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2020-12-18
Gay, neri, green: Biden ostaggio delle lobby
Joe Biden (K.Lamarque-Pool/Getty Images)
Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l'ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.
A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l'irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l'America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.
Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l'affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l'equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.
Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all'altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.
In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.
Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l'assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.
Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell'ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull'argomento.
Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all'Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all'Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l'ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.
Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell'osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l'altra, tra una lamentela e l'altra, tra un ricatto e l'altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l'America; e che l'America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi.
«Lascia le chiavi per papà». Altre mail di Hunter imbarazzano Sleepy Joe
Si fa sempre più traballante la posizione di Hunter Biden. Fox News ha pubblicato una mail del giugno 2017, in cui il figlio dell'attuale presidente americano in pectore inviava al controverso businessman cinese, Ye Jianming, «i migliori auguri dall'intera famiglia Biden». Nella stessa missiva, Hunter sollecitava un bonifico da 10 milioni di dollari (che non fu poi effettuato) per la gestione della joint venture con Cefc (società energetica cinese di cui Jianming era presidente). L'uomo d'affari cinese replicò alla mail molto calorosamente, ricambiando i saluti alla famiglia Biden. Queste nuove rivelazioni fanno seguito alla recente pubblicazione di un'altra mail del 2017, in cui Hunter scriveva alla direzione dell'House of Sweden, edificio di Washington in cui il figlio del presidente in pectore aveva gli uffici della sua società dell'epoca, Rosemont Seneca. Ebbene, nella mail Hunter chiedeva esplicitamente delle chiavi per i suoi «nuovi colleghi di ufficio», allegando una lista di nomi che – tra gli altri – conteneva quelli di suo padre, Joe, di suo zio paterno, Jim, e di Gongwen Dong (definito, nella stessa missiva, come «emissario del presidente di Cefc Ye»). Insomma, questi documenti evidenziano almeno due elementi di notevole interesse. In primo luogo, confermano l'esistenza di un solido legame tra Hunter e Ye Jianming (esattamente come, nei mesi scorsi, era stato affermato dal New York Post e da un rapporto dei senatori repubblicani, Ron Johnson e Chuck Grassley). In secondo luogo, queste mail stabiliscono una connessione tra lo stesso Joe Biden e Ye Jianming. Un fattore significativo: non solo il presidente americano in pectore ha sempre negato di essersi occupato degli affari esteri di suo figlio, ma non dimentichiamo neppure che Ye –prima di essere accusato di corruzione– intrattenesse stretti legami con l'Esercito popolare di liberazione (ne parlò, tra gli altri, il Financial Times nel marzo 2018). Si tratta quindi di un collegamento potenzialmente imbarazzante per il presidente americano in pectore.
Fonte di imbarazzo è per lui del resto anche l'indagine a cui suo figlio è stato sottoposto dalla procura federale del Delaware per questioni fiscali e – secondo la Cnn – per gli opachi legami proprio con la Cina. Non dimentichiamo che, pochi giorni fa, Nbc News abbia pubblicato una mail del gennaio 2017, in cui l'allora presidente di Rosemont Seneca, Eric Schwerin, segnalava ad Hunter il fatto che avesse omesso 400.000 dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 2014: denaro legato alla sua attività ai vertici della società ucraina Burisma. Ricordiamo che Hunter fosse entrato nelle alte sfere di Burisma poche settimane dopo che il padre, all'epoca vicepresidente americano, era stato nominato da Barack Obama come punto di raccordo tra il governo di Washington e quello di Kiev. E esattamente in questa veste, Joe Biden – nel 2016 – costrinse l'allora presidente ucraino Petro Poroshenko a silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Ebbene, la settimana scorsa, l'Associated Press ha rivelato che è stato emesso un ordine per ottenere da Hunter documenti inerenti alla sua attività nella suddetta azienda ucraina.
Non si fermano frattanto le fibrillazioni politiche. Se il presidente in pectore si è detto «fiducioso» sull'innocenza del figlio, Donald Trump – secondo indiscrezioni da lui stesso però ufficialmente smentite – auspicherebbe la nomina di un procuratore speciale che indaghi appositamente su Hunter.
Non è tuttavia al momento chiaro se, in caso, l'imminente sostituto di William Barr a ministro della Giustizia, Jeffrey Rosen, abbia intenzione di accontentare il presidente in carica su questo fronte. Intervistato da Reuters mercoledì scorso, ha infatti evitato di pronunciarsi sulla questione. L'unica cosa certa per ora è che il «dossier Hunter» rischia di indebolire politicamente Biden nel prossimo futuro, rendendolo di fatto un'anatra zoppa ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca.
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Per accontentare tutte le minoranze che lo hanno sostenuto, il presidente eletto degli Usa è già costretto a impossibili equilibrismi. Latinos e asiatici contestano il protagonismo degli afroamericani e chiedono più posti. E guai a nominare dei maschi bianchi.Secondo le nuove rivelazioni, i legami del controverso erede di Sleepy Joe con discussi magnati cinesi riguarderebbero anche il genitore.Lo speciale contiene due articoli.Prove di governo politically correct. Il primo ispanico a capo della Sicurezza nazionale, la prima donna segretario al Tesoro, il primo capo della Difesa afroamericano, il primo segretario alla Salute ispanico, il primo Capo di Gabinetto apertamente omosessuale, la prima donna di colore a dirigere l'ufficio del Bilancio, la prima donna direttore dei Servizi nazionali. Può andare? No, non va per niente bene.A complicare le prime mosse di Joe Biden, presidente eletto degli Stati Uniti a colpi di voti postali non controllabili e non controllati, non è tanto o non solo l'irriducibile resistenza di Donald Trump, che non ha ancora rinunciato ai tentativi di far emergere il voto del 3 novembre come una truffa, ma anche la vera e propria riffa che si è scatenata intorno alle nomine. Devono «rappresentare tutta l'America», come promesso in campagna elettorale, e il conto non torna.Il deputato del Texas, Vicente Gonzalez, fai i conti e non arriva a cinque latini in posti di governo. Poi si fanno sentire gli asiatico-americani, che ricordano che ai tempi di Barack Obama tre di loro erano al governo, e chiedono di avere oggi almeno altrettanti rappresentanti. I contendenti si uniscono per ricordare che l'affermazione di Black lives matter ha portato gli afroamericani in posizione di predominio, e che l'equilibrio va ristabilito. Indignazione ha suscitato la scelta di quattro uomini niente meno che bianchi a rispettivamente capo dello staff segretario di Stato, consigliere per la Sicurezza nazionale e top Consigliere politico.Glynda C. Carr, la presidente di Higher Heights for America, un comitato di azione politica che si occupa di far eleggere un numero sempre più alto di donne nere, ha parlato di delusione, addirittura di costernazione. Biden allora ha risposto che ha scelto due donne afroamericane, Susan Rice e Marcia Fudge, rispettivamente come direttore del Consiglio per la politica nazionale e ministro dello Sviluppo urbano. Ma non sono posti considerati all'altezza delle richieste. Nel frattempo arriva la protesta sentita dei rappresentanti Lgbt.In testa ai cosiddetti esponenti dei diritti civili torna persino il vecchio reverendo Al Sharpton, che vuole decidere chi diventerà Attorney general, carica che corrisponde al ministro della Giustizia. Deve essere nero, non si discute, e con un passato di battaglia per i diritti e contro il razzismo.Non finisce qui, Sharpton ha messo un veto molto netto su Rahm Emanuel, già capo dello staff di Obama e ora sindaco di Chicago, inviso per come ha gestito l'assassinio nel 2014 da parte di un agente di polizia di un ragazzo nero, Laquan McDonald.Un gruppo di ambientalisti si è presentato al team della transizione di Biden per diffidare dal nominare alla protezione dell'ambiente Mary Nichols, commissario della California sulle questioni del clima e considerata una delle maggiori esperte del Paese. Non abbastanza talebana sull'argomento.Non paghi di aver criticato aspramente la nomina quasi certa di un segretario all'Agricoltura troppo amico delle grandi imprese, secondo loro, una coalizione di celebrità di Hollywood, nativi americani e attivisti liberali vari chiede che non venga nominato all'Interno il già prescelto Tom Udall, democratico del New Messico e vecchio amico di Biden, e venga invece scelto un nativo americano, Deb Hawland. Hanno anche scritto ad Udall, che l'ha giustamente presa come una minaccia ma gli tocca stare zitto o verrebbe immediatamente accusato di razzismo, spiegandogli che siccome quel posto lo aveva già avuto suo padre con Kennedy e Johnson, non è il caso che ora lui 50 anni dopo lo ripretenda.Ma se gli Indians di Cleveland aprono un dibattito per cambiare il nome dopo 115 anni di glorioso baseball per non offendere i nativi americani; se una professoressa universitaria bianca ed ebrea, Jessica Krug della George Washington University, si è finta parzialmente nera tutta la vita per avere maggiori opportunità di carriera; se i copioni sottoposti agli studios di Hollywood devono in percentuale prestabilita rappresentare tutte le diversità fra gli attori; se tutto questo non è un cattivo romanzo, ma è la realtà, di che vi stupite nell'osservare che Joe Biden sta diventando pazzo per formare il suo governo e dintorni tra una richiesta e l'altra, tra una lamentela e l'altra, tra un ricatto e l'altro di componenti etniche, sociali, di orientamento sessuale, di genere, tutte diventate aggressive, tutte altrettanto petulanti ? Due sono le considerazioni: che a Joe Biden sta bene, visto che ha fatto una campagna elettorale dicendo che avrebbe rappresentato tutta l'America; e che l'America sta perdendo il senno. Speriamo che prima o poi lo recuperi. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/gay-neri-green-biden-ostaggio-delle-lobby-2649533282.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="lascia-le-chiavi-per-papa-altre-mail-di-hunter-imbarazzano-sleepy-joe" data-post-id="2649533282" data-published-at="1608233479" data-use-pagination="False"> «Lascia le chiavi per papà». Altre mail di Hunter imbarazzano Sleepy Joe Si fa sempre più traballante la posizione di Hunter Biden. Fox News ha pubblicato una mail del giugno 2017, in cui il figlio dell'attuale presidente americano in pectore inviava al controverso businessman cinese, Ye Jianming, «i migliori auguri dall'intera famiglia Biden». Nella stessa missiva, Hunter sollecitava un bonifico da 10 milioni di dollari (che non fu poi effettuato) per la gestione della joint venture con Cefc (società energetica cinese di cui Jianming era presidente). L'uomo d'affari cinese replicò alla mail molto calorosamente, ricambiando i saluti alla famiglia Biden. Queste nuove rivelazioni fanno seguito alla recente pubblicazione di un'altra mail del 2017, in cui Hunter scriveva alla direzione dell'House of Sweden, edificio di Washington in cui il figlio del presidente in pectore aveva gli uffici della sua società dell'epoca, Rosemont Seneca. Ebbene, nella mail Hunter chiedeva esplicitamente delle chiavi per i suoi «nuovi colleghi di ufficio», allegando una lista di nomi che – tra gli altri – conteneva quelli di suo padre, Joe, di suo zio paterno, Jim, e di Gongwen Dong (definito, nella stessa missiva, come «emissario del presidente di Cefc Ye»). Insomma, questi documenti evidenziano almeno due elementi di notevole interesse. In primo luogo, confermano l'esistenza di un solido legame tra Hunter e Ye Jianming (esattamente come, nei mesi scorsi, era stato affermato dal New York Post e da un rapporto dei senatori repubblicani, Ron Johnson e Chuck Grassley). In secondo luogo, queste mail stabiliscono una connessione tra lo stesso Joe Biden e Ye Jianming. Un fattore significativo: non solo il presidente americano in pectore ha sempre negato di essersi occupato degli affari esteri di suo figlio, ma non dimentichiamo neppure che Ye –prima di essere accusato di corruzione– intrattenesse stretti legami con l'Esercito popolare di liberazione (ne parlò, tra gli altri, il Financial Times nel marzo 2018). Si tratta quindi di un collegamento potenzialmente imbarazzante per il presidente americano in pectore. Fonte di imbarazzo è per lui del resto anche l'indagine a cui suo figlio è stato sottoposto dalla procura federale del Delaware per questioni fiscali e – secondo la Cnn – per gli opachi legami proprio con la Cina. Non dimentichiamo che, pochi giorni fa, Nbc News abbia pubblicato una mail del gennaio 2017, in cui l'allora presidente di Rosemont Seneca, Eric Schwerin, segnalava ad Hunter il fatto che avesse omesso 400.000 dollari nella sua dichiarazione dei redditi del 2014: denaro legato alla sua attività ai vertici della società ucraina Burisma. Ricordiamo che Hunter fosse entrato nelle alte sfere di Burisma poche settimane dopo che il padre, all'epoca vicepresidente americano, era stato nominato da Barack Obama come punto di raccordo tra il governo di Washington e quello di Kiev. E esattamente in questa veste, Joe Biden – nel 2016 – costrinse l'allora presidente ucraino Petro Poroshenko a silurare il procuratore che stava indagando proprio su Burisma per corruzione. Ebbene, la settimana scorsa, l'Associated Press ha rivelato che è stato emesso un ordine per ottenere da Hunter documenti inerenti alla sua attività nella suddetta azienda ucraina. Non si fermano frattanto le fibrillazioni politiche. Se il presidente in pectore si è detto «fiducioso» sull'innocenza del figlio, Donald Trump – secondo indiscrezioni da lui stesso però ufficialmente smentite – auspicherebbe la nomina di un procuratore speciale che indaghi appositamente su Hunter. Non è tuttavia al momento chiaro se, in caso, l'imminente sostituto di William Barr a ministro della Giustizia, Jeffrey Rosen, abbia intenzione di accontentare il presidente in carica su questo fronte. Intervistato da Reuters mercoledì scorso, ha infatti evitato di pronunciarsi sulla questione. L'unica cosa certa per ora è che il «dossier Hunter» rischia di indebolire politicamente Biden nel prossimo futuro, rendendolo di fatto un'anatra zoppa ancor prima di insediarsi alla Casa Bianca.
Donald Trump (Ansa)
Non si tratta soltanto di un aggiornamento tecnico delle strategie precedenti, ma di una vera e propria dichiarazione politica che riflette la visione dell'attuale presidente e la sua dottrina basata sul principio dell'«America First» e della «pace attraverso la forza». Nella prefazione, Trump sostiene che il suo ritorno alla Casa Bianca abbia segnato la fine di un periodo caratterizzato da «debolezza» e «umiliazioni» per gli Stati Uniti. Il presidente rivendica una serie di risultati ottenuti durante il primo anno del suo secondo mandato, tra cui il rilascio di oltre cento ostaggi americani detenuti all'estero, l'arresto del responsabile dell'attentato di Abbey Gate in Afghanistan e la designazione di importanti sezioni dei Fratelli Musulmani come organizzazioni terroristiche. Il documento cita inoltre le operazioni militari «Midnight Hammer» ed «Epic Fury», presentate come azioni decisive contro il programma nucleare iraniano e contro le capacità militari della Repubblica Islamica. L'aspetto più innovativo della strategia riguarda la classificazione delle minacce. Secondo la Casa Bianca, il terrorismo contemporaneo non è rappresentato esclusivamente dalle organizzazioni jihadiste, ma si articola in tre grandi categorie. La prima è costituita dai cartelli della droga e dalle organizzazioni criminali transnazionali che operano soprattutto nell'emisfero occidentale. La seconda comprende i gruppi islamisti tradizionali come al-Qaeda e lo Stato Islamico. La terza categoria è invece rappresentata dagli estremisti violenti di sinistra, inclusi anarchici e movimenti antifascisti radicali. Una definizione destinata a generare polemiche, poiché amplia notevolmente il concetto di minaccia terroristica adottato dall'amministrazione americana.
Nel documento emerge con chiarezza la convinzione che il terrorismo islamista continui a rappresentare un pericolo concreto per il territorio americano. Per questo motivo la strategia individua come priorità assoluta la neutralizzazione dei gruppi jihadisti che dispongono sia dell'intenzione sia delle capacità operative necessarie per colpire cittadini e interessi statunitensi. In particolare vengono menzionati al-Qaeda, soprattutto la sua branca nella Penisola Arabica, e l'ISIS-Khorasan, considerato uno dei segmenti più aggressivi e pericolosi dello Stato Islamico. Un intero capitolo è dedicato ai Fratelli Musulmani, descritti come l'origine ideologica del terrorismo islamista moderno. Secondo la Casa Bianca, tutte le principali organizzazioni jihadiste contemporanee, da Hamas ad al-Qaeda fino all'ISIS, affondano le proprie radici nella visione politica e religiosa sviluppata dalla Fratellanza musulmana. Per questo motivo l'amministrazione Trump annuncia l'intenzione di proseguire con la designazione come organizzazioni terroristiche straniere delle diverse ramificazioni del movimento presenti in Medio Oriente, Africa e Asia. Si tratta di una posizione che segna una netta discontinuità rispetto ad altre amministrazioni americane e che potrebbe avere conseguenze significative nei rapporti con numerosi Paesi della regione.
Ancora più severa è la valutazione nei confronti dell'Iran, definito senza mezzi termini il principale sponsor del terrorismo a livello globale. Secondo il documento, la minaccia iraniana si manifesta sia direttamente attraverso il programma nucleare e missilistico di Teheran sia indirettamente mediante il sostegno economico, militare e logistico fornito a una vasta rete di organizzazioni armate e gruppi estremisti. Hezbollah viene indicato come il più importante tra questi proxy e come uno degli strumenti principali utilizzati dalla Repubblica Islamica per proiettare la propria influenza nella regione. La strategia sottolinea che le operazioni condotte contro le infrastrutture nucleari iraniane rappresentano soltanto una fase di una campagna più ampia. Washington afferma infatti che continuerà a utilizzare tutti gli strumenti disponibili – militari, diplomatici, economici e informatici – fino a quando Teheran non sarà più in grado di minacciare direttamente gli Stati Uniti o di sostenere organizzazioni terroristiche. Allo stesso tempo viene ribadita la volontà di colpire i gruppi sostenuti dall'Iran che pianificano attacchi contro cittadini americani, obiettivi israeliani o dissidenti iraniani presenti all'estero.
Un'altra sezione destinata a far discutere è quella dedicata all'Europa. La Casa Bianca riconosce il ruolo storico degli alleati europei nella lotta al terrorismo ma sostiene che il continente sia diventato, negli ultimi anni, un ambiente operativo particolarmente favorevole alle reti estremiste. Secondo il documento, gruppi jihadisti, cartelli della droga e Stati ostili avrebbero approfittato delle frontiere deboli, delle carenze nei controlli e delle limitate risorse dedicate all'antiterrorismo per trasformare diverse aree europee in centri logistici, finanziari e di reclutamento. La strategia afferma esplicitamente che la migrazione di massa abbia rappresentato una delle principali vie di penetrazione utilizzate dai terroristi. Gli autori sostengono che l'Europa debba recuperare il controllo delle proprie frontiere, affrontare apertamente il problema dell'islamismo radicale e incrementare significativamente gli investimenti nelle attività di intelligence e sicurezza. Secondo Washington, la sopravvivenza della civiltà occidentale dipenderà anche dalla capacità degli Stati europei di contrastare efficacemente queste minacce.
Accanto alle tradizionali attività di intelligence e alle operazioni militari, il documento dedica particolare attenzione alla guerra informativa e alla propaganda. La Casa Bianca ritiene che le organizzazioni terroristiche abbiano saputo sfruttare efficacemente le nuove tecnologie per reclutare sostenitori, diffondere ideologie estremiste e coordinare operazioni. Di conseguenza gli Stati Uniti intendono rafforzare le capacità di contropropaganda e sviluppare nuovi strumenti per individuare e neutralizzare le campagne di radicalizzazione online. Particolare rilevanza viene attribuita anche alla minaccia rappresentata dalle armi di distruzione di massa. Il documento definisce «imperativo» impedire che gruppi terroristici possano acquisire capacità nucleari, biologiche, chimiche o radiologiche. Viene inoltre evidenziato come i progressi tecnologici, inclusi l'intelligenza artificiale, i sistemi autonomi e le nuove tecnologie energetiche, possano essere sfruttati da organizzazioni ostili per sviluppare nuove forme di attacco. Per questo motivo Washington prevede un rafforzamento delle capacità di monitoraggio, prevenzione e risposta. Nel complesso, la Strategia antiterrorismo 2026 segna una svolta profonda rispetto agli approcci adottati negli anni precedenti. Il documento abbandona molte delle formulazioni utilizzate durante l'amministrazione Biden e torna a una visione fondata sulla deterrenza, sulla superiorità militare e sulla centralità dell'interesse nazionale americano. Iran, Hezbollah, Hamas e Fratelli Musulmani vengono identificati come componenti di un'unica architettura della minaccia islamista, mentre l'Europa viene invitata ad assumersi una quota molto maggiore della responsabilità per la propria sicurezza. Una dottrina destinata a influenzare non soltanto la politica estera degli Stati Uniti, ma anche il dibattito internazionale sulla lotta al terrorismo negli anni a venire.
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Ansa
Un circuito verticale e gerarchico in cui il giudizio di un docente può pesare più di quanto accada in un normale liceo. In questo microcosmo la Procura di Milano colloca una storiaccia in cui la cifra penale, almeno secondo l’impostazione accusatoria, non sarebbe soltanto quella della sessualità o dell’invadenza fisica, ma soprattutto quella dell’abuso di potere. Perché nelle 24 pagine dell’ordinanza cautelare non sono centrali solo le palpatine o le fotografie intime richieste. L’inchiesta ruota principalmente attorno al presunto utilizzo della cattedra come strumento di pressione psicologica, del voto come leva e della maturità come elemento di condizionamento. Accuse che hanno portato un professore di italiano e latino in forza alla scuola militare dal 2024 (ma non un militare, lui) agli arresti domiciliari.
«Quanto ce l’hai lungo?», chiese, annota l’accusa, a uno degli alunni. E subito dopo: «Ho corretto il compito di italiano, è da otto, ma se mi racconti dettagli intimi con la tua fidanzata diventa otto e mezzo». L’indagato, scrive il gip del Tribunale di Milano Elio Sparacino nella sua ordinanza, «era solito, secondo quanto emerso, avvicinare gli studenti maschi, cingerli da dietro e accarezzarli sul collo, sulle spalle simulando un massaggio per scendere fino al petto e, come raccontato da tutte le persone offese, stringere per alcuni secondi i pettorali dei giovani facendo anche sovente apprezzamenti sulla loro tonicità muscolare». Un comportamento che per il gip «già di per sé» integrerebbe «pienamente» il reato di violenza sessuale. La Procura, poi, porta anche il conto delle vittime: «Sette». Ma, con due studenti in particolare, il prof avrebbe adottato «una condotta particolarmente aggressiva». Il loro «andamento scolastico traballante», secondo l’accusa, li avrebbe resi «più esposti alle azioni dell’indagato». E, così, sono scattate anche le accuse di «concussione e maltrattamenti». Gli studenti, infatti, stando alle accuse, non l’avrebbero percepito come un professore un po’ invadente. Ma come uno che poteva aiutarti o crearti problemi scolasticamente. Che avrebbe potuto «darti una mano» alla maturità. O lasciarti solo.
In una telefonata intercettata, il prof, un po’ spazientito, dice a uno studente che se non si fosse mostrato accondiscendente alle sue richieste «avrebbe dovuto farcela con le proprie forze». Nelle carte compare spesso la parola «aiuto». Aiuto con i voti, per i debiti, durante le verifiche, per arrivare all’esame. E poi c’erano «le lezioni private gratuite, dietro l’invio di foto e video a carattere erotico». Uno degli studenti ha raccontato che il prof gli avrebbe inviato dei bonifici e un «buono Amazon da cento euro». Un altro riferisce di essere stato portato in un’aula vuota e palpeggiato. Un altro ancora parla di richieste continue di video sessuali e fotografie intime. Oppure delle foto dei preservativi usati durante i suoi rapporti sessuali. Tutto sempre dentro un clima ambiguo, tra il paternalismo, la protezione e la pressione psicologica. «L’anno prossimo», avrebbe detto il prof, «quando sarai promosso mi racconterai le tue cose sconce». E lo studente, evidentemente preoccupato, ha ammesso in Procura: «Quest’anno abbiamo la maturità e lui è un membro interno».
Nel corso di chiacchierate private, con messaggi su Telegram, in chat che si autodistruggono. «Una volta, per esempio», racconta una delle vittime, «durante la lezione si è avvicinato e mi ha chiesto se avessi fatto sesso con la mia ragazza la notte precedente, con battute del tipo “Ma quanto sei durato?”». Un’intercettazione riportata nell’ordinanza colpisce per la normalità con cui viene evocato il rapporto di dipendenza. Il prof ricorda allo studente tutto quello che avrebbe fatto per lui durante l’anno scolastico. Gli parla dei voti, gli ricorda di essergli «sempre stato vicino». Fino alla frase che per gli investigatori rappresenta il cuore della vicenda: «Un po’ di gratitudine la potresti concretamente mostrare ogni tanto». Un modo di fare che, secondo l’accusa, avrebbe prodotto negli studenti la percezione che il professore potesse influenzare il loro futuro. Uno dei ragazzi verbalizza proprio questa paura: «Io non vado molto bene a scuola e quindi potrei rischiare la bocciatura ed essere estromesso dalla scuola».
C’è però chi, nel marzo scorso, ha parlato con i superiori (con un colonnello), raccontando i comportamenti del professore. Addirittura scatta le fotografie degli abbracci. Finché alcuni studenti non hanno raccontato che il prof avrebbe fatto capire di essere già a conoscenza dell’attività investigativa grazie a «non precisati informatori». Solo un mese fa uno dei ragazzi è tornato dagli inquirenti per precisare che, «mentre si trovava con un compagno di scuola fuori dalla caserma», il prof si sarebbe avvicinato e, «dopo avergli offerto un lecca-lecca», gli avrebbe proposto «di distruggere il suo telefono dietro il pagamento della somma di 400 o 500 euro». Il gip tira le somme: «Pare evidente che, dopo aver saputo dell’indagine a suo carico» e «nella convinzione» che l’alunno «gli sarebbe rimasto fedele, ha cercato in tutti i modi di ostacolare gli accertamenti degli inquirenti». I domiciliari vengono motivati con l’assenza di precedenti penali e perché i fatti contestati sarebbero legati esclusivamente all’ambiente scolastico. Ma il rischio di inquinamento probatorio viene considerato concreto.
L’Esercito italiano ha assicurato «il proprio sostegno all’operato della magistratura e la massima disponibilità nei confronti delle autorità inquirenti». Poi ha condannato in modo fermo «ogni forma di abuso, prevaricazione o comportamento contrario e incompatibile con i propri valori e con la propria missione istituzionale». Tradita, secondo l’accusa, dal prof di italiano e latino.
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Come già noto, sono a disposizione per il triennio 2026-2028 circa 14 miliardi, cioè lo 0,3% del Pil annuo. La deroga, però, non riguarda le accise e qui si pone un problema. Anche se i prezzi dei carburanti sono in calo (in base ai dati del Mimit, il ministero delle Imprese, il prezzo medio del diesel self è di 1,988 euro/litro rispetto a 1,994 del 3 giugno e quello della benzina self è 1,930 euro contro 1,934 euro del 3 giugno), senza interventi il costo alla pompa domani subirebbe uno scatto al rialzo. La verde salirebbe a due euro il litro mentre il diesel a circa 2,1 euro. Il governo, però, ha intenzione di non lasciar cadere gli interventi contro il caro carburanti che, come annunciato dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, saranno rinnovati con un decreto ministeriale direttamente sabato, al momento della scadenza del taglio delle accise.
Escludendo un decreto legge o un disegno di legge, si avrebbe una attivazione rapida, demandando l’attuazione pratica al ministero dell’Economia. Questi verificherebbe le maggiori entrate Iva del mese precedente dovute al rincaro dei carburanti, sfruttando il saldo attivo di cassa per abbassare le accise. Ciò sarebbe possibile perché non si verrebbe a creare un extra deficit e quindi rientrerebbe nel solco delle indicazioni di Bruxelles. Il messaggio politico del governo è chiaro: al di là delle condizioni dettate dalla Ue, per abbattere i rincari dei carburanti useremo le risorse aggiuntive. Il meccanismo delle accise mobili verrebbe attivato dopo la prima settimana di ogni mese quando viene contabilizzata la cifra del periodo precedente. Fino ad ora, dal 18 marzo, data del primo intervento, sono stati spesi circa 2 miliardi di euro.
Ancora, però, non è chiaro il risultato finale per il consumatore, cioè come l’intervento sarà modulato. «Dobbiamo effettivamente valutare quant’è la disponibilità e fino al giorno 6 non l’abbiamo per motivi tecnici. In base a quello e alle condizioni di mercato, vedremo come prorogare queste forme di intervento», ha detto Giorgetti al question time in aula al Senato in risposta a un’interrogazione del Pd sugli interventi per contrastare l’aumento del costo dei carburanti. Poi ha precisato che «l’esatto dimensionamento economico dello sgravio necessita di un monitoraggio in tempo reale, in modo da incrociare i margini di bilancio accertati alla scadenza esatta con i trend dei listini petroliferi globali, garantendo la sostenibilità dei conti pubblici».
Nei giorni scorsi si era diffusa l’ipotesi dell’introduzione di un contributo una tantum da 100 euro destinato ai nuclei con un Isee non superiore a 15.000 euro. La platea potenziale sarebbe di circa 1,2 milioni di famiglie. Il sostegno verrebbe erogato tramite il sistema della social card, già utilizzato per altre misure di contrasto al caro vita, con l’obiettivo di indirizzare le risorse verso chi risente maggiormente dell’aumento dei prezzi dell’energia e dei carburanti. La differenza rispetto al taglio delle accise sarebbe significativa anche sotto il profilo finanziario. Il nuovo bonus avrebbe un costo stimato intorno ai 120 milioni di euro, una cifra decisamente inferiore rispetto ai circa 2 miliardi spesi dall’esecutivo negli ultimi mesi per mantenere ridotte le imposte sui carburanti.
La copertura potrebbe arrivare dall’incremento del gettito Iva generato proprio dall’aumento dei prezzi alla pompa. Di questa misura, però, Giorgetti ieri non ha parlato né è entrata all’ordine del giorno del Consiglio dei ministri. Quanto ai 14 miliardi di flessibilità concessi da Bruxelles solo, però, per potenziare le rinnovabili, siccome l’Italia è ancora sotto procedura Ue sui conti, andrebbero contabilizzate nel deficit. Oppure, secondo ipotetico scenario, l’Italia potrebbe aspettare le nuove stime sul disavanzo a settembre e, si osserva nella maggioranza, se confermassero una soglia sotto il 3% e l’uscita dalla procedura, scorporare le spese. Il tutto, a ogni modo, solo dopo che la flessibilità sia operativa, dopo il via libera dell’Ecofin. Una scelta politica che, stando alle parole del ministro Giorgetti, «non avverrà nel chiuso del ministero» ma «imporrà un confronto con il Parlamento», e sulla quale c’è da immaginare che peseranno gli effetti dello choc energetico sulle famiglie e sulle imprese, effetti che «non si sono ancora pienamente manifestati».
Il ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida ha sottolineato che, «oltre al taglio generalizzato delle accise, del quale beneficia in maniera proporzionale anche il settore agricolo, il governo ha previsto, con gli ultimi decreti legge, un contributo straordinario sotto forma di credito d’imposta per l’acquisto di carburante a beneficio del comparto e della pesca con uno stanziamento di oltre 100 milioni di euro».
L’Unione consumatori lamenta la vaghezza delle dichiarazioni di Giorgetti: «Mancano due giorni è ancora non sono stati chiariti i termini della proroga», ha affermato ieri il presidente Massimiliano Dona. «Non vorremmo che, dopo la riduzione dello sconto sulla benzina da 20 a 5 centesimi previsto dal decreto-legge numero 63 del 30 aprile 2026, dopo quella sul gasolio da 20 a 10 centesimi introdotto con il decreto legge numero 89 del 22 maggio 2026, ora seguisse un terzo taglio».
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Il recupero degli immobili pubblici è destinato principalmente alle fasce economicamente più fragili. L’housing sociale, invece, è rivolto a quelle famiglie che non possiedono i requisiti per accedere alle case popolari ma che, allo stesso tempo, hanno difficoltà a sostenere i prezzi del mercato immobiliare.
Il Piano prevede l’impiego di circa 10 miliardi di euro di risorse pubbliche, ai quali si aggiungeranno investimenti privati. Per incentivare la partecipazione degli operatori privati, lo Stato offre procedure burocratiche semplificate. In cambio, almeno il 70% degli alloggi realizzati dovrà essere assegnato a prezzi calmierati, garantendo uno sconto minimo del 33% rispetto ai valori di mercato.
L’obiettivo dichiarato è aumentare l’offerta di abitazioni accessibili, ridurre il disagio abitativo e facilitare l’accesso alla casa per famiglie, giovani lavoratori e cittadini con redditi medio-bassi.
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