Il governo prepara la supertassa
«Dammi retta Maurizio, questi io li conosco bene: sono stalinisti e sanno solo tassare». L’uomo che mi parla non è un fedele di Matteo Salvini e nemmeno un berlusconiano: è un funzionario del ministero cresciuto nella sinistra, che i compagni li conosce fin dai tempi del Pci, e dunque non ha dubbi sul nuovo corso del governo.

Con l’esecutivo Pd-5 stelle, l’Economia è in mano loro, degli ex comunisti. E infatti si vede. Nonostante sia stato scongiurato per ora un aumento dell’Iva, rinviato facendo ricorso a 14 miliardi di debito in più e a quella che un tempo Repubblica avrebbe bollato come finanza creativa (inventando un gettito da evasione per 7 miliardi), le tasse nella nuova manovra ci sono. Ovviamente non le hanno chiamate con il loro nome, ma ricorrendo a camuffamenti come rimodulazione o altro. La sostanza non cambia perché anche cambiando la denominazione la stangata resta ed è tutta a carico del ceto medio, ossia di quelli che non evadono e non dichiarano un reddito ai minimi.

Già, perché non si può che chiamare tassa la modifica che il governo guidato da un presidente che appena mesi fa si autodefiniva avvocato del popolo ha predisposto sui ticket. Rispetto al passato, gli italiani che ricorrono alla sanità e superano un certo reddito dovranno aprire il portafogli e pagare per ciò che prima ricevevano gratis o dietro corresponsione di un ticket. Infatti, la Nadef, che altro non è se non la nota di aggiornamento al documento di economia e finanza, prevede che le persone con un reddito superiore a 100.000 euro lordi l’anno contribuiscano in misura maggiore rispetto a prima. Tradotto, significa che per far quadrare i conti, Palazzo Chigi e il ministero dell’Economia scaricheranno i costi delle mance che vanno promettendo con la finanziaria sulle spalle del ceto medio, ossia sugli italiani che lavorano e pagano le tasse.

Tra le sorprese della Nadef però non c’è solo la fregatura dei ticket sanitari, ma anche il tetto alle detrazioni, ovviamente sempre a carico dei soliti noti, ossia di quella quota di contribuenti che non evade e riesce a raggiungere la fatidica quota 100.000 euro. Che detta così sembra uno stipendio da nababbi, ma in realtà, tolte le tasse e i contributi, si riduce a 4.000 euro netti al mese. Questi italiani, trasformati dal governo in novelli Paperone, si ritroveranno tagliata la possibilità di scomputare dalla propria dichiarazione delle imposte le spese sostenute, vuoi per la sanità o per la ristrutturazione delle abitazioni. Risultato, anche senza l’introduzione di nuove tasse, queste persone pagheranno più tasse.

Finito? Neanche a dirlo, perché dal cappello del ministero dell’Economia sta per spuntare un’altra ipotesi, ovvero l’idea di trasformare le famiglie con la colf e le persone anziane che godono dell’aiuto di una badante in sostituti d’imposta. Tradotto, significa che gli italiani con la cameriera saranno costretti loro malgrado a diventare dei veri e propri datori di lavoro, che non versano solo lo stipendio e i contributi per il personale di servizio, ma dovranno anche trattenere e pagare l’Irpef per conto del dipendente. Avete presente che cosa questo significherà? Che tutti si dovranno rivolgere al commercialista, pagando la parcella, perché non basterà ricordarsi del compenso netto pagato su cui calcolare i versamenti previdenziali, ma si dovrà compilare una specie di busta paga, conteggiando tutto, ferie e aliquote e così via. Insomma, un modo per tartassare gli italiani, complicando ancora di più la loro vita.

E però il partito delle tasse che ha conquistato il governo ancora non è contento. Se ha fatto una precipitosa (finta?) retromarcia sulla revisione dei valori catastali per far pagare di più l’Imu anche senza ritoccarne le aliquote, nel caso dell’Irpef, ossia dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, i cervelloni del ministero dell’Economia sono al lavoro. L’ipotesi contemplerebbe l’aumento dello scaglione più alto o l’introduzione di una particolare tassazione per chi dichiari uno stipendio superiore a una certa soglia. In pratica si tratterebbe di far salire il prelievo fiscale dal 43 per cento che oggi colpisce i redditi più alti al 50 per cento. Chi guadagna di più si ritroverebbe a pagare tra il 60 o 70 per cento di tasse, calcolando che all’Irpef poi si aggiungono le imposte regionali, quelle locali e i contributi. Un vero e proprio salasso, che ieri si è affacciato tra le pagine dei giornali e su alcuni siti internet tra i quali Dagospia, senza però che nessuno si prendesse la briga di smentire l’ipotesi. Anzi, siccome aveva parlato della costituzione di una nuova società riconducibile a Matteo Renzi come una mossa in vista della nuova tassa, il sito fondato da Roberto Dagostino si è beccato l’annuncio di una causa da parte dell’ex segretario del Pd. Ma per aver ipotizzato che la società fosse un modo per svicolare il fisco, mica per l’ipotesi di una stangata sui contribuenti.

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