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2024-06-21
I giudici tagliano le gambe al piano Mattei
Ansa
Troppo comodo indignarsi per l’atroce morte di Satnam Singh, il bracciante indiano che è stato scaricato in mezzo alla strada dai datori di lavoro con un braccio maciullato. Degrado, atteggiamenti criminali e abbandono sono le cause di questa inammissibile bestialità. Ieri a margine del cdm Giorgia Meloni in primis e il governo hanno condannato la bestialità ricordando quanto si sta facendo per ampliare i flussi regolari. Infatti l’altra causa di quanto accaduto a Latina sta proprio nell’immigrazione clandestina. Nell’irregolarità che alimenta tale degrado. La politica, soprattutto a sinistra, le Ong e il mondo che fa del proprio core business l’accoglienza a tutti i costi si straccia le vesti ogni volta che un povero lavoratore muore, ma nei fatti continua ad alimentare i flussi. Il piano Mattei con tutte le sue difficoltà, tra gli obiettivi economici, punta a far seccare il filone dell’illegalità per aprire corridoi legali. Un impegno immane che il governo sa di dover perseguire. Gli accordi prima con la Guardia costiera libica e poi con quella tunisina servono a questo. Fornire strumenti ai Paesi del Magreb per controllare i flussi, gestirli e coordinare le autorità di sicurezza.
Già ai tempi degli accordi con il governo di Tripoli i partiti di sinistra cercarono in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote. Al tempo, la motivazione era apparentemente condivisibile: la Libia non è più uno Stato ma un insieme di tribù in guerra con il conseguente rischio di infiltrazioni irregolari. Nei fatti un tentativo ipocrita che sarebbe finito solo con lo spingere la Guardia costiera di Tripoli nelle braccia di Recepp Erdogan e dare alla Turchia uno strumento ulteriore di guerra ibrida. Nel caso della Tunisia viene meno persino il tentativo di bandiera della tutela dei diritti umani. Certo Tunisi non è certo una democrazia, ma in queste materie se si lascia spazio alle anime belle si peggiorano solo le cose. La decisione del Consiglio di Stato di sospendere l’invio della nostre motovedette a Tunisi rischia di mettere altra benzina nella macchina delle associazioni che mandano navi in giro per il Mediterraneo a raccogliere (o salvare come loro sostengono) i migranti. Se il prossimo 11 luglio la decisione diventasse definitiva sappiamo già che a festeggiare saranno i Casarini boys e tutti coloro che fanno dell’accoglienza un business attivo. Gli stessi che dimostrano avversità ideologica al piano Mattei. Il risultato sarebbe duplice. Nell’immediato, il rischio è vedere ripartire i flussi. Gli ultimi accordi bilaterali con la Tunisia hanno portato più di un frutto. Nessuno immagina che si possa risolvere un tema dai risvolti secolari in pochi mesi, ma l’inversione di rotta sembra essere avviata. Bloccare il trend vuol dire nuovi arrivi di massa e altra carne da macello per l’illegalità. Altre persone che rischieranno di morire come Satnam Singh, altre persone che finiranno a delinquere nelle città italiane. Questa è la realtà dei fatti. Ai quali si aggiunge un elemento di medio e lungo termine. Se l’Italia non dimostra di sapere avviare relazioni bilaterali con i Paesi a Sud del Mediterraneo, sia sui temi dell’immigrazione sia su quelli degli scambi di tecnologia e di energia, non potrà mai rendere il Mare nostrum un lago sicuro. Mai. Perché ci saranno sempre gli interessi turchi, russi, cinesi a prevalere. O quelli francesi che da quel lato del Mediterraneo hanno dimostrato di remare contro Roma ogni volta che Parigi ne ha avuto l’occasione. Ricordiamo anche la battaglia che la sinistra ha avviato sventolando la solita manfrina dell’antifascismo al fine di mantenere un controllo ferreo sui togati della più alta corte. Mettere i bastoni tra le ruote del piano Mattei significa favorire Paesi stranieri che spesso nel Pd o nei cugini a sinistra hanno trovato appoggio. Ogni tanto una scelta che tenga conto della «ragion di Stato» e del bene futuro dei cittadini non sarebbe poi così male.
I magistrati forano lo scafo del piano Mattei
Tre motovedette delle sei complessive finanziate con un decreto da 4,8 milioni di euro del governo Meloni erano già pronte a partire per la Tunisia, ma una decisione del Consiglio di Stato che ha sovvertito il via libera del Tar le ha lasciate al molo. Meno di un mese fa i giudici del Tribunale amministrativo regionale del Lazio avevano infatti rigettato il ricorso che tentava di bloccare il trasferimento alla Guardia nazionale tunisina e le autorità italiane, in virtù di quella decisione, avevano tempestivamente avviato l’iter. Ieri però il Consiglio di Stato, con un provvedimento d’urgenza, ha invertito la rotta e stoppato l’operazione in attesa di una decisione nel merito. L’ordinanza del Tar è stata impugnata da una sfilza di Ong, con in prima linea l’Asgi, l’associazione che si occupa degli studi giuridici sull’immigrazione, seguita da Arci, ActionAid, Mediterranea saving humans (proprietaria della nave del commodoro Luca Casarini), Spazi circolari e Le Carbet. E nonostante i giudici di primo grado abbiano ritenuto legittimo l’accordo (che le Ong contestano), ritenendo che il governo italiano avesse condotto una completa istruttoria a fronte di una cooperazione di lungo periodo con la Tunisia e considerandolo in linea con le decisioni comunitarie (prima su tutte il Memorandum firmato il 16 luglio dello scorso anno tra Ue e Tunisia) e nazionali, le toghe del Consiglio di Stato valutano come «prevalenti le esigenze di tutela rappresentate dalla parte appellante», ovvero le Ong. Come per il Decreto Cutro e per il Codice di condotta per le navi da ricerca e soccorso nel Mediterraneo, contestati da subito in modo aspro in alcune decisioni giudiziarie, ora i giudici del Consiglio di Stato stoppando un provvedimento che aveva già superato un controllo di legittimità e gettando un’ombra di incertezza su decisioni già validate, sembrano cercare un modo per mettere il bastone tra le ruote al piano Mattei, che proprio ieri il premier Giorgia Meloni ha definito «un grande progetto», aggiungendo: «Per troppo tempo l’Africa è stata una terra incompresa e sfruttata. Spesso guardata dall’alto in basso. L’Africa, invece dal nostro punto di vista è un continente che può sorprendere, se messo nelle condizioni di sfruttare quanto di straordinario possiede. A noi spetta il compito di collaborare con le nazioni africane e costruire insieme a loro nuove occasioni di sviluppo condiviso». E di questo piano la Tunisia è un ingranaggio centrale. La teoria delle Ong è la solita: fornire motovedette alle autorità tunisine (precedentemente, con le stesse modalità, era stato contestato l’accordo con la Libia) fa crescere il rischio di deportazioni illegali. Accuse che sembrano, però, infarcite da molta ideologia: «Alla nuova ondata di arresti e deportazioni nei confronti delle persone migranti ora si affiancano persecuzioni contro gli attori della società civile che le sostengono», ha dichiarato infatti Filippo Miraglia dell’Arci. E questo nonostante le autorità tunisine stiano collaborando con l’Italia e con l’Europa nella gestione dei flussi migratori. Ostacolare la cooperazione potrebbe far precipitare la situazione, lasciando i migranti in balia di trafficanti senza scrupoli. Ieri due barchini con a bordo 41 migranti sono arrivati a Lampedusa. Tra loro c’erano nove tunisini. Il veliero Ong Nadir, invece, ha soccorso un gommone con a bordo 47 persone. I due gruppi sono stati trasferiti nell’hotspot di contrada Imbriacola, che al momento ospita 241 persone. I flussi gestiti dai trafficanti di esseri umani non si arrestano. E la sospensione del trasferimento delle motovedette di certo non rafforza le capacità della Tunisia di controllare le proprie coste e di prevenire le partenze illegali. La Tunisia, però, ha formalizzato la propria Zona di ricerca e soccorso in mare (Sar): un passo sostanziale a lungo richiesto dall’Italia proprio per contrastare i flussi illegali. La questione appare come esclusivamente tecnica, ma ha una forte valenza politica, intanto perché consolida l’asse tra il governo Meloni e il presidente della Repubblica tunisina Kais Saied. La mappa con i confini del nuovo Centro nazionale per il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio marittimo di Tunisi è stata pubblicata dall’Autorità marittima internazionale (Imo) delle Nazioni unite. L’unità di coordinamento disporrà di tre centri di ricerca e salvataggio sotto il Servizio nazionale di sorveglianza costiera e di altri quattro centri sotto la Direzione generale della Guardia nazionale. La Tunisia, insomma, si è dotata di un’organizzazione molto simile a quella italiana. E dall’Italia è considerata un Paese sicuro. A questo contesto bisogna aggiungere un ulteriore avvenimento, che ha letteralmente spiazzato la sinistra. I leader dei 16 Stati tedeschi, con un documento concordato in vista di un incontro con il cancelliere Olaf Scholz, chiedono al governo centrale di sviluppare modelli concreti per esternalizzare le procedure di asilo verso Paesi al di fuori dell’Ue. La proposta include modifiche alle normative europee e nazionali sull’asilo e si ispira all’accordo tra Italia e Albania. La titolare dell’Interno in Germania, Nancy Faeser, in un’intervista al settimanale Stern aveva già spiegato di guardare con interesse al progetto italiano, sostenendo di preferirlo al «modello Ruanda» adottato dalla Gran Bretagna e svelando di essere già in contatto con Matteo Piantedosi. Il modello italiano, insomma, sta conquistando l’Europa. Con buona pace dei giudici amministrativi, che dovranno decidere nel merito l’11 luglio.
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Il Consiglio di Stato blocca la consegna delle motovedette con le quali la Guardia costiera tunisina contrasta gli scafisti. Così si favorisce l’arrivo di migliaia di clandestini salvo poi piangere quando muoiono come schiavi. Troppo comodo indignarsi per l’atroce morte di Satnam Singh, il bracciante indiano che è stato scaricato in mezzo alla strada dai datori di lavoro con un braccio maciullato. Degrado, atteggiamenti criminali e abbandono sono le cause di questa inammissibile bestialità. Ieri a margine del cdm Giorgia Meloni in primis e il governo hanno condannato la bestialità ricordando quanto si sta facendo per ampliare i flussi regolari. Infatti l’altra causa di quanto accaduto a Latina sta proprio nell’immigrazione clandestina. Nell’irregolarità che alimenta tale degrado. La politica, soprattutto a sinistra, le Ong e il mondo che fa del proprio core business l’accoglienza a tutti i costi si straccia le vesti ogni volta che un povero lavoratore muore, ma nei fatti continua ad alimentare i flussi. Il piano Mattei con tutte le sue difficoltà, tra gli obiettivi economici, punta a far seccare il filone dell’illegalità per aprire corridoi legali. Un impegno immane che il governo sa di dover perseguire. Gli accordi prima con la Guardia costiera libica e poi con quella tunisina servono a questo. Fornire strumenti ai Paesi del Magreb per controllare i flussi, gestirli e coordinare le autorità di sicurezza. Già ai tempi degli accordi con il governo di Tripoli i partiti di sinistra cercarono in tutti i modi di mettere i bastoni tra le ruote. Al tempo, la motivazione era apparentemente condivisibile: la Libia non è più uno Stato ma un insieme di tribù in guerra con il conseguente rischio di infiltrazioni irregolari. Nei fatti un tentativo ipocrita che sarebbe finito solo con lo spingere la Guardia costiera di Tripoli nelle braccia di Recepp Erdogan e dare alla Turchia uno strumento ulteriore di guerra ibrida. Nel caso della Tunisia viene meno persino il tentativo di bandiera della tutela dei diritti umani. Certo Tunisi non è certo una democrazia, ma in queste materie se si lascia spazio alle anime belle si peggiorano solo le cose. La decisione del Consiglio di Stato di sospendere l’invio della nostre motovedette a Tunisi rischia di mettere altra benzina nella macchina delle associazioni che mandano navi in giro per il Mediterraneo a raccogliere (o salvare come loro sostengono) i migranti. Se il prossimo 11 luglio la decisione diventasse definitiva sappiamo già che a festeggiare saranno i Casarini boys e tutti coloro che fanno dell’accoglienza un business attivo. Gli stessi che dimostrano avversità ideologica al piano Mattei. Il risultato sarebbe duplice. Nell’immediato, il rischio è vedere ripartire i flussi. Gli ultimi accordi bilaterali con la Tunisia hanno portato più di un frutto. Nessuno immagina che si possa risolvere un tema dai risvolti secolari in pochi mesi, ma l’inversione di rotta sembra essere avviata. Bloccare il trend vuol dire nuovi arrivi di massa e altra carne da macello per l’illegalità. Altre persone che rischieranno di morire come Satnam Singh, altre persone che finiranno a delinquere nelle città italiane. Questa è la realtà dei fatti. Ai quali si aggiunge un elemento di medio e lungo termine. Se l’Italia non dimostra di sapere avviare relazioni bilaterali con i Paesi a Sud del Mediterraneo, sia sui temi dell’immigrazione sia su quelli degli scambi di tecnologia e di energia, non potrà mai rendere il Mare nostrum un lago sicuro. Mai. Perché ci saranno sempre gli interessi turchi, russi, cinesi a prevalere. O quelli francesi che da quel lato del Mediterraneo hanno dimostrato di remare contro Roma ogni volta che Parigi ne ha avuto l’occasione. Ricordiamo anche la battaglia che la sinistra ha avviato sventolando la solita manfrina dell’antifascismo al fine di mantenere un controllo ferreo sui togati della più alta corte. Mettere i bastoni tra le ruote del piano Mattei significa favorire Paesi stranieri che spesso nel Pd o nei cugini a sinistra hanno trovato appoggio. Ogni tanto una scelta che tenga conto della «ragion di Stato» e del bene futuro dei cittadini non sarebbe poi così male. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/giudici-tagliano-gambe-piano-mattei-2668557835.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="i-magistrati-forano-lo-scafo-del-piano-mattei" data-post-id="2668557835" data-published-at="1718958347" data-use-pagination="False"> I magistrati forano lo scafo del piano Mattei Tre motovedette delle sei complessive finanziate con un decreto da 4,8 milioni di euro del governo Meloni erano già pronte a partire per la Tunisia, ma una decisione del Consiglio di Stato che ha sovvertito il via libera del Tar le ha lasciate al molo. Meno di un mese fa i giudici del Tribunale amministrativo regionale del Lazio avevano infatti rigettato il ricorso che tentava di bloccare il trasferimento alla Guardia nazionale tunisina e le autorità italiane, in virtù di quella decisione, avevano tempestivamente avviato l’iter. Ieri però il Consiglio di Stato, con un provvedimento d’urgenza, ha invertito la rotta e stoppato l’operazione in attesa di una decisione nel merito. L’ordinanza del Tar è stata impugnata da una sfilza di Ong, con in prima linea l’Asgi, l’associazione che si occupa degli studi giuridici sull’immigrazione, seguita da Arci, ActionAid, Mediterranea saving humans (proprietaria della nave del commodoro Luca Casarini), Spazi circolari e Le Carbet. E nonostante i giudici di primo grado abbiano ritenuto legittimo l’accordo (che le Ong contestano), ritenendo che il governo italiano avesse condotto una completa istruttoria a fronte di una cooperazione di lungo periodo con la Tunisia e considerandolo in linea con le decisioni comunitarie (prima su tutte il Memorandum firmato il 16 luglio dello scorso anno tra Ue e Tunisia) e nazionali, le toghe del Consiglio di Stato valutano come «prevalenti le esigenze di tutela rappresentate dalla parte appellante», ovvero le Ong. Come per il Decreto Cutro e per il Codice di condotta per le navi da ricerca e soccorso nel Mediterraneo, contestati da subito in modo aspro in alcune decisioni giudiziarie, ora i giudici del Consiglio di Stato stoppando un provvedimento che aveva già superato un controllo di legittimità e gettando un’ombra di incertezza su decisioni già validate, sembrano cercare un modo per mettere il bastone tra le ruote al piano Mattei, che proprio ieri il premier Giorgia Meloni ha definito «un grande progetto», aggiungendo: «Per troppo tempo l’Africa è stata una terra incompresa e sfruttata. Spesso guardata dall’alto in basso. L’Africa, invece dal nostro punto di vista è un continente che può sorprendere, se messo nelle condizioni di sfruttare quanto di straordinario possiede. A noi spetta il compito di collaborare con le nazioni africane e costruire insieme a loro nuove occasioni di sviluppo condiviso». E di questo piano la Tunisia è un ingranaggio centrale. La teoria delle Ong è la solita: fornire motovedette alle autorità tunisine (precedentemente, con le stesse modalità, era stato contestato l’accordo con la Libia) fa crescere il rischio di deportazioni illegali. Accuse che sembrano, però, infarcite da molta ideologia: «Alla nuova ondata di arresti e deportazioni nei confronti delle persone migranti ora si affiancano persecuzioni contro gli attori della società civile che le sostengono», ha dichiarato infatti Filippo Miraglia dell’Arci. E questo nonostante le autorità tunisine stiano collaborando con l’Italia e con l’Europa nella gestione dei flussi migratori. Ostacolare la cooperazione potrebbe far precipitare la situazione, lasciando i migranti in balia di trafficanti senza scrupoli. Ieri due barchini con a bordo 41 migranti sono arrivati a Lampedusa. Tra loro c’erano nove tunisini. Il veliero Ong Nadir, invece, ha soccorso un gommone con a bordo 47 persone. I due gruppi sono stati trasferiti nell’hotspot di contrada Imbriacola, che al momento ospita 241 persone. I flussi gestiti dai trafficanti di esseri umani non si arrestano. E la sospensione del trasferimento delle motovedette di certo non rafforza le capacità della Tunisia di controllare le proprie coste e di prevenire le partenze illegali. La Tunisia, però, ha formalizzato la propria Zona di ricerca e soccorso in mare (Sar): un passo sostanziale a lungo richiesto dall’Italia proprio per contrastare i flussi illegali. La questione appare come esclusivamente tecnica, ma ha una forte valenza politica, intanto perché consolida l’asse tra il governo Meloni e il presidente della Repubblica tunisina Kais Saied. La mappa con i confini del nuovo Centro nazionale per il coordinamento delle operazioni di ricerca e salvataggio marittimo di Tunisi è stata pubblicata dall’Autorità marittima internazionale (Imo) delle Nazioni unite. L’unità di coordinamento disporrà di tre centri di ricerca e salvataggio sotto il Servizio nazionale di sorveglianza costiera e di altri quattro centri sotto la Direzione generale della Guardia nazionale. La Tunisia, insomma, si è dotata di un’organizzazione molto simile a quella italiana. E dall’Italia è considerata un Paese sicuro. A questo contesto bisogna aggiungere un ulteriore avvenimento, che ha letteralmente spiazzato la sinistra. I leader dei 16 Stati tedeschi, con un documento concordato in vista di un incontro con il cancelliere Olaf Scholz, chiedono al governo centrale di sviluppare modelli concreti per esternalizzare le procedure di asilo verso Paesi al di fuori dell’Ue. La proposta include modifiche alle normative europee e nazionali sull’asilo e si ispira all’accordo tra Italia e Albania. La titolare dell’Interno in Germania, Nancy Faeser, in un’intervista al settimanale Stern aveva già spiegato di guardare con interesse al progetto italiano, sostenendo di preferirlo al «modello Ruanda» adottato dalla Gran Bretagna e svelando di essere già in contatto con Matteo Piantedosi. Il modello italiano, insomma, sta conquistando l’Europa. Con buona pace dei giudici amministrativi, che dovranno decidere nel merito l’11 luglio.
Il primo dato da leggere con attenzione è la distribuzione dei sequestri. Circa la metà dei Paesi dell’America Latina e dei Caraibi registra un aumento, mentre l’altra metà segna una diminuzione. Non è una contraddizione, ma la prova di una trasformazione strutturale: il traffico non si riduce, si sposta. Ogni operazione di contrasto genera un effetto elastico che spinge le organizzazioni criminali verso aree meno controllate. È una dinamica ormai consolidata, che rende inefficace una risposta basata esclusivamente sulla repressione.
In questo scenario, la Colombia resta il cuore del sistema. Nel 2025 le autorità hanno sequestrato 445,9 tonnellate di cocaina, con un incremento del 59,4% rispetto alle 279,7 tonnellate dell’anno precedente. A queste si aggiungono altre 633 tonnellate sequestrate a livello internazionale con il supporto colombiano. Numeri che, più che indicare un successo, segnalano la scala del fenomeno. Il sequestro di 14 tonnellate in un solo container nel porto di Buenaventura rappresenta il più grande degli ultimi dieci anni e conferma la centralità della logistica marittima. Ancora più significativo è l’intercettazione di un narco-sottomarino telecomandato: un segnale che il traffico sta entrando in una fase di innovazione tecnologica avanzata, con l’obiettivo di ridurre i rischi e aumentare l’efficienza. Anche negli altri Paesi produttori emergono criticità profonde. In Perù sono state distrutte 55,6 tonnellate di droga, ma il fatto che il 70% sia classificato come «sostanze simili alla cocaina» solleva dubbi sulla qualità dei dati. L’eradicazione delle coltivazioni è salita a 34.200 ettari, rispetto ai 26.500 del 2024, con un’espansione significativa in aree sensibili come Ucayali e Huanuco. In Bolivia, i sequestri sono scesi a 17,1 tonnellate, ma il calo è in parte spiegato da un’anomalia statistica dell’anno precedente. In Venezuela, invece, i dati ufficiali parlano di 42,6 tonnellate sequestrate, ma la scarsa trasparenza impone cautela, mentre il controllo del traffico sembra passare sempre più nelle mani di gruppi locali.
Il baricentro operativo si sposta però nei Paesi di transito e nei grandi snodi logistici. L’Ecuador, con 75,9 tonnellate sequestrate sul territorio e 124 tonnellate in mare, conferma il suo ruolo strategico nelle rotte globali. Panama resta un passaggio obbligato, con 97 tonnellate sequestrate e operazioni di rilievo nelle acque del Pacifico. In Costa Rica, i sequestri sono aumentati del 72,4%, arrivando a 46,5 tonnellate, segno di un coinvolgimento crescente nelle catene del traffico. La logistica del narcotraffico si è ormai integrata con quella legale: container contaminati, rotte commerciali ibride e carichi mimetizzati tra merci regolari rendono sempre più difficile distinguere tra economia legittima e illegale. Un elemento trasversale è la corruzione. In diversi Paesi, dalle istituzioni locali fino ai livelli politici, emergono segnali di infiltrazione profonda. In Paraguay, casi giudiziari hanno coinvolto esponenti del potere politico; in Guatemala le organizzazioni criminali godono della protezione di funzionari pubblici; in Costa Rica un ex ministro della Sicurezza è stato arrestato per traffico di droga. Il narcotraffico non si limita a operare nei vuoti dello Stato: in molti casi riesce a condizionarne il funzionamento.
Sul fronte dei mercati di consumo, l’Europa si conferma il principale punto di arrivo. Il Belgio ha sequestrato 55 tonnellate di cocaina nel 2025, con un aumento del 25%, mentre la Francia ha registrato 31,3 tonnellate (+49%) e il Portogallo ha raggiunto un record di 25,6 tonnellate. Il porto di Anversa resta il principale hub, ma la pressione delle autorità sta spingendo i trafficanti a diversificare le rotte, puntando su scali minori e nuovi punti di ingresso. Le conseguenze sono visibili nelle città europee, dove la competizione tra gruppi criminali alimenta un’escalation di violenza.
Parallelamente, si rafforza l’espansione verso nuovi mercati. In Asia orientale e in Oceania si registrano sequestri record: 2,6 tonnellate in Corea del Sud e 7,8 tonnellate in Australia, con un aumento del 40%. Le rotte si allungano fino a 13.000 chilometri, collegando direttamente il Sud America a regioni finora marginali. È una scelta strategica: i cartelli cercano mercati meno saturi e più remunerativi rispetto a quello statunitense, dove i consumi restano stabili e i prezzi tendono a scendere. Proprio negli Stati Uniti si manifesta il paradosso più evidente. Nel 2025 sono state sequestrate 20,8 tonnellate di cocaina, in aumento rispetto alle 14,7 del 2024, nonostante l’intensificazione delle operazioni militari e dei raid navali. Il risultato è chiaro: la pressione aumenta, ma il flusso non si interrompe. Le organizzazioni criminali reagiscono spostando le rotte e adattando le modalità operative, dimostrando una capacità di resilienza superiore a quella degli apparati statali. Il quadro che emerge è quello di un sistema globale altamente efficiente. Il narcotraffico funziona come un mercato integrato, capace di innovare e di reagire in tempo reale. Gli Stati, invece, restano vincolati a logiche nazionali e strumenti spesso rigidi. Non è più solo una questione di sicurezza, ma uno scontro tra modelli organizzativi: da un lato strutture istituzionali lente e frammentate, dall’altro reti criminali flessibili, globali e tecnologicamente avanzate. La vera domanda, allora, non è quanta droga venga sequestrata. Ma quanta continui a passare.
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Ecco #DimmiLaVerità del 13 maggio 2026. La deputata della Lega Simona Loizzo ci spiega come le terapie digitali saranno prescrivibili anche in Italia.
Sono numeri da brivido. L’offensiva della macchina fiscale, come riportato dal Sole 24 Ore, ha bloccato in tre mesi 4,1 miliardi di frodi sotto forma di crediti inesistenti o irregolari, impedendo che venissero utilizzati in compensazione con F24, il che avrebbe reso impossibile o molto difficile recuperarli. L’impatto dell’operazione sui conti pubblici è importante. Senza il lavoro di intercettazione degli uomini del Fisco, queste frodi si sarebbero aggiunte alla mole degli 8,4 miliardi indicati nel Documento di finanza pubblica (Dfp) quali crediti di spesa per il 2025.
Il dato più impressionante emerso dall’analisi è il tasso di irregolarità riscontrato sulle nuove comunicazioni. Il 33% dei crediti è stato ritenuto a rischio e quindi non utilizzabile in compensazione. Praticamente un euro su tre dei crediti che emergono dalle ultime fatture per le spese 2025 è stato fermato per illeciti. Probabilmente questi furbetti hanno voluto cogliere al volo l’ultima opportunità offerta dall’agevolazione pur non avendo i requisiti. Con la chiusura delle finestre temporali e il decalage delle aliquote è scattata una corsa frenetica a salire sull’ultimo vagone del Superbonus.
Il Fisco ha seguito due piste: i controlli preventivi, che hanno consentito di scartare 1,8 miliardi di crediti, e le attività di analisi del rischio attraverso le quali sono stati individuati 2,3 miliardi di euro di crediti da Superbonus che rispondevano a un identikit di pericolosità. Si è arrivati così a 4,1 miliardi di illeciti intercettati e bloccati. Le irregolarità riguardavano anche fatture emesse per lavori che in realtà al 31 dicembre 2025 non sono stati realizzati in parte o del tutto. Le indagini del Fisco hanno dovuto tener conto di una variabile, ovvero che per le spese 2025 i lavori potevano essere completati entro il 31 dicembre dell’anno passato ma le opzioni per cessioni e sconto in fattura potevano essere comunicate all’amministrazione finanziaria fino al 16 marzo scorso. Questo vuol dire avviare un monitoraggio costante senza mai abbassare la guardia.
Il Fisco è impegnato dal 2021 nell’azione di monitoraggio di tutti i bonus edilizi, quindi non solo del Superbonus. Cinque anni fa, infatti, fu necessario intervenire d’urgenza con il decreto antifrodi per bloccare i fenomeni di irregolarità che si stavano verificando. Da allora la quantità dei crediti rifiutati per tutti gli interventi ha quasi raggiunto i 9,4 miliardi di euro. Il Superbonus si aggiudica l’Oscar delle truffe (circa 6,8 miliardi) ma anche il bonus facciate non è da meno: gli stop del Fisco agli utilizzi in compensazione sono arrivati a superare 1,3 miliardi nel corso degli anni in cui poteva essere utilizzato.
Emerge anche la realtà di 4.000 condomini che sono rimasti in una sorta di limbo. Cioè vittime di imprese spuntate dal nulla, dall’oggi al domani, dopo il 2021, per cavalcare l’onda del Superbonus. Hanno preso delle commesse, che in parte hanno eseguito, lasciandole poi a metà. I condomini, committenti di questi lavori, si trovano alle prese con detrazioni non maturate, somme da pagare in contanti, crediti fiscali fruiti in modo formalmente illegittimo, e possibili verifiche future da parte dell’Agenzia delle entrate.
Dai dati del ministero dell’Economia, dell’Istat e dell’Agenzia delle entrate, emerge che l’impatto complessivo del Superbonus sui conti pubblici è di 174 miliardi. Una cifra vicina all’intero valore del Pnrr, che tra fondi europei e nazionali vale 194 miliardi. Quindi una gigantesca misura di spesa pubblica. Un’onda che si è ingigantita nel tempo (all’inizio le previsioni parlavano di poche decine di miliardi), quando è parso chiaro che il provvedimento poteva anche essere cavalcato in modo illecito e non solo per utili e regolari interventi edilizi. Senza l’intervento della Guardia di finanza con le contestazioni e i sequestri dei crediti fiscali dichiarati in modo fraudolento, l’onere per il bilancio pubblico sarebbe stato di circa 183 miliardi, quindi ben superiore alla cifra di 174 miliardi a cui si è arrivati. Cifre che rendono chiaramente l’idea del peso del Superbonus sul deficit.
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Emmanuel Macron (Ansa)
Il presidente francese ha annunciato investimenti per 23 miliardi di euro (27 miliardi di dollari) durante il vertice Africa Forward in Kenya, parlando di un partnership paritaria e con obiettivi comuni. Un significativo cambiamento di atteggiamento, che appare però palesemente ricalcato sul Piano Mattei per l’Africa, che dopo due anni di lavoro sta producendo i primi risultati. Parigi sta faticosamente tentando di recuperare terreno dopo aver visto la cacciata dei propri militari dalle basi africane, ad oggi presenti soltanto nella repubblica di Gibuti, e sostituiti dai russi che hanno orchestrato tutti i colpi di Stato a partire dal 2020.
Macron sa benissimo che il suo Paese è ad una svolta storica nei rapporti con il continente africano e la co-presidenza con il keniano William Ruto nasce con l’idea di proporre un nuovo modello di relazioni. Parigi ha organizzato vertici di questo tipo fin dal 1973, ma esclusivamente con le nazioni francofone che erano sotto la sua influenza. «L’Africa sta avendo successo. È il continente più giovane del mondo ed ha bisogno di investimenti per diventare più autosufficiente», ha ribadito il presidente francese, «non siamo qui semplicemente per investire insieme a voi, ma abbiamo bisogno che i grandi imprenditoriali africani vengano ad investire nel nostro Paese». Macron ha aggiunto che gli investimenti, fra pubblici e privati, creeranno 250.000 posti di lavoro sia in Africa che in Francia in settori come la transizione energetica, il digitale, l’intelligenza artificiale, l’economia marittima e l’agricoltura. Il leader francese vuole utilizzare il meeting di Nairobi per arginare l’influenza degli ex emerging powers come Russia, Cina e Turchia, ma per frenare anche l’Italia che sta investendo in molte nazioni.
L’inquilino dell’Eliseo ha pesato ogni parola durante il vertice, definendo l’Africa come un unico insieme e cercando di promuovere l’Europa come un partner commerciale più affidabile rispetto alla Cina ed anche agli Stati Uniti. In Kenya sono arrivati più di 30 leader africani e rappresentanti dell’Unione Africana, insieme all’imprenditore nigeriano Aliko Dangote, considerato l’uomo più ricco del continente, mentre da Parigi sono volati a Nairobi dirigenti di importanti aziende come TotalEnergies ed Orange. Macron ha parlato anche all’Università di Nairobi, dove ha sostenuto che l’Africa ha bisogno di investimenti per diventare più sovrana e che non ha più bisogno né vuole più sentire gli europei dire loro di cosa hanno bisogno. Parallelamente sta andando avanti il processo di restituzione delle opere d’arte africane saccheggiate durante l’era coloniale e il Parlamento francese ha approvato una legge per la restituzione dei manufatti.
Il Kenya ha reagito positivamente alle proposte di Parigi e il ministro degli Esteri Musalia Mudavadi l’ha definita come un’opportunità per l’Africa di iniziare a parlare all’unisono. Nairobi ha firmato un accordo quinquennale di difesa con la Francia che comprende anche l’intelligence e operazioni militari congiunte nell’Oceano Indiano e a marzo un contingente di 800 soldati francesi è arrivato al porto di Mombasa, oggetto di grandi investimenti del gruppo francese Cma Cgm . Sul tema della riduzione della presenza militare Macron ha detto che il ritiro delle truppe non è stato un’umiliazione, ma una risposta logica a una data situazione. «Quando la nostra presenza non era più gradita dopo i colpi di Stato, ce ne siamo andati e sono convinto che dobbiamo lasciare che questi Stati e i loro leader, persino i golpisti, traccino la propria strada». Nessuna delle nazioni africane in mano a giunte militari ha partecipato al vertice e la strategia intrapresa da Parigi appare debole e tardiva per cambiare gli equilibri continentali.
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