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2020-12-18
Gay, neri, green: Biden ostaggio delle lobby
Joe Biden (K.Lamarque-Pool/Getty Images)
Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l'ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.
A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l'irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l'America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.
Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l'affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l'equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.
Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all'altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.
In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.
Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l'assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.
Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell'ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull'argomento.
Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all'Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all'Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l'ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.
Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell'osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l'altra, tra una lamentela e l'altra, tra un ricatto e l'altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l'America; e che l'America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi.
«Lascia le chiavi per papà». Altre mail di Hunter imbarazzano Sleepy Joe
Si fa sempre più traballante la posizione di Hunter Biden. Fox News ha pubblicato una mail del giugno 2017, in cui il figlio dell'attuale presidente americano in pectore inviava al controverso businessman cinese, Ye Jianming, «i migliori auguri dall'intera famiglia Biden». Nella stessa missiva, Hunter sollecitava un bonifico da 10 milioni di dollari (che non fu poi effettuato) per la gestione della joint venture con Cefc (società energetica cinese di cui Jianming era presidente). L'uomo d'affari cinese replicò alla mail molto calorosamente, ricambiando i saluti alla famiglia Biden. Queste nuove rivelazioni fanno seguito alla recente pubblicazione di un'altra mail del 2017, in cui Hunter scriveva alla direzione dell'House of Sweden, edificio di Washington in cui il figlio del presidente in pectore aveva gli uffici della sua società dell'epoca, Rosemont Seneca. Ebbene, nella mail Hunter chiedeva esplicitamente delle chiavi per i suoi «nuovi colleghi di ufficio», allegando una lista di nomi che – tra gli altri – conteneva quelli di suo padre, Joe, di suo zio paterno, Jim, e di Gongwen Dong (definito, nella stessa missiva, come «emissario del presidente di Cefc Ye»). Insomma, questi documenti evidenziano almeno due elementi di notevole interesse. In primo luogo, confermano l'esistenza di un solido legame tra Hunter e Ye Jianming (esattamente come, nei mesi scorsi, era stato affermato dal New York Post e da un rapporto dei senatori repubblicani, Ron Johnson e Chuck Grassley). In secondo luogo, queste mail stabiliscono una connessione tra lo stesso Joe Biden e Ye Jianming. Un fattore significativo: non solo il presidente americano in pectore ha sempre negato di essersi occupato degli affari esteri di suo figlio, ma non dimentichiamo neppure che Ye –prima di essere accusato di corruzione– intrattenesse stretti legami con l'Esercito popolare di liberazione (ne parlò, tra gli altri, il Financial Times nel marzo 2018). Si tratta quindi di un collegamento potenzialmente imbarazzante per il presidente americano in pectore.
Fonte di imbarazzo è per lui del resto anche l'indagine a cui suo figlio è stato sottoposto dalla procura federale del Delaware per questioni fiscali e – secondo la Cnn – per gli opachi legami proprio con la Cina. Non dimentichiamo che, pochi giorni fa, Nbc News abbia pubblicato una mail del gennaio 2017, in cui l'allora presidente di Rosemont Seneca, Eric Schwerin, segnalava ad Hunter il fatto che avesse omesso 400.000 dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 2014: denaro legato alla sua attività ai vertici della società ucraina Burisma. Ricordiamo che Hunter fosse entrato nelle alte sfere di Burisma poche settimane dopo che il padre, all'epoca vicepresidente americano, era stato nominato da Barack Obama come punto di raccordo tra il governo di Washington e quello di Kiev. E esattamente in questa veste, Joe Biden – nel 2016 – costrinse l'allora presidente ucraino Petro Poroshenko a silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Ebbene, la settimana scorsa, l'Associated Press ha rivelato che è stato emesso un ordine per ottenere da Hunter documenti inerenti alla sua attività nella suddetta azienda ucraina.
Non si fermano frattanto le fibrillazioni politiche. Se il presidente in pectore si è detto «fiducioso» sull'innocenza del figlio, Donald Trump – secondo indiscrezioni da lui stesso però ufficialmente smentite – auspicherebbe la nomina di un procuratore speciale che indaghi appositamente su Hunter.
Non è tuttavia al momento chiaro se, in caso, l'imminente sostituto di William Barr a ministro della Giustizia, Jeffrey Rosen, abbia intenzione di accontentare il presidente in carica su questo fronte. Intervistato da Reuters mercoledì scorso, ha infatti evitato di pronunciarsi sulla questione. L'unica cosa certa per ora è che il «dossier Hunter» rischia di indebolire politicamente Biden nel prossimo futuro, rendendolo di fatto un'anatra zoppa ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca.
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Per accontentare tutte le minoranze che lo hanno sostenuto, il presidente eletto degli Usa è già costretto a impossibili equilibrismi. Latinos e asiatici contestano il protagonismo degli afroamericani e chiedono più posti. E guai a nominare dei maschi bianchi.Secondo le nuove rivelazioni, i legami del controverso erede di Sleepy Joe con discussi magnati cinesi riguarderebbero anche il genitore.Lo speciale contiene due articoli.Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l'ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l'irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l'America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l'affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l'equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all'altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l'assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell'ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull'argomento.Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all'Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all'Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l'ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell'osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l'altra, tra una lamentela e l'altra, tra un ricatto e l'altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l'America; e che l'America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gay-neri-green-biden-ostaggio-delle-lobby-2649533282.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lascia-le-chiavi-per-papa-altre-mail-di-hunter-imbarazzano-sleepy-joe" data-post-id="2649533282" data-published-at="1608233479" data-use-pagination="False"> «Lascia le chiavi per papà». Altre mail di Hunter imbarazzano Sleepy Joe Si fa sempre più traballante la posizione di Hunter Biden. Fox News ha pubblicato una mail del giugno 2017, in cui il figlio dell'attuale presidente americano in pectore inviava al controverso businessman cinese, Ye Jianming, «i migliori auguri dall'intera famiglia Biden». Nella stessa missiva, Hunter sollecitava un bonifico da 10 milioni di dollari (che non fu poi effettuato) per la gestione della joint venture con Cefc (società energetica cinese di cui Jianming era presidente). L'uomo d'affari cinese replicò alla mail molto calorosamente, ricambiando i saluti alla famiglia Biden. Queste nuove rivelazioni fanno seguito alla recente pubblicazione di un'altra mail del 2017, in cui Hunter scriveva alla direzione dell'House of Sweden, edificio di Washington in cui il figlio del presidente in pectore aveva gli uffici della sua società dell'epoca, Rosemont Seneca. Ebbene, nella mail Hunter chiedeva esplicitamente delle chiavi per i suoi «nuovi colleghi di ufficio», allegando una lista di nomi che – tra gli altri – conteneva quelli di suo padre, Joe, di suo zio paterno, Jim, e di Gongwen Dong (definito, nella stessa missiva, come «emissario del presidente di Cefc Ye»). Insomma, questi documenti evidenziano almeno due elementi di notevole interesse. In primo luogo, confermano l'esistenza di un solido legame tra Hunter e Ye Jianming (esattamente come, nei mesi scorsi, era stato affermato dal New York Post e da un rapporto dei senatori repubblicani, Ron Johnson e Chuck Grassley). In secondo luogo, queste mail stabiliscono una connessione tra lo stesso Joe Biden e Ye Jianming. Un fattore significativo: non solo il presidente americano in pectore ha sempre negato di essersi occupato degli affari esteri di suo figlio, ma non dimentichiamo neppure che Ye –prima di essere accusato di corruzione– intrattenesse stretti legami con l'Esercito popolare di liberazione (ne parlò, tra gli altri, il Financial Times nel marzo 2018). Si tratta quindi di un collegamento potenzialmente imbarazzante per il presidente americano in pectore. Fonte di imbarazzo è per lui del resto anche l'indagine a cui suo figlio è stato sottoposto dalla procura federale del Delaware per questioni fiscali e – secondo la Cnn – per gli opachi legami proprio con la Cina. Non dimentichiamo che, pochi giorni fa, Nbc News abbia pubblicato una mail del gennaio 2017, in cui l'allora presidente di Rosemont Seneca, Eric Schwerin, segnalava ad Hunter il fatto che avesse omesso 400.000 dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 2014: denaro legato alla sua attività ai vertici della società ucraina Burisma. Ricordiamo che Hunter fosse entrato nelle alte sfere di Burisma poche settimane dopo che il padre, all'epoca vicepresidente americano, era stato nominato da Barack Obama come punto di raccordo tra il governo di Washington e quello di Kiev. E esattamente in questa veste, Joe Biden – nel 2016 – costrinse l'allora presidente ucraino Petro Poroshenko a silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Ebbene, la settimana scorsa, l'Associated Press ha rivelato che è stato emesso un ordine per ottenere da Hunter documenti inerenti alla sua attività nella suddetta azienda ucraina. Non si fermano frattanto le fibrillazioni politiche. Se il presidente in pectore si è detto «fiducioso» sull'innocenza del figlio, Donald Trump – secondo indiscrezioni da lui stesso però ufficialmente smentite – auspicherebbe la nomina di un procuratore speciale che indaghi appositamente su Hunter. Non è tuttavia al momento chiaro se, in caso, l'imminente sostituto di William Barr a ministro della Giustizia, Jeffrey Rosen, abbia intenzione di accontentare il presidente in carica su questo fronte. Intervistato da Reuters mercoledì scorso, ha infatti evitato di pronunciarsi sulla questione. L'unica cosa certa per ora è che il «dossier Hunter» rischia di indebolire politicamente Biden nel prossimo futuro, rendendolo di fatto un'anatra zoppa ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca.
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Dopo la storia e la descrizione delle sedi della «prima cerimonia diffusa della storia» (lo stadio milanese di San Siro e Cortina d’Ampezzo), il documento entra nei dettagli (come i lettori possono verificare consultando l’allegato). Il «concept creativo» è quello dell’Armonia e il direttore creativo è Marco Balich, già ideatore di 16 cerimonie d’apertura olimpiche. Nel file è svelato l’allestimento scenico e sono citati tutti i numeri della cerimonia.Quindi è descritto lo spettacolo, scena per scena.Si esalteranno la bellezza e la fantasia italiane. L’attrice Matilde De Angelis in versione direttrice d’orchestra guiderà un medley musicale che raggruppa brani dei grandi della musica classica italiana (Giuseppe Verdi, Giacomo Puccini, Gioachino Rossini, Antonio Vivaldi) e anche il pop di Raffaella Carrà. In un caleidoscopio di luci spunterà Mariah Carey che intonerà Nel blu dipinto di blu di Domenico Modugno e Nothing is impossible. Quindi verrà trasmesso il video (registrato) dell'arrivo del presidente della Repubblica Sergio Mattarella su un tram storico guidato dall’ex campione del Mondo di moto Gp Valentino Rossi. Un siparietto che è costato il posto di telecronista della serata ad Auro Bulbarelli, punito per avere parlato di «una sorpresa». Un’anticipazione che ha fatto infuriare il Quirinale (che ha protestato direttamente con il Comitato olimpico internazionale) e che è stata ritenuta imperdonabile.
A questo incidente La Verità ha dedicato oggi un articolo esclusivo nell’edizione in edicola. Mattarella del documento viene così descritto: «Una delle figure più autorevoli del Paese» che «rappresenta il garante della Costituzione dell’unità nazionale e dei valori democratici». Quindi c’è un’altra sviolinata: «Nel corso della sua lunga carriera ha ricoperto incarichi di primo piano nelle istituzioni italiane, distinguendosi per rigore, equilibrio e rispetto delle regole, qualità che ne hanno fatto un punto di riferimento nel panorama istituzionale europeo». A questo punto lo stadio si accenderà con le tinte del Tricolore in un momento dedicato alla moda italiana. Avrà l’onore di portare sul prato la bandiera la modella Vittoria Ceretti. L’inno nazionale, come già ampiamente emerso, sarà cantato da Laura Pausini. Pierfrancesco Favino leggerà, invece, L’Infinito di Giacomo Leopardi, mentre Sabrina Impacciatore sarà protagonista di un video animato sulla storia delle Olimpiadi invernali. Segue la parata degli atleti.
Ci sarà, quindi, un viaggio nel tempo e una parentesi scherzosa sul modo di gesticolare degli italiani, con protagonista l’attrice Brenda Lodigiani. A questo punto, dalla Tribuna d’onore Mattarella dichiarerà aperti i Giochi. Si parlerà di pace e di tregua olimpica e il cantante Ghali leggerà i versi della poesia «Promemoria» di Gianni Rodari che recita: «Ci sono cose da non fare mai, né di giorno né di notte, né per mare né per terra: per esempio la guerra». I versi della poesia, contrariamente a quanto polemicamente affermato da Ghali (che ha sostenuto che non gli sarebbe stato consentito di esprimersi in arabo), è previsto che siano recitati «in italiano, inglese, cinese, arabo, francese, spagnolo». A questo punto Charlize Theron, sudafricana ambasciatrice di pace, prenderà la parola «con un messaggio di speranza ispirato a Nelson Mandela che attraversa confini e generazioni». Il programma si chiuderà con l’ingresso della bandiera olimpica, dei suoi «messaggeri di pace» e con l’accensione del braciere olimpico. Tutto bello, retorico e un po’ scontato.
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«Cerchiamo, con un’attività di prevenzione, di evitare che quei tristi momenti si ripetano». Così il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, nella conferenza stampa al termine del Cdm, riferendosi alle norme introdotte con il decreto sicurezza e al fenomeno delle Brigate rosse.
Nordio ha definito il fenomeno delle Br come «nato per una insufficiente attenzione, anche da parte dello Stato, verso queste forme di aggressività odiosa nei confronti delle forze dell’ordine. Ricordiamo le espressioni “compagni che sbagliano” e “sedicenti Brigate rosse”». La nuova norma introdotta dal decreto sicurezza «non è uno scudo penale, che invece vuol dire impunità: qui l’impunità non c’è per nessuno, quindi è una parola impropria», ha aggiunto in merito al nuovo provvedimento contenuto nel decreto, che istituisce un registro separato per i reati commessi con «causa di giustificazione».