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2026-03-02
Una pioggia di missili piomba su Israele. Attivati i riservisti: è guerra regionale
I soccorritori nel luogo in cui un missile lanciato dall'Iran ha colpito una zona residenziale a Beit Shemesh, nel centro di Israele (Ansa)
L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».
In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.
L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.
Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».
Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad
Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.
Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
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Gli ayatollah cercano vendetta nei confronti dello Stato ebraico, mentre Washington punta tutto su una rivolta contro il regime.Decapitata la linea di comando iraniana. È giallo sulla fine di Ahmadinejad. Gli Usa: «Eliminati 48 obiettivi in un colpo solo». Uccisi anche dei soldati americani.Lo speciale contiene due articoli.L’escalation tra Israele e Iran ha ormai assunto una dimensione regionale, ma con un dato strategico che emerge con chiarezza: lo spazio aereo iraniano non è più sotto il controllo effettivo di Teheran. L’aeronautica israeliana, guidata dall’intelligence delle Idf, ha consolidato una superiorità operativa che le consente di colpire in profondità i centri nevralgici del regime, mentre la Repubblica Islamica tenta di reagire su più fronti, militari e politici. Il bilancio più pesante si registra a Beit Shemesh, nel centro di Israele, dove un missile balistico iraniano ha centrato un’area residenziale provocando nove morti. L’ordigno ha distrutto abitazioni, un rifugio pubblico e una sinagoga. Il sindaco Shmuel Greenberg ha riferito che venti residenti risultano ancora non rintracciabili, anche se potrebbero trovarsi altrove, mentre i soccorritori continuano a scavare tra le macerie. Il portavoce delle Idf Nadav Shoshani ha accusato Teheran di aver deliberatamente preso di mira civili fin dall’inizio dell’operazione «Roaring Lion», parlando «di una strategia fondata sul terrore contro la popolazione».In Kuwait una persona è morta e trentadue sono rimaste ferite dall’avvio della campagna di rappresaglia contro obiettivi statunitensi e israeliani; tutte le vittime sono lavoratori stranieri. Negli Emirati Arabi Uniti si contano tre morti e cinquantotto feriti. Un attacco con droni ha provocato un incendio in una base navale ad Abu Dhabi che ospita anche forze francesi. I danni non hanno compromesso le capacità operative francesi né causato vittime. Colpita anche la base americana di Erbil in Iraq. Sul fronte americano, il Comando centrale ha confermato la morte di tre militari statunitensi e il ferimento grave di altri cinque nell’ambito dell’operazione «Epic Fury», mentre diversi soldati con ferite lievi stanno rientrando in servizio. Il Centcom ha inoltre reso noto di aver colpito una corvetta iraniana classe Jamaran nelle fasi iniziali dell’operazione: l’unità starebbe affondando nel Golfo di Oman, presso il porto di Chah Bahar. Washington ha smentito le rivendicazioni dei Guardiani della Rivoluzione secondo cui la portaerei USS Abraham Lincoln sarebbe stata centrata da quattro missili balistici. Il Comando americano ha definito «false» tali affermazioni, precisando che i vettori non si sono neppure avvicinati alla nave.L’aeronautica militare israeliana ha completato nuove ondate di attacchi contro decine di centri di comando e quartier generali del regime oltre alla sede della Radio e TV di Stato. Sono stati neutralizzati il comando della Sicurezza Interna, snodo di collegamento tra vertici politici e apparati repressivi, e il quartier generale di Tharallah, struttura chiave per la difesa di Teheran. L’Iran continua a lanciare missili e droni, ma non riesce a negare ai caccia israeliani il dominio dei cieli. Benjamin Netanyahu ha confermato la linea dura dopo un vertice con i responsabili della difesa, annunciando la prosecuzione della campagna militare e rivendicando l’eliminazione di Ali Khamenei insieme ad altri esponenti del regime. Il premier ha parlato di attacchi sempre più intensi contro il cuore di Teheran e di un’ulteriore escalation nei prossimi giorni. In tal senso, l’esercito israeliano ha annunciato che mobiliterà 100.000 riservisti nell’ambito dell’offensiva contro l’Iran. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che, durante la riunione notturna del G7 - alla quale ha preso parte anche il segretario di Stato americano Rubio - il confronto si è focalizzato sull’aggravarsi della crisi e sugli scenari possibili. Al centro del vertice il dossier sul nucleare iraniano e il rafforzamento dei missili a lungo raggio, ritenuti un fattore di rischio per la sicurezza globale. «Senza segnali concreti di un passo indietro da parte di Teheran - ha affermato Tajani - la situazione è rapidamente degenerata». Sul piano politico e interno, il regime tenta di mostrare compattezza dopo l’uccisione della Guida Suprema Ali Khamenei nei raid congiunti statunitensi e israeliani. Il presidente Masoud Pezeshkian ha annunciato l’attivazione del Consiglio direttivo incaricato di guidare ad interim il Paese, invitando «all’unità contro i piani dei nemici». Tuttavia, secondo fonti informate che hanno parlato a condizione di anonimato, la struttura residua di comando dei Pasdaran sta cercando di finalizzare la nomina della nuova Guida Suprema in un contesto di forte pressione. I raid in corso rendono impossibile convocare l’Assemblea degli Esperti, l’organo costituzionale deputato alla scelta della Guida Suprema, e per questo l’IRGC spinge per una designazione al di fuori delle procedure previste dalla legge.Le stesse fonti descrivono un quadro di disordine crescente all’interno degli apparati militari e di sicurezza: parti della catena di comando sarebbero interrotte, con difficoltà nella trasmissione degli ordini e nel coordinamento operativo. Alcuni comandanti e membri di grado inferiore non si sono presentati in servizio per timore di nuovi attacchi mirati contro le strutture di comando. Secondo Iran International, i vertici dei Pasdaran temono che nei prossimi giorni possano esplodere violente manifestazioni in diverse città, aprendo una fase di instabilità interna. In questo contesto, l’ayatollah Alireza Arafi è stato scelto per completare il consiglio direttivo ad interim, affiancando Pezeshkian e altre figure di vertice, mentre il generale Ahmad Vahidi ha assunto la guida delle Guardie Rivoluzionarie. Arafi, 67 anni, membro del Consiglio dei Guardiani, è cresciuto nell’establishment religioso di Qom ed è stato molto vicino ad Ali Khamenei. È considerato un outsider contiguo ai Pasdaran, molto attento all’uso delle tecnologie digitali e all’intelligence. Ma la battaglia per la nomina della nuova Guida Suprema è solo all’inizio. Tutto avviene mentre in Israele la popolazione nella tarda serata di ieri ha ricevuto il messaggio: «Non uscite dai rifugi. Un’altra ondata di missili è in arrivo verso Israele».<div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/pioggia-missili-piomba-israele-2675533649.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="decapitata-la-linea-di-comando-e-giallo-sulla-fine-di-ahmadinejad" data-post-id="2675533649" data-published-at="1772437373" data-use-pagination="False"> Decapitata la linea di comando. È giallo sulla fine di Ahmadinejad Giallo sulla morte dell’ex presidente della Repubblica dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad. Sabato nell’attacco aereo congiunto israeliano-americano avvenuto a est di Teheran oltre alla guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, sarebbe stato ucciso anche l’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad. La notizia era stata data inizialmente dall’agenzia di stampa semi-ufficiale Ilna che, citando «fonti informate» e rilanciata dai media iraniani, israeliani e internazionali, scriveva: «Ahmadinejad, che ha servito come presidente durante i mandati nono e decimo, 2005-2013, è stato martirizzato a seguito dell’aggressione del regime sionista e degli Stati Uniti contro il Paese». Successivamente però, scriveva nella serata di ieri il Guardian, la stessa Ilna ha cambiato la notizia con una successiva dal titolo «Mahmoud Ahamdinejad è un martire?», mettendo così in dubbio la precedente e citando una fonte anonima che negava la morte dell’ex presidente «senza fornire ulteriori informazioni». Secondo la prima informazione della Ilna, l’ex presidente sarebbe stato ucciso in attacchi alla sua abitazione nel distretto di Narmak a Teheran e insieme a lui almeno sei persone tra guardie del corpo e collaboratori. Ahmadinejad, membro dell’Assemblea per il discernimento dell’interesse del sistema), è una figura significativa nella politica iraniana e internazionale. Aveva ricoperto in precedenza ruoli chiave: governatore della provincia di Ardabil, sindaco di Teheran (2003-2005) e figura di spicco della linea dura conservatrice e per le sue posizioni radicali, in particolare sulla questione nucleare e i diritti umani. Sul piano internazionale, Ahmadinejad era noto infatti per la sua posizione aggressiva e intransigente. Aveva difeso il programma nucleare iraniano contro quelle che definiva «potenze arroganti» e aveva rafforzato i legami con la Russia. Nel 2009 fu eletto per un secondo mandato in elezioni che scatenarono dure proteste, l’Onda Verde, e negli ultimi anni, dopo la morte del presidente Ibrahim Raisi nel 2024, aveva tentato di tornare in politica, ma la sua candidatura era stata respinta dal Consiglio dei Guardiani.Oltre all’uccisione di Khamenei, al potere dal 1989, insieme a figlia, genero e nipote, secondo l’Agenzia di stampa della Repubblica islamica, sono morti altri vertici istituzionali, religiosi e militari. In particolare sarebbero morti alti comandanti durante una riunione del Consiglio di Difesa: Seyed Abdolrahim Mousavi, Capo di Stato maggiore delle Forze armate; Mohammad Bagheri, comandante in capo dell’IRGC; il capo delle Guardie Rivoluzionarie iraniane, il generale dei Pasdaran Mohammad Pakpour; Ali Shamkhani, segretario del Consiglio di Difesa; e Aziz Nasirzadeh, ministro della Difesa e il capo dell’intelligence della polizia iraniana, Gholamreza Rezaian. Morti «eccellenti» che confermerebbero quanto dichiarato dai vertici americani e israeliani. Il presidente americano, Donald Trump, intervenendo ieri su Fox News, ieri ha affermato che «48 comandanti iraniani sono stati uccisi in un colpo solo» mentre il portavoce delle Idf Effi Defrin sabato sera aveva detto: «Stiamo aprendo la strada vero il cuore dell’Iran. Abbiamo attaccato i sistemi di difesa, ampliato la superiorità aerea. Nell’attacco iniziale, 40 comandanti iraniani chiave sono stati eliminati in un minuto». E ieri, secondo giorno di attacchi, la Mezzaluna rossa ha dato i primi dati sui morti. In Iran sarebbero 201 con 747 i feriti. In particolare sono state confermate le 148 vittime, quasi tutte bambine della scuola materna di Minab, nel sud della provincia iraniana di Hormozgan, mentre i media iraniani hanno riferito che 43 membri delle forze di sicurezza sono morti ieri in un attacco contro la caserma di un reggimento di frontiera avvenuto nella città di Mehran, vicino all’Iraq. Anche negli altri Paesi del Golfo ci sarebbero le prime vittime. Tre soldati americani sono rimasti uccisi durante gli attacchi.
Iolanda Apostolica
Scatto di carriera. Postumo, però. Perché la giudice nel 2024 si è dimessa dopo le polemiche per la disapplicazione del decreto Cutro e per un video che la immortalava alla testa di una manifestazione pro-migranti e contro l’ex ministro dell’Interno Matteo Salvini. Una promozione a carriera finita. Sembra un paradosso, ma è un passaggio tecnico rispetto alla progressione economica dei magistrati. Gli scatti non sono tutti uguali: c’è quello economico, che incide sullo stipendio, e quello funzionale, che apre la strada a incarichi più rilevanti. In questo caso inciderà sulla pensione dell’ex toga salva-migranti.
Non ci gira attorno la consigliera laica Claudia Eccher: «Indipendentemente dal fatto che la Apostolico abbia lasciato la magistratura, il nostro dovere è valutare nel merito il quadriennio di servizio seguendo le leggi e le circolari del Csm. La settima e ultima valutazione di professionalità non è un mero passaggio burocratico, ma determina un avanzamento sia professionale che economico, con riflessi diretti anche sul trattamento pensionistico e di fine rapporto». E arriva al punto: «Nel caso della Apostolico si riscontra una carenza sul prerequisito dell’indipendenza. Non si contesta il diritto ad avere opinioni politiche, ma la scelta di manifestarle in un contesto di contrapposizione frontale con le autorità di pubblica sicurezza e con le scelte del governo, proprio su una materia che rientra nelle sue specifiche competenze funzionali».
Il togato Tullio Morello spiega perché il Csm ha votato a favore della ex collega: «Le sue idee non hanno influenzato la decisione giurisdizionale. Se nelle motivazioni fosse emerso un pregiudizio, allora potremmo discutere della sua imparzialità». Il Consiglio però si è spaccato. Il laico Enrico Aimi è stato duro: «Doveroso esprimere una posizione critica rispetto alla proposta di riconoscere alla Apostolico il superamento della settima valutazione di professionalità. Non può essere un automatismo, ma richiede una verifica rigorosa e sostanziale del permanere dei requisiti fondamentali, ovvero indipendenza, imparzialità ed equilibrio. Nel caso di specie, tali requisiti appaiono meritevoli di un approfondimento ben più incisivo».
Dopo la partecipazione alla manifestazione filmata, «il magistrato», secondo Aimi, «avrebbe dovuto astenersi dalla trattazione di procedimenti in materia di immigrazione». «Non basta essere imparziali, bisogna anche apparirlo, perché la credibilità della giurisdizione si fonda sulla fiducia dei cittadini», ha ricordato la consigliera Isabella Bertolini, aggiungendo: «Proprio per questo ho sottolineato che questi principi impongono rigore, coerenza e senso del limite, soprattutto quando si toccano temi sensibili o esposti al confronto pubblico». Infine, un colpo al Consiglio: «La decisione del Csm rappresenta, a mio avviso, un’occasione persa. Si poteva, e si doveva, aprire una riflessione vera sul modello di magistrato che vogliamo, non solo tecnicamente preparato ma capace di incarnare fino in fondo terzietà, misura ed equilibrio. Senza questa chiarezza, il rischio è quello di indebolire la percezione stessa di imparzialità della magistratura. Oggi il Csm sul caso Apostolicoha dato l’ennesima pessima prova».
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Padiglione Enel con modello di centrale nucleare alla Fiera Campionaria di Milano, aprile 1976. (Archivio Fondazione Fiera Milano)
Nel 1976 gli effetti della crisi petrolifera mondiale scatenata tre anni prima dalla guerra dello Yom Kippur si facevano ancora sentire in modo preoccupante. Il rincaro del petrolio e dei suoi derivati avevano eroso pesantemente la crescita delle economie ed i governi occidentali, non ultimo quello italiano, erano alla ricerca affannosa di fonti energetiche alternative all’oro nero. L’energia nucleare era considerata una delle frontiere su cui i Paesi contavano maggiormente. L’Italia, fin dal decennio precedente (che vide la nascita dell’azienda nazionale Enel dalla nazionalizzazione delle compagnie private) si era trovata all’avanguardia nella ricerca e nello sviluppo dell’energia atomica. Dal 1964 tre centrali di prima generazione erano in funzione sul territorio nazionale: quelle di Borgo Sabotino (Latina), di Sessa Aurunca (Caserta) e Trino Vercellese (Vercelli), con i reattori realizzati da Ansaldo su licenza General Electric. Dal 1971 era in costruzione la quarta e più evoluta centrale di Caorso (Piacenza), e nello stesso periodo il Piano Energetico Nazionale del 1975 (noto come piano Donat-Cattin dal cognome del ministro dell’Industria) d’intesa tra governo, Enel e Cnen (poi Enea) avrebbe dovuto portare in 10 anni alla costruzione di ben 20 centrali nucleari in Italia. Anche l’industria pesante e l’Eni furono coinvolti, con quest’ultimo che avrebbe dovuto occuparsi della trasformazione dell’Uranio francese tramite un accordo con Edf, mentre le grandi aziende come Ansaldo già avevano sviluppato un ottimo know-how grazie alle numerose commesse ottenute all’estero. I tempi, insomma, sembravano maturi in quella primavera del 1976 quando si aprì la annuale Fiera Campionaria di Milano, appuntamento-vetrina per l’industria italiana. L’Enel si presentò con un padiglione divulgativo dedicato prevalentemente all’energia dell’atomo, particolarmente studiato per sensibilizzare i milioni di visitatori di quella 54a edizione, aperta poco dopo un convegno presso l’Accademia dei Lincei dove il presidente dell’Enel Arnaldo Maria Angelini indicò nella crescente richiesta di energia dell’ultimo anno il segno di una ripresa industriale alle porte, sottolineando quanto la crescita dei prezzi dell’olio combustibile per l’industria avesse pesato sulla ripresa (800 miliardi di lire), lamentandosi dei ritardi nella costruzione delle altre due centrali (Caorso e Montalto di Castro ndr) e dei crescenti costi per la loro realizzazione. Il ministro «enfant terrible della Dc» usò il padiglione Enel per rimarcare l’intenzione di sbloccare le grandi commesse pubbliche per l’elettronucleare davanti agli operatori del settore, a poca distanza dal plastico realizzato in ogni dettaglio della futura centrale di Caorso, dotata di un reattore di seconda generazione ad acqua leggera e uranio leggermente impoverito di tipo Bwr (Boiling water reactor). Nei grandi pannelli informativi del padiglione l’esaltazione dell’energia nucleare come soluzione alla dipendenza dal petrolio, come fonte pulita, efficiente, alternativa e soprattutto descritta come assolutamente sicura.
Dopo le giornate «radiose» della Fiera tuttavia, la storia del nucleare italiano che pareva allora proiettare il Paese tra i primi tre produttori di energia dalla fissione atomica, fu costellata di ostacoli di varia natura, che in brevissimo tempo metteranno la parola fine all’energia alternativa al petrolio e alle altre fonti importate. Se la centrale di Caorso vedrà la luce (pur con ritardo) nel 1981, quella di Montalto di Castro, iniziata nel 1982, non entrerà mai in funzione con grave perdita per Enel. Inoltre giocò un ruolo di opposizione la politica locale, con gli scontri sulla localizzazione delle aree destinate al nucleare che rallentarono ulteriormente la marcia dell’atomo italiano. Determinanti furono poi gli incidenti agli impianti nucleari all’estero. Il 28 marzo 1979 si verificò un grave incidente alla centrale di Three Mile Island in Pennsylvania, dove un principio di fusione del nocciolo fece rischiare la catastrofe, evitata solo perché le strutture di contenimento ressero. Ma il panico si diffuse anche in Europa, dove contemporaneamente nascevano i movimenti contro l’energia atomica. Nel 1978, intanto, era stata fermata la centrale del Garigliano a Sessa Aurunca per manutenzione. La poca vita rimanente dell’impianto e la paura per la localizzazione dell’impianto in zona sismica dopo il terremoto del 1980 ne decretarono la dismissione nel 1982.
Il 1986, esattamente un decennio dopo quell’ edizione della Fiera di Milano dedicata ai traguardi del nucleare, fu l’annus terribilis per l’energia atomica, con l’incidente alla centrale nucleare di Chernobyl in Ucraina. L’anno seguente un referendum mise la parola fine al nucleare italiano e tutte le centrali italiane furono fermate e successivamente smantellate.
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