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2023-11-15
Biden ottimista: «Ostaggi verso il rilascio»
Gaza durante un attacco dell'Idf. Nel riquadro, Noa Marciano (Getty Images)
Mentre a Gaza imperversa la battaglia attorno all’ospedale Al-Shifa e i negoziati per il rilascio degli ostaggi sono apparentemente bloccati, Hamas torna a minacciare Israele. E lo fa con le parole del funzionario e rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamdan: «Diciamo all’occupazione che la battaglia è ancora all’inizio e ciò che sta per arrivare è più grande».
Minacce a cui si aggiunge l’ennesimo ricatto tentato dal gruppo terrorista sul tema degli ostaggi, con il terzo video diffuso dall’inizio della guerra che mostra un sequestrato. Questa volta, però, i miliziani delle brigate al-Qassam hanno deciso di andare decisamente oltre e innalzare il livello del terrorismo psicologico mostrando sui social le immagini del cadavere di Noa Marciano, una soldatessa israeliana di 19 anni rapita il 7 ottobre e morta, secondo quanto affermano i terroristi, durante un bombardamento aereo dell’esercito israeliano del 9 novembre. Il video montato da Hamas comincia con la giovane in vita mentre si identifica dicendo di essere prigioniera da quattro giorni, e poi prosegue con le immagini del corpo di una giovane donna. Inizialmente non c’erano certezze che si trattasse di Noa, ma poche ore dopo è arrivata la conferma da parte dell’esercito israeliano.
Tel Aviv però sembra non aver intenzione di cedere a tali intimidazioni e procede dritta sulla strada della guerra. Benjamin Netanyahu ha detto che un cessate il fuoco in questo momento senza ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi sarebbe una resa ad Hamas. Il premier israeliano, in un’intervista a Fox News, ha poi dichiarato che «se Israele non vincerà, Usa e Ue saranno i prossimi», aggiungendo che «non subirà pressioni dai manifestanti che stanno protestando in tutto il mondo contro l’operazione a Gaza» e assicurando che «farà di tutto per vincere questa guerra». Le famiglie degli ostaggi intanto continuano a far sentire la propria voce e hanno organizzato una marcia di protesta da Tel Aviv a Gerusalemme: l’obiettivo è arrivare nella città santa nella serata di sabato 18 e ottenere un incontro con il gabinetto di guerra per chiedere di compiere ogni sforzo affinché siano rilasciati tutti gli ostaggi.
Sul tema è tornato a esprimersi anche Joe Biden. Il presidente degli Stati Uniti si è detto ottimista in merito al raggiungimento di un accordo per la liberazione di dozzine di ostaggi, probabilmente forte della sponda con il Qatar che in questi giorni sta lavorando costantemente a un accordo tra le parti. Da Doha ha parlato il ministro degli Affari esteri, Majed Bin Mohammed Al-Ansari: «Il deterioramento della situazione a Gaza sta ostacolando gli sforzi di mediazione. Crediamo che non ci sia altra possibilità per entrambe le parti se non che questa mediazione abbia luogo e si raggiunga una situazione in cui si possa vedere un barlume di speranza». Una mediazione da cui però si è chiamata fuori la jihad islamica, attraverso le parole del suo leader, Ziad Nachala, secondo cui le modalità di negoziazione potrebbero far decidere al movimento terroristico palestinese di non partecipare all’accordo in attesa di condizoni migliori. Da Hamas, invece, accusano Israele di aver bloccato e rinviato un’intesa che avrebbe dovuto portare al rilascio di circa 50-70 ostaggi tra donne e bambini, in cambio di un numero di prigionieri palestinesi. Ecco quindi che Israele sta lavorando parallelamente a un negoziato anche sul fronte egiziano, con il viaggio del capo dello Shin Bet, Ronen Bar, a Il Cairo.
Va sottolineato, però, come un eventuale raggiungimento di un accordo sul rilascio degli ostaggi non implicherebbe la fine del conflitto. L’esercito israeliano ha preso il controllo dei palazzi governativi gestiti da Hamas nei quartieri di Rimal e Ijlin a Gaza City. In particolare, i militari della Brigata Golani uniti a quelli della Settima Brigata sono entrati nell’edificio del Parlamento, del governo, del comando della polizia e anche nella sede della facoltà di ingegneria che i terroristi utilizzavano per produrre e sviluppare armi. Sui social e su diversi siti è circolata una foto che ritrae i soldati israeliani issare la bandiera dello Stato ebraico all’interno del quartier generale della polizia. L’Idf continua a mettere a ferro e fuoco la Striscia, in particolare gli ospedali.
L’Oms ha denunciato che 22 strutture su 36 sono ormai fuori uso e che Al-Shifa è diventato un cimitero con 179 corpi sepolti in una fossa comune all’interno. Secondo il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, al momento è impossibile aggiornare il bollettino dei morti a causa della mancanza di Internet che permette di mettersi in contatto con gli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto sapere che circa 600 persone si trovano ancora dentro l’ospedale e una tregua e una speranza per questi civili potrebbe arrivare dal messaggio recapitato ieri da Biden a Israele. Prima di partire per San Francisco, dove il presidente americano oggi incontra Xi Jinping, ha dichiarato ai giornalisti di essere in contatto con il governo di Tel Aviv, a cui ha detto di aspettarsi «azioni meno intrusive» contro gli ospedali a Gaza. Allo stesso tempo però, proprio dall’America, arriva conferme sul fatto che i terroristi usino gli ospedali come base da cui far partire le operazioni e per tenere prigionieri gli ostaggi. Secondo la Casa Bianca queste informazioni arrivano dall’intelligence Usa.
Israele si scaglia contro Guterres: «Non è degno di guidare l’Onu»
I rapporti tra Israele e Nazioni Unite si inaspriscono sempre di più. Durante una conferenza stampa a Ginevra, il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, ha detto che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «non merita di essere il capo delle Nazioni Unite» perché non avrebbe condannato Hamas abbastanza nettamente. La replica è arrivata in serata, per bocca del portavoce: «Il segretario continua il suo lavoro, basandosi sui principi della Carta Onu e sulle leggi umanitarie internazionali».
Il presidente americano Joe Biden, pur mantenendo il sostegno a Gerusalemme, comincia a intervenire sui metodi condotti dall’Idf. Nelle ultime ore ha chiesto ai leader israeliani di proteggere l’ospedale Al-Shifa, affermando di «sperare e aspettarsi azioni meno intrusive» in generale contro gli ospedali da parte dello Stato ebraico. Appello al quale si è unita anche Londra.
Washington comincia a subire pressioni interne sul tema del conflitto in Israele. Cresce il dissenso interno all’amministrazione Biden, tanto che, come riporta il New York Times, più di 400 esponenti di nomina politica e membri dello staff di circa 40 agenzie governative hanno inviato ieri una lettera di protesta al presidente sollecitandolo a chiedere urgentemente un cessate il fuoco immediato nella Striscia e a spingere Israele a consentire l’arrivo degli aiuti umanitari nel territorio palestinese. Inoltre centinaia di manifestanti guidati da attivisti pacifisti ebrei si sono radunati in California per chiedere il cessate il fuoco a Gaza.
«Prendere misure efficaci per fermare immediatamente gli attacchi di Israele su Gaza e inviare aiuti umanitari nella zona è un dovere umanitario e legale di tutte le organizzazioni internazionali e regionali e di tutti i Paesi che cercano la libertà». Sono le parole del presidente iraniano, Ebrahim Raisi, scritte in alcune lettere inviate separatamente ai capi di Stato di alcuni Paesi. L’Iran nel denunciare Israele e i suoi alleati si muove su più fronti. Il viceministro degli Esteri, e capo negoziatore sul nucleare di Teheran, Ali Bagheri Kani, ha affermato che, a prescindere dal risultato della guerra in corso a Gaza, gli Stati Uniti usciranno sicuramente sconfitti. Mentre l’ambasciatore presso le Nazioni Unite Saeed Iravani denuncia preoccupazione per la minaccia per la regione rappresentata dal potenziale nucleare di Israele.
Anche la Turchia continua con le accuse. Ankara infatti ha intentato una causa contro il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, presso la Corte penale internazionale (Cpi), accusandolo di aver commesso un «genocidio» nella Striscia di Gaza. «Abbiamo depositato una causa presso la Corte penale internazionale dell’Aja contro l’Hitler del XXI secolo, il primo ministro israeliano Netanyahu, che deve essere processato per il genocidio che ha commesso nella Striscia di Gaza e per tutti i crimini contro l’umanità», ha dichiarato l’avvocato Metin Kulunk dell’Akp, Partito giustizia e sviluppo, oggi al potere. Al coro si unisce anche il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva: «Ho detto ieri che l’atteggiamento di Israele nei confronti dei bambini e delle donne è un atteggiamento pari al terrorismo, non ho un altro modo per dirlo».
Sul fronte opposto si prosegue con lo strumento delle sanzioni. Gli Stati Uniti hanno imposto un terzo pacchetto di sanzioni a un gruppo di funzionari di Hamas in coordinamento con Londra. Critico l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell: «Più che imporre sanzioni ad Hamas andrebbero tagliati i fondi». Poi ha aggiunto: «Non c’è consenso per ottenere il cessate il fuoco, ma domenica abbiamo raggiunto un accordo per chiedere “pause umanitarie” subito». «Le pause umanitarie sono un passo avanti, ma vi devono partecipare anche Hamas ed Hezbollah», il commento del ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani.
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La jihad islamica si sfila da un eventuale accordo Hamas-Gerusalemme. I terroristi accusano il nemico della morte della soldatessa prigioniera Noa Marciano e promettono: «La lotta è all’inizio». La Casa Bianca conferma: «Ospedali usati come base dai jihadisti».Israele contro Antonio Guterres. La replica del portavoce Onu: «Seguita la Carta». Erdogan: «Netanyahu è il nuovo Hitler».Lo speciale contiene due articoli.Mentre a Gaza imperversa la battaglia attorno all’ospedale Al-Shifa e i negoziati per il rilascio degli ostaggi sono apparentemente bloccati, Hamas torna a minacciare Israele. E lo fa con le parole del funzionario e rappresentante di Hamas in Libano, Osama Hamdan: «Diciamo all’occupazione che la battaglia è ancora all’inizio e ciò che sta per arrivare è più grande». Minacce a cui si aggiunge l’ennesimo ricatto tentato dal gruppo terrorista sul tema degli ostaggi, con il terzo video diffuso dall’inizio della guerra che mostra un sequestrato. Questa volta, però, i miliziani delle brigate al-Qassam hanno deciso di andare decisamente oltre e innalzare il livello del terrorismo psicologico mostrando sui social le immagini del cadavere di Noa Marciano, una soldatessa israeliana di 19 anni rapita il 7 ottobre e morta, secondo quanto affermano i terroristi, durante un bombardamento aereo dell’esercito israeliano del 9 novembre. Il video montato da Hamas comincia con la giovane in vita mentre si identifica dicendo di essere prigioniera da quattro giorni, e poi prosegue con le immagini del corpo di una giovane donna. Inizialmente non c’erano certezze che si trattasse di Noa, ma poche ore dopo è arrivata la conferma da parte dell’esercito israeliano. Tel Aviv però sembra non aver intenzione di cedere a tali intimidazioni e procede dritta sulla strada della guerra. Benjamin Netanyahu ha detto che un cessate il fuoco in questo momento senza ottenere il rilascio di tutti gli ostaggi sarebbe una resa ad Hamas. Il premier israeliano, in un’intervista a Fox News, ha poi dichiarato che «se Israele non vincerà, Usa e Ue saranno i prossimi», aggiungendo che «non subirà pressioni dai manifestanti che stanno protestando in tutto il mondo contro l’operazione a Gaza» e assicurando che «farà di tutto per vincere questa guerra». Le famiglie degli ostaggi intanto continuano a far sentire la propria voce e hanno organizzato una marcia di protesta da Tel Aviv a Gerusalemme: l’obiettivo è arrivare nella città santa nella serata di sabato 18 e ottenere un incontro con il gabinetto di guerra per chiedere di compiere ogni sforzo affinché siano rilasciati tutti gli ostaggi. Sul tema è tornato a esprimersi anche Joe Biden. Il presidente degli Stati Uniti si è detto ottimista in merito al raggiungimento di un accordo per la liberazione di dozzine di ostaggi, probabilmente forte della sponda con il Qatar che in questi giorni sta lavorando costantemente a un accordo tra le parti. Da Doha ha parlato il ministro degli Affari esteri, Majed Bin Mohammed Al-Ansari: «Il deterioramento della situazione a Gaza sta ostacolando gli sforzi di mediazione. Crediamo che non ci sia altra possibilità per entrambe le parti se non che questa mediazione abbia luogo e si raggiunga una situazione in cui si possa vedere un barlume di speranza». Una mediazione da cui però si è chiamata fuori la jihad islamica, attraverso le parole del suo leader, Ziad Nachala, secondo cui le modalità di negoziazione potrebbero far decidere al movimento terroristico palestinese di non partecipare all’accordo in attesa di condizoni migliori. Da Hamas, invece, accusano Israele di aver bloccato e rinviato un’intesa che avrebbe dovuto portare al rilascio di circa 50-70 ostaggi tra donne e bambini, in cambio di un numero di prigionieri palestinesi. Ecco quindi che Israele sta lavorando parallelamente a un negoziato anche sul fronte egiziano, con il viaggio del capo dello Shin Bet, Ronen Bar, a Il Cairo.Va sottolineato, però, come un eventuale raggiungimento di un accordo sul rilascio degli ostaggi non implicherebbe la fine del conflitto. L’esercito israeliano ha preso il controllo dei palazzi governativi gestiti da Hamas nei quartieri di Rimal e Ijlin a Gaza City. In particolare, i militari della Brigata Golani uniti a quelli della Settima Brigata sono entrati nell’edificio del Parlamento, del governo, del comando della polizia e anche nella sede della facoltà di ingegneria che i terroristi utilizzavano per produrre e sviluppare armi. Sui social e su diversi siti è circolata una foto che ritrae i soldati israeliani issare la bandiera dello Stato ebraico all’interno del quartier generale della polizia. L’Idf continua a mettere a ferro e fuoco la Striscia, in particolare gli ospedali. L’Oms ha denunciato che 22 strutture su 36 sono ormai fuori uso e che Al-Shifa è diventato un cimitero con 179 corpi sepolti in una fossa comune all’interno. Secondo il portavoce del ministero della Sanità di Gaza, controllato da Hamas, al momento è impossibile aggiornare il bollettino dei morti a causa della mancanza di Internet che permette di mettersi in contatto con gli ospedali. L’Organizzazione mondiale della sanità ha fatto sapere che circa 600 persone si trovano ancora dentro l’ospedale e una tregua e una speranza per questi civili potrebbe arrivare dal messaggio recapitato ieri da Biden a Israele. Prima di partire per San Francisco, dove il presidente americano oggi incontra Xi Jinping, ha dichiarato ai giornalisti di essere in contatto con il governo di Tel Aviv, a cui ha detto di aspettarsi «azioni meno intrusive» contro gli ospedali a Gaza. Allo stesso tempo però, proprio dall’America, arriva conferme sul fatto che i terroristi usino gli ospedali come base da cui far partire le operazioni e per tenere prigionieri gli ostaggi. Secondo la Casa Bianca queste informazioni arrivano dall’intelligence Usa.<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gaza-ostaggi-biden-2666272640.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="israele-si-scaglia-contro-guterres-non-e-degno-di-guidare-lonu" data-post-id="2666272640" data-published-at="1700048554" data-use-pagination="False"> Israele si scaglia contro Guterres: «Non è degno di guidare l’Onu» I rapporti tra Israele e Nazioni Unite si inaspriscono sempre di più. Durante una conferenza stampa a Ginevra, il ministro degli Esteri israeliano, Eli Cohen, ha detto che il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, «non merita di essere il capo delle Nazioni Unite» perché non avrebbe condannato Hamas abbastanza nettamente. La replica è arrivata in serata, per bocca del portavoce: «Il segretario continua il suo lavoro, basandosi sui principi della Carta Onu e sulle leggi umanitarie internazionali». Il presidente americano Joe Biden, pur mantenendo il sostegno a Gerusalemme, comincia a intervenire sui metodi condotti dall’Idf. Nelle ultime ore ha chiesto ai leader israeliani di proteggere l’ospedale Al-Shifa, affermando di «sperare e aspettarsi azioni meno intrusive» in generale contro gli ospedali da parte dello Stato ebraico. Appello al quale si è unita anche Londra. Washington comincia a subire pressioni interne sul tema del conflitto in Israele. Cresce il dissenso interno all’amministrazione Biden, tanto che, come riporta il New York Times, più di 400 esponenti di nomina politica e membri dello staff di circa 40 agenzie governative hanno inviato ieri una lettera di protesta al presidente sollecitandolo a chiedere urgentemente un cessate il fuoco immediato nella Striscia e a spingere Israele a consentire l’arrivo degli aiuti umanitari nel territorio palestinese. Inoltre centinaia di manifestanti guidati da attivisti pacifisti ebrei si sono radunati in California per chiedere il cessate il fuoco a Gaza. «Prendere misure efficaci per fermare immediatamente gli attacchi di Israele su Gaza e inviare aiuti umanitari nella zona è un dovere umanitario e legale di tutte le organizzazioni internazionali e regionali e di tutti i Paesi che cercano la libertà». Sono le parole del presidente iraniano, Ebrahim Raisi, scritte in alcune lettere inviate separatamente ai capi di Stato di alcuni Paesi. L’Iran nel denunciare Israele e i suoi alleati si muove su più fronti. Il viceministro degli Esteri, e capo negoziatore sul nucleare di Teheran, Ali Bagheri Kani, ha affermato che, a prescindere dal risultato della guerra in corso a Gaza, gli Stati Uniti usciranno sicuramente sconfitti. Mentre l’ambasciatore presso le Nazioni Unite Saeed Iravani denuncia preoccupazione per la minaccia per la regione rappresentata dal potenziale nucleare di Israele. Anche la Turchia continua con le accuse. Ankara infatti ha intentato una causa contro il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, presso la Corte penale internazionale (Cpi), accusandolo di aver commesso un «genocidio» nella Striscia di Gaza. «Abbiamo depositato una causa presso la Corte penale internazionale dell’Aja contro l’Hitler del XXI secolo, il primo ministro israeliano Netanyahu, che deve essere processato per il genocidio che ha commesso nella Striscia di Gaza e per tutti i crimini contro l’umanità», ha dichiarato l’avvocato Metin Kulunk dell’Akp, Partito giustizia e sviluppo, oggi al potere. Al coro si unisce anche il presidente brasiliano, Luiz Inacio Lula da Silva: «Ho detto ieri che l’atteggiamento di Israele nei confronti dei bambini e delle donne è un atteggiamento pari al terrorismo, non ho un altro modo per dirlo». Sul fronte opposto si prosegue con lo strumento delle sanzioni. Gli Stati Uniti hanno imposto un terzo pacchetto di sanzioni a un gruppo di funzionari di Hamas in coordinamento con Londra. Critico l’Alto rappresentante Ue per la politica estera, Josep Borrell: «Più che imporre sanzioni ad Hamas andrebbero tagliati i fondi». Poi ha aggiunto: «Non c’è consenso per ottenere il cessate il fuoco, ma domenica abbiamo raggiunto un accordo per chiedere “pause umanitarie” subito». «Le pause umanitarie sono un passo avanti, ma vi devono partecipare anche Hamas ed Hezbollah», il commento del ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani.
Ansa
A quanto si è appreso, il gip avrebbe scritto nell’ordinanza che permane l’esigenza di tenere l’impianto sotto sequestro per svolgere ulteriori accertamenti sulle cause dell’incendio verificatosi lo scorso 7 maggio. Lunedì, in udienza, il pm Mariano Buccoliero aveva sostenuto che il mantenimento del sequestro era finalizzato a ulteriori accertamenti sull’impianto chiesti dai consulenti della Procura verso la fine del 2025. Ma il legale dell’azienda aveva osservato che gli accertamenti ulteriori erano già stati prefigurati a luglio, ma furono allora scartati poiché ritenuti non necessari dalla consulente incaricata dalla Procura. Questi nuovi accertamenti, ha argomentato in udienza il legale di Adi, si potevano fare mesi fa e nessuno allora avrebbe mosso particolari obiezioni, mentre farli ora non solo mantiene il sequestro probatorio, ma contrasta soprattutto con gli orientamenti della Corte di Cassazione per la quale questa tipologia di sequestro deve avere tempi stretti. Adesso l’azienda impugnerà il no al dissequestro in Cassazione. E comunque anche se l’altoforno 1 fosse stato dissequestrato, non sarebbe ripartito subito poiché sarebbero stati necessari almeno otto mesi per il suo ripristino.
Ma vediamo che impatto avrà lo stop dei giudici. Lo Stato ha investito dal 7 maggio 2025 al 12 febbraio 2026, circa 1,2 miliardi per il ripristino delle attività dopo l’incidente occorso alla tubiera 11 dell’altoforno 1, a maggio 2025, che ha causato la fuoriuscita di materiale incandescente. Le attività di verifica e ripristino dell’impianto sono iniziate subito ma il sequestro dell’impianto ha impedito di procedere. Inoltre non ha consentito lo svuotamento del suo contenuto e il risultato è stato la solidificazione dell’acciaio presente al suo interno. Ciò comporterà una manutenzione pesante. Questo tipo di attività si sarebbe potuta evitare se la Procura, come chiesto sin da subito dai commissari, avesse consentito il colaggio dei fusi. La durata di queste attività di manutenzione straordinaria si può stimare in circa 9 mesi che rappresentano un ulteriore intervallo di non produzione. Ora lo stop dei giudici costerà quasi 2,5 miliardi che sarebbe il danno qualora il sequestro fosse accaduto oggi. Ogni altro giorno di ritardo costa all’ex Ilva e allo Stato qualcosa come 4,5 milioni di euro al giorno in più tra mancato fatturato e costo della cassa integrazione. Il sequestro disposto dalla Procura sarebbe dovuto solo servire a ricostruire la dinamica dei fatti. Ma dopo ben 282 giorni, gli accertamenti non sono ancora conclusi.
Questi ritardi impattano anche sui lavoratori che erano impiegati a valle dell’altoforno 1, gli stabilimenti del Nord, che per la minor produzione di Taranto, hanno visto una diminuzione delle ore lavorate. Ma anche le aziende italiane che acquistavano dall’Ilva, hanno dovuto acquistare all’estero l’acciaio primario anche pagandolo di più. Risultato: il ritardo della Procura costa più del doppio di quanto lo Stato ha investito per tenere in piedi l’azienda e sistemare i danni lasciati dalla precedente gestione Arcelor Mittal.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 13 febbraio con Carlo Cambi
La portaerei statunitense USS Gerald R. Ford (Ansa)
La decisione, confermata da funzionari americani, segna un passaggio significativo nella postura strategica di Washington, che dopo mesi di attenzione rivolta all’emisfero occidentale torna a concentrare uomini e mezzi nel teatro mediorientale. Il gruppo d’attacco della Ford, dopo aver operato nei Caraibi e nel Mediterraneo, si sta dirigendo verso il Golfo dove si unirà alla USS Abraham Lincoln e ad altre unità già presenti nell’area. Si tratta di una concentrazione navale che non può essere letta come una semplice rotazione operativa. La Ford non è una portaerei qualsiasi: rappresenta il vertice tecnologico della potenza aeronavale americana, capace di sostenere un ritmo di operazioni aeree più intenso rispetto alle generazioni precedenti. Con i suoi caccia e velivoli da sorveglianza, offre ai comandanti sul campo una capacità immediata di attacco e di controllo dello spazio aereo. Il dispiegamento avviene mentre il presidente Donald Trump aumenta la pressione diplomatica sull’Iran affinché accetti concessioni sul proprio programma nucleare. Un primo round di colloqui si è svolto la scorsa settimana, ma il clima resta teso. Trump ha ribadito di essere disponibile a un accordo, ma ha anche avvertito che le conseguenze di un mancato compromesso sarebbero «molto gravi». È la classica strategia del bastone e della carota: dialogo aperto, ma con una dimostrazione di forza tangibile alle spalle. La scelta di inviare la Ford ha anche un significato politico interno al sistema militare americano. In autunno, quando la nave era stata spostata nei Caraibi per supportare operazioni legate ai sequestri di petroliere e alla pressione sul Venezuela, per la prima volta in decenni non vi era alcuna portaerei assegnata stabilmente né al Comando Centrale né al Comando Europeo. Ora la priorità torna chiaramente il Medio Oriente. È un segnale rivolto tanto a Teheran quanto agli alleati regionali, in particolare Israele e le monarchie del Golfo.
Ma un’eventuale operazione militare contro l’Iran aprirebbe scenari estremamente complessi e rischiosi. Teheran non è un attore isolato né privo di strumenti di risposta. Oltre alle proprie capacità missilistiche e navali, dispone di una rete di alleati e milizie in Iraq, Siria, Libano e Yemen. Un attacco diretto contro il territorio iraniano potrebbe innescare una reazione su più fronti, trasformando un’operazione circoscritta in una crisi regionale estesa. Le basi americane nel Golfo diventerebbero obiettivi potenziali, così come le infrastrutture energetiche dei Paesi alleati di Washington. Uno dei punti più sensibili resta lo Stretto di Hormuz, attraverso cui transita una quota significativa del petrolio mondiale. Anche senza una chiusura formale, basterebbero attacchi mirati o operazioni di disturbo per provocare un’impennata immediata dei prezzi energetici, con ripercussioni sui mercati globali e sull’inflazione. In un contesto economico già fragile, un’escalation nel Golfo avrebbe effetti ben oltre la regione. C’è poi il rischio di una radicalizzazione ulteriore del programma nucleare iraniano. Un intervento militare potrebbe convincere la leadership di Teheran che l’unica garanzia di sopravvivenza sia accelerare verso una soglia nucleare pienamente operativa. Paradossalmente, un’azione pensata per impedire il consolidamento delle capacità atomiche iraniane potrebbe rafforzarne la determinazione.
Sul piano geopolitico, un conflitto aperto offrirebbe a Russia e Cina l’opportunità di consolidare ulteriormente il proprio asse con l’Iran in funzione anti-occidentale. Mosca potrebbe fornire supporto tecnico o intelligence, mentre Pechino, principale acquirente del greggio iraniano, avrebbe tutto l’interesse a evitare un crollo del regime che destabilizzi le rotte energetiche. Il confronto rischierebbe così di assumere una dimensione sistemica, andando oltre il dossier nucleare. Infine, c’è la questione dei costi e della durata. L’Iran è un Paese vasto, con una popolazione numerosa e una struttura militare articolata. Anche un’operazione limitata contro siti nucleari o infrastrutture strategiche non garantirebbe risultati definitivi. Il rischio di un coinvolgimento prolungato, con attacchi di ritorsione e una spirale di escalation, è concreto. Gli Stati Uniti si troverebbero di fronte alla prospettiva di un nuovo fronte aperto in una regione già segnata da conflitti irrisolti.
Il dispiegamento della USS Gerald R. Ford non equivale automaticamente a una decisione di guerra, ma rappresenta un messaggio inequivocabile. Washington vuole mantenere la credibilità della deterrenza mentre negozia. Resta però da capire se la dimostrazione di forza contribuirà a sbloccare il dialogo o se, al contrario, spingerà le parti verso un punto di non ritorno. In Medio Oriente, la linea che separa la pressione strategica dall’escalation militare è spesso più sottile di quanto appaia.
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Nicola Gratteri (Ansa)
Una affermazione che non poteva non suscitare pesanti reazioni, in primis dal Csm: ieri il consigliere laico Enrico Aini ha annunciato che «sarà proposta l’apertura di una pratica presso il Comitato di presidenza del Csm. L’iniziativa è finalizzata a verificare se le affermazioni pubbliche rese possano rilevare nel procedimento di valutazione di professionalità del magistrato, con particolare riferimento al requisito dell’equilibrio, essenziale nell’esercizio delle funzioni giudiziarie e nella tutela del prestigio dell’ordine giudiziario. Contestualmente, sarà interessato il procuratore generale presso la Corte di cassazione per valutare l’eventuale sussistenza di profili disciplinari». Reazioni stizzite (eufemismo) anche da parte dei sostenitori del Sì: «Lo denuncio», è il laconico commento del vicepremier Matteo Salvini. «Sono sconcertato», ha attaccato il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, «mi domando se l’esame psico-attitudinale che noi abbiamo proposto per l’inizio della carriera dei magistrati non sia necessario anche per la fine della carriera». «Gravissime le parole del procuratore Gratteri (che ha fatto registrare sui social un sentiment negativo nell’87,9% delle interazioni, ndr)», commenta il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Galeazzo Bignami, «indegne da parte di chi dovrebbe rappresentare la magistratura». «Sono una persona perbene», scrive sui social il vicepremier e leader di Forza Italia, Antonio Tajani, «non sono massone, non sono indagato e non sono imputato, non faccio parte di alcun centro di potere. E voterò convintamente Sì al referendum sulla riforma della giustizia. Le parole del procuratore Nicola Gratteri sono un attacco alla libertà e alla democrazia che offende milioni di italiani». «Sul referendum», argomenta il presidente del Senato, Ignazio La Russa, «ho sempre auspicato un dibattito sereno, un confronto civile tra le diverse posizioni. Rimango pertanto basito dalla grave dichiarazione rilasciata dal Procuratore Nicola Gratteri. Offende milioni di cittadini che non voteranno come lui». «Caro Gratteri», protesta sui social il Comitato nazionale Sì riforma, «la invitiamo a chiedere scusa immediatamente ai milioni di italiani che voteranno Sì, compresi tutti i membri di questo comitato, tra i quali vi sono tanti magistrati suoi colleghi. Nessuno, lei compreso, è detentore della moralità e dell’etica pubblica. Questa presunzione di superiorità morale è francamente insopportabile». «E insomma: arrestateci tutti», sottolinea il vicepresidente della Camera, Giorgio Mulè, di Forza Italia, «signor procuratore Gratteri, prepari milioni di pagine da riempire nel registro degli indagati dove saranno elencati i milioni di cittadini perbene che con il loro Sì approveranno la riforma costituzionale». «Sono davvero sconcertato», ha protestato il presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, di Forza Italia, «si tratta di affermazioni estremamente gravi, che infangano la Calabria e che gettano un’ombra ingiusta su un’intera comunità».
Intanto ieri il Pd si è distinto per una brutta figura. Sui social del partito è apparso un video con le immagini le immagini di Stefania Constantini e Amos Mosaner, impegnati nel doppio misto di curling ai Giochi olimpici, per promuovere la campagna per il No. Rimosso dopo le proteste dei due atleti, del Coni e Federazione italiana sport del ghiaccio.
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