionati del mondo caccia, tiro e outdoor. Un pubblico ampio e trasversale, che ha animato gli stand espositivi e riempito anche gli spazi dedicati all’esperienza diretta: dal padiglione 3 per lo shopping alle linee di tiro allestite all’esterno. Qui si è passati rapidamente dalla teoria alla pratica, con 60.000 cartucce sparate in tre giorni e quasi 700 prestazioni registrate al Tiro a segno nazionale di Parma.
Il dato più significativo, tuttavia, è forse un altro: i numeri di questa edizione eguagliano quelli dello scorso anno, quando l’offerta era più ampia e comprendeva anche la pesca. Un segnale chiaro della capacità attrattiva del nuovo format, più focalizzato ma allo stesso tempo più interattivo. Il trasferimento a Parma sembra aver convinto tutti. Tra gli espositori prevale la convinzione che si tratti di un salto di qualità, soprattutto sul piano logistico e organizzativo. Non a caso, molti guardano già alle prossime edizioni con l’idea di concentrare qui i propri investimenti fieristici, con un obiettivo dichiarato: trasformare Eos Show in un punto di riferimento a livello europeo. L’ambizione internazionale, del resto, è già nei numeri. In fiera si sono presentati circa 300 operatori esteri – tra buyer, distributori e giornalisti – provenienti da oltre 40 Paesi. Un risultato sostenuto anche dal supporto dell’Agenzia Ice e dalla presenza delle principali aziende del settore, molte delle quali esportano fino al 90% della produzione.
Tra i corridoi si respira soddisfazione, ma anche la percezione di un settore in evoluzione. Andrea Andreani, presidente di Anpam, parla di un entusiasmo ritrovato e di un dialogo che si riapre tra il mondo venatorio e realtà affini. Sottolinea la qualità del format, in particolare la possibilità di provare direttamente i prodotti e l’impostazione interattiva della manifestazione. E guarda già avanti, ipotizzando per il futuro una giornata interamente dedicata al business e una maggiore presenza delle istituzioni. Sulla stessa linea Pierangelo Pedersoli, presidente del Consorzio armaioli italiani, che evidenzia l’attrattività della sede parmense e invita a rafforzare la coesione tra le diverse anime della fiera. L’obiettivo, dice, è duplice: coinvolgere sempre più aziende – soprattutto del comparto outdoor – e costruire una massa critica capace di consolidare la crescita dell’evento.
Una crescita che passa anche dal ricambio generazionale e dall’apertura a nuovi pubblici. Luciano Rossi, presidente della Federazione italiana tiro a volo e della federazione internazionale Issf, insiste proprio su questo aspetto: giovani, donne e nuovi appassionati rappresentano un segnale di vitalità per un settore che affonda le radici nella tradizione ma guarda al futuro. Le iniziative dedicate alle nuove generazioni e la possibilità di sperimentare direttamente le discipline sportive vanno, secondo Rossi, nella direzione giusta.
Non solo business, però. Eos Show si propone anche come luogo di confronto culturale. Lo sottolinea Maurizio Zipponi, presidente di Cncn e Fondazione Una, che richiama i temi affrontati durante la manifestazione: dal ruolo sociale del cacciatore al rapporto con agricoltura e ambiente, fino alla gestione della biodiversità e alla valorizzazione della filiera delle carni selvatiche. Questioni che, nelle intenzioni degli organizzatori, devono accompagnare lo sviluppo del settore.
A tirare le somme è Antonio Cellie, amministratore delegato di Fiere di Parma, che parla di un’esperienza organizzativa riuscita grazie alla collaborazione tra ente fieristico e associazioni di settore. Un lavoro condiviso che, oltre ai numeri della partecipazione, guarda anche all’impatto economico: l’indotto stimato sul territorio è di circa 20 milioni di euro. Il prossimo appuntamento è già fissato: EOS Show tornerà a Parma dal 20 al 22 marzo 2027. Con una base solida e un’ambizione ormai dichiarata.
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Kamel Ghribi (Imagoeconomica)
Gksd è una società privata attiva soprattutto nella sanità e nella ricerca medica e il Gruppo San Donato è il principale gruppo ospedaliero privato in Italia.
La firma è avvenuta lunedì scorso durante l’Egyps egypt energy show, un evento internazionale dedicato al settore energetico, tenutosi nella capitale egiziana sotto il patrocinio del presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi.
A sottoscrivere l’accordo sono stati Kamel Ghribi, imprenditore originario di Sfax (Turchia), presidente del gruppo Gksd e vicepresidente del Gruppo San Donato, e Ahmed Mostafa, presidente dell’Organizzazione per l’assicurazione sanitaria dell’Egitto.
Alla cerimonia erano presenti anche il ministro della salute egiziano Khaled Abdel Ghaffar, il ministro del petrolio Karim Badawi e il ministro dell’energia di Cipro Michael Damianos.
L’ospedale di Heliopolis sarà il primo della National health insurance organization e rientra nel piano di riforma del sistema sanitario egiziano volto ad ampliare l’accesso alle cure.
La struttura sarà dotata di 433 posti letto e diversi reparti, tra cui un centro oncologico, un centro cardiologico, un centro di neurochirurgia, un’area pediatrica e materno-infantile, e un centro per i trapianti di organi. Si prevede che il nuovo ospedale servirà circa 1 milione di persone, contribuendo a potenziare l’offerta sanitaria nella capitale egiziana e nelle aree limitrofe.
L’avvio del contratto è previsto per il 2027, una volta completata la costruzione, e la durata sarà di 15 anni, durante i quali Gksd e Gruppo San Donato si occuperanno della gestione operativa e dell’organizzazione clinica.
Kamel Ghribi ha manifestato apprezzamento per il percorso di crescita intrapreso dall’Egitto, evidenziando come l’accordo costituisca una base concreta per potenziare la collaborazione nel settore sanitario tra Egitto e Italia e garantire ai cittadini egiziani servizi medici sempre più innovativi ed efficienti.
L’accordo con l’Egitto è solo uno dei tanti che Gksd ha firmato in Africa. Scorrendo solamente la cronaca degli ultimi mesi, in Libia (nord Africa), il 28 agosto 2025, era stato inaugurato a Bengasi un ospedale dotato di pronto soccorso, cliniche ambulatoriali, terapia intensiva, sale operatorie, dialisi, fisioterapia e supporti logistici. In Gabon (Africa centrale), il 4 novembre 2025, Gksd ha siglato due accordi: il primo per un ospedale con programmi di formazione medica, il secondo per un progetto di edilizia sociale per 25.000 persone, con scuole, strutture sportive, clinica e spazi pubblici.
Questi progetti rappresentano passi concreti nella strategia di Gksd per rafforzare le infrastrutture sanitarie e urbane in Africa.
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Ecco #DimmiLaVerità dell1 aprile 2026. La deputata della Lega Giovanna Miele ci parla della proposta di legge per vietare i social ai minori di 14 anni e del dilagare della violenza tra i giovanissimi.