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2021-12-14
Propaganda gender in un liceo di Chiavari: sale in cattedra la «transfemminista»
(IStock)
Una mattinata pro gender e senza contraddittorio, a senso unico. È quanto prevede il programma dell’assemblea d’istituto che quest’oggi, dalle 8 alle 12.30, avrà luogo al liceo Marconi Delpino di Chiavari. Ai partecipanti sarà data un’infarinatura su «educazione sessuale», «genere oltre il binarismo», «fluidità di genere», «transizione di genere» e annessi «effetti psicologi e sociali». Menù ricco, non c’è che dire. Ma questo è niente.
Come se non bastasse un tale programma, dal chiaro sapore arcobaleno, ad assicurare al tutto ulteriore neutralità, si fa per dire, ci sono i relatori che interverranno da remoto e a cui è affidata la giornata di formazione. In primis, è previsto sull’identità di genere un focus di Giulia Tracogna, che si qualifica come «psicologa clinica Lgbtqia+, consulente sessuale e transfemminista intersezionale».
Anche Simone Riflesso, che approfondirà il tema «disabilità e inclusione», non sembra essere del tutto super partes. Lo scorso 9 novembre, per dire, si rallegrava della norma pro gender infilata nel dl Infrastrutture - che vieta su strade e veicoli «messaggi lesivi» in tema di «diritti civili» o in ordine «all’identità di genere» -, commentando così le rimostranze di Pro vita & famiglia: «Se il movimento Pro vita è furioso vuol dire che qualcosa di buono sta succedendo. Evviva il gender, qualsiasi cosa sia. Tiè».
Completa la rosa dei relatori, chiamata a toccare il delicato tema dell’educazione sessuale, l’associazione Virgin & martyr. Trattasi di una realtà attiva dal 2017 anch’essa difficile da inquadrare come neutrale; basti pensare a quanto scriveva l’associazione il 27 giugno sul suo profilo Instagram, affermando che «gli esseri umani sono complessi, e pensare di ridurli a due sole categorie, in qualsiasi ambito, sarà sempre limitante».
Ora, con simili premesse non serve particolare fantasia per pensare che oggi, al Marconi Delpino, l’assemblea non avverrà affatto all’insegna del pluralismo. E pensare che occasioni come questa dovrebbero essere anzitutto eventi di «partecipazione democratica», secondo quanto stabilito, all’articolo 13, dal decreto legislativo 16 aprile 1994, numero 297, contenente misure in materia d’istruzione per le scuole di ogni ordine e grado.
Proprio per questo, e per uno sbilanciamento degli incontri che pare evidente, diverse sono le voci critiche che si sono levate; anzitutto da parte di un gruppo di studenti, che non si è sentito rappresentato dal programma previsto, e a seguire da alcune famiglie. Conseguentemente, alcuni esponenti del mondo della politica hanno deciso di farsi portavoce di tali istanze. Così i consiglieri comunali della Lega Albino Armanino e Paolo Smeraldi, di Sestri Levante, che è a pochi chilometri di distanza da Chiavari, dopo aver raccolto numerose segnalazioni di genitori indignati hanno scritto all’ufficio scolastico regionale chiedendo di intervenire.
«A fronte di comprensibili esigenze formative dei ragazzi in materia di educazione sessuale», ha fatto inoltre presente Smeraldi, «sarebbe stato preferibile che la dirigente scolastica coinvolgesse Asl 4 che dispone di personale appositamente formato, anziché un collettivo sconosciuto sul territorio, al quale afferiscono professionalità diverse». Sulla vicenda è intervenuto anche il senatore leghista Simone Pillon: «Basta con il gender imposto a una sola voce. Si dia spazio al contraddittorio, si illustrino le ragioni di tutti, si discutano i vari punti di vista. Solo così si formerà la coscienza critica dei ragazzi». Contattato dalla Verità, il sottosegretario all’Istruzione Rossano Sasso, anch’egli in quota Lega, auspica che l’assemblea odierna possa avere luogo all’insegna dell’equilibrio. «Mi auguro», ha dichiarato, «che tutto avvenga con equilibro e che non si vada oltre quello che è previsto dalla circolare 1972 del 2015 - che vieta espressamente la propaganda gender - e mi auguro che venga garantito il pluralismo su un tema così attuale e così delicato».
Merita di essere sottolineato che l’interpretazione del sottosegretario Sasso è pienamente precisa: la circolare del Ministero dell’Istruzione 1972 del 2015, peraltro emanata sotto un governo di centrosinistra, afferma in modo chiaro, anzi ribadisce che «tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere» in ambito scolastico non «rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo». Sono indicazioni chiare. Ma che poi siano attuate, ecco, resta tutto da vedere.
Il padre giusto per i vostri futuri figli non si trova in vendita su un catalogo
Circola l’intervista di una giovane donna che spiega con fierezza di avere scelto su un catalogo il padre di suo figlio. Si tratta, secondo il catalogo, di un medico che ama la musica classica e le filosofie orientali. Bizzarro che una persona del genere arrotondi le entrate vendendo sperma e bizzarro il grande numero di professionisti tra i venditori di sperma che amano la musica classica e le filosofie orientali. In molti casi le dichiarazioni sono false e se anche fossero vere, sarebbero incomplete. Uno può essere medico, amare la musica classica e odiare i bambini, può essere un accolito della pornografia, può aver rifondato il partito nazista.
Nella lista si mettono solo le caratteristiche positive così da apparire perfetti, ma una creatura umana include anche altro, che non viene detto. La donna incapace di accettare la realtà di un uomo reale può continuare a vivere nel suo mondo fantastico dove esistono gli uomini perfetti che vendono lo sperma. Una caratteristica di questi uomini, tutti, è l’irresponsabilità. Un uomo forte non tollererebbe mai di sapere che un figlio nato da lui, col sorriso forse di sua madre, cresce senza di lui, senza che lui possa proteggerlo. Se non sbaglio, era altrettanto trionfale il profilo del «donatore 7042», danese, con una malattia genetica gravissima, che ha fecondato circa 100 bambini (e non 43, com'era stato indicato nel 2012), bambini con la sua stessa neurofibromatosi.
Anche io ho scelto il padre di mio figlio e ho scelto uno che mi era simpatico, uno con cui mi faceva piacere parlare. Ho scelto un uomo che aveva le caratteristiche di forza che avrei voluto in mio figlio, e che mio figlio ha ereditato. E poi ci sono state altre cose che un catalogo non potrà mai dare: il fatto di sapere che lui voleva me e che per me sarebbe stato disposto a rischiare la vita, esattamente come ora sarebbe disposto a rischiarla per nostro figlio. Nostro figlio è stato concepito nella gioia, non nel gelo di un’operazione medica.
Una donna che sceglie un padre su un catalogo - ormai lo fanno più della metà delle donne svedesi - perché non concepisce un figlio con un uomo vero? Perché non ama il corpo degli uomini, e allora non sarà in grado di amare il corpo del figlio, oppure perché preferisce fantasticare di un’inesistente perfezione?
Anche io ho scelto il padre di mio figlio, ma non l’ho scelto su un catalogo, e il risultato è stato che quell’uomo c’era, c’era quando è morto mio padre, quando mi sono laureata (ero già sposata), quando è morta mia madre. Siamo andati ai concerti insieme. Siamo andati sott’acqua insieme. Abbiamo fotografato gli squali. La notte dormiamo uno di fianco all’altro e il freddo non ci fa paura. C’era quando il suo bambino ha imparato a gattonare. C’era quando il suo bambino ha fatto l’esame di quinta elementare. Non c’era quando il ragazzo ha fatto l’esame di terza media, in quei giorni era ricoverato in ospedale, ma in compenso c’è stato per la maturità e la laurea. Ha insegnato a suo figlio l’etica, il coraggio, lo spirito critico, il nome dei pesci e l’uso delle bombole subacquee.
Scegliete con grande attenzione l’uomo che deve essere il padre dei vostri figli, perché il primo grande dono che una madre fa al figlio è un padre di cui essere fiero, un padre che lo protegga a qualsiasi costo dandogli anche, con questa protezione, il senso del suo valore. Questa è la scelta più importante della nostra vita, qualcuno che ci ami, qualcuno che per noi sia disposto a buttare sulla bilancia tutto il suo coraggio.
Il padre deve essere un uomo, con un nome, deve avere una voce, una statura, le braccia per abbracciare. Se non è scelto su un catalogo, il pacchetto base «padre» include anche due nonni, un’altra spettacolare ricchezza nella vita del bambino. Il padre deve essere qualcuno che sia presente per il figlio e gli insegni il coraggio. Noi donne non sempre riusciamo a insegnare il coraggio, spesso siamo troppo protettive. Il rapporto che instauriamo con i nostri figli, rischia di essere simbiotico. Ci vogliono i padri. E se il padre non c’è perché la morte l’ha portato via prima della nascita del suo bambino, ci devono essere il suo nome, le sue foto, il suo sorriso mentre guarda la mamma il giorno del matrimonio, i suoi genitori, i nonni, a ricordare che è stato un uomo e non un fantasma.
Un bambino deve nascere da un uomo e da una donna, due menti e due corpi diversi e complementari, alleati e amanti. Il figlio deve poter sentire l’amore di papà per mamma e quello di mamma per papà. Così sa di essere un principe, nato dal re e dalla regina, come nelle fiabe: non è un caso che gli piacciano tanto.
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Alunni, famiglie e politici protestano contro l’odierna assemblea d’istituto al Marconi Delpino, che viola l’obbligo del pluralismo.Chi dona lo sperma è un irresponsabile, anche se ama la musica classica e la filosofia.Lo speciale contiene due articoli.Una mattinata pro gender e senza contraddittorio, a senso unico. È quanto prevede il programma dell’assemblea d’istituto che quest’oggi, dalle 8 alle 12.30, avrà luogo al liceo Marconi Delpino di Chiavari. Ai partecipanti sarà data un’infarinatura su «educazione sessuale», «genere oltre il binarismo», «fluidità di genere», «transizione di genere» e annessi «effetti psicologi e sociali». Menù ricco, non c’è che dire. Ma questo è niente.Come se non bastasse un tale programma, dal chiaro sapore arcobaleno, ad assicurare al tutto ulteriore neutralità, si fa per dire, ci sono i relatori che interverranno da remoto e a cui è affidata la giornata di formazione. In primis, è previsto sull’identità di genere un focus di Giulia Tracogna, che si qualifica come «psicologa clinica Lgbtqia+, consulente sessuale e transfemminista intersezionale».Anche Simone Riflesso, che approfondirà il tema «disabilità e inclusione», non sembra essere del tutto super partes. Lo scorso 9 novembre, per dire, si rallegrava della norma pro gender infilata nel dl Infrastrutture - che vieta su strade e veicoli «messaggi lesivi» in tema di «diritti civili» o in ordine «all’identità di genere» -, commentando così le rimostranze di Pro vita & famiglia: «Se il movimento Pro vita è furioso vuol dire che qualcosa di buono sta succedendo. Evviva il gender, qualsiasi cosa sia. Tiè». Completa la rosa dei relatori, chiamata a toccare il delicato tema dell’educazione sessuale, l’associazione Virgin & martyr. Trattasi di una realtà attiva dal 2017 anch’essa difficile da inquadrare come neutrale; basti pensare a quanto scriveva l’associazione il 27 giugno sul suo profilo Instagram, affermando che «gli esseri umani sono complessi, e pensare di ridurli a due sole categorie, in qualsiasi ambito, sarà sempre limitante». Ora, con simili premesse non serve particolare fantasia per pensare che oggi, al Marconi Delpino, l’assemblea non avverrà affatto all’insegna del pluralismo. E pensare che occasioni come questa dovrebbero essere anzitutto eventi di «partecipazione democratica», secondo quanto stabilito, all’articolo 13, dal decreto legislativo 16 aprile 1994, numero 297, contenente misure in materia d’istruzione per le scuole di ogni ordine e grado.Proprio per questo, e per uno sbilanciamento degli incontri che pare evidente, diverse sono le voci critiche che si sono levate; anzitutto da parte di un gruppo di studenti, che non si è sentito rappresentato dal programma previsto, e a seguire da alcune famiglie. Conseguentemente, alcuni esponenti del mondo della politica hanno deciso di farsi portavoce di tali istanze. Così i consiglieri comunali della Lega Albino Armanino e Paolo Smeraldi, di Sestri Levante, che è a pochi chilometri di distanza da Chiavari, dopo aver raccolto numerose segnalazioni di genitori indignati hanno scritto all’ufficio scolastico regionale chiedendo di intervenire.«A fronte di comprensibili esigenze formative dei ragazzi in materia di educazione sessuale», ha fatto inoltre presente Smeraldi, «sarebbe stato preferibile che la dirigente scolastica coinvolgesse Asl 4 che dispone di personale appositamente formato, anziché un collettivo sconosciuto sul territorio, al quale afferiscono professionalità diverse». Sulla vicenda è intervenuto anche il senatore leghista Simone Pillon: «Basta con il gender imposto a una sola voce. Si dia spazio al contraddittorio, si illustrino le ragioni di tutti, si discutano i vari punti di vista. Solo così si formerà la coscienza critica dei ragazzi». Contattato dalla Verità, il sottosegretario all’Istruzione Rossano Sasso, anch’egli in quota Lega, auspica che l’assemblea odierna possa avere luogo all’insegna dell’equilibrio. «Mi auguro», ha dichiarato, «che tutto avvenga con equilibro e che non si vada oltre quello che è previsto dalla circolare 1972 del 2015 - che vieta espressamente la propaganda gender - e mi auguro che venga garantito il pluralismo su un tema così attuale e così delicato».Merita di essere sottolineato che l’interpretazione del sottosegretario Sasso è pienamente precisa: la circolare del Ministero dell’Istruzione 1972 del 2015, peraltro emanata sotto un governo di centrosinistra, afferma in modo chiaro, anzi ribadisce che «tra i diritti e i doveri e tra le conoscenze da trasmettere» in ambito scolastico non «rientrano in nessun modo né “ideologie gender” né l’insegnamento di pratiche estranee al mondo educativo». Sono indicazioni chiare. 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In molti casi le dichiarazioni sono false e se anche fossero vere, sarebbero incomplete. Uno può essere medico, amare la musica classica e odiare i bambini, può essere un accolito della pornografia, può aver rifondato il partito nazista. Nella lista si mettono solo le caratteristiche positive così da apparire perfetti, ma una creatura umana include anche altro, che non viene detto. La donna incapace di accettare la realtà di un uomo reale può continuare a vivere nel suo mondo fantastico dove esistono gli uomini perfetti che vendono lo sperma. Una caratteristica di questi uomini, tutti, è l’irresponsabilità. Un uomo forte non tollererebbe mai di sapere che un figlio nato da lui, col sorriso forse di sua madre, cresce senza di lui, senza che lui possa proteggerlo. Se non sbaglio, era altrettanto trionfale il profilo del «donatore 7042», danese, con una malattia genetica gravissima, che ha fecondato circa 100 bambini (e non 43, com'era stato indicato nel 2012), bambini con la sua stessa neurofibromatosi. Anche io ho scelto il padre di mio figlio e ho scelto uno che mi era simpatico, uno con cui mi faceva piacere parlare. Ho scelto un uomo che aveva le caratteristiche di forza che avrei voluto in mio figlio, e che mio figlio ha ereditato. E poi ci sono state altre cose che un catalogo non potrà mai dare: il fatto di sapere che lui voleva me e che per me sarebbe stato disposto a rischiare la vita, esattamente come ora sarebbe disposto a rischiarla per nostro figlio. Nostro figlio è stato concepito nella gioia, non nel gelo di un’operazione medica. Una donna che sceglie un padre su un catalogo - ormai lo fanno più della metà delle donne svedesi - perché non concepisce un figlio con un uomo vero? Perché non ama il corpo degli uomini, e allora non sarà in grado di amare il corpo del figlio, oppure perché preferisce fantasticare di un’inesistente perfezione? Anche io ho scelto il padre di mio figlio, ma non l’ho scelto su un catalogo, e il risultato è stato che quell’uomo c’era, c’era quando è morto mio padre, quando mi sono laureata (ero già sposata), quando è morta mia madre. Siamo andati ai concerti insieme. Siamo andati sott’acqua insieme. Abbiamo fotografato gli squali. La notte dormiamo uno di fianco all’altro e il freddo non ci fa paura. C’era quando il suo bambino ha imparato a gattonare. C’era quando il suo bambino ha fatto l’esame di quinta elementare. Non c’era quando il ragazzo ha fatto l’esame di terza media, in quei giorni era ricoverato in ospedale, ma in compenso c’è stato per la maturità e la laurea. Ha insegnato a suo figlio l’etica, il coraggio, lo spirito critico, il nome dei pesci e l’uso delle bombole subacquee. Scegliete con grande attenzione l’uomo che deve essere il padre dei vostri figli, perché il primo grande dono che una madre fa al figlio è un padre di cui essere fiero, un padre che lo protegga a qualsiasi costo dandogli anche, con questa protezione, il senso del suo valore. Questa è la scelta più importante della nostra vita, qualcuno che ci ami, qualcuno che per noi sia disposto a buttare sulla bilancia tutto il suo coraggio. Il padre deve essere un uomo, con un nome, deve avere una voce, una statura, le braccia per abbracciare. Se non è scelto su un catalogo, il pacchetto base «padre» include anche due nonni, un’altra spettacolare ricchezza nella vita del bambino. Il padre deve essere qualcuno che sia presente per il figlio e gli insegni il coraggio. Noi donne non sempre riusciamo a insegnare il coraggio, spesso siamo troppo protettive. Il rapporto che instauriamo con i nostri figli, rischia di essere simbiotico. Ci vogliono i padri. E se il padre non c’è perché la morte l’ha portato via prima della nascita del suo bambino, ci devono essere il suo nome, le sue foto, il suo sorriso mentre guarda la mamma il giorno del matrimonio, i suoi genitori, i nonni, a ricordare che è stato un uomo e non un fantasma. Un bambino deve nascere da un uomo e da una donna, due menti e due corpi diversi e complementari, alleati e amanti. Il figlio deve poter sentire l’amore di papà per mamma e quello di mamma per papà. Così sa di essere un principe, nato dal re e dalla regina, come nelle fiabe: non è un caso che gli piacciano tanto.
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La Commissione Ue sta preparando l’ennesimo giro di vite sul tabacco con una revisione della direttiva europea (Tpd), il quadro normativo che disciplina sigarette e nuovi prodotti senza combustione. Il primo passo è stato già fatto, con l’avvio della consultazione pubblica. Il punto di partenza è però controverso. L’Evaluation Report pubblicato dalla Commissione, che dovrebbe fornire una valutazione oggettiva delle regole attuali, è stato oggetto di rilievi interni: il Regulatory Scrutiny Board ha infatti espresso un parere negativo su una sua versione preliminare, segnalando l’uso di evidenze incomplete e selettive. Il che fa sorgere il sospetto che dietro a questa partita le motivazioni siano più politiche che altro. A conferma di questo c’è l’assenza, nel dibattito europeo, della valutazione dell’impatto che misure più restrittive avrebbero su un settore pesante nell’economia dell’Unione. È quello che è accaduto quando si è dichiarata guerra all’auto a combustione senza mettere in conto che avrebbe annientato l’industria competitiva europea e aperto le porte ai giganti cinesi del motore elettrico.
Il protocollo è simile: più restrizioni e più divieti con l’aggravante di mettere sullo stesso piano prodotti diversi, con una omogeneità regolatoria. Nel dettaglio, la Commissione sembra orientata a trattare allo stesso modo le sigarette tradizionali, quelle che bruciano il tabacco e producono fumo e i prodotti alternativi come sigarette elettroniche, dispositivi a tabacco riscaldato o prodotti a base di nicotina orale, che non prevedono combustione e quindi presentano profili di rischio differenti. Le conseguenze di questa strategia sarebbero un boomerang per il settore. Il rischio è l’espansione del mercato illecito, già oggi un fenomeno massiccio: miliardi di sigarette illegali circolano ogni anno in Europa, con perdite fiscali stimate nell’ordine di decine di miliardi.
C’è anche un altro aspetto che i regolatori di Bruxelles non tengono presente, ovvero che i prodotti alternativi sono sempre più usati dai consumatori per abbandonare la dipendenza dalle sigarette tradizionali in modo anche totale. Eppure il dibattito europeo tende a non distinguere pienamente tra le diverse categorie di prodotti, mettendo in secondo piano il principio di proporzionalità basato sul rischio. Il rischio è di non centrare gli obiettivi dichiarati. La prevalenza del fumo nell’Ue resta intorno al 24,6% e, secondo le attuali proiezioni, è destinata a scendere solo gradualmente nei prossimi anni, restando ben lontana dal target del 5%. Non per mancanza di norme, ma per l’inefficacia di un approccio che non incide sulle dinamiche reali dei consumatori. C’è uno iato tra la politica di Bruxelles e la realtà del fumo.
In Europa c’è chi si muove diversamente e con risultati concreti. La Svezia ha adottato politiche che hanno consentito la diffusione di prodotti alternativi al consumo di sigarette e il numero di fumatori si è ridotto a livelli inferiori al 5%.
La Commissione però con l’avvio della consultazione, intende andare avanti. Resta da capire se sarà disposta a integrare realmente dati ed evidenze, oppure se la revisione della direttiva seguirà un percorso già tracciato, con il rischio di ripetere contraddizioni e limiti già emersi.
In Italia, tutta la filiera del tabacco è in allarme e anche la sinistra fa fronte comune con il governo sollecitando un intervento sulla Commissione Ue. Ieri si è riunito il tavolo permanente dell’Emilia-Romagna per il comparto tabacco (avviato l’anno corso su iniziativa del vicepresidente della Regione, Vincenzo Colla, e dell’assessore regionale al Lavoro, Giovanni Paglia) a cui partecipa la Regione, i sindacati e le imprese del settore, e al termine dell’incontro è partita una richiesta di presa di posizione decisa dell’Italia a Bruxelles, con un intervento urgente del governo con le istituzioni europee, affinché «venga scongiurata la presentazione di una proposta di revisione in una fase già segnata da una complessa congiuntura economica e internazionale». Tutti concordano sul fatto che «se la Commissione dovesse andare avanti in questa direzione, si metterebbe a rischio un comparto strategico, fatto di agricoltura, manifattura avanzata, ricerca e innovazione, con conseguenze su occupazione, investimenti ed export nazionali».
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Ecco #DimmiLaVerità del 26 maggio 2026. Con l'esperto di geopolitica Daniele Ruvinetti commentiamo gli sviluppi preoccupanti della guerra in Iran.
Il centrodestra isola il generale Roberto Vannacci e snobba i suoi sondaggi in crescita (il partito Futuro nazionale ha raggiunto quota 60.000 iscritti in tre mesi, un numero enorme). Così, però, Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia rischiano di regalargli voti e spianargli la strada per correre da solo. A meno che il loro obiettivo non sia imbarcare il poco affidabile Carlo Calenda.
Friedrich Merz (Getty Images)
La più diffusa reazione sarebbe stata certamente quella dello sgomento e dell’indignazione a fronte di ciò che ai più sarebbe apparso come un inopinato e terrificante risorgere del militarismo tedesco, responsabile esclusivo, secondo la «vulgata» della storiografia ufficiale, delle due guerre mondiali che hanno funestato la prima metà del XX secolo. Torniamo ora ai nostri giorni e constatiamo come la stessa identica intenzione, manifestata dall’attuale cancelliere Friedrich Merz, viene invece accolta con la più assoluta indifferenza se non anche, da parte di determinati ambienti politici e militari che sembrano ormai affascinati dall’idea di una possibile guerra con la Russia, con vera e propria soddisfazione. E con indifferenza risulta accolta anche la ulteriore intenzione, manifestata di recente dal ministro degli esteri tedesco Johann Wadephul, di far assumere alla Germania le sue «responsabilità di leadership» nell’ambito dell’alleanza atlantica, a fronte di quello che appare il progressivo disimpegno degli Usa. Prospettiva questa che, in anni non lontani, avrebbe anch’essa suscitato reazioni oscillanti fra l’incredulità, l’ironia e la più seria preoccupazione. Pressoché nulle risultano poi le reazioni al manifestarsi di idee come quelle che si ritrovano, ad esempio, in un articolo recentemente comparso sul settimanale tedesco Focus (che, insieme allo Spiegel e allo Stern, è uno dei più diffusi in Germania), in cui, come riferito da Money.it, tali Roderich Kiesewetter e Susann Worschech, rispettivamente ex colonnello dell’esercito tedesco e docente (pare) di non meglio precisati «studi ucraini» presso l’Università di Francoforte oltre che aderente al partito dei Verdi, prospettano come obiettivo auspicabile e realistico niente di meno che la «resa incondizionata» della Russia nell’attuale conflitto con l’Ucraina; obiettivo da realizzarsi mediante un massiccio rafforzamento della capacità militari dell’Ucraina tale da consentirle il recupero di tutti i territori occupati dalla Russia, compresa la Crimea, nonché mediante ricorso a un forte aumento delle sanzioni, all’esproprio degli «asset» russi in Europa e a ogni altro mezzo che appaia idoneo a far sì che la Russia sia «messa in ginocchio». A preoccupare non è tanto il fatto che qualcuno esprima farneticazioni del genere, ma quello che esse trovino spazio su organi d’informazione autorevoli e di larga diffusione senza timore né del ridicolo né (a dir poco) dello sconcerto che dovrebbero suscitare in chiunque abbia il benché minimo uso di ragione.
Ma - occorre ora chiedersi - come ci si può spiegare un tale cambiamento proprio in un Paese come la Germania che, a causa delle passate, tragiche esperienze vissute e fatte vivere ad altri, appariva ed era considerato come il più vaccinato contro ogni possibile ritorno di «spiriti guerrieri»? Tanto vaccinato da aver rifiutato, a suo tempo, la propria partecipazione (suscitando anche qualche malumore, specialmente oltre Atlantico) a iniziative belliche quali, in particolare, le due «guerre del golfo» condotte, nel 1990 e nel 2003, contro l’Iraq di Saddam Hussein; la «guerra umanitaria» a sostegno dei kosovari contro la Serbia di Slobodan Milošević nel 1999; la guerra a sostegno della «primavera araba» contro la Libia di Muammar Gheddafi, nel 2011. Guerre, queste, tutte promosse e condotte dagli Usa e altri alleati della Nato tra i quali, salvo che nel caso della seconda guerra del golfo, figurava anche l’Italia.
Che all’origine del fenomeno vi sia il fatto nuovo costituito dall’«operazione militare speciale» condotta dalla Russia contro l’Ucraina appare, ovviamente, di tutta evidenza. Sarebbe però del tutto errato pensare che ad avere efficacia determinante sia stato veramente - come, invece, si vuol far credere - il timore che, una volta liquidata in qualche modo la partita con l’Ucraina, la Russia rivolgerebbe le sue mire aggressive contro altri Paesi europei ivi compresa, naturalmente, la Germania. Un tale timore può, infatti, per ragioni storiche, essere largamente nutrito - non importa se a torto o a ragione - in popolazioni come quelle dei paesi baltici o della Polonia, che dell’espansionismo russo sono stati, a suo tempo, vittime, ma non certo nella popolazione tedesca, in cui, semmai, dovrebbe essere presente il ricordo delle due guerre condotte, a iniziativa della Germania, contro la Russia nel 1914 e nel 1941. Né può ritenersi che il mutamento sia frutto soltanto del pur sicuramente presente interesse economico della Germania allo sviluppo dell’industria bellica, a compenso del declino di altre, a cominciare da quella automobilistica, follemente sacrificata alle presunte esigenze del Green deal. Se così fosse il governo tedesco tutto farebbe tranne che ostentare ed esaltare un proposito che gli converrebbe, invece, tenere il più possibile nascosto. Rimane, quindi, a questo punto, come ipotesi più probabile, quella che il mutamento sia stato determinato essenzialmente dal fatto che la Russia, con la guerra definita tout court di «aggressione» contro l’Ucraina, è venuta ad assumere, nella narrazione imposta dall’«establishment» politico e mediatico dominante in Europa, quello stesso ruolo di nazione irremissibilmente colpevole di un «male assoluto» che, in precedenza, a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, era stato riservato alla Germania; ruolo che quest’ultima, «bon grè mal grè», aveva dovuto accettare, rassegnandosi ad assumere l’atteggiamento di perenne contrizione per il suo passato che esso richiedeva nonché ad astenersi da ogni comportamento che potesse anche lontanamente dar luogo al sospetto che quel passato potesse tornare. Non le è parso vero, quindi, di potersi scrollare di dosso, finalmente, l’abito penitenziale che così a lungo ha dovuto portare per riprendere, al suo posto, l’antica e forzatamente dimessa veste di autonominatasi suprema garante dell’ordine in tutto il continente europeo, con il diritto, perciò, di disporre della forza necessaria per imporne, all’occasione, l’osservanza a chi, come oggi la Russia, lo abbia violato. Se così è, sia però almeno consentito sperare, senza che a Berlino qualcuno si offenda, che quell’occasione non abbia mai a presentarsi.
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