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2021-04-25
Giustizia in saldo, toghe in vendita
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Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.
Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.
Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».
Missione miseramente fallita.
Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione

Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa)
Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
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Arresti in Puglia: presunte tangenti per aggiustare i processi. Una bustarella consegnata in un ascensore da un penalista.Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo alla «Verità»: verifiche sulla centrale di raccolta dati nella nostra Procura.Lo speciale contiene due articoli.Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».Missione miseramente fallita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-saldo-toghe-in-vendita-2652768462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="napoli-indaga-sui-server-fantasma-e-forza-italia-vuole-una-ispezione" data-post-id="2652768462" data-published-at="1619305359" data-use-pagination="False"> Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa) Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
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A Milano, sul palco dell’evento Your Next Milano 2026 alla Triennale, si è acceso il dibattito sul futuro di San Siro, tra esigenze sportive, ricadute economiche e una forte componente di memoria storica. Protagonisti del dibattito sono stati i presidenti di Inter e Milan, Giuseppe Marotta e Paolo Scaroni, e il presidente del Senato Ignazio La Russa.
Per Giuseppe Marotta, presidente dell’Inter, lo stadio nuovo non è solo un’opportunità sportiva, ma un investimento fondamentale per la città e per i tifosi. «Lo stadio nuovo è un’esigenza che sentivamo di avere, ringraziamo il Sindaco Sala per la determinazione nell’aver raggiunto questo obiettivo ricco di insidie», ha detto, ricordando con nostalgia i suoi primi passi allo storico impianto: «Ho visto la mia prima partita a San Siro quando avevo 8 anni, dimenticare quelle emozioni è impossibile». Marotta ha sottolineato anche la modernità: «L’innovazione porta a dire che ci sono degli standard che vanno rispettati. Per il tifoso avere una casa è qualcosa di importante. Oggi andare allo stadio non è solo vedere una partita, ma assistere anche a uno spettacolo prima e dopo».
Sul lato economico e urbano, Paolo Scaroni, presidente del Milan, ha spiegato come il nuovo stadio rappresenti una risorsa per tutta Milano e ha evidenziato l’impatto economico del calcio sulla città. «Quando si svolge una partita di Champions League a Milano, gli esercizi commerciali aumentano il loro fatturato del 30%. E anche per le partite del campionato: quando vedete i 75.000 a San Siro, mica sono tutti milanesi ma vengono da tutta Italia a vedere le partite. Il nuovo impianto promette di raddoppiare le entrate dei club senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari» - ha detto Scaroni che ha poi spiegato il progetto dello stadio nuovo - «La zona sarà molto verde: più del 50% della zona sarà verde. Ci saranno ristoranti, luoghi di ritrovo, bar, tante attività sportive». Per i club, ha precisato, «lo stadio rappresenta circa il 20% delle nostre entrate. Con un nuovo stadio, senza aumentare i prezzi dei biglietti popolari, noi contiamo di raddoppiare le nostre entrate». L'obiettivo è, insomma, trasformare l’area di San Siro in un polo vissuto tutto l’anno, capace di combinare sviluppo urbano, sport e intrattenimento.
Dal palco è intervenuto poi Ignazio La Russa, presidente del Senato, con un tono più nostalgico: «Oggi si parla di Your Next Milano 2026, ma io sono d'accordo con quel che ha detto il presidente del Milan Scaroni, che dice che Milano aveva e ha assolutamente bisogno di un nuovo stadio. Io l'ho sempre sostenuto, sarà un grande regalo per Milano» - ha affermato La Russa prima di lanciare una stoccata all'amministrazione comunale - «C'è voluta una fatica infinita e avremmo dovuto farlo molto prima. Il sindaco Sala ce l'ha messa tutta, la sua giunta un po' meno, molto meno». Il presidente del Senato ha poi aggiunto: «Lo stadio nuovo si costruirà e il progetto vuole che dopo che sarà costruito si abbatta San Siro. Ma io ho sempre un sogno e lo devo dire: che si possa in futuro decidere di tenere due stadi, chi lo sa, magari utilizzando il vecchio San Siro per altri compiti, magari cedendolo, magari realizzando quei due stadi che in tante parti del mondo restano. Uno sarà uno spazio moderno, che serve al Milan e all'Inter, uno sarà uno spazio per noi nostalgici, che non vorremmo mai che uno stadio come quello che abbiamo visto alla inaugurazione delle Olimpiadi venga abbattuto, era così bello che io me lo terrei per tutta la vita». Infine La Russa ha voluto sottolineare l’importanza della città: «Milano, lo dico davanti al sindaco Sala, può essere migliorata sulla sicurezza, soprattutto sulla viabilità, però Milano già così com'è… è l'unica vera città europea d'Italia».
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I fatti contestati risalgono al 2021. Il protagonista, come detto, viene dal Pakistan, ma è residente da oltre 10 anni in Brianza. L’uomo arriva al pronto soccorso per una brutta caduta, la seconda in pochi mesi. I medici gli diagnosticano la cecità dell’occhio sinistro con la perdita della vista. Stesa cosa era già successa in precedenza all’occhio destro. Lo straniero avvia le pratiche per il riconoscimento dell’invalidità, sottoponendosi alle visite di rito. La diagnosi è chiara: da un occhio è buio pesto, cecità totale. Dall’altro può percepire solo vaghe luci o movimenti a breve distanza. Nel 2022 la pratica per l’invalidità civile è accettata: per lo Stato italiano, il pakistano è cieco assoluto. Gli spetta quindi la relativa pensione.
Nel 2024, tuttavia, la guardia di finanza di Seveso, durante un controllo, lo vede camminare da solo e «guidare con disinvoltura un’auto di sua proprietà». Un impegnativo Suv, per giunta. Tutte abitudini incongruenti con il suo status medico e civile. La Procura di Monza lo accusa di essere un falso invalido e lo fa arrestare: passa un anno fra carcere e domiciliari, con conti correnti e beni sequestrati. La pensione è, ovviamente, revocata. Parte il processo, la Procura chiede la condanna a 3 anni e mezzo di reclusione. Il giudice, però, lo assolve «perché il fatto non sussiste». Il falso cieco è cieco per davvero.
Perché ci sia stato bisogno di andare a processo non è chiaro: un non vedente è un non vedente, non si tratta di una condizione che si presta a molte ambiguità. Ad ogni modo, i medici chiamati a verificare la situazione dell’uomo hanno confermato: cecità assoluta. Quindi non c’è truffa all’Inps.
Resta da capire la vicenda del Suv. I legali del pachistano hanno fatto presente che la questione non è dirimente a fini legali: «I requisiti per il riconoscimento dello status di cieco assoluto sono esclusivamente di carattere medico e non importa se l’invalido, in qualche modo, per la propria capacità di adattamento o per incoscienza, riuscisse comunque a compiere determinate azioni, anche complesse, Un residuo visivo, ammesso dalla legge al di sotto del 3%, può consentire in alcuni casi anche di muoversi in autonomia, di leggere o compiere alcuni atti di vita quotidiana».
Insomma, se guidava la macchina, non per questo vuol dire che non fosse davvero cieco. Forse era solo incosciente. O magari aveva una forte «capacità di adattamento». Una magra consolazione per pedoni e altri automobilisti brianzoli, che per anni hanno condiviso le strade con un guidatore che si affidava al sesto senso per percepire stop e attraversamenti sulle strisce.
In pratica, una sorta di Daredevil, il supereroe Marvel privo di vista ma dotato di un super senso dell’orientamento. Ma in versione brianzolo-pakistana.
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