Gas & rubli, Cingolani chiede chiarezza alla Ue: «Se Putin blocca il flusso l’inverno sarà critico»

L'Unione europea non chiarisce come pagare il gas. Fino al 2024 non potremo essere autonomi dalla Russia
In questi ultimi due giorni il ministro della Transizione Ecologica, Roberto Cingolani, ha esternato moltissimo. Prima al sito Politico, salvo poi rettificare le dichiarazioni che parevano aprire ai pagamenti del gas russo in rubli.
Poi alla conferenza stampa di lunedì sera del governo post cdm sul nuovo decreto aiuti dove ha tentato di rimediare al pasticcio comunicativo di qualche ora prima sotto lo sguardo attento di Mario Draghi. Ieri mattina lo abbiamo riletto in una lunga intervista a La Repubblica dove ha detto che entro la seconda metà del 2024 «dovremmo essere autonomi». Giusto il tempo di digerire l’intervista e poi in tarda mattinata ecco che il ministro ha riparlato alla Camera nell’informativa sull’aumento dei costi dell’energia. Una loquacità che però non basta ancora per capire cosa succederà dopo metà maggio quando anche la nostra Eni dovrà procedere con i primi pagamenti del gas russo in scadenza per non incorrere in una violazione contrattuale.
Non basta perché Cingolani rimanda alla Ue e la Ue continua ancora a fare melina mentre i singoli Stati procedono in ordine sparso. Tanto che ieri lo stesso premier Mario Draghi a Strasburgo ha chiesto un approccio a «maggioranza qualificata» per accelerare il processo decisionale in risposta alla Russia. Il riferimento era alla politica estera dell’Unione che però vale anche per la politica energetica.
AUTONOMI NEL 2024
Ma cosa ha detto ieri il ministro Cingolani a Montecitorio? «I russi hanno fatto questo decreto per l’utilizzo del doppio conto. Si paga in euro, poi la Banca centrale in un paio di giorni li cambia in rubli e li deposita in un secondo conto, è sempre aperto dall’operatore che a quel punto dà un ok a un bonifico. La Russia considera concluso l’acquisto quando viene dato l’ok al pagamento in rubli, l’operatore quando ha ricevuto la fattura in euro. Il problema sono i due giorni di cambio, vanno legalmente interpretati per capire se rappresentano una violazione delle sanzioni», ha ricordato il ministro nel corso dell'informativa. Sottolineando che «è un argomento molto delicato perché da un lato può succedere che l’operatore, continuando a pagare solo in euro, si può vedere rifiutato il pagamento e può essere accusato di avere rotto il contratto. L’Europa deve dare delle indicazioni molto chiare sul fatto che si possa o meno aprire il conto e pagare in rubli. Questa è la discussione in corso, è stato richiesto al più presto un parere, perché già a metà maggio si devono fare dei pagamenti, per avere delle direttive chiare per gli operatori», ha aggiunto.
Lunedì sera, davanti ai giornalisti, il premier Draghi ha annunciato che il piano per l’indipendenza dal gas russo sarà pronto a breve. Per ora sappiamo che la strategia è quella di aumentare il gas che arriva in Italia attraverso i gasdotti (ma servono almeno tre anni per vedere i primi risultati) e di aumentare il gas liquefatto che arriva da noi via nave (ma anche in questo caso si prevede di arrivare a regime nella seconda metà del 2024).
Poi il Mite punta sulle rinnovabili che ci consentiranno di risparmiare 7 miliardi di metri cubi di gas, però al 2025, più su altre misure di risparmio, come il controllo delle temperature domestiche o lo sviluppo di biocarburanti. Con la promessa di arrivare, grazie a questo mix di interventi, a 29 miliardi di metri cubi nella seconda metà del 2024. Il problema è che se interrompessero ora il gas russo avremmo un serio problema con lo stoccaggio, ha ammesso Cingolani ieri davanti ai deputati. «Per raggiungere il 90% di stoccaggio per l’inverno 22-23 sarebbero necessari circa 6 mesi, arriveremmo con gli stoccaggi pieni e potremmo affrontare il prossimo inverno e quelli successivi con una certa tranquillità. Una interruzione immediata dell’export russo - aggiunge - renderebbe critico il superamento dell’inverno 2022-23 in assenza di rilevanti misure di contenimento della domanda che ovviamente sono previste».
PRICE CAP
Nel frattempo, i costi dell’energia sono decollati: «Per quanto riguarda il mercato del gas naturale, il prezzo al PSV (Punto di Scambio Virtuale del gas naturale in Italia) è passato dai circa 20 euro al MWh di gennaio 2021 ai circa 100 euro al MWh del mese di aprile, con un aumento di quasi 5 volte e con punte giornaliere che hanno superato i valori record di 200 euro», ha detto ieri Cingolani. Idem per i prezzi dell’energia elettrica all'ingrosso.
L’Italia insiste sull’imposizione di un tetto ai prezzi: «Per l’Italia o per qualunque altro grande Paese europeo interconnesso il price cap nazionale sarebbe estremamente difficile da sostenere» e «il mercato semplicemente lo salterebbe a piè pari perché non è conveniente vendere lì il gas. Non sarebbe una politica particolarmente intelligente. Ben diverso se questo diventa una politica europea e tutto il continente si mette d’accordo ed essendo il principale customer planetario può un po’ fare il prezzo e mettere una regola che sia sostenibile», ha evidenziato Cingolani.
Sul gas liquido, che è più costoso, gli effetti potrebbero essere mitigati da contratti per differenza, «anche questa è una cosa in fase di studio», ha spiegato ministro.
L’ex amministratore delegato Luigi Lovaglio prova a rientrare al Monte. Non sarà facile però. La serratura è stata cambiata.
Perché c’è qualcosa di surreale e inedito in un capo azienda che, dopo essere stato invitato all’uscita, prova a rientrare dalla porta di servizio. Si presenterà con una lista di minoranza contrapposta a quella del Consiglio d’amministrazione che ha cancellato la sua candidatura. Il problema è l’indagine a suo carico avviata dalla Procura della Repubblica di Milano sulla scalata a Mediobanca. Non è certo un problema di integrità visto che l’inchiesta è ancora alle prima battute. Ma certo di opportunità. Intervistato da Bloomberg Tv, Lovaglio si difende: «Il mercato conosce il mio track record» nella convinzione che quattro anni di gestione costituiscano un visto permanente, non soggetto a scadenza né a revisione.
Il ragionamento è semplice, forse troppo: ho risanato il Monte, ho mantenuto gli impegni, dunque merito di restare. Peccato che il Consiglio di amministrazione - composto da persone che quel percorso lo conoscono quanto lui - abbia tratto conclusioni diverse. E quando chi ti ha lavorato a fianco per anni decide che è tempo di cambiare, forse varrebbe la pena interrogarsi, invece di andare in televisione a ricordare i propri meriti.
Ma questa, evidentemente, non è la strada scelta. Poi c’è la questione giudiziaria, che Lovaglio affronta con abilità: la mostra, la dichiara innocua, la fa sparire. È indagato nell’ambito dell’indagine relativa alla scalata a Mediobanca. È una vicenda tutt’altro che marginale. Lovaglio spiega che questo non rappresenta un elemento ostativo. «Mps ha confermato il mio fit & proper il 5 dicembre e un’altra volta a metà febbraio». Vuol dire che è stato dichiarato idoneo al ruolo. Ma poi le cose e le opinioni cambiano.
Il Consiglio di amministrazione, la scorsa settimana, ha scritto nella lettera agli investitori che la decisione di escluderlo non è riconducibile «esclusivamente» alle indagini in corso e ai loro potenziali impatti reputazionali. «Non esclusivamente». Parole che lasciano aperto un portone attraverso cui possono transitare considerazioni di tanti tipi. Lovaglio ha liquidato tutto questo come irrilevante. Gli investitori istituzionali, notoriamente allergici alle grane giudiziarie dei manager, sembrano non essere dello stesso avviso. Che cosa accadrebbe alla governance di Mps nel caso in cui l’inchiesta andasse avanti? Quali gli impatti su una banca cui negli ultimi anni non sono certo mancati i passaggi nelle Aule di tribunale
Sul fronte strategico, Lovaglio ha garantito che il piano industriale di Mps che prevede la fusione con Mediobanca resterà invariato. Il mercato, però, è di diverso avviso considerando il forte arretramento delle quotazioni subito dopo la presentazione del programma. La quotazione è scesa in poche ore del 7% e non si è ancora ripresa. Quanto alla partecipazione in Assicurazioni Generali, Lovaglio l’ha definita: «nice to have». Utile e benvenuta, ma non centrale.
Eppure quella partecipazione è stata al centro di manovre, tensioni e retroscena che lo hanno coinvolto in prima persona.
La vera partita si gioca lontano dalle telecamere di Bloomberg: sui tavoli dei proxy advisor, gli arbitri che il grande pubblico ignora ma che gli investitori istituzionali ascoltano con devozione. Institutional Shareholder Services (Iss) ha già raccomandato il voto a favore della lista del consiglio uscente che esclude Lovaglio. Glass Lewis non si è ancora espresso. La sua posizione è attesa con la trepidazione con cui un imputato aspetta il verdetto.
Se anche Glass Lewis si allinea, per Lovaglio la strada si trasforma in un muro. Se divergesse, il campo si aprirebbe. Ma al momento i segnali non sono incoraggianti per chi si presenta all’assemblea come candidato alternativo con un’indagine in corso alle spalle e il proprio ex consiglio di amministrazione schierato contro. Lovaglio però dichiara di sentirsi «a proprio agio» nella competizione assembleare.
Il Monte, nel frattempo, continua la sua secolare esistenza: è la banca più antica del mondo, un primato che sopravvive a governatori, amministratori e scandali con encomiabile forza. Aspetta di sapere chi la guiderà. Gli azionisti voteranno. I proxy advisor avranno consigliato. I mercati trarranno le loro conclusioni.
Gli euro-pm indagano ricercatori e docenti dell’ateneo di Palermo per truffa sui fondi
«Possiamo fare quello che vogliamo… ma noi dobbiamo prendere fondi». E quando online apparirono i bandi per l’Università di Palermo il prof mandò un messaggio Whatsapp esplicito: «Buttiamoci a pesce». Le conversazioni disinvolte, però, non sono l’unico elemento raccolto dalla Procura europea che coordina l’inchiesta sulle ipotesi di truffa, turbata libertà di gare pubbliche, falso e frode nelle forniture.
Davanti al giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Palermo ci sono 23 indagati tra professori universitari (ben 12), ricercatori e imprenditori. Gli inquirenti avevano chiesto l’emissione di misure cautelari personali e il sequestro preventivo anche per equivalente. Il gip Cristina Lo Bue, però, ha tirato il freno a mano. Non perché l’impianto sia stato ritenuto carente, ma perché i fatti sono risalenti nel tempo.
L’indagine, che ora è davanti al Tribunale del Riesame, è coordinata dai pm Calogero Ferrara e Amelia Luise e si muove su due livelli. Il primo è quello ufficiale: attività dichiarate, progetti finanziati, laboratori operativi. Il secondo è quello dell’accusa: attività «in realtà mai effettuate». Secondo i pm, un gruppo di docenti, ricercatori e imprenditori avrebbe operato «in tempi diversi e con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso» per ottenere contributi pubblici legati a due progetti: «Bythos», una ricerca su molecole bioattive utilizzando scarti ittici e finanziato nell’ambito del Programma Italia-Malta, e «Smiling», che ha ottenuto fondi del Po Fesr Sicilia per sviluppare prodotti cosmetici dall’utilizzo di sottoprodotti della filiera vitivinicola. Il meccanismo è descritto con formule che ritornano: «Artifizi e raggiri», «costi fittizi», «fatture per operazioni in tutto o in parte inesistenti», simulazione di forniture e servizi.
I numeri danno il peso: per Bythos 1,7 milioni di euro, per Smiling la stessa cifra: 1,7 milioni. Fondi europei ottenuti, secondo l’accusa, inducendo in errore l’amministrazione pubblica. Tra gli indagati figurano il professore Vincenzo Arizza, direttore del dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche, chimiche e farmaceutiche dell’Università di Palermo e responsabile scientifico dei due progetti di ricerca, e Antonio Fabbrizio, amministratore e titolare di fatto della associazione Progetto giovani e della associazione Più servizi Sicilia. Proprio Arizza si sarebbe fatto scappare: «C’è un po’ di casino […] dato che non abbiamo potuto spendere 40.000 euro» sarebbe stato appositamente aumentato il numero delle ore di lavoro del personale interno («stiamo pompando», dice Arizza) al fine di ottenere i «costi» necessari all’ottenimento dei contributi pubblici. Per Arizza, il suo difensore, l’avvocato Vincenzo Lo Re, precisa: «Abbiamo documentato al Riesame l’effettività dei progetti di ricerca». Ma sul registro degli indagati è finito tutto lo staff del professore: Mirella Vazzana e Patrizia Diana, due ordinari; Aiti Vizzini, associato; Manuela Mauro, ricercatrice; e Lucia Branwen Horsby, docente a contratto.
Sono stati due colleghi della Horsby a far saltare il tappo. Decidono di parlare e di mettere nero su bianco nomi e circostanze. È il punto di origine di una ricostruzione che copre cinque anni, dal 2018 al 2023, e che prova a incrinare la narrazione ufficiale dei progetti finanziati. Uno di loro consegna ai pm un’immagine precisa: «Mi risulta che sia stato formulato un ordine di circa 70-80.000 euro per dei materiali che non ho mai visto all’università». Poi aggiunge un dettaglio che cambia la prospettiva: «Il professore Arizza ci chiese di realizzare delle etichette adesive con gli estremi del progetto da apporre sul materiale acquistato». Quelle etichette, secondo quanto dichiarato, non servivano a identificare un acquisto reale, ma a ricostruirlo. È su questi episodi che l’indagine prende forma. Fino a ipotizzare un accordo. I pm parlano di un possibile patto corruttivo tra Arizza e Fabbrizio. Il docente avrebbe favorito l’aggiudicazione alla società di Fabbrizio di servizi legati al progetto europeo Smiling, ricevendo in cambio lavori assegnati e mai svolti dal figlio. Ma sono i dettagli che raccontano davvero l’indagine. C’è una mail del 28 giugno 2019. All’interno c’è questa frase: «La strumentazione è collocata presso il laboratorio del Comune di Lipari». Una comunicazione amministrativa per certificare una fornitura. In realtà, hanno scoperto gli inquirenti, il laboratorio non era ancora stato ristrutturato. Il laboratorio di Lipari diventa il simbolo dell’intera vicenda. Nelle carte ufficiali è descritto come un nodo centrale: «Funzione strategica» per lo «sviluppo di tecniche e analisi relative alla produzione di scarti nelle isole minori». Sulla carta sarebbe stato completato e inaugurato il 29 giugno 2021. Ma quando gli inquirenti sono andati a verificare hanno scoperto che non era operativo, che le attività non erano state svolte e che le forniture non erano avvenute.
Il rettore Massimo Midiri ieri ha espresso «profondo dolore e ferma indignazione». E questo prima di apprendere che nell’inchiesta risultano ricercatori formalmente attivi che, secondo la Procura, «non hanno mai eseguito alcuna ricerca». Relazioni firmate che attestano attività inesistenti. Contratti rinnovati sulla base di lavori mai svolti. La documentazione ufficiale, secondo l’accusa, sarebbe stata «predisposta al fine di trarre in inganno». Proprio la prof Azzana parlando in siciliano stretto di un collega afferma: «Il primo contratto puru su futtiu sanu (pure se l’è rubato intero, ndr)». E anche in questo caso i requisiti dei bandi, secondo l’accusa, sarebbero stati «ritagliati su misura».















