Giudici, maxi-stipendi, benefit e pensioni. La Corte Costituzionale ci costa sempre di più

La Corte Costituzionale costa sempre di più
Spese in aumento, di circa un milione e mezzo, e stipendi che restano da capogiro per i 15 giudici della Corte Costituzionale. Con benefit di ogni tipo e specifiche voci, come quelle per le traduzioni. Questo è in breve il quadro che emerge dal bilancio di previsione appena pubblicato dall’organo di garanzia costituzionale.
Oltre a verificare la conformità delle leggi statali e regionali, dunque, i componenti della Consulta godono anche di laute retribuzioni che toccano per tutti quota 360mila euro lordi annui, nonostante la sforbiciata compiuta negli anni scorsi. E che significano 13mila euro netti al mese spalmati su 13 mensilità. C’è, però, eccezione per un solo giudice, ovviamente il presidente Giuliano Amato. A lui, secondo quanto si legge nella relazione che accompagna il bilancio, «spetta un’indennità di rappresentanza di 1/5 della retribuzione, cioè 72mila euro lordi annui, pari a 41.040,00 euro netti all’anno (3.156,92 euro al mese per 13 mensilità)». Totale annuo lordo, dunque: 432mila euro. Con un bonifico mensile superiore a 16mila euro. Roba da far invidia a parlamentari e ministri.
AUTO E APPARTAMENTO
È inevitabile, pertanto, che stipendi di questo tipo incidano fortemente sul computo del bilancio. Solo per coprire retribuzioni e oneri vari dei 15 giudici se ne vanno circa 7,9 milioni. Le uscite complessive ammontano a 59,9 milioni di euro, in crescita rispetto ai 58,5 del bilancio di previsione 2021, e ben l’88,65% di queste è rappresentato dalle spese obbligatorie: stipendi, pensioni di giudici e personale. E non potrebbe essere altrimenti visti i benefit a cui hanno accesso: oltre alla retribuzione, si legge ancora nella relazione visionata da Verità&Affari, a ciascun componente «è assegnato un cellulare, un pc portatile e un’autovettura». In più la Consulta sostiene - e ci mancherebbe - anche «i costi di viaggio dei giudici residenti fuori Roma nonché, per tutti i giudici, le spese di viaggio fuori sede relative agli impegni in rappresentanza della Corte». E l’alloggio? C’è anche quello: «A ciascun giudice costituzionale è assegnata una piccola foresteria (monolocale o bilocale) nell’ambito della Corte, prevalentemente utilizzata dai giudici che risiedono fuori Roma».
Ma è interessante capire anche come viene conteggiata la remunerazione. L’aspetto curioso, infatti, è che sebbene evidentemente gli stipendi siano ben più alti del tetto di 240mila euro lordi fissato per i dipendenti pubblici, nella relazione si agganciano i 360mila euro proprio alla legge entrata in vigore nel 2014. La ragione è presto specificata: sebbene sia stata abrogata la legge precedente del 2002 che assicurava stipendi molto più alti (arrivavano a 465mila euro), un passaggio a quanto pare è stato mantenuto. La legge di allora stabiliva infatti che la retribuzione doveva corrispondere al «più elevato livello tabellare che sia stato raggiunto dal magistrato della giurisdizione ordinaria investito delle più alte funzioni» - e questa parte “mobile” è stata appunto cancellata con un tetto “fisso” a 240mila euro - ma «aumentato della metà».
È proprio questo aumento ad essere rimasto, tanto che i 360mila euro sono appunto frutto della somma di 240mila più 120mila (la metà). Tanto che, si legge ancora nella relazione, «anche in considerazione dei sacrifici imposti ai cittadini per il particolare stato della finanza pubblica, la Corte ha deciso di abbandonare il più favorevole parametro “storico” previsto dalla legge del 2002, riducendo quindi di 105mila euro lordi annui, per ciascun giudice, la spesa relativa alle retribuzioni. In questi termini la riduzione è stata volontaria». Almeno questo taglio garantisce un risparmio annuo di oltre un milione di euro.
Ma non finisce qui. Nel bilancio c’è, poi, da sostenere la spesa per il personale in servizio (310 unità in totale) che costa alle casse della Corte 29,5 milioni. Non sono conteggiati, d’altronde, solo retribuzioni e oneri vari (che da soli assorbono oltre 20 milioni), ma anche varie ed eventuali come le spese di formazione (50mila euro) e la «fornitura uniformi di servizio» (54mila euro).
IL PERSONALE DI SERVIZIO
Altro capitolo corposo è quello delle pensioni, coperte da due fondi di trattamento previdenziale - uno per gli ex giudici e uno per gli ex dipendenti - che per quest’anno assorbiranno circa 14 milioni di euro. In queste due contabilità speciali sono gestite 282 pensioni. E nel dettaglio parliamo di 21 ex giudici e 14 loro superstiti; e 164 ex dipendenti e 83 loro superstiti. Resta, infine, il capitolo dell’acquisto di beni, servizi e forniture per consentire alla macchina di funzionare a dovere. Si va dalla manutenzione del Palazzo della Consulta (184mila euro) a quella dei mobili (74mila); dalla fornitura di materiale d’ufficio (116mila) fino alle spese riguardanti le vetture di servizio (284mila euro).
E poi, ancora, alle spese di «funzionamento della struttura sanitaria» (360mila euro) si affiancano le spese derivanti dall’emergenza Covid (61mila euro). Fondamentale anche la rete con le Corti degli altri Paesi, tanto che si prevede di spendere 8mila euro per le convenzioni, 86.500 per incontri multilaterali e convegni. E se c’è da tradurre o interpretare? Niente paura: nel bilancio spuntano pure 27mila euro per i traduttori.
«Criminali a spasso anche se i carabinieri rischiano la vita, la colpa è delle toghe»
Clicca qui per vedere il video dell'intervista a Rita Dalla Chiesa.
Rita Dalla Chiesa, onorevole di Forza Italia: condivide la battaglia della Verità a favore del carabiniere condannato?
«I carabinieri e i poliziotti molte volte si chiedono: ma noi che dovremmo fare? Ci dovremmo vergognare tutti per quello che rischiano a fronte di ciò lo Stato dà loro come stipendio, e con il quale devono mantenere non solo sé stessi ma anche le loro famiglie... E poi ti vedi sbattuto in galera per tre anni mentre normalmente i delinquenti sono liberi. Loro ti dicono: noi lavoriamo tanto e poi ce li ritroviamo fuori dopo neanche una settimana, ma perché questi ragazzi dovrebbero allora rischiare la vita? In più le famiglie per bene non hanno quasi mai la possibilità di avere un risarcimento, le famiglie dei delinquenti invece il risarcimento lo chiedono e ce l’hanno. Allora spiegatemi: i carabinieri, la polizia e le forze dell’ordine che cosa dovrebbero fare?».
Pensa che noi abbiamo, come società italiana, un atteggiamento sbagliato nei confronti delle forze dell’ordine?
«No, però c’è una parte della popolazione, soprattutto tra i giovani... Quello che mi spiace è che se uno di questi ragazzi che sputano sulle bare dei carabinieri o dei poliziotti durante un funerale, fosse in difficoltà, il carabiniere o il poliziotto lo salverebbe se lo vedesse in pericolo. Questa è la differenza, ed è una differenza che fa male, soprattutto per chi in mezzo alle divise ci ha vissuto. Non so perché certe persone abbiano un atteggiamento così poco collaborativo, ma io parlo anche della magistratura, perché chi è che li rimette fuori i delinquenti?».
Questo è un altro tema enorme: c’è un grosso problema di sicurezza, creato da persone con precedenti che per un motivo o per l’altro…
«Che non vengono rimandate a casa. Possibile che non ci sia nessuno che si occupi di metterli su un aereo e rispedirli al proprio Paese? E questi continuano a delinquere».
Pensa ci sia una responsabilità dei magistrati?
«La responsabilità è dei magistrati. Io non voglio metterli tutti insieme, però di molti magistrati sì, perché molti pensano di essere anche psicologi. Allora c’è la psicologia della magistratura che ti dice, beh no, questo chissà se lo rimandiamo al suo Paese, poi viene trattato in modo crudele. Non è così, non è così. Tu sei venuto in Italia, se tu delinqui in tutta l’Italia te ne devi andare. Stando in Parlamento avresti voglia di fare tanto e non puoi fare molto invece, non lo puoi fare, perché comunque non dipende tutto da te, dipende da tanti altri. Adesso c’è la discussione sui soldati per le strade: io li vorrei, parlo a titolo personale, non in nome di Forza Italia. Vorrei vedere in mezzo alla strada le camionette con i soldati, secondo me è un deterrente, come ai tempi del maxiprocesso a Palermo».
Quindi c’è un problema di ideologia di alcune toghe?
«Le famose correnti. Io credo che alcuni magistrati abbiano voglia di mantenere questo potere, perché per loro è un potere che devono avere sulla politica».
Quindi lei è a favore del Sì al referendum.
«Ma certo. Sono anni che lo vado dicendo, una giustizia giusta. Lo dicevo dai tempi di Silvio Berlusconi. Però la giustizia giusta il più delle volte non arriva. Facevo una trasmissione anni fa, in cui mi capitò un padre che aveva avuto la figlia uccisa dall’ex ragazzo. Se l’è ritrovato fuori, dopo nemmeno 15 giorni, perché il giudice aveva deciso che aveva dei grossi problemi e quindi lo rimise fuori».
[...] Il tema della sicurezza legata ovviamente si lega a quello dell’immigrazione.
«Ci sono troppi immigrati clandestini. Lo stesso presidente Meloni l’ha detto: era la cosa su cui quando si è formato questo governo avremmo dovuto lottare di più, ma si potrà fare di più. [...] C’è anche una percezione diversa da parte della gente nei confronti di questi immigrati, perché prima, quando arrivavano da Paesi disastrati, da dittature, eravamo quasi tutti più accoglienti nei loro confronti. Adesso no. Adesso anche io, garantista fino al midollo, dico basta».
Attacchi come quelli che ha sentito alle persone in divisa, li sentiva anche ai tempi in cui lavorava suo padre?
«Ci sono momenti in cui vorrei chiedere a mio padre: tu cosa faresti? Papà aveva un grande rispetto per i suoi carabinieri, in un momento come questo francamente non so che cosa avrebbe potuto fare. Oggi questo rispetto non lo sento più. C’è un militare a Torino che nel 2020 è stato messo sotto da una donna francese completamente fuori di testa: gli hanno dovuto amputare l’arto. Qualcuno ha pensato a questo lui? No, è partita una sottoscrizione come la vostra per potergli pagare un arto che gli consenta di vivere meglio di come sta vivendo ora. Credo che dovremmo stare vicini a queste persone. Ecco perché poi si dice che ci sono pochi carabinieri, o poca polizia. Quei pochi che ci sono vengono massacrati nelle piazze, gli tirano addosso di tutto, tornano a casa che sono maschere di sangue. Mi chiedo: si rende conto la gente, le persone non perbene, che non capiscono il valore di queste divise? È possibile che si attacchino le forze dell’ordine quando qualche delinquente viene ferito o ucciso? Può succedere: purtroppo sì, ma tu lo sai che se vai a delinquere è un rischio che corri, puoi anche essere ucciso».
I lettori rispondono con grande generosità alla richiesta di aiutare il militare che ha ucciso un criminale per salvare un suo collega. Dimostrano che c’è ancora capacità di indignarsi e reagire a certe sentenze. Il 22 e 23 marzo il referendum sulla giustizia.
Cari lettori, oggi devo dirvi grazie. E non perché ogni giorno comprate La Verità, ma per la generosità con cui avete risposto al nostro appello. Giovedì scorso abbiamo raccontato l’incredibile sentenza che ha condannato un vicebrigadiere dei carabinieri non soltanto a tre anni di carcere per aver sparato - uccidendolo - a un ladro che aveva aggredito e ferito un collega, ma anche a risarcire la famiglia del malvivente con una provvisionale di 125.000 euro. Emanuele Marroccella secondo i giudici non avrebbe dovuto premere il grilletto, bensì voltarsi dall’altra parte.
Dunque, per non aver chiuso gli occhi, per non essersi distratto, per aver reagito di fronte all’aggressione di cui era vittima un militare al suo fianco, il carabiniere dovrà versare ai parenti del ladro sei anni del suo stipendio, oltre naturalmente a scontare - se la sentenza venisse confermata in Appello e in Cassazione - tre anni in carcere. E ovviamente questo non è che l’inizio del suo calvario, perché la condanna non esclude un processo civile, con ulteriore richiesta di risarcimento. E poi a tutto ciò si aggiungono le spese legali di difesa, che sono interamente a suo carico. Per dirla chiara, il vicebrigadiere Marroccella, per aver fatto il proprio dovere, rischia di finire sul lastrico e con lui la sua famiglia, cioè la moglie e i suoi due figli.
La storia è incredibile e dimostra che in questo Paese sono più tutelati i delinquenti che le persone per bene. I parenti di un orefice rapinato e ucciso a Milano hanno ricevuto poche migliaia di euro di risarcimento. Quella del rapinatore di cui sopra, un siriano che si era già reso responsabile di altri episodi simili a quello in cui ha perso la vita perché si è trovato davanti un uomo delle forze dell’ordine, invece, probabilmente si arricchirà a spese di un carabiniere che anziché far finta di niente ha fatto il carabiniere.
Di fronte a tutto ciò, noi della Verità, giornale che da sempre sta dalla parte di polizia e Arma, ovvero di uomini che rischiano ogni giorno la vita per difendere i cittadini e garantire loro la sicurezza, non potevamo fare spallucce. Indignati quanto molti di voi, dunque, abbiamo aperto un conto corrente lanciando una sottoscrizione a favore di Emanuele Marroccella e della sua famiglia. Per parte nostra abbiamo messo 5.000 euro, invitando i lettori e chiunque fosse d’accordo con noi nel sostenere un carabiniere che riteniamo ingiustamente condannato a contribuire secondo le proprie possibilità. Risultato, in appena tre giorni abbiamo raccolto più di 86.000 euro, una cifra altissima, che già in buona parte è in grado di coprire la provvisionale a cui Marroccella è stato condannato e che, lo ricordo per chi non lo sapesse, è immediatamente esecutiva e, se non pagata, può anche dare adito alla richiesta di pignoramento dello stipendio da parte dei parenti del ladro.
Sì, cari lettori, avete risposto con generosità e di questo vi sono infinitamente grato. Non soltanto perché così date un aiuto a un uomo delle forze dell’ordine, cioè a chi rappresenta la sicurezza in questo Paese. Ma anche perché scorgo nella decisione di donare 1 euro o 1.000 la capacità di indignarsi e reagire. Non si può ignorare il fatto che Marroccella ha sparato dopo aver visto ferire un proprio collega. Non si può non pensare che invece di colpire i criminali certe sentenze colpiscono chi cerca di fermare i delinquenti. Così come nel caso Ramy, il giovane che a Milano è fuggito a un posto di blocco ed è morto sbattendo contro il palo di un semaforo, invece di dar la caccia ai ladri si dichiara guerra a poliziotti e carabinieri.
Più dei rapinatori e degli stupratori, sono loro, gli uomini delle forze dell’ordine, a finire nel mirino. Per questo è importante sostenerli. Perciò è necessario difenderli. Loro difendono noi, ma noi dobbiamo tutelarli e sostenerli anche economicamente.
Dopo Il Sistema, Luca Palamara torna a svelare le magagne dei giudici italiani ad Alessandro Sallusti ne Il Sistema colpisce ancora. Come salvare la magistratura italiana dal vizio delle correnti e dalle mani dei politici, in libreria per Rizzoli a partire da oggi. Ne pubblichiamo un estratto.
Luca Palamara ha coniato la definizione laica della Trinità. La cellula del sistema giudiziario appare come una ma in realtà è trina: un pubblico ministero, un ufficiale di polizia giudiziaria (colui che fa materialmente le indagini) capace e un giornalista amico di entrambi. Ha sostenuto che una simile triade, se affiatata, complice e spregiudicata al punto giusto, è più potente del governo.
Dottor Palamara, molti dei suoi colleghi sostengono che via lei ora va tutto bene, fine della lottizzazione, dei veleni, delle interferenze della politica nella magistratura e viceversa.
«Posso portarla a fare un salto a Perugia?».
Volentieri, sarebbe un piacevole tuffo in uno dei cuori del Rinascimento italiano. Ma perché?
«Città splendida, grande storia: il Pinturicchio, Raffaello, c’è pure una delle università più antiche d’Europa. E poi c’è una Procura della Repubblica tra le più importanti d’Italia».
A chi ci legge sembrerà strano.
«Nel senso che la procura di Perugia non ha giurisdizione solo su quel piccolo territorio, è quella designata a indagare sui fatti e sui misfatti dei magistrati della Procura di Roma, e mi scusi se dico poco».
Se è per questo ha indagato anche su di lei.
«Già, e per rispondere alla sua domanda sulla magistratura dopo Palamara adesso le racconto una storia che inizia nel luglio 2022, due anni dopo la mia uscita di scena».
Sentiamola.
«Da qualche mese il procuratore di Perugia, Raffaele Cantone, aveva per le mani un’inchiesta che scottava assai, inchiesta che a sua volta la Procura di Milano, allora diretta da Francesco Greco, secondo le accuse di un suo sostituto, Paolo Storari, aveva tenuto nel cassetto».
Immagino si stia riferendo al caso della presunta loggia massonica segreta della cui esistenza, nel novembre 2019, il faccendiere Piero Amara parlò ai pm di Milano Laura Pedio e, appunto, Paolo Storari.
«Esatto, la cosiddetta loggia Ungheria della quale avrebbero fatto parte ministri, magistrati di rango, persino alti generali della Finanza e dei Carabinieri e financo il presidente del Consiglio Giuseppe Conte. L’attesa attorno a quell’indagine è ovviamente altissima, la tesi proposta da Amara è che una loggia segreta si fosse insinuata, anche attraverso le dinamiche correntizie, nella vita del Consiglio superiore della magistratura e più in generale nelle istituzioni del Paese. La Procura di Milano trasmette per competenza il fascicolo a Cantone che indaga e il 7 luglio 2022 annuncia che chiederà l’archiviazione. Quella richiesta formalmente è relativa ad altre persone, ma nella sostanza è un’indagine parallela per trovare nuove accuse che possano riguardarmi. Penso di aver stabilito un record: in quella archiviazione il mio nome ricorre per centoundici volte; eppure, non verrò mai iscritto nel registro degli indagati. Fino a quel momento nulla era trapelato, né sulle attività investigative né sul contenuto di quella richiesta. Del resto, non avrebbe potuto essere diversamente, la legge in questo parla chiaro: fino a che un giudice non si pronuncia sulla richiesta di archiviazione tutto deve rimanere segretato».
E invece…
«E invece solo due giorni dopo, il 9 luglio, il Fatto Quotidiano, in un articolo a firma del giornalista Antonio Massari, pubblica alcuni passaggi della richiesta di archiviazione, quelli in cui Cantone sostiene che, quando Amara dice di aver raccomandato Giuseppe Conte per fargli affidare un incarico pagato in modo sproporzionato dalla società Acqua Marcia, in realtà ha mentito».
Non mi stupisce, né la fuga di notizie né che questa, tra i tanti personaggi coinvolti, riguardi in modo positivo e assolutorio proprio Giuseppe Conte, da sempre sostenuto e difeso dal Fatto Quotidiano.
«Lei non si stupirà, io sì. Guarda caso il Fatto Quotidiano ritiene di non dover attribuire grande peso alle centosessantasette pagine che compongono quella richiesta di archiviazione squalificando in sostanza il racconto di Amara. A quel punto qualcosa deve essere andato storto all’interno della Procura di Perugia. Infatti, quello stesso giorno, mentre sono a cena, una telefonata mi anticipa che il Corriere della Sera e Repubblica stanno per pubblicare ulteriori stralci che riguardano episodi infamanti raccontati da Amara su di me, tipo che quando ero al Csm avrei accettato un Rolex del valore di trentamila euro per favorire il magistrato Maurizio Musco nel procedimento disciplinare che lo riguardava, o che addirittura avrei interferito su un giudice della Cassazione, Stefano Mogini, dicendogli che Musco era malato. Bollo quello che mi viene detto come una stupidaggine. Ritengo la cosa impossibile. Io con quella vicenda non c’entro nulla, per quell’episodio la Procura di Perugia non mi ha mai fatto una contestazione specifica né tanto meno inviato un avviso di garanzia. Perché mai di fronte ad accuse di cui non ho mai saputo nulla dovrei finire sui giornali? Peraltro, nessun giornalista del Corriere o di Repubblica mi ha cercato per sentire la mia versione, cosa che nell’immediatezza mi avrebbe consentito di smentire documentalmente queste accuse infamanti, in relazione alle quali oggi sono addirittura persona offesa del reato di calunnia commesso da Amara nei miei confronti».
Azzardo una possibile risposta: perché lei è Palamara, quello che scrivendo il libro Il Sistema ha scoperchiato il vaso di Pandora pure sugli intrecci opachi tra Procure e giornalisti, compresi quelli dei due giornali che sta citando.
«Ipotesi maligna la sua ma, come diceva uno che se ne intendeva, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Infatti la mattina successiva puntualmente mi ritrovo tutto spiattellato con grande evidenza. Viene addirittura affermato che solo grazie alla schiena dritta di quel magistrato di Cassazione, Stefano Mogini, la mia interferenza non è andata a buon fine. E mi pongo due domande, oltre a quella di come sia possibile pubblicare tesi diffamatorie già smentite da una richiesta di archiviazione che, in contrasto con quanto stabilisce la Corte costituzionale, viene trasformata in una sentenza di condanna a uso e consumo dei giornali».
Quali?
«La prima è: chi ha consegnato ai giornalisti del Corriere e di Repubblica notizie e documenti che avrebbero dovuto rimanere riservati, facendogli pure riprendere una frase che Mogini in realtà non ha mai pronunciato, perché nel suo verbale dirà che il nostro incontro è avvenuto su sua richiesta? Sarà un caso, ma recentemente lo stesso Mogini è stato penalizzato nella corsa per diventare primo presidente della Cassazione. La seconda è: chi sta dirigendo il traffico, ovvero chi decide che cosa e con quale fine, in una mole enorme di materiale, deve essere dato in pasto all’opinione pubblica e che cosa no?».
Non posso esimermi: lei queste cose – questi meccanismi perversi – non le scopre la mattina del 10 luglio 2022. Lei, come ha raccontato in precedenza, le sapeva e le ha viste fare fin dal 2008, quando ha iniziato a scalare il potere giudiziario.
«E infatti non faccio né la vittima né la verginella. Sto rispondendo da testimone diretto alla sua domanda di fondo: il “Sistema” perverso della giustizia – come sostengono quelli contrari alla riforma della magistratura che ci porterà al referendum – è morto con la fine dell’epoca Palamara o è ancora vivo e vegeto? Io le sto dimostrando che è vivo, e se andiamo avanti saprò essere ancora più convincente».
Prego.
«Dicevamo di quella mattina. Per prima cosa presento una denuncia alla Procura di Firenze, competente per eventuali reati commessi dai colleghi di Perugia, in merito alla fuga di notizie. E subito accade qualcosa di inatteso».
Che cosa?
«Il procuratore Cantone telefona personalmente al mio avvocato, il professor Rampioni, per dirgli che a suo avviso avevamo tutte le ragioni per sporgere denuncia».
Anche lui non l’ha presa bene.
«Per nulla, al punto che – cosa inusuale – decide di occuparsi personalmente della vicenda: vuole capire chi, nel suo ufficio, ha violato il segreto istruttorio. Dispone quindi una serie di accertamenti interni per ricostruire tutti i passaggi delle carte e dalle verifiche emerge un nome, quello di Raffaele Guadagno, cancelliere della Procura e figura ben conosciuta negli ambienti giudiziari e giornalistici. È lui – secondo quanto accertato – ad aver materialmente estratto la richiesta di archiviazione e ad averla consegnata al giornalista del Fatto Quotidiano Antonio Massari, ma nulla sappiamo della manina che il giorno dopo ha fornito la richiesta di archiviazione a Giuliano Foschini di Repubblica e Giovanni Bianconi del Corriere della Sera per spostare il racconto da Giuseppe Conte alla mia persona».
A questo punto che succede?
«Viene disposta in fretta e furia una perquisizione compiuta secondo modalità che più di tante chiacchiere rivelano come funziona il Sistema di cui stiamo parlando».
Cioè?
«Si scoprirà poi, attraverso la lettura delle chat, che i due pubblici ministeri che avevano proceduto alla perquisizione di Guadagno avevano con lui rapporti di amicizia molto stretti. Addirittura, dal telefono di uno dei due, Gemma Miliani, era partita una chiamata WhatsApp immediatamente prima dell’inizio delle operazioni di perquisizione. La conseguenza è che Guadagno a quella perquisizione non sarà presente e la figlia consegnerà il computer agli inquirenti. Il suo telefono cellulare verrà consegnato solamente il giorno dopo».
Non ci credo.
«È tutto agli atti. Si ricordi una cosa: quando il Sistema viene attaccato si chiude a riccio per sopravvivere e per chi ne fa parte non vale quello che vale per i comuni mortali. Altro che separazione delle carriere».
© Rizzoli, 2026













