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2020-12-18
Gay, neri, green: Biden ostaggio delle lobby
Joe Biden (K.Lamarque-Pool/Getty Images)
Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l'ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.
A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l'irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l'America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.
Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l'affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l'equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.
Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all'altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.
In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.
Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l'assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.
Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell'ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull'argomento.
Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all'Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all'Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l'ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.
Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell'osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l'altra, tra una lamentela e l'altra, tra un ricatto e l'altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l'America; e che l'America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi.
«Lascia le chiavi per papà». Altre mail di Hunter imbarazzano Sleepy Joe
Si fa sempre più traballante la posizione di Hunter Biden. Fox News ha pubblicato una mail del giugno 2017, in cui il figlio dell'attuale presidente americano in pectore inviava al controverso businessman cinese, Ye Jianming, «i migliori auguri dall'intera famiglia Biden». Nella stessa missiva, Hunter sollecitava un bonifico da 10 milioni di dollari (che non fu poi effettuato) per la gestione della joint venture con Cefc (società energetica cinese di cui Jianming era presidente). L'uomo d'affari cinese replicò alla mail molto calorosamente, ricambiando i saluti alla famiglia Biden. Queste nuove rivelazioni fanno seguito alla recente pubblicazione di un'altra mail del 2017, in cui Hunter scriveva alla direzione dell'House of Sweden, edificio di Washington in cui il figlio del presidente in pectore aveva gli uffici della sua società dell'epoca, Rosemont Seneca. Ebbene, nella mail Hunter chiedeva esplicitamente delle chiavi per i suoi «nuovi colleghi di ufficio», allegando una lista di nomi che – tra gli altri – conteneva quelli di suo padre, Joe, di suo zio paterno, Jim, e di Gongwen Dong (definito, nella stessa missiva, come «emissario del presidente di Cefc Ye»). Insomma, questi documenti evidenziano almeno due elementi di notevole interesse. In primo luogo, confermano l'esistenza di un solido legame tra Hunter e Ye Jianming (esattamente come, nei mesi scorsi, era stato affermato dal New York Post e da un rapporto dei senatori repubblicani, Ron Johnson e Chuck Grassley). In secondo luogo, queste mail stabiliscono una connessione tra lo stesso Joe Biden e Ye Jianming. Un fattore significativo: non solo il presidente americano in pectore ha sempre negato di essersi occupato degli affari esteri di suo figlio, ma non dimentichiamo neppure che Ye –prima di essere accusato di corruzione– intrattenesse stretti legami con l'Esercito popolare di liberazione (ne parlò, tra gli altri, il Financial Times nel marzo 2018). Si tratta quindi di un collegamento potenzialmente imbarazzante per il presidente americano in pectore.
Fonte di imbarazzo è per lui del resto anche l'indagine a cui suo figlio è stato sottoposto dalla procura federale del Delaware per questioni fiscali e – secondo la Cnn – per gli opachi legami proprio con la Cina. Non dimentichiamo che, pochi giorni fa, Nbc News abbia pubblicato una mail del gennaio 2017, in cui l'allora presidente di Rosemont Seneca, Eric Schwerin, segnalava ad Hunter il fatto che avesse omesso 400.000 dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 2014: denaro legato alla sua attività ai vertici della società ucraina Burisma. Ricordiamo che Hunter fosse entrato nelle alte sfere di Burisma poche settimane dopo che il padre, all'epoca vicepresidente americano, era stato nominato da Barack Obama come punto di raccordo tra il governo di Washington e quello di Kiev. E esattamente in questa veste, Joe Biden – nel 2016 – costrinse l'allora presidente ucraino Petro Poroshenko a silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Ebbene, la settimana scorsa, l'Associated Press ha rivelato che è stato emesso un ordine per ottenere da Hunter documenti inerenti alla sua attività nella suddetta azienda ucraina.
Non si fermano frattanto le fibrillazioni politiche. Se il presidente in pectore si è detto «fiducioso» sull'innocenza del figlio, Donald Trump – secondo indiscrezioni da lui stesso però ufficialmente smentite – auspicherebbe la nomina di un procuratore speciale che indaghi appositamente su Hunter.
Non è tuttavia al momento chiaro se, in caso, l'imminente sostituto di William Barr a ministro della Giustizia, Jeffrey Rosen, abbia intenzione di accontentare il presidente in carica su questo fronte. Intervistato da Reuters mercoledì scorso, ha infatti evitato di pronunciarsi sulla questione. L'unica cosa certa per ora è che il «dossier Hunter» rischia di indebolire politicamente Biden nel prossimo futuro, rendendolo di fatto un'anatra zoppa ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca.
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Per accontentare tutte le minoranze che lo hanno sostenuto, il presidente eletto degli Usa è già costretto a impossibili equilibrismi. Latinos e asiatici contestano il protagonismo degli afroamericani e chiedono più posti. E guai a nominare dei maschi bianchi.Secondo le nuove rivelazioni, i legami del controverso erede di Sleepy Joe con discussi magnati cinesi riguarderebbero anche il genitore.Lo speciale contiene due articoli.Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l'ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l'irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l'America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l'affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l'equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all'altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l'assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell'ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull'argomento.Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all'Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all'Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l'ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell'osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l'altra, tra una lamentela e l'altra, tra un ricatto e l'altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l'America; e che l'America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gay-neri-green-biden-ostaggio-delle-lobby-2649533282.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lascia-le-chiavi-per-papa-altre-mail-di-hunter-imbarazzano-sleepy-joe" data-post-id="2649533282" data-published-at="1608233479" data-use-pagination="False"> «Lascia le chiavi per papà». Altre mail di Hunter imbarazzano Sleepy Joe Si fa sempre più traballante la posizione di Hunter Biden. Fox News ha pubblicato una mail del giugno 2017, in cui il figlio dell'attuale presidente americano in pectore inviava al controverso businessman cinese, Ye Jianming, «i migliori auguri dall'intera famiglia Biden». Nella stessa missiva, Hunter sollecitava un bonifico da 10 milioni di dollari (che non fu poi effettuato) per la gestione della joint venture con Cefc (società energetica cinese di cui Jianming era presidente). L'uomo d'affari cinese replicò alla mail molto calorosamente, ricambiando i saluti alla famiglia Biden. Queste nuove rivelazioni fanno seguito alla recente pubblicazione di un'altra mail del 2017, in cui Hunter scriveva alla direzione dell'House of Sweden, edificio di Washington in cui il figlio del presidente in pectore aveva gli uffici della sua società dell'epoca, Rosemont Seneca. Ebbene, nella mail Hunter chiedeva esplicitamente delle chiavi per i suoi «nuovi colleghi di ufficio», allegando una lista di nomi che – tra gli altri – conteneva quelli di suo padre, Joe, di suo zio paterno, Jim, e di Gongwen Dong (definito, nella stessa missiva, come «emissario del presidente di Cefc Ye»). Insomma, questi documenti evidenziano almeno due elementi di notevole interesse. In primo luogo, confermano l'esistenza di un solido legame tra Hunter e Ye Jianming (esattamente come, nei mesi scorsi, era stato affermato dal New York Post e da un rapporto dei senatori repubblicani, Ron Johnson e Chuck Grassley). In secondo luogo, queste mail stabiliscono una connessione tra lo stesso Joe Biden e Ye Jianming. Un fattore significativo: non solo il presidente americano in pectore ha sempre negato di essersi occupato degli affari esteri di suo figlio, ma non dimentichiamo neppure che Ye –prima di essere accusato di corruzione– intrattenesse stretti legami con l'Esercito popolare di liberazione (ne parlò, tra gli altri, il Financial Times nel marzo 2018). Si tratta quindi di un collegamento potenzialmente imbarazzante per il presidente americano in pectore. Fonte di imbarazzo è per lui del resto anche l'indagine a cui suo figlio è stato sottoposto dalla procura federale del Delaware per questioni fiscali e – secondo la Cnn – per gli opachi legami proprio con la Cina. Non dimentichiamo che, pochi giorni fa, Nbc News abbia pubblicato una mail del gennaio 2017, in cui l'allora presidente di Rosemont Seneca, Eric Schwerin, segnalava ad Hunter il fatto che avesse omesso 400.000 dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 2014: denaro legato alla sua attività ai vertici della società ucraina Burisma. Ricordiamo che Hunter fosse entrato nelle alte sfere di Burisma poche settimane dopo che il padre, all'epoca vicepresidente americano, era stato nominato da Barack Obama come punto di raccordo tra il governo di Washington e quello di Kiev. E esattamente in questa veste, Joe Biden – nel 2016 – costrinse l'allora presidente ucraino Petro Poroshenko a silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Ebbene, la settimana scorsa, l'Associated Press ha rivelato che è stato emesso un ordine per ottenere da Hunter documenti inerenti alla sua attività nella suddetta azienda ucraina. Non si fermano frattanto le fibrillazioni politiche. Se il presidente in pectore si è detto «fiducioso» sull'innocenza del figlio, Donald Trump – secondo indiscrezioni da lui stesso però ufficialmente smentite – auspicherebbe la nomina di un procuratore speciale che indaghi appositamente su Hunter. Non è tuttavia al momento chiaro se, in caso, l'imminente sostituto di William Barr a ministro della Giustizia, Jeffrey Rosen, abbia intenzione di accontentare il presidente in carica su questo fronte. Intervistato da Reuters mercoledì scorso, ha infatti evitato di pronunciarsi sulla questione. L'unica cosa certa per ora è che il «dossier Hunter» rischia di indebolire politicamente Biden nel prossimo futuro, rendendolo di fatto un'anatra zoppa ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca.
L'edificio dove è avvenuta la strage a Casalotti (Roma). Nel riquadro, Shahadat Hossain (Ansa)
Prosegue senza sosta la caccia a Shahadat Hossain, il bengalese di 43 anni ritenuto dagli investigatori l’autore della strage di Casalotti, a Roma. Dell’uomo sembra essersi persa ogni traccia dopo il triplice omicidio avvenuto nella notte tra venerdì e sabato in un appartamento di via Montiglio, dove sono stati uccisi, a colpi di mannaia, Kamal Uddin Babul, 39 anni, la moglie Jahan Hosne Momotay, 38 anni, e la figlia Islam Arowa. Gravemente ferito anche il figlio ventenne della coppia, unico sopravvissuto al massacro.
Le indagini, coordinate dal procuratore aggiunto Giuseppe Cascini e condotte dagli investigatori della squadra mobile, diretti da Roberto Pititto, si muovono su più fronti. Le ricerche sono state estese anche al Regno Unito, dove il ricercato avrebbe la moglie e i figli. Prende corpo anche l’ipotesi che il fuggitivo possa essersi tolto la vita, ragion per cui ricerche coinvolgono il Tevere e i casali abbandonati.
Gli investigatori cercano di ricostruire anche il movente del delitto. L’ipotesi è che tutto sia nato dall’ossessione dell’uomo nei confronti della moglie di Kamal. Hossain frequentava abitualmente l’abitazione di via Montiglio e veniva visto sempre più spesso insieme alla donna, soprattutto quando il marito era al lavoro. Secondo la ricostruzione investigativa, avrebbe tentato ancora una volta un approccio sentimentale con la trentottenne, ricevendo però un altro rifiuto. A quel punto avrebbe impugnato una mannaia, scagliandosi prima contro la donna e poi contro la figlia. Il rapporto tra il quarantatreenne, privo di permesso di soggiorno ma con una richiesta di protezione internazionale presentata a Frosinone un anno fa e ancora pendente, e la famiglia era però da tempo al centro dell’attenzione della comunità bengalese.
A confermarlo è Maamoun Maamoun, 55 anni, presidente dell’associazione Brahmanbaria: «Spero che lo prendano al più presto e che sia punito in modo esemplare. Shahadat aveva la moglie e i figli in Inghilterra, ma si era separato. Tutti nella comunità sapevano della relazione con la moglie di Kamal. Pochi giorni prima della tragedia si era tenuta una riunione a Roma per cercare di risolvere la situazione. Kamal era molto arrabbiato perché Hossain continuava a frequentare casa sua cercando la moglie. L’obiettivo era convincerlo ad allontanarsi definitivamente dal quartiere», afferma il presidente. Anche le testimonianze raccolte nel quartiere confermano questa ricostruzione. Diversi residenti raccontano che Hossain accompagnava spesso la donna a fare la spesa e la seguiva quando usciva con la bambina. «Era come se volesse controllarla. Entrava nel nostro locale senza consumare nulla. Succedeva spesso», raccontano dal bar della zona. Tra gli elementi al vaglio della Squadra mobile c’è anche l’ultimo messaggio pubblicato dal killer sul proprio profilo Facebook, circa 24 ore prima della strage. Alle 21.33 del 25 giugno aveva scritto: «Un uomo non muore da solo» e «Dovresti morire con i tuoi cari quando muori. Così nessuno deve soffrire per nessuno». Hossain, domiciliato a Frosinone, secondo gli investigatori sarebbe partito proprio dal capoluogo ciociaro per raggiungere Roma. L’uomo ricercato avrebbe ricoperto in passato incarichi nel Bangladesh nationalist party (Bnp), sia nell’organizzazione italiana sia nel comitato estero del movimento, partecipando all’inizio di giugno a un convegno a Roma in qualità di relatore. Nei prossimi giorni saranno eseguite le autopsie sui corpi delle tre vittime, mentre gli investigatori ritengono fondamentale la testimonianza del figlio ventenne, unico sopravvissuto al massacro.
Sul piano politico, il consigliere municipale di Fratelli d’Italia Marco Giovagnorio attacca la Giunta del Municipio XIII, accusandola di non aver espresso cordoglio per la tragedia e di aver diffuso, nelle stesse ore del triplice omicidio, video di una festa organizzata dal Municipio. Secondo l’esponente di Fdi, gli eventi celebrativi avrebbero dovuto essere sospesi in segno di rispetto per le vittime, la comunità bengalese e l’intero quartiere di Casalotti.
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Ecco #EdicolaVerità, la rassegna stampa podcast del 29 giugno con Carlo Cambi
Giuseppe Conte e Domenico Arcuri (Ansa)
Dopo aver ricostruito il faccia a faccia avvenuto il 18 giugno nell’abitazione romana di Arcuri, quest’ultimo ha confermato che gli capita di incontrare l’ex presidente del Consiglio. Ma c’è anche una sequenza di date a insospettire il centrodestra. Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide di convocare Arcuri. Il giorno successivo, il 18 giugno, Conte incontra l’ex commissario nell’abitazione romana di quest'ultimo e il 19 giugno Arcuri invia al presidente della commissione, Marco Lisei, una lettera con cui comunica di non avere «alcun problema, né alcun impedimento, d essere sentito nella forma dell’audizione testimoniale».
Il capogruppo dei meloniani alla Camera, Galeazzo Bignami, mette in fila gli avvenimenti: «Oggi sulla Verità, Arcuri ammette candidamente che è solito incontrarsi con Conte. Quindi il testimone chiave della vicenda del Covid è solito incontrarsi con il componente più controverso della commissione Covid. E lo fa con una coincidenza temporale che parla da sé. Il 17 giugno la commissione decide di convocare Arcuri a testimonianza, il 18 giugno Arcuri e Conte si incontrano a casa Arcuri. Il 19 giugno Arcuri per la prima volta scrive alla commissione dicendosi disponibile, anche se in realtà è un obbligo quello di venire in commissione per rendere testimonianza con gli effetti di legge». Per Bignami «non serve Agatha Christie per capire che tre coincidenze in questo caso fanno ben più di una prova. È uno schema già visto e usato in Antimafia da Gioacchino Natoli e Roberto Scarpinato, testimone e commissario protetto dalla sua immunità a essere sentito in commissione: si confrontano prima dell’audizione proprio sui temi di cui dovranno riferire. Un uso distorto delle istituzioni che ha un obiettivo evidente: impedire alla commissione d’inchiesta sul Covid di svolgere il suo lavoro».
Si concentra sulle coincidenze temporali anche la deputata di Fratelli d’Italia Alice Buonguerrieri: «Il 17 giugno l’ufficio di presidenza della commissione Covid decide, con la netta contrarietà del M5s, di escutere a testimonianza Arcuri, nominato da Conte. Il giorno dopo, Conte, componente della stessa commissione, incontra Arcuri. Il giorno dopo ancora, tramite lettera, Arcuri avvisa la commissione, per la prima volta, che è “disponibile” a farsi audire. Disponibile si fa per dire, visto che lui sa bene di essere obbligato dalla legge a rendere testimonianza quando, come in questo caso, è richiesta». Secondo la parlamentare, la ricostruzione della Verità getta gravi ombre sulla futura testimonianza di Arcuri e sul ruolo del suo vecchio dante causa: «Siamo di fronte a fatti gravi, dalla successione temporale inquietante, che rendono ancora più evidente il conflitto di interessi in cui versa Conte, il quale siede in commissione non per far emergere la verità, ma per affossarla».
Anche il presidente dei senatori di Fratelli d’Italia, Lucio Malan, parte dal nostro scoop «sul faccia a faccia tra coloro che gestirono l’emergenza Covid»: «Viene da chiedersi cosa i due avessero da dirsi? C’entra qualcosa con la lettera inviata il giorno dopo da Arcuri al presidente Lisei , in cui ha dato disponibilità a essere audito dalla Commissione? Che avessero necessità di concordare qualche posizione?». Per Malan, «come al solito, Conte preferisce parlare della pandemia altrove, ora probabilmente anche in privato con colui che aveva scelto come commissario all’emergenza Covid, ma non dove dovrebbe e cioè in Commissione». Quindi conclude così: «Fdi continuerà a chiedere che l’ex premier si presenti per raccontare quello che sa su quanto sta emergendo dai lavori».
Sulla stessa linea si colloca Antonella Zedda, vicepresidente dei senatori di Fdi e componente della commissione Covid: «La polemica costruita in queste settimane dalle opposizioni sulla commissione aveva uno scopo ben preciso: proteggere Arcuri. Ora tutto torna. Grazie a un articolo della Verità scopriamo che il 18 giugno, proprio il giorno seguente a un ufficio di presidenza della commissione Covid infuocato, Arcuri e Conte si sono incontrati a cena». La senatrice richiama, infine, il tema dell’audizione testimoniale: «Conte non trova tempo per venire in commissione, dove latita da commissario e dove fugge da audito, ma trova modo di incontrare informalmente un testimone chiave in una tempistica sospetta? Inoltre Arcuri sostiene di essere disposto a venire in commissione, ma vorremmo ricordare a lui e a tutto il M5s che testimoniare sotto giuramento non è una gentile concessione a Fdi, ma un obbligo di legge. Ci chiediamo anche perché non sia venuto prima, quando non era obbligato. Aspettiamo questo momento anche perché sono molti i punti oscuri della sua gestione e gli italiani hanno diritto a delle risposte».
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Ci sono nomi di aziende aeronautiche italiane che ormai pochi ricordano. Questa è la storia.