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2022-10-06
Gas, Cingolani non ha un piano. I gestori sì: staccare la luce
Roberto Cingolani (Imagoeconomica)
La crisi energetica che sta sconvolgendo l’Europa si sta avvitando sempre di più in vista dell’inverno. Nel complesso e frastagliato quadro europeo attuale, la questione energetica italiana assume una sua particolare curvatura, stretta com’è tra professioni di ottimismo governativo (di solito smentite dai fatti dopo poche ore) e fondati timori sulla tenuta del sistema. Poche cose sono sicure al momento: tra queste, il fatto che se non viene attuato con immediatezza un robusto sostegno finanziario a famiglie e imprese il Paese scivolerà nella desertificazione industriale e nella povertà, a causa dei costi insostenibili dell’energia.
Un’altra cosa sicura è la mancanza di alcuni provvedimenti importanti per poter superare l’inverno, che sarà presumibilmente assai difficile dal punto di vista delle restrizioni sui consumi energetici che si prospettano. Queste restrizioni, chiamate soavemente «risparmi» da chi le impone, sono di origine diversa e si applicano a cose diverse. La prima dose di razionamenti riguarda il gas, per il quale l’Unione europea, con il regolamento 2022/1369, ha chiesto agli Stati membri di fissare obiettivi volontari di riduzione dei consumi. Oggi esiste quindi un obiettivo italiano (auto-imposto) di riduzione del 15% dei consumi nazionali nel periodo da agosto a marzo. Forse tale obiettivo potrebbe essere ridotto al 7%, ma su questo non è stata fatta chiarezza. L’Italia si è impegnata in tal senso attraverso il ministro Roberto Cingolani, il quale ha presentato a settembre un Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas che prevede l’accensione posticipata dei riscaldamenti civili, il loro spegnimento anticipato, l’obbligo di non superare i 19 gradi di temperatura in casa. A questo si aggiunge l’utilizzo prioritario delle centrali termoelettriche a carbone, che dovrebbe diminuire il consumo di gas, e una campagna di informazione per spingere al risparmio i cittadini. Complessivamente, da queste misure di austerità il governo si aspetta di evitare il consumo di ben 8,2 miliardi di metri cubi di gas.
A queste riduzioni si aggiungono quelle decise, sempre dall’Unione europea, sull’elettricità, con un regolamento che dovrebbe essere approvato domani dal Consiglio europeo: si dovrà risparmiare energia proprio nei periodi di maggior consumo, tagliando i picchi orari del 5%. Una norma piuttosto complessa da applicare e sulla cui reale efficacia ci sono dubbi.
Ma non è tutto. Prima ancora di queste restrizioni esisteva già un piano di emergenza nazionale, che è in uno status di pre-allarme dallo scorso febbraio ma che da allora giace, dimenticato, nel limbo (vedi La Verità del 28 febbraio 2022). Questo piano, che esiste in base a una legge italiana di oltre dieci anni fa, contempla tra l’altro il distacco programmato di grandi utenze e disposizioni al gestore del sistema di trasporto e stoccaggio del gas per aumentare la disponibilità di gas. La legge 5 aprile 2022, n. 28 prevede che il ministero della Transizione ecologica possa attuare questo piano di emergenza senza indugio, sulla base di direttive dello stesso Mite. Peccato che proprio di questi atti di indirizzo non ci sia traccia: se l’emergenza venisse dichiarata oggi, non è chiaro cosa bisognerebbe fare. Gli atti mancanti sono importanti perché devono definire le procedure con cui, ad esempio, i soggetti interrompibili (grandi consumatori industriali che danno la disponibilità a vedersi sospese le forniture di gas) verranno chiamati in causa, così come le priorità e l’utilizzo del gas risparmiato. Dove verrebbe reimpiegato il gas non consumato? Con quale priorità di allocazione? Non solo: il piano di emergenza nazionale deve essere coordinato con il piano volontario di risparmio gas (quello da Regolamento 2022/1369 di cui si è parlato sopra), anche per evitare duplicazioni e magari sacrifici inutili alla popolazione. E ancora, è possibile che ci siano utilizzatori di gas disposti a rinunciare volontariamente al proprio consumo: a chi e come questi soggetti dovrebbero manifestare tale disponibilità?
Il Mite non deve chiarire solo su questi punti. Esiste anche il tema della solidarietà europea con gli altri Paesi membri: nel caso in cui questa venisse invocata, come dovrebbe svolgersi? La solidarietà dovrebbe prevedere la cessione fisica di gas da un Paese all’altro, magari rinunciando a parte dell’importazione per lasciarla nel Paese di transito che ha chiesto l’attivazione della solidarietà. Ma questa può attivarsi mentre il Paese si trova già in situazione di emergenza conclamata? In che misura?
Il quadro normativo per l’applicazione delle riduzioni di consumo e la gestione dell’emergenza, come si può intuire, non solo è assai complesso, perché vede la stratificazione di regole di origine diversa in tempi diversi, ma è anche largamente incompleto nella parte attuativa. Come già sottolineato, al Mite in particolare è demandato il compito di sviluppare una regolamentazione di dettaglio molto tecnica, ma molto importante e soprattutto urgente. Il Paese viaggia verso un inverno che già si preannuncia assai difficile, durante il quale ai cittadini e alle imprese saranno richiesti sacrifici pesanti. Lasciarlo sospeso in una lacuna normativa su un argomento tanto spinoso sarebbe imperdonabile.
La corsa dei gestori a tagliare la luce ai clienti che non ce la fanno a pagare
Con la crisi energetica, le società che distribuiscono gas ed elettricità ai consumatori hanno iniziato a tagliare forzatamente e più velocemente di un tempo i contratti agli utenti morosi o insolventi. Secondo i dati che Federconsumatori ha elaborato per La Verità, tra marzo 2021 e marzo 2022 i distacchi forzati sono aumentati del 37,8%. Pochi mesi dopo, tra maggio 2021 e lo stesso mese del 2022, le cessioni forzate delle utenze erano in aumento del 42,6%.
Detto in parole povere, si è passati da un momento in cui le cosiddette utilities facevano a gara per «rubarsi» i clienti a un periodo, quello attuale, in cui la competizione riguarda chi fa prima a tagliare i «rami secchi». Del resto, anche se ufficialmente non si può definire una vera e propria lista nera, il Corrispettivo di morosità, il Cmor, ne fa a tutti gli effetti le veci. Di cosa si tratta? È l’onere che viene addebitato in bolletta dal nuovo fornitore quando si hanno morosità pregresse con l’azienda energetica precedente.
In pratica, il debito contratto con una società fornitrice di servizi energetici viene trasferito nella bolletta emessa dal nuovo fornitore fino a quando non viene estinto. In parole povere, il Cmor è quella voce che permette a tutte le aziende del settore di sapere in anticipo se l’utente è moroso. Il problema è che questo sistema era stato pensato per evitare il cosiddetto fenomeno del «turismo energetico», quello per cui gli utenti più furbi chiudevano un contratto con debiti in essere nella speranza di non doverli pagare.
Oggi, però, con il prezzo del gas e dell’elettricità che è aumentato di oltre dieci volte, le persone che non riescono a pagare non sono solo quelle disoneste, ma in larga parte quelle messe in difficoltà da bollette più grandi delle loro tasche. Utenti che, poiché non hanno pagato una bolletta (non per forza l’ultima in ordine cronologico, ma anche una più vecchia), si trovano il contratto chiuso o non rinnovato.
D’altronde, le società energetiche non sono obbligate ad accettare tutti i clienti che si presentano davanti alla loro porta. Così, una volta giunte a conoscenza del fatto che un utente è moroso, hanno facoltà di non rinnovargli l’utenza o di non registrarne una nuova. Il motivo è semplice: tenere una utenza aperta oggi senza che ne derivino pagamenti è molto più costoso di prima.
Ecco spiegato perché di questi tempi fioccano ben oltre la media le cessioni dei contratti di luce e gas da parte delle società energetiche. Come spiega Federconsumatori, purtroppo, la situazione è destinata a peggiorare ancora perché le bollette esorbitanti aumenteranno ancora di prezzo e si aggiungeranno ad altre altrettanto «pesanti».
Così sono tanti quelli che si rivolgono a Federconsumatori per trovare una soluzione alle loro difficoltà. C’è ad esempio il caso della signora di 70 anni che non poteva permettersi il pagamento delle fatture gas ed energia elettrica a causa di una situazione economica complessa a cui hanno disattivato il contatore. C’è la famiglia di tre persone con un reddito Isee di poco superiore agli 8.000 euro che ha subito un distacco perché insolvente. C’è anche l’anziano signore di 78 anni che ha dovuto aiutare il figlio che ha perso il lavoro nei mesi scorsi e che per questo non ha potuto pagare il gas, che gli è stato staccato.
A pagare il prezzo di questa crisi energetica, va detto, sono però in larga parte gli anziani, persone in pensione che spesso non riescono a far fronte a bollette troppo salate.
«Noi chiediamo che, come avvenuto nella pandemia, il governo si attivi per bloccare i distacchi», spiega alla Verità, Fabrizio Ghidini del Dipartimento energia Federconsumatori nazionale. Il problema è infatti anche che oggi, dopo la crisi pandemica, le società energetiche sono tornate ad avere la possibilità di chiudere i contratti per chi è insolvente. «La nostra richiesta è che il governo metta un blocco ai distacchi forzati almeno per l’inverno o che aiuti a diluire il più possibile le rateizzazioni. La situazione oggi è ancora più complicata che nei momenti più duri della pandemia», spiega.
Il rischio, in effetti, è che sempre più persone finiscano senza un contratto di luce e gas perché, a seguito di distacchi per morosità (anche pregressa) nessuno voglia riattivare loro nuove utenze.
Oltre alla voce in bollette Cmor, che indica la morosità di un utente (utile in caso di nuovo contratto), ci sono anche società energetiche che stilano liste nere dei propri clienti ritenuti a rischio di morosità (magari perché hanno pagato in lieve ritardo.
Siamo, insomma, davanti all’ennesimo gatto che si morde la coda. I costi delle bollette sono alle stelle, molti utenti non riescono a farvi fronte e le società che distribuiscono luce e gas hanno iniziato una campagna di chiusure senza precedenti.
Il problema è che questo riduce la clientela e mette ancora più in difficoltà le società in questione. Senza considerare che, così facendo, molti italiani nel giro di un mese circa finiranno senza servizi primari come il riscaldamento.
Come evitare di restare al buio
Cosa può fare un utente a cui è stata staccata l’utenza di luce e gas e che si trova alla ricerca di un nuovo fornitore energetico? La situazione è in realtà molto complessa. Il rischio è che di questi tempi siano molto pochi i fornitori che abbiano voglia di accettare un utente con l’onta del cattivo pagatore. Ciò, però, non significa che non valga la pena tentare.
Detto questo, di certo il passaggio dal mercato tutelato a quello libero potrebbe offrire maggiori possibilità di trovare nuove offerte. Ad ogni modo, secondo Federconsumatori, la prima mossa da compiere è quella di rateizzare il più a lungo possibile il debito in essere. L’obiettivo è quello di mostrare che spesso un debito può essere estinto con un piano di rientro ad hoc.
Fatto ciò, è bene capire quali sono i vantaggi o gli svantaggi di passare dal mercato a maggior tutela a quello libero. Nel caso di quello a maggior tutela si avrà un prezzo bloccato comune a tutti i fornitori che ne offrono il servizio. Chi sceglie questo mercato potrà avere una variazione ogni trimestre per la fornitura di energia elettrica a seconda delle oscillazioni del mercato e una variazione mensile per la fornitura gas. Al contrario, all’interno del mercato libero ogni fornitore può proporre una o più tariffe differenti ai suoi clienti. Il mercato a maggior tutela è stato definito così perché il prezzo aumenta o decresce senza particolari picchi improvvisi, ma non è possibile richiedere piani tariffari ad hoc o differenti fasce di consumo. Chi invece preferisce il mercato libero, può scegliere la tariffa più adatta alle sue esigenze, in un mercato altamente concorrenziale. Al pari, insomma, degli operatori di telefonia, per intenderci.
In realtà, questo è un momento difficile per cercare nuove offerte. In primis perché ora i nuovi contratti non sono quasi mai a prezzo fisso, ma sono tutti indicizzati all’energia. Un prezzo, sia chiaro, che è in continua crescita e che viene scaricato sull’utente finale.
Anche per questo motivo c’è chi mette in dubbio che la fine del mercato tutelato possa arrivare, come previsto, con l’inizio del 2023 (cioè tra pochi mesi) per il gas e del 2024 per l’elettricità.
Ad ogni modo, per far fronte al problema del crescente numero di bollette non pagate, il prossimo governo dovrebbe essere già al lavoro sul decreto Aiuti quater. Tra le misure su cui si sta lavorando c’è l’intenzione di evitare i distacchi di luce e gas per quelle famiglie e imprese (sempre di più) che, per via di difficoltà economiche, non sono riuscite a pagare le utenze. Secondo le prime anticipazioni si starebbe pensando a una moratoria per famiglie e imprese che potrebbe mettere in pausa per almeno sei mesi il distacco dei contratti energetici.
Inoltre, come già ipotizzato nel dl Aiuti ter, c’è l’idea di far salire il tetto per i beneficiari del bonus bollette agli attuali 8.265 euro a 12.000 euro. Via anche a un aumento dell’aliquota per i crediti di imposta per le imprese. In totale il nuovo provvedimento dovrebbe valere in totale circa 25 miliardi.
Ciò detto, è chiaro che oggi come oggi la cessazione di un contratto energetico per morosità possa essere una bella gatta da pelare. Anche perché secondo le stime di Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente presiedua da Stefano Besseghini, a ottobre il prezzo del gas aumenterà del 74% e quello della luce del 59%. Pallottoliere alla mano questo significa che una famiglia tipo per tutto il 2022 spenderà di elettricità 1.322 euro, contro i 632 euro dell’anno precedente. Per il gas il conto dovrebbe passare dai 245 euro del 2021 ai 445 del 2022.
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Non ci sono gli atti di indirizzo per un’eventuale emergenza: priorità, quote di solidarietà europea, distacchi programmati. I fornitori invece fanno liste nere: via la corrente ai morosi e stop ai contratti a chi è in difficoltà.Si disdettano forzatamente e più velocemente di un tempo i contratti a morosi o insolventi. O non li si rinnova a chi non ha saldato una vecchia bolletta. Federconsumatori chiede un blocco dei distacchi come con il Covid.La prima mossa per non restare al buio è rateizzare il più a lungo possibile il debito. Poi passare dal mercato a maggior tutela a quello libero. In attesa del decreto Aiuti quater del nuovo governo.Lo speciale contiene tre articoli.La crisi energetica che sta sconvolgendo l’Europa si sta avvitando sempre di più in vista dell’inverno. Nel complesso e frastagliato quadro europeo attuale, la questione energetica italiana assume una sua particolare curvatura, stretta com’è tra professioni di ottimismo governativo (di solito smentite dai fatti dopo poche ore) e fondati timori sulla tenuta del sistema. Poche cose sono sicure al momento: tra queste, il fatto che se non viene attuato con immediatezza un robusto sostegno finanziario a famiglie e imprese il Paese scivolerà nella desertificazione industriale e nella povertà, a causa dei costi insostenibili dell’energia.Un’altra cosa sicura è la mancanza di alcuni provvedimenti importanti per poter superare l’inverno, che sarà presumibilmente assai difficile dal punto di vista delle restrizioni sui consumi energetici che si prospettano. Queste restrizioni, chiamate soavemente «risparmi» da chi le impone, sono di origine diversa e si applicano a cose diverse. La prima dose di razionamenti riguarda il gas, per il quale l’Unione europea, con il regolamento 2022/1369, ha chiesto agli Stati membri di fissare obiettivi volontari di riduzione dei consumi. Oggi esiste quindi un obiettivo italiano (auto-imposto) di riduzione del 15% dei consumi nazionali nel periodo da agosto a marzo. Forse tale obiettivo potrebbe essere ridotto al 7%, ma su questo non è stata fatta chiarezza. L’Italia si è impegnata in tal senso attraverso il ministro Roberto Cingolani, il quale ha presentato a settembre un Piano nazionale di contenimento dei consumi di gas che prevede l’accensione posticipata dei riscaldamenti civili, il loro spegnimento anticipato, l’obbligo di non superare i 19 gradi di temperatura in casa. A questo si aggiunge l’utilizzo prioritario delle centrali termoelettriche a carbone, che dovrebbe diminuire il consumo di gas, e una campagna di informazione per spingere al risparmio i cittadini. Complessivamente, da queste misure di austerità il governo si aspetta di evitare il consumo di ben 8,2 miliardi di metri cubi di gas. A queste riduzioni si aggiungono quelle decise, sempre dall’Unione europea, sull’elettricità, con un regolamento che dovrebbe essere approvato domani dal Consiglio europeo: si dovrà risparmiare energia proprio nei periodi di maggior consumo, tagliando i picchi orari del 5%. Una norma piuttosto complessa da applicare e sulla cui reale efficacia ci sono dubbi.Ma non è tutto. Prima ancora di queste restrizioni esisteva già un piano di emergenza nazionale, che è in uno status di pre-allarme dallo scorso febbraio ma che da allora giace, dimenticato, nel limbo (vedi La Verità del 28 febbraio 2022). Questo piano, che esiste in base a una legge italiana di oltre dieci anni fa, contempla tra l’altro il distacco programmato di grandi utenze e disposizioni al gestore del sistema di trasporto e stoccaggio del gas per aumentare la disponibilità di gas. La legge 5 aprile 2022, n. 28 prevede che il ministero della Transizione ecologica possa attuare questo piano di emergenza senza indugio, sulla base di direttive dello stesso Mite. Peccato che proprio di questi atti di indirizzo non ci sia traccia: se l’emergenza venisse dichiarata oggi, non è chiaro cosa bisognerebbe fare. Gli atti mancanti sono importanti perché devono definire le procedure con cui, ad esempio, i soggetti interrompibili (grandi consumatori industriali che danno la disponibilità a vedersi sospese le forniture di gas) verranno chiamati in causa, così come le priorità e l’utilizzo del gas risparmiato. Dove verrebbe reimpiegato il gas non consumato? Con quale priorità di allocazione? Non solo: il piano di emergenza nazionale deve essere coordinato con il piano volontario di risparmio gas (quello da Regolamento 2022/1369 di cui si è parlato sopra), anche per evitare duplicazioni e magari sacrifici inutili alla popolazione. E ancora, è possibile che ci siano utilizzatori di gas disposti a rinunciare volontariamente al proprio consumo: a chi e come questi soggetti dovrebbero manifestare tale disponibilità? Il Mite non deve chiarire solo su questi punti. Esiste anche il tema della solidarietà europea con gli altri Paesi membri: nel caso in cui questa venisse invocata, come dovrebbe svolgersi? La solidarietà dovrebbe prevedere la cessione fisica di gas da un Paese all’altro, magari rinunciando a parte dell’importazione per lasciarla nel Paese di transito che ha chiesto l’attivazione della solidarietà. Ma questa può attivarsi mentre il Paese si trova già in situazione di emergenza conclamata? In che misura? Il quadro normativo per l’applicazione delle riduzioni di consumo e la gestione dell’emergenza, come si può intuire, non solo è assai complesso, perché vede la stratificazione di regole di origine diversa in tempi diversi, ma è anche largamente incompleto nella parte attuativa. 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Pochi mesi dopo, tra maggio 2021 e lo stesso mese del 2022, le cessioni forzate delle utenze erano in aumento del 42,6%. Detto in parole povere, si è passati da un momento in cui le cosiddette utilities facevano a gara per «rubarsi» i clienti a un periodo, quello attuale, in cui la competizione riguarda chi fa prima a tagliare i «rami secchi». Del resto, anche se ufficialmente non si può definire una vera e propria lista nera, il Corrispettivo di morosità, il Cmor, ne fa a tutti gli effetti le veci. Di cosa si tratta? È l’onere che viene addebitato in bolletta dal nuovo fornitore quando si hanno morosità pregresse con l’azienda energetica precedente. In pratica, il debito contratto con una società fornitrice di servizi energetici viene trasferito nella bolletta emessa dal nuovo fornitore fino a quando non viene estinto. In parole povere, il Cmor è quella voce che permette a tutte le aziende del settore di sapere in anticipo se l’utente è moroso. Il problema è che questo sistema era stato pensato per evitare il cosiddetto fenomeno del «turismo energetico», quello per cui gli utenti più furbi chiudevano un contratto con debiti in essere nella speranza di non doverli pagare. Oggi, però, con il prezzo del gas e dell’elettricità che è aumentato di oltre dieci volte, le persone che non riescono a pagare non sono solo quelle disoneste, ma in larga parte quelle messe in difficoltà da bollette più grandi delle loro tasche. Utenti che, poiché non hanno pagato una bolletta (non per forza l’ultima in ordine cronologico, ma anche una più vecchia), si trovano il contratto chiuso o non rinnovato. D’altronde, le società energetiche non sono obbligate ad accettare tutti i clienti che si presentano davanti alla loro porta. Così, una volta giunte a conoscenza del fatto che un utente è moroso, hanno facoltà di non rinnovargli l’utenza o di non registrarne una nuova. Il motivo è semplice: tenere una utenza aperta oggi senza che ne derivino pagamenti è molto più costoso di prima. Ecco spiegato perché di questi tempi fioccano ben oltre la media le cessioni dei contratti di luce e gas da parte delle società energetiche. Come spiega Federconsumatori, purtroppo, la situazione è destinata a peggiorare ancora perché le bollette esorbitanti aumenteranno ancora di prezzo e si aggiungeranno ad altre altrettanto «pesanti». Così sono tanti quelli che si rivolgono a Federconsumatori per trovare una soluzione alle loro difficoltà. C’è ad esempio il caso della signora di 70 anni che non poteva permettersi il pagamento delle fatture gas ed energia elettrica a causa di una situazione economica complessa a cui hanno disattivato il contatore. C’è la famiglia di tre persone con un reddito Isee di poco superiore agli 8.000 euro che ha subito un distacco perché insolvente. C’è anche l’anziano signore di 78 anni che ha dovuto aiutare il figlio che ha perso il lavoro nei mesi scorsi e che per questo non ha potuto pagare il gas, che gli è stato staccato. A pagare il prezzo di questa crisi energetica, va detto, sono però in larga parte gli anziani, persone in pensione che spesso non riescono a far fronte a bollette troppo salate. «Noi chiediamo che, come avvenuto nella pandemia, il governo si attivi per bloccare i distacchi», spiega alla Verità, Fabrizio Ghidini del Dipartimento energia Federconsumatori nazionale. Il problema è infatti anche che oggi, dopo la crisi pandemica, le società energetiche sono tornate ad avere la possibilità di chiudere i contratti per chi è insolvente. «La nostra richiesta è che il governo metta un blocco ai distacchi forzati almeno per l’inverno o che aiuti a diluire il più possibile le rateizzazioni. La situazione oggi è ancora più complicata che nei momenti più duri della pandemia», spiega. Il rischio, in effetti, è che sempre più persone finiscano senza un contratto di luce e gas perché, a seguito di distacchi per morosità (anche pregressa) nessuno voglia riattivare loro nuove utenze. Oltre alla voce in bollette Cmor, che indica la morosità di un utente (utile in caso di nuovo contratto), ci sono anche società energetiche che stilano liste nere dei propri clienti ritenuti a rischio di morosità (magari perché hanno pagato in lieve ritardo. Siamo, insomma, davanti all’ennesimo gatto che si morde la coda. I costi delle bollette sono alle stelle, molti utenti non riescono a farvi fronte e le società che distribuiscono luce e gas hanno iniziato una campagna di chiusure senza precedenti. Il problema è che questo riduce la clientela e mette ancora più in difficoltà le società in questione. 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Detto questo, di certo il passaggio dal mercato tutelato a quello libero potrebbe offrire maggiori possibilità di trovare nuove offerte. Ad ogni modo, secondo Federconsumatori, la prima mossa da compiere è quella di rateizzare il più a lungo possibile il debito in essere. L’obiettivo è quello di mostrare che spesso un debito può essere estinto con un piano di rientro ad hoc. Fatto ciò, è bene capire quali sono i vantaggi o gli svantaggi di passare dal mercato a maggior tutela a quello libero. Nel caso di quello a maggior tutela si avrà un prezzo bloccato comune a tutti i fornitori che ne offrono il servizio. Chi sceglie questo mercato potrà avere una variazione ogni trimestre per la fornitura di energia elettrica a seconda delle oscillazioni del mercato e una variazione mensile per la fornitura gas. Al contrario, all’interno del mercato libero ogni fornitore può proporre una o più tariffe differenti ai suoi clienti. Il mercato a maggior tutela è stato definito così perché il prezzo aumenta o decresce senza particolari picchi improvvisi, ma non è possibile richiedere piani tariffari ad hoc o differenti fasce di consumo. Chi invece preferisce il mercato libero, può scegliere la tariffa più adatta alle sue esigenze, in un mercato altamente concorrenziale. Al pari, insomma, degli operatori di telefonia, per intenderci. In realtà, questo è un momento difficile per cercare nuove offerte. In primis perché ora i nuovi contratti non sono quasi mai a prezzo fisso, ma sono tutti indicizzati all’energia. Un prezzo, sia chiaro, che è in continua crescita e che viene scaricato sull’utente finale. Anche per questo motivo c’è chi mette in dubbio che la fine del mercato tutelato possa arrivare, come previsto, con l’inizio del 2023 (cioè tra pochi mesi) per il gas e del 2024 per l’elettricità. Ad ogni modo, per far fronte al problema del crescente numero di bollette non pagate, il prossimo governo dovrebbe essere già al lavoro sul decreto Aiuti quater. Tra le misure su cui si sta lavorando c’è l’intenzione di evitare i distacchi di luce e gas per quelle famiglie e imprese (sempre di più) che, per via di difficoltà economiche, non sono riuscite a pagare le utenze. Secondo le prime anticipazioni si starebbe pensando a una moratoria per famiglie e imprese che potrebbe mettere in pausa per almeno sei mesi il distacco dei contratti energetici. Inoltre, come già ipotizzato nel dl Aiuti ter, c’è l’idea di far salire il tetto per i beneficiari del bonus bollette agli attuali 8.265 euro a 12.000 euro. Via anche a un aumento dell’aliquota per i crediti di imposta per le imprese. In totale il nuovo provvedimento dovrebbe valere in totale circa 25 miliardi. Ciò detto, è chiaro che oggi come oggi la cessazione di un contratto energetico per morosità possa essere una bella gatta da pelare. Anche perché secondo le stime di Arera, l’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente presiedua da Stefano Besseghini, a ottobre il prezzo del gas aumenterà del 74% e quello della luce del 59%. Pallottoliere alla mano questo significa che una famiglia tipo per tutto il 2022 spenderà di elettricità 1.322 euro, contro i 632 euro dell’anno precedente. Per il gas il conto dovrebbe passare dai 245 euro del 2021 ai 445 del 2022.
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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