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2021-04-25
Giustizia in saldo, toghe in vendita
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Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.
Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.
Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».
Missione miseramente fallita.
Napoli indaga sui server fantasma. E Forza Italia vuole una ispezione

Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo (Ansa)
Mentre la magistratura va a pezzi per faide e mazzette, la giustizia è quasi paralizzata, dal Csm, alla Procura generale della Cassazione all'ispettorato del ministero nelle attività di corollario alla Grande guerra all'ex presidente dell'Anm Luca Palamara, accusato di una corruzione per atti contrari ai doveri d'ufficio al momento tutt'altro che dimostrata. Ma in questa battaglia finale sembra consentito l'utilizzo di armi non convenzionali. È storia di ieri quella che ha portato alla luce le presunte bugie dell'ingegner Duilio Bianchi, il signore delle intercettazioni. Era lui con la sua divisione Ip della Rcs Spa (società che dà assistenza tecnica sulle intercettazioni telematiche), a gestire il celeberrimo trojan inoculato nel cellulare di Palamara. Ma sembra che abbia svolto il suo lavoro in modo approssimativo. Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
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Arresti in Puglia: presunte tangenti per aggiustare i processi. Una bustarella consegnata in un ascensore da un penalista.Il procuratore di Napoli Giovanni Melillo alla «Verità»: verifiche sulla centrale di raccolta dati nella nostra Procura.Lo speciale contiene due articoli.Non c'è pace per la magistratura italiana. Mentre le toghe ai vertici del Sistema si randellano tra di loro, con il rischio di paralizzare la macchina della giustizia, per issare sulla picca la testa del loro vecchio leader Luca Palamara, nelle retrovie, colleghi più attirati dal denaro che dal potere, si ingegnano per arrotondare a suon di mazzette i già lauti stipendi. Un malcostume che starebbe diventando regola a voler dare valore statistico ai ripetuti casi di corruzione finiti di recente sulle gazzette. In Puglia, per esempio, dopo gli arresti di Antonio Savasta e Michele Nardi, è venuto il turno di Giuseppe De Benedictis. Il terzetto ha trovato nel procuratore di Lecce Leone De Castris un implacabile cacciatore di toghe corrotte. La comune provenienza geografica dei mariuoli ci perplime: i magistrati vengono resi più corruttibili dall'abuso di cozze pelose e cicerchie oppure nel Salento c'è chi, insensibile al richiamo della corporazione, cerca di fare pulizia più che ad altre latitudini? A prescindere dalla risposta, in un momento in cui la magistratura ha raggiunto il livello più basso di credibilità nella sua storia recente, a causa di inchieste e faide di ogni genere, non sentivamo la mancanza delle imprese di De Benedictis da Molfetta. È finito ieri in manette per aver intascato 57.000 euro di mazzette da questo e quell'imputato. Una cifra che a ben vedere non fa neppure un anno dello stipendio netto da giudice. Una carriera rovinata, in fondo, per pochi soldi.Emblematico quanto dice un certo Danilo Pietro Della Malva in una conversazione con la moglie Valeria: «Però... però aspetta ...ho speso trentamila euro e mi sono comprato il giudice a Bari». Il cadeau è il cinquantanovenne magistrato, un po' spelacchiato, magari con qualche decimo di vista mancante, ma di garantita efficacia. Era in grado di spostarti, secondo le accuse, dal carcere a casa a prezzi modici. Ecco spiegata in poche righe l'inchiesta che ha portato De Benedictis dietro alle sbarre. Nel fascicolo i pm contestano a vario titolo i reati di rivelazione di segreto di ufficio e corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio e in atti giudiziari, con l'aggravante (non riconosciuta dal Gip) di aver agevolato clan mafiosi, anche dettando ai periti cosa scrivere per far scarcerare i boss. In totale nel procedimento sono state iscritte 12 persone e tre di questi sono finite in prigione: De Benedictis, l'avvocato Giancarlo Chiariello e Della Malva.Della Malva, come sottolinea il Gip Giulia Proto, è un personaggio di una certa caratura criminale (è sospettato di essere promotore e organizzatore di una banda dedita al narcotraffico) e non aveva nessun motivo per millantare con la consorte il mercimonio. Che i carabinieri del Nucleo investigativo di Bari hanno registrato in presa diretta. L'ultimo caso lo scorso 9 aprile, quando De Benedictis fa visita all'avvocato Chiariello. Terminato l'abboccamento, il giudice torna in Tribunale. In ufficio, le telecamere lo riprendono «mentre maneggia - estraendola dalla tasca destra del giubbotto di pelle e riponendola nella tasca sinistra dei pantaloni - una busta di carta bianca». In cui c'è una mazzetta da 5.500 euro «per il provvedimento di favore adottato il 31 marzo 2021 nei riguardi di Antonio Ippedico». L'attività di indagine ha anche ricostruito il suk dietro a quella presunta tangente. Protagonisti sempre il giudice e l'avvocato. De Benedictis: «[…] Poi si vede, più in là te la faccio, ora ti faccio Monacis. Quando devi presentare la domanda per quello?». Chiariello: «E io quello volevo sapere». Dopo la toga sussurra: «Può darli?». «Ci dobbiamo incontrare», replica il legale. Chiariello fa la prima offerta: «Sedici… qualche cosa in più…». De Benedictis non deve sembrare convinto. A questo punto l'avvocato rilancia: «Dicio' (nel senso di 18.000 euro, ndr)… mi tolgo tutto io». De Benedictis: «Allora fai dicio'…». Soldi che per l'accusa sarebbero poi stati consegnati il 3 luglio 2020. E qui l'ordinanza ci regala una scena da commedia all'italiana. Quel giorno sono passate da poco le otto del mattino e Chiariello è nell'androne del portone «in pantaloncini corti e con una valigetta 24 ore». Raggiunto da De Benedictis, entra con lui «nell'ascensore, salgono fino al sesto piano, e senza mai uscire, tornano immediatamente al piano terra». Gli investigatori annotano: «In quegli attimi all'interno dell'ascensore Chiariello consegna “la mazzetta" che il magistrato ripone evidentemente in tasca. Quindi escono, vanno al bar e Chiariello rientra nell'androne con in mano la valigetta chiaramente vuota». Nel fascicolo di indagine del pm Roberta Licci è stato iscritto pure il figlio di Chiariello, Alberto, anch'egli avvocato. Quest'ultimo, in un altro episodio documentato dai carabinieri, «secondo un ormai consolidato modus operandi», in qualità di «intermediario del padre Giancarlo, entra nell'ufficio del giudice e gli rivolge questa semplice domanda: “Vuole un caffè?"». De Benedictis, «intuendo il motivo sotteso all'invito», risponde senza giri di parole: «Dove sta tuo padre?». A casa del figlio d'arte sono stati trovati 1,3 milioni di euro cash nascosti in tre zaini. Quella di celare il contante era una pratica utilizzata anche da De Benedictis, il quale metteva il denaro nei posti più disparati. Durante la perquisizione, come detto, gli investigatori hanno recuperato 57.700 euro complessivi. Una parte era occultata «all'interno di una cassette di sicurezza di piccole dimensioni, celata dietro una placca riproducente una presa di corrente […]». Per gli investigatori De Benedictis aveva un chiodo fisso per i «sordi»: tanto che una mattina dal suo ufficio contatta un funzionario di banca. «Perdonami se ti sto stalkerizzando… volevo solo sapere, ricordati di far incassare il mio assegno… ti ringrazio». De Benedictis, da buon conoscitore del codice, quando l'aria si è fatta pesante, ha anche provato a evitare il carcere, come confida in una conversazione telefonica con un amico: «Perché venerdì io, quello Chiariello mi dette una cosa da studiare e mi dette qualche soldo, come scesi dallo studio stavano i carabinieri, perquisito, perquisizione, corruzione… quello Chiariello stava puntato, io mi sono dimesso (dalla magistratura, ndr) per evitare il carcere».Missione miseramente fallita.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="True" data-href="https://www.laverita.info/giustizia-saldo-toghe-in-vendita-2652768462.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="napoli-indaga-sui-server-fantasma-e-forza-italia-vuole-una-ispezione" data-post-id="2652768462" data-published-at="1619305359" data-use-pagination="False"> Napoli indaga sui server fantasma. 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Tanto da essere accusato dalla Procura di Firenze di frode nelle pubbliche forniture, falso ideologico in atto pubblico per induzione (avrebbe tratto in errore i magistrati di Perugia) e falsa testimonianza innanzi al Csm. Il motivo? Non aveva mai detto, prima di essere scoperto dalla difesa di un coindagato di Palamara, il parlamentare Cosimo Ferri, che, per raccogliere i dati provenienti dal telefonino dell'ex pm, la sua divisione utilizzava all'insaputa di tutti due server collocati presso la Procura di Napoli anziché negli uffici giudiziari di Roma, come era stato dichiarato e autorizzato dagli inquirenti perugini. In Campania i dati arrivavano «non criptati» e ad essi «potevano avere eventualmente accesso in remoto» anche «gli amministratori di sistema di Rcs Spa dalla sede di Milano». Ma Bianchi al procuratore aggiunto di Firenze ha fatto anche un'altra dichiarazione stupefacente: per far funzionare tutti i trojan gestiti dalla Rcs, «presso i locali server della Procura di Napoli» era stato «installato un server denominato Css con indirizzo Ip pubblico di Fastweb […] che serviva da transito per tutte le Procure inquirenti del territorio nazionale». La Verità ha chiesto al procuratore di Napoli Giovanni Melillo, che dà ospitalità a Bianchi e ai suoi server, se fosse al corrente dell'utilizzo che veniva fatto di quei cervelloni digitali. «No» è stata la risposta franca del magistrato. Il quale ha soggiunto: «Sul caso abbiamo un procedimento aperto anche noi, ma adesso è presto per parlarne. Stiamo facendo delle verifiche. Quella di cui si parla è una vicenda iniziata anni fa che stiamo cercando di ricostruire». Il procuratore, però, ci tiene a sottolineare che il suo ufficio è all'avanguardia nella protezione dei dati personali: «Per esempio c'è l'obbligo per le società private di documentare tutti gli interventi manutentivi e, dal giugno 2018, c'è un server ministeriale in cui vengono archiviati i file di log di questi interventi. Inoltre siamo centro sperimentale per il nuovo software di controllo dei server delle società private». Era previsto che sui server domiciliati presso il Palazzo di giustizia partenopeo passassero dati di altre Procure? La risposta è negativa: «I server Css che si trovano in Procura servono, in base alle nostre conoscenze, solo per le attività del mio ufficio. Che fossero utilizzati per altro è circostanza che abbiamo appreso recentemente e che stiamo cercando di appurare da quando è arrivato l'esposto (dell'onorevole Ferri, ndr). Da allora abbiamo trasferito le carte a Firenze, ma contemporaneamente abbiamo aperto anche un nostro fascicolo per procedere alle verifiche. Non posso dirle per quale ipotesi di reato, né se ci siano indagati». Dopo aver letto il nostro articolo di ieri, gli onorevoli di Forza Italia Pierantonio Zanettin (ex componente del Csm) e Matilde Siracusano, all'interno di un'interrogazione indirizzata al Guardasigilli Marta Cartabia, hanno sottolineato che «questa vicenda, per certi versi orwelliana, conferma l'estrema delicatezza dell'uso del captatore informatico che, se non regolato in modo estremamente rigoroso, si espone ad abusi e al rischio di alterazione della genuinità delle prove». I due deputati hanno chiesto «se il ministro intenda avviare un'attività ispettiva» e se a suo giudizio «la vicenda in esame non imponga una revisione normativa, in senso restrittivo, dell'utilizzo del captatore informatico nel nostro ordinamento».
Mentre la Borsa corre come un maratoneta finalmente allenato, lo spread fa una cosa rivoluzionaria per l’Italia. Sta lì, intorno ai 70 punti base, stabile, composto, educato. Niente crisi di nervi, niente scatti d’orgoglio, niente improvvisi ritorni di fiamma. Per anni è stato un incubo. L’indice della paura. Oggi è diventato quasi un rumore di fondo. E quando in Italia una cosa smette di fare notizia, vuol dire che non è più un’emergenza. Un evento raro, quasi commovente. Questo doppio movimento – Borsa su, spread giù – non è piovuto dal cielo, né è frutto di un allineamento benevolo dei pianeti. Ha una data precisa, che conviene segnare sul calendario per evitare le amnesie a intermittenza. Venerdì 23 settembre 2022, ultima seduta prima delle elezioni politiche. Il Ftse Mib chiudeva a 21.066 punti. Un livello che oggi sembra archeologia finanziaria. Da allora ha guadagnato il 115%. Più che raddoppiato. Altro che «Italia ferma». È da lì che parte la storia, dall’insediamento del governo Meloni. Non perché i mercati abbiano simpatie politiche – non ne hanno - ma perché parlano una lingua semplice e spietata: stabilità e conti. Meno ideologia, più numeri. Meno proclami, più disciplina di bilancio. La stabilità politica, concetto quasi esotico alle nostre latitudini, ha fatto il resto. I mercati non chiedono miracoli, chiedono prevedibilità. E quando vedono che la linea non cambia ogni tre mesi, tirano un sospiro di sollievo. Poi fanno quello che sanno fare meglio: comprano. Il risultato è che Piazza Affari ha cambiato narrazione. Da eterno malato d’Europa a sorpresa positiva. Da sorvegliato speciale a studente diligente. Lo spread, che per anni ci ha fatto sentire sotto esame permanente. Non siamo guariti. Ma almeno siamo usciti dalla terapia intensiva. C’è però un effetto ancora più rilevante, meno rumoroso ma molto concreto: la ricchezza degli italiani. Perché la Borsa non è solo un grafico che sale o scende nelle sale operative, è anche patrimonio che cresce. In tre anni la ricchezza delle famiglie italiane è aumentata di circa 1.250 miliardi. Dal 2022 il patrimonio complessivo è salito da 9.749 miliardi fino a sfiorare quota 11.000 miliardi (analisi Fondazione Fiba di First Cisl sui dati forniti dalla Bce). Un numero che impressiona, soprattutto se messo accanto alle litanie sull’impoverimento continuo. Merito anche del rally di Piazza Affari, che ha gonfiato – in senso buono – il valore di azioni, fondi, risparmi gestiti. A questo si è aggiunto il rialzo dei valori immobiliari, altro pilastro della ricchezza italiana. Il risultato è un balzo del 13% della ricchezza finanziaria delle famiglie in tre anni. Una crescita robusta, quasi inattesa, dopo un decennio di austerità, paure e narrazioni catastrofiste. Naturalmente non significa che tutti siano diventati improvvisamente più ricchi. La ricchezza cresce, ma non arriva in modo uniforme. E soprattutto c’è un nemico silenzioso che ha continuato a lavorare senza dare nell’occhio: l’inflazione. Quella non fa sconti. Ha eroso il potere d’acquisto come una tassa invisibile. Oggi cento euro del 2022 valgono 93. Sette euro evaporati senza ricevuta. Un colpo che pesa soprattutto sui salari, rimasti indietro come un treno regionale che guarda sfrecciare un Frecciarossa. E allora il quadro è questo, ed è più complesso di come spesso lo si racconta. La Borsa vola, lo spread è addomesticato, il patrimonio delle famiglie complessiva cresce. Ma il carrello della spesa costa di più e le buste paga arrancano. Non è il Paese delle meraviglie, ma nemmeno il disastro permanente che per anni ci siamo ripetuti. Forse la vera notizia è proprio questa: l’Italia non è più solo un caso clinico da analizzare con il sopracciglio alzato. È un Paese che i mercati guardano con rispetto. Con cautela, certo. Con diffidenza, quella non manca mai. Ma anche con una fiducia crescente. E quando la fiducia torna, succedono cose che sembravano impossibili: record che resistono per un quarto di secolo vengono agganciati, e obiettivi che parevano barzellette diventano ipotesi di lavoro. Quota 50 mila punti, insomma, non è più una battuta da bar. È un numero cerchiato in rosso. Poi la Borsa farà come sempre la Borsa: salirà, scenderà, si contraddirà. Ma una cosa è ormai chiara: l’Italia finanziaria non è più ferma al 2000. Ci è tornata solo per prendere la rincorsa.
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Christine Lagarde (Ansa)
Uno scandalo che, oltre a far vibrare di indignazione il grattacielo in cui ha sede la Banca centrale, rischia di spettinare un po’ anche la sempre perfetta acconciatura di madame Lagarde. Di lei, oltre alle lettere imbarazzanti spedite quando era ministro dell’Economia ai tempi della presidenza di Nicolas Sarkozy, sono note le molte prese di posizione contro l’aumento dei salari. «Stanno aumentando troppo velocemente», diceva agitando il foulard Hermes che è ormai parte integrante del suo abbigliamento insieme con i tailleur Chanel. «Non possiamo permettere che le aspettative inflazionistiche si disancorino o che i salari abbiano un effetto inflazionistico», spiegava fino all’altro ieri per giustificare il mancato taglio dei tassi d’interesse. Ma mentre dichiarava guerra agli aumenti di stipendio, la banchiera che ha preso il posto di Mario Draghi provvedeva a incrementare il suo. A suscitare reazioni disgustate è anche il fatto che, pur essendo alla guida di un’istituzione pubblica, Lagarde sui suoi emolumenti sia stata a dir poco reticente. Fabio De Masi, eurodeputato e presidente del partito di sinistra tedesco Bsw, infatti ha attaccato la presidente della Bce dicendo di trovare sorprendente che l’amministratore delegato della Deutsche Bank, istituto privato quotato in Borsa, fornisca al pubblico informazioni più dettagliate sulla sua retribuzione rispetto a madame Lagarde.
Di certo c’è che il solo stipendio base, cioè senza benefit e compensi per altre funzioni connesse, rende la numero uno della Banca centrale il funzionario più pagato della Ue, con un salario superiore di oltre il 20% rispetto a quello di Ursula von der Leyen. Secondo il Financial Times, ai 446.000 euro vanno aggiunti 135.000 euro in benefit per l’alloggio e altre spese. Poi a questi si deve sommare la remunerazione per l’incarico di consigliere della Bri, vale a dire la Banca dei regolamenti internazionali, che in gergo è definita la banca delle banche centrali, ovvero una specie di succursale della Bce.
Occorre però chiarire che le somme riportate non sono lorde, come per i comuni mortali, ma nette, e che al conto complessivo mancano diverse voci. Infatti il quotidiano inglese, bibbia della finanza europea, non è riuscito ad alzare il velo sull’intero importo percepito da Lagarde, ma solo su ciò che ha potuto accertare spulciando atti ufficiali. Siccome la Bce ha rifiutato di rispondere alle richieste del Financial Times, i suoi giornalisti non sono riusciti ad appurare quale sia il valore dei contributi versati dalla Banca centrale per la pensione di Lagarde, né il costo del suo piano sanitario e delle assicurazioni stipulate a suo favore. Insomma, la sensazione è che il saldo sia molto più consistente. L’esborso totale per gli otto anni di presidenza Lagarde dovrebbe dunque assestarsi intorno ai 6,5 milioni, mentre dal 2030, quando andrà in pensione, la signora della moneta che vuole tenere bassi i salari per sconfiggere l’inflazione dovrebbe percepire 178.000 euro. Se Draghi è passato alla storia per una frase che prometteva di sostenere l’euro a qualunque costo, lei passerà alla storia per quanto ci costa.
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Zohran Mamdani (Ansa)
I dettami del Corano costituiscono infatti un sistema etico-giuridico a cui si deve attenere un buon musulmano - dalla morale alla sfera pubblica - incompatibile sia con le costituzioni occidentali che con il programma politico di Mamdani, che tra l’altro promette tolleranza, diritti civili (anche quelli attinenti la sfera sessuale), parità di genere e tutto l’armamentario woke caro ai progressisti. Giurare sul Corano di rendere gli uomini più liberi - nel senso occidentale del termine - è un ossimoro, perché il libro sacro dell’islam nega, a differenza delle sacre scritture cristiane, la dimensione della ragione. Nel Corano la donna è concepita come un essere inferiore da sottomettere all’uomo; il Corano condanna ebrei e cristiani come miscredenti e addirittura ne legittima la morte; il Corano sostiene che l’islam è l’unica vera religione che deve non solo diffondersi bensì imporsi sull’intera umanità.
Certamente qualcuno obietterà: attenzione, non è così, esiste un islam moderato. Certamente esiste, ma non è quello che porta il Corano a mo’ di Libretto rosso di Mao nel cuore delle istituzioni occidentali. Già nel 2000 non un reazionario, ma uno dei più prestigiosi politologi caro alla sinistra, Giovanni Sartori, aveva messo in guardia la sua parte politica su un distorto concetto di multiculturalismo: «Una società sana riconosce sì il valore della diversità, ma si dissolve se apre le porte a nemici culturali che ne rifiutano i principi, il primo dei quali è la separazione tra politica e religione».
Insomma, girala come ti pare ma una cosa è certa: l’Occidente o resterà cristiano o non sarà più il luogo degli uomini liberi. A farmi paura non è tanto il giuramento di Mamdani: sono quelli che anche da questi parti lo seguono come i topolini della famosa fiaba seguirono il suono suadente del pifferaio magico, chiamato dagli abitanti a liberare la città dai molesti roditori. Come noto i topi finirono nello stagno avvelenato, ma anche gli abitanti non fecero una bella fine.
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