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2021-05-02
I giapponesi stanno dimenticando l'arte del sumo
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Il Ryōgoku Kokugikan, l'impianto sportivo situato nel quartiere Yokoami di Tokyo (iStock)
Tradizione, arte, cultura, spiritualità, sacrificio. C'era un tempo, non poi così lontano, in cui tutti questi concetti erano racchiusi in un'unica disciplina, nata in Giappone all'inizio del Sesto secolo: il sumo. Oggi, e in particolare negli ultimi anni, il sumo, inteso sia come sport sia come elemento contraddistintivo della più profonda e radicata cultura nipponica appare sempre più in crisi. Sempre meno giapponesi sono interessati a questo sport e sempre meno ragazzi si iscrivono alle scuole di sumo. Dietro questo fenomeno ci sono diversi fattori, in parte legati ai recenti scandali che hanno travolto il sumo, dai numerosi casi di doping alle scommesse che ne hanno fatto calare l'interesse a vantaggio del baseball che ha potuto sfruttare la vetrina del merchandising, e in parte a un cambiamento sociale che ha coinvolto le nuove generazioni, le quali rispetto a 20-30 anni fa, quando i giovani provenienti da zone rurali e da famiglie poco agiate intravedevano nel sumo l'occasione del riscatto, si trasferiscono appena possibile nelle grandi città del Paese per intraprendere le carriere universitarie o lavorative, con stili di vita sempre più distanti da quello richiesto dalla pratica del sumo, fatto di rigide regole, totale disciplina e obbedienza.
Essere iscritti in una scuola di sumo, «heya», significa far parte di una grande famiglia dove si vive, si studia e si impara l'arte della lotta corpo a corpo. Il rispetto delle regole, come per esempio andare a letto tutti alla stessa ora e non consumare alcolici, vale per tutti e i maestri sono intransigenti.
C'è poi anche una questione morale. Nella società odierna, sempre più governata da ciò che è politicamente corretto e ciò che invece non lo è, uno sport praticato esclusivamente da uomini non è ben visto e perde di considerazione. Il sumo professionistico, infatti, non è ancora aperto alle donne, che possono praticarlo soltanto a livello amatoriale. Il motivo è da ricondurre a un'antichissima tradizione che ritiene le donne impure a causa del sangue mestruale che contamina un luogo sacro quale il «dohyo», ossia il ring in argilla sul quale si svolgono gli incontri. Prima di ogni incontro, infatti, il «dohyo» viene purificato dai sacerdoti shintoisti attraverso una cerimonia durante la quale, per imprigionare gli spiriti maligni, viene praticato al centro del ring un buco e riempito con noci, alghe, calamari essiccati e sakè. Quando uno dei lottatori perde sangue l'incontro viene sospeso e il «dohyo» viene cosparso di sale per purificarlo. Pochi anni fa, nel 2018, durante un incontro a Maizuru, una città della prefettura di Kyoto, il sindaco ebbe un malore mentre pronunciava il suo discorso sul «dohyo» e una dottoressa presente tra il pubblico che era salita sul ring per prestare soccorso venne invitata dagli organizzatori ad allontanarsi subito perché stava contaminando un luogo sacro. In origine, il sumo era percepito dalla popolazione giapponese come un rituale per intrattenere gli dei dello shintoismo, religione politeista che prevede l'adorazione dei «kami», ossia le divinità e gli spiriti naturali.
In questo vuoto si sono infilati con abilità, costanza e tenacia i vicini di casa della Mongolia, che ormai da 20 anni a questa parte dominano la scena mondiale del sumo. È abbastanza eclatante il dato che racconta come dal 2002 al 2016 i lottatori mongoli hanno trionfato in 81 campionati su 88 per quanto riguarda la massima divisione giapponese, nonostante la limitazione che permette la presenza di un solo atleta straniero per ogni scuola di sumo. Di fatto una violazione di un monopolio durato e difeso per secoli e messo in discussione dalla maggiore fame di riscatto sociale degli atleti mongoli, sempre più determinati a raggiungere i livelli più alti di questa disciplina e spinti dall'obiettivo di poter un giorno aiutare e risolvere i problemi delle loro famiglie, considerando che un lottatore - in gergo «yokozuna» - che si spinge fino alla massima divisione arriva a un ingaggio di due milioni di dollari a stagione.
Tale popolarità diffusa aggiunta alla natura gladiatoria della graticola rende il calcio un terreno fertile per il nazionalismo. Il sumo potrebbe non avvolgersi nella bandiera allo stesso modo della NFL, ma quando uno sport può far risalire la sua storia a due millenni ed è menzionato nel più antico testo storico giapponese conosciuto, non sorprende che ci siano elementi della società che preferirebbe tenerlo libero da ogni influenza straniera. Questo è un obiettivo che è diventato urgente solo nelle menti di coloro che vedono il recente dominio mongolo del sumo come una sorta di evirazione dell'orgoglio giapponese. Per essere onesti, la maggior parte di quel sentimento proviene da fonti esterne. Vivere e allenarsi insieme a rikishi e stablemasters nati all'estero è qualcosa che la maggior parte dei lottatori giapponesi sperimenta su base continuativa. Quelli all'interno dello sport hanno meno probabilità di avere opinioni controverse sulla "purezza" del sumo rispetto agli accademici o ai commentatori che vengono regolarmente portati fuori nei talk show o nominati in comitati o panel incaricati di migliorare il sumo. Quando tutti i tuoi consiglieri sono martelli con un'inclinazione nazionalistica, ogni straniero comincia a sembrare un chiodo che deve essere abbattuto.
Il protezionismo e la discriminazione non sono esclusivi del sumo e nemmeno del Giappone. il sumo deve affrontare problemi molto più urgenti e seri come la salute e la sicurezza dei suoi lottatori.
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Sempre meno nipponici sono interessati a questa disciplina, per anni considerata sport nazionale e ora scavalcata dal baseball, più in vetrina e popolare grazie al merchandising. E negli ultimi anni il primato è passato nelle mani dei lottatori mongoli, più predisposti ad accettare le rigide regole imposte dalle scuole.Tradizione, arte, cultura, spiritualità, sacrificio. C'era un tempo, non poi così lontano, in cui tutti questi concetti erano racchiusi in un'unica disciplina, nata in Giappone all'inizio del Sesto secolo: il sumo. Oggi, e in particolare negli ultimi anni, il sumo, inteso sia come sport sia come elemento contraddistintivo della più profonda e radicata cultura nipponica appare sempre più in crisi. Sempre meno giapponesi sono interessati a questo sport e sempre meno ragazzi si iscrivono alle scuole di sumo. Dietro questo fenomeno ci sono diversi fattori, in parte legati ai recenti scandali che hanno travolto il sumo, dai numerosi casi di doping alle scommesse che ne hanno fatto calare l'interesse a vantaggio del baseball che ha potuto sfruttare la vetrina del merchandising, e in parte a un cambiamento sociale che ha coinvolto le nuove generazioni, le quali rispetto a 20-30 anni fa, quando i giovani provenienti da zone rurali e da famiglie poco agiate intravedevano nel sumo l'occasione del riscatto, si trasferiscono appena possibile nelle grandi città del Paese per intraprendere le carriere universitarie o lavorative, con stili di vita sempre più distanti da quello richiesto dalla pratica del sumo, fatto di rigide regole, totale disciplina e obbedienza.Essere iscritti in una scuola di sumo, «heya», significa far parte di una grande famiglia dove si vive, si studia e si impara l'arte della lotta corpo a corpo. Il rispetto delle regole, come per esempio andare a letto tutti alla stessa ora e non consumare alcolici, vale per tutti e i maestri sono intransigenti.C'è poi anche una questione morale. Nella società odierna, sempre più governata da ciò che è politicamente corretto e ciò che invece non lo è, uno sport praticato esclusivamente da uomini non è ben visto e perde di considerazione. Il sumo professionistico, infatti, non è ancora aperto alle donne, che possono praticarlo soltanto a livello amatoriale. Il motivo è da ricondurre a un'antichissima tradizione che ritiene le donne impure a causa del sangue mestruale che contamina un luogo sacro quale il «dohyo», ossia il ring in argilla sul quale si svolgono gli incontri. Prima di ogni incontro, infatti, il «dohyo» viene purificato dai sacerdoti shintoisti attraverso una cerimonia durante la quale, per imprigionare gli spiriti maligni, viene praticato al centro del ring un buco e riempito con noci, alghe, calamari essiccati e sakè. Quando uno dei lottatori perde sangue l'incontro viene sospeso e il «dohyo» viene cosparso di sale per purificarlo. Pochi anni fa, nel 2018, durante un incontro a Maizuru, una città della prefettura di Kyoto, il sindaco ebbe un malore mentre pronunciava il suo discorso sul «dohyo» e una dottoressa presente tra il pubblico che era salita sul ring per prestare soccorso venne invitata dagli organizzatori ad allontanarsi subito perché stava contaminando un luogo sacro. In origine, il sumo era percepito dalla popolazione giapponese come un rituale per intrattenere gli dei dello shintoismo, religione politeista che prevede l'adorazione dei «kami», ossia le divinità e gli spiriti naturali.In questo vuoto si sono infilati con abilità, costanza e tenacia i vicini di casa della Mongolia, che ormai da 20 anni a questa parte dominano la scena mondiale del sumo. È abbastanza eclatante il dato che racconta come dal 2002 al 2016 i lottatori mongoli hanno trionfato in 81 campionati su 88 per quanto riguarda la massima divisione giapponese, nonostante la limitazione che permette la presenza di un solo atleta straniero per ogni scuola di sumo. Di fatto una violazione di un monopolio durato e difeso per secoli e messo in discussione dalla maggiore fame di riscatto sociale degli atleti mongoli, sempre più determinati a raggiungere i livelli più alti di questa disciplina e spinti dall'obiettivo di poter un giorno aiutare e risolvere i problemi delle loro famiglie, considerando che un lottatore - in gergo «yokozuna» - che si spinge fino alla massima divisione arriva a un ingaggio di due milioni di dollari a stagione.Tale popolarità diffusa aggiunta alla natura gladiatoria della graticola rende il calcio un terreno fertile per il nazionalismo. Il sumo potrebbe non avvolgersi nella bandiera allo stesso modo della NFL, ma quando uno sport può far risalire la sua storia a due millenni ed è menzionato nel più antico testo storico giapponese conosciuto, non sorprende che ci siano elementi della società che preferirebbe tenerlo libero da ogni influenza straniera. Questo è un obiettivo che è diventato urgente solo nelle menti di coloro che vedono il recente dominio mongolo del sumo come una sorta di evirazione dell'orgoglio giapponese. Per essere onesti, la maggior parte di quel sentimento proviene da fonti esterne. Vivere e allenarsi insieme a rikishi e stablemasters nati all'estero è qualcosa che la maggior parte dei lottatori giapponesi sperimenta su base continuativa. Quelli all'interno dello sport hanno meno probabilità di avere opinioni controverse sulla "purezza" del sumo rispetto agli accademici o ai commentatori che vengono regolarmente portati fuori nei talk show o nominati in comitati o panel incaricati di migliorare il sumo. Quando tutti i tuoi consiglieri sono martelli con un'inclinazione nazionalistica, ogni straniero comincia a sembrare un chiodo che deve essere abbattuto.Il protezionismo e la discriminazione non sono esclusivi del sumo e nemmeno del Giappone. il sumo deve affrontare problemi molto più urgenti e seri come la salute e la sicurezza dei suoi lottatori.
6 aprile 2009, L'Aquila: le macerie riempiono una strada nel centro dopo il devastante terremoto che ha colpito la città (Ansa)
«Il 6 aprile di 17 anni fa il terremoto in Abruzzo, la ferita resta aperta», ha dichiarato il ministro. «Oggi ricordiamo commossi le 309 persone la cui vita fu spezzata dalla violenza del terremoto che nel 2009 colpì l’Abruzzo». Piantedosi ha rivolto il proprio pensiero anche ai feriti e a chi ha dovuto affrontare le conseguenze del sisma, sottolineando la reazione della popolazione nei giorni successivi. «Il mio pensiero va anche a tutti coloro che rimasero feriti e a chi, con dignità e determinazione, ha affrontato il dolore e la devastazione che seguirono al sisma», ha aggiunto. Il ministro ha poi voluto ringraziare le strutture impegnate nei soccorsi: «Rinnovo la mia gratitudine alle Forze dell’ordine, ai Vigili del fuoco, ai militari, ai volontari della Protezione Civile e a tutti i soccorritori che, fin dalle prime ore, hanno lavorato senza sosta per salvare vite umane e assistere la popolazione colpita». Infine, ha richiamato l’impegno sul fronte della prevenzione e della sicurezza dei territori.
A L’Aquila, la commemorazione si è svolta tra la sera del 5 e la notte del 6 aprile, in una forma diversa rispetto al tradizionale corteo, ma con una partecipazione diffusa e raccolta. La città si è fermata nel silenzio, accompagnata dalla musica dei Solisti Aquilani, che all’Emiciclo hanno eseguito brani di Händel, Vivaldi e Bach durante la cerimonia. Accanto alle istituzioni, con il sindaco Pierluigi Biondi e rappresentanti locali, erano presenti cittadini, forze dell’ordine e associazioni.
Al centro della commemorazione il telo con i nomi delle vittime, stampati in rosso, e lo striscione dei familiari con la scritta: «Per loro. Per tutti i familiari delle vittime. L’Aquila 6 aprile 2009». La notte del ricordo è proseguita al Parco della Memoria, dove è stato acceso il braciere dal funzionario comunale Daniele Ciuffetelli, in rappresentanza dei dipendenti del Comune. Qui si è svolta anche la lettura dei nomi delle 309 vittime e la deposizione dei fiori sulla fontana monumentale.
Nel corso della cerimonia è intervenuto Vincenzo Vittorini, in rappresentanza dei familiari, che ha ricordato «la notte più lunga per gli aquilani» e il valore della memoria come responsabilità condivisa. «Abbiamo scelto di non sfilare, ma di ritrovarci», ha spiegato, richiamando anche la figura di Antonietta Centofanti e citando José Saramago: «Noi siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo». Un appello, rivolto soprattutto ai più giovani, a farsi «sentinelle della memoria» per non disperdere il ricordo nel tempo. La commemorazione si è chiusa nel segno della sobrietà, tra musica, fiori e silenzio, mentre sui social il sindaco Biondi ha scritto: «Onoriamo la nostra notte più lunga, la luce fa sperare. Onoriamo il dolore, attraversiamo il buio, camminiamo nel silenzio verso il giorno».
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Gli sfollati fuggono dal campo di Zamzam a causa del conflitto in corso nel Darfur settentrionale in Sudan (Ansa)
Dopo oltre 150.000 morti e 13 milioni di profughi, il conflitto tra il capo dell’esercito al Burhan e il leader paramilitare Hemeti resta senza sbocco. I governativi riconquistano la capitale, mentre i paramilitari dominano il Darfur e sono accusati di pulizia etnica. Paese diviso e crisi umanitaria fuori controllo.
Da ormai tre anni il Sudan è dilaniato da una sanguinosa guerra civile che ha causato oltre 150.000 vittime e quasi 13 milioni di profughi. La nazione africana ha una popolazione di 46 milioni di abitanti e oltre la metà di questi hanno urgente bisogno di assistenza umanitaria, mentre 20 milioni sono a rischio di carestia.
Questo conflitto è iniziato all’interno del Consiglio Sovrano, nato dopo il colpo di stato del 25 ottobre del 2021, per il tentativo di integrare nell’esercito nazionale il gruppo paramilitare delle Forze di Supporto Rapido. Il generale Mohamed Hamdam Dagalo, detto Hemeti, capo di questi miliziani, aveva chiesto un lungo periodo di transizione per non perdere il suo potere, ma al rifiuto del capo della giunta militare era iniziato il conflitto. Le Forze di Supporto Rapido avevano agito all’alba del 13 aprile prendendo di sorpresa l’esercito del generale Abdel-Fattah al Burhan, che aveva perso il controllo di interi quartieri di Khartoum. I governativi avevano reagito utilizzando l’aviazione sudanese e martellando la capitale con centinaia di vittime fra la popolazione civile. Intanto lo scontro fra i due generali aveva coinvolto tutto il paese con i paramilitari che avevano dilagato in Darfur, la loro regione di provenienza. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti gli eredi dei miliziani Janjaweed ( diavoli a cavallo), i genocidiari che nei primi anni del 2000 avevano massacrato la popolazione africana del Darfur.
Lo stesso Hemeti aveva fatto parte di queste bande irregolari,utilizzate dal governo del presidente Omar al Bashir per effettuare un’autentica pulizia etnica dei popoli non arabi. Il conflitto ha vissuto molte fasi alterne nell’arco di questi tre anni, ma oggi le Forze armate Sudanesi hanno stabilmente ripreso il controllo di Khartoum, riportando il governo nella capitale dopo essersi spostati a Port Sudan, eletta come capitale provvisoria. Nel Kordofan, una regione a sud, si continua combattere e le Forze di Supporto Rapido hanno siglato un’alleanza con un signore della guerra locale Abdelaziz al Hilu, che con i suoi mercenari ha preso il controllo del Kordofan settentrionale. Le milizie, create sia su base etnica che politica, hanno un ruolo sempre più importante nella guerra civile sudanese che coinvolge direttamente o indirettamente diverse nazioni dell’area. Il generale al Burhan ogni settimana vola al Cairo dove prende ordini dal presidente egiziano al Sisi, che è il suo principale mentore e che ha rifornito l’esercito sudanese di armi ed istruttori. Le Forze di Supporto Rapido sono invece economicamente sostenute dagli Emirati Arabi Uniti, e parzialmente dall’Arabia Saudita, che attraverso il poroso confine con il Ciad permette ai paramilitari di avere armi e soldi. Con il passare dei mesi i paramilitari hanno perso terreno, ma hanno preso il controllo della totalità del Darfur, la regione occidentale. Qui per espugnare l’ultima città difesa da un milizia alleata dei governativi hanno bloccato ogni via di accesso prendendo el Fasher per fame. Una volta entrate le Forze di Supporto Rapido hanno giustiziato i notabili della città, costringendo alla fuga migliaia di persone.
Le Nazioni Unite hanno aperto una serie di inchieste per indagare sui crimini di guerra commessi sia dai ribelli che dai governativi, in una nazione nella quale lo stupro è diventato un’arma di guerra. Le Forze di Supporto Rapido sono infatti accusate di pulizia etnica in Darfur, dove vivono diverse tribù africane come i Fur e i Masalit, che questi miliziani vogliono sterminare per arabizzare la regione. Questa operazione viene portata avanti da anni utilizzando uomini delle tribù beduine dei Baggara e degli Abbala, da cui provengono la maggioranza dei fedelissimi di Hemeti. Al terzo anno di combattimenti le forze del governo ed i suoi alleati controllano circa il 70% del Sudan, mentre i ribelli l’altro 30%. Il generale Hemeti ha anche formato un governo parallelo nelle aree sotto il suo controllo ed ha minacciato una secessione nel martoriato Darfur, tutto mentre il popolo del Sudan continua a morire nell’indifferenza del mondo.
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Un ingegnere prepara un drone intercettore FPV (First Person View) P1-Sun per il volo durante i test effettuati dal produttore SkyFall in una località non specificata in Ucraina (Getty Imasges)
«Secondo un documento operativo sulle tattiche FPV attribuito a fonti militari legate al conflitto ucraino», questi sistemi sono diventati uno degli strumenti più incisivi delle operazioni tattiche, capaci di influenzare direttamente l’esito degli scontri e di ridefinire il rapporto tra forze terrestri e supporto aereo. I droni FPV (First Person View) sono piccoli velivoli senza pilota controllati a distanza tramite una telecamera che trasmette immagini in tempo reale all’operatore, il quale li guida come se fosse a bordo. A differenza dei droni tradizionali vengono pilotati manualmente con grande precisione, consentendo manovre rapide e voli a bassa quota. Derivati dal mondo civile e costruiti con componenti modulari a basso costo, sono facilmente modificabili e impiegabili in massa. Possono raggiungere velocità elevate, ma hanno autonomia limitata e raggio operativo ridotto. In ambito militare vengono spesso utilizzati come munizioni guidate, dirette direttamente contro il bersaglio, combinando flessibilità, precisione e costi contenuti.
Questo rapporto tra efficacia operativa e prezzo ha accelerato la diffusione dei FPV e ne ha favorito l’integrazione nelle unità combattenti. Nel documento emerge come i droni «kamikaze» abbiano progressivamente assunto un ruolo dominante nel causare perdite sul campo, trasformandosi da strumenti di supporto a protagonisti dell’azione offensiva. Il cambiamento non riguarda solo la tecnologia, ma anche la dottrina. Le operazioni non si limitano più a un singolo drone impiegato in modo isolato, ma prevedono coordinamento, sequenze di attacco e integrazione con altre armi. In questo scenario, il drone diventa una sorta di artiglieria tattica a corto raggio, capace di intervenire in tempi rapidi e con elevata precisione. Tra le tecniche più diffuse figura la modalità cosiddetta «classica», basata sulla cooperazione tra drone di ricognizione e drone d’attacco. Il primo individua il bersaglio e trasmette le coordinate, mentre il secondo procede all’ingaggio. Questo schema consente di colpire rapidamente obiettivi mobili o posizioni fortificate. Accanto a questa tecnica si sviluppano operazioni di «free hunting», in cui i droni vengono lanciati contro obiettivi già individuati, aumentando la pressione costante sull’avversario.
Un’evoluzione significativa è rappresentata dagli attacchi «swarm», cioè l’impiego simultaneo di più droni contro un singolo obiettivo o una zona specifica. Questo approccio consente di saturare le difese e ridurre la capacità di reazione. L’uso coordinato di più piattaforme trasforma il drone in uno strumento di attacco di massa, capace di generare effetti simili a quelli di un bombardamento di precisione su scala tattica. Il documento descrive inoltre l’impiego dei FPV come supporto diretto alle unità d’assalto. Durante l’avanzata, i droni vengono utilizzati in sequenza per neutralizzare posizioni nemiche, coprire il movimento delle truppe e colpire eventuali rinforzi. Questa integrazione con la manovra terrestre riduce l’esposizione dei soldati e aumenta la velocità dell’offensiva. L’efficacia cresce ulteriormente quando i droni vengono combinati con artiglieria e mortai, creando un sistema di fuoco distribuito e flessibile.Particolarmente rilevante è la tattica dell’imboscata, in cui il drone viene posizionato in anticipo e resta in attesa del bersaglio. In questa configurazione il FPV si trasforma in una mina intelligente, capace di colpire improvvisamente veicoli o personale. L’impiego di droni relay estende il raggio operativo e aumenta il tempo di attesa, rendendo l’attacco più imprevedibile. Questa modalità dimostra come i droni possano essere utilizzati non solo per l’offensiva immediata, ma anche per il controllo del terreno.
Il documento evidenzia anche l’uso di attacchi combinati. Un primo drone colpisce un veicolo o una posizione, mentre un secondo interviene contro il personale durante le operazioni di evacuazione. Analogamente, la tecnica del doppio attacco prevede l’impiego di due droni in successione per penetrare coperture e colpire all’interno di strutture protette. Queste procedure indicano un crescente livello di coordinamento e sofisticazione tattica. Un altro elemento significativo riguarda l’organizzazione delle squadre operative. L’impiego dei FPV richiede team dedicati, composti da pilota, operatore di ricognizione, specialista delle munizioni e coordinatore. Questo assetto conferma la trasformazione del drone in un sistema integrato e non più in uno strumento individuale. La professionalizzazione degli operatori e la standardizzazione delle procedure aumentano l’efficacia complessiva delle operazioni. L’analisi del documento mostra come i droni FPV stiano riducendo il vantaggio dei mezzi corazzati, abbassando il costo delle operazioni offensive e aumentando la letalità a corto raggio. La combinazione di flessibilità, precisione e rapidità rende questi sistemi centrali nella guerra moderna. La diffusione capillare dei FPV indica una trasformazione destinata a incidere sui conflitti futuri, dove la superiorità numerica e l’innovazione tattica avranno un peso sempre maggiore. La guerra sul campo di battaglia diventa così più decentralizzata e dinamica. Unità leggere, supportate da droni a basso costo, possono colpire con precisione e rapidità, ridisegnando gli equilibri operativi. In questo scenario, la capacità di adattamento e l’uso intelligente della tecnologia diventano fattori decisivi, mentre i droni FPV si affermano come uno degli strumenti più influenti della guerra contemporanea.
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