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2024-12-01
Galizia. La porta d’ingresso della droga in Europa
iStock
Con circa 1.500 km di costa frastagliata e le sue profonde rías, la Galizia è ormai un vero paradiso logistico per i narcotrafficanti. Queste insenature, come la ría de Arousa, offrono moltissimi punti di approdo nascosti, perfetti per eludere la sorveglianza. La crisi dell’industria della pesca negli anni Settanta spinse i pescatori locali al contrabbando, inizialmente di tabacco, poi a quello molto più redditizio della droga.
Negli anni Settanta, la Galizia si trovò al centro di una crisi devastante causata dal narcotraffico. Non solo la cocaina, ma anche l’eroina iniziò a inondare la regione, mietendo vittime soprattutto tra i giovani. In risposta all’emergenza, un gruppo di madri si organizzò sotto la guida di Carmen Avendaño, fondando l’associazione Érguete, tuttora attiva. Queste donne, molte delle quali avevano perso figli a causa dell’eroina - una madre arrivata a perdere due figli in una sola settimana - decisero di spezzare l’omertà che proteggeva i clan. Con marce, proteste e iniziative legali, le «madri galiziane» si imporranno come simbolo della resistenza sociale contro i narcos. Le loro azioni furono spesso dirette e provocatorie: si riunivano davanti ai bar dove si spacciava per cantare canzoni contro la droga e lo stesso fecero sotto casa di un potente narcotrafficante, rimanendo lì per giorni. Il loro impegno costrinse le autorità a intensificare la lotta al traffico di stupefacenti, apportando un cambiamento culturale e sociale nella regione che ancora oggi è inondata dalla cocaina.
Non è un segreto che i contrabbandieri galiziani eccellono per esperienza e tecnologia, utilizzando imbarcazioni rapide con motori molto potenti. Lo scorso aprile è stata sequestrata una lancia di 16 metri che montava quattro motori di 420 cavalli cadauno: 1.680 in totale! E la posizione sull’Atlantico facilita l’arrivo di cocaina dall’America Latina, rendendo la Galizia un nodo cruciale per il narcotraffico europeo: le grandi navi in arrivo dall’America Latina lasciano i carichi in mare e le lance dei galiziani le recuperano nottetempo e le portano a terra. Negli ultimi vent’anni sono stati utilizzati anche sottomarini e semi-sommergibili costruiti artigianalmente, progettati per trasportare fino a diverse tonnellate di sostanze stupefacenti. L’episodio più recente risale al 13 marzo 2023, quando nelle acque delle rías de Arousa è stato individuato un narco-sottomarino, a circa un miglio dalla costa tra le località di Vilaxoán e Vilagarcía. Il mezzo, lungo circa 15 metri, era vuoto al momento del ritrovamento, segno che il carico era stato già consegnato, ma gli investigatori hanno stimato che poteva contenere fino a cinque tonnellate di cocaina. Questo semi-sommergibile rappresenta il terzo caso registrato in Spagna, e sempre in Galizia, negli ultimi due decenni. Il primo ritrovamento risale al 13 agosto 2006, quando al largo del porto di Vigo venne recuperato un batiscafo artigianale in acciaio lungo circa 12 metri, con una capacità di trasporto di una tonnellata di droga. Come ha scritto Alessandro Beloli su Geopop, fu la prima volta che un’imbarcazione di questo tipo venne scoperta in Spagna, nonostante l’utilizzo di sommergibili per il traffico di droga fosse già una pratica consolidata negli Usa. Il secondo episodio si è verificato nel novembre 2019, sempre in Galizia, al largo della costa di Aldán. In quella circostanza, il semi-sommergibile misurava 20 metri e trasportava al suo interno tre tonnellate di cocaina.
Per comprendere la portata di questo fenomeno, i dati raccolti dalla Dea (Drug Enforcement Administration), l’agenzia statunitense incaricata di far rispettare le leggi sulle droghe, indicano che oltre il 60% della cocaina destinata agli Usa dal Sudamerica viene trasportato su narco-sottomarini. Tuttavia, le autorità riescono ad intercettarne solo il 25%. Clamorosa, nel febbraio 2024, un’operazione di polizia tra Ecuador e Spagna dove sono stati catturati 31 presunti membri di una rete transnazionale di narcotraffico guidata dal cittadino albanese Dritan Gjika, di stanza a Guayaquil, Ecuador, e dal suo socio italo-argentino Mario Sanchez Rinaldi, di stanza a Marbella, in Spagna, con solidi agganci in Galizia.
La Spagna si conferma uno snodo strategico per l’ingresso della droga in Europa. Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel 2021 gli Stati Ue hanno sequestrato un record di 303 tonnellate di cocaina, il 75% delle quali proveniva da Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Sebbene i dati ufficiali sui sequestri totali di cocaina in Spagna nel 2023 non siano ancora disponibili, si stima che il Paese abbia raddoppiato i sequestri rispetto al 2022. Nel dicembre 2023, le autorità spagnole hanno effettuato due importanti operazioni a Valencia e Vigo (Galizia), confiscando complessivamente 11 tonnellate di cocaina, il quantitativo più grande mai registrato in Spagna. La droga, proveniente dal Sudamerica, era nascosta in container tra tonno congelato e doppi fondi ed era destinata ai mercati europei. Nell’ambito delle operazioni, sono state arrestate venti persone sospettate di far parte di un’organizzazione criminale dei Balcani occidentali.
Grazie ai suoi collegamenti marittimi diretti con Sudamerica e Africa, la Spagna rappresenta un punto di transito fondamentale per il traffico di droga verso altri Paesi europei, con Valencia, Andalusia, Galizia e Catalogna come principali aree di smistamento. Allo stesso tempo, il Paese è anche un mercato di destinazione per i consumatori che purtroppo sono in grande crescita.
«Negli anni Ottanta i primi contatti coi boss colombiani»
Costantino Pistilli è un giornalista e analista esperto di criminalità transnazionale
Da dove proviene la cocaina che arriva nei porti della Galizia e quali sono i cartelli dei narcotrafficanti che la inviano?
«Spesso, la cocaina che arriva nei porti della Galizia proviene principalmente da Colombia, Messico, Brasile, Perù e Venezuela. Le navi in arrivo dall’America Latina lasciano i carichi in mare aperto, le lance (go-fast boat) dei galiziani le recuperano e le portano a terra. Tradizionalmente, i clan galiziani avevano stretto legami con i cartelli colombiani di Medellín e Cali. Ad esempio, una delle rotte principali è l’Autopista 10 (la chiamano i narcotrafficanti), il 10° Parallelo, che collega la Colombia alle coste dell’Africa occidentale, come Sierra Leone, Mauritania e Liberia. Anche l’instabilità in Ecuador è un fattore cruciale, una nuova via per spedire cocaina verso i porti europei, non solo della Galizia. Punti strategici per lo stoccaggio e la distribuzione della droga recuperata in mare. O le acque della Guinea-Bissau, con oltre 100 isole (di cui 21 con aerodromi). Tra i principali attori rimangono i colombiani: in Spagna si concentra un’alta percentuale di colombiani condannati per narcotraffico in Europa. Il Clan del Golfo è particolarmente attivo, utilizzando narco-sottomarini (costruiti già dagli anni Novanta grazie a know-how russo)».
Quanto vale questo business e dove va tutta questa cocaina?
«Un valore immenso. Non ci sono stime ufficiali. Nel 2022 sono stati sequestrati oltre 60.000 kg, il doppio rispetto all’anno precedente. Una tonnellata acquistata all’origine tra 17.000 e 20.000 euro al chilo può generare, una volta tagliata e distribuita, oltre 3 miliardi di euro per 13 tonnellate. La Galizia si distingue per i prezzi bassi e l’alta qualità: vent’anni fa un 1 kg costava circa 30.000 euro, oggi anche sui 18.000, spesso pagati con una percentuale dello stesso stupefacente. Una garanzia di qualità. La cocaina comprata a Madrid è già passata di mano in mano ad almeno due individui che, una volta “tagliata”, la venderanno dai 33.000 ai 35.000 euro. Al dettaglio, 13 tonnellate adulterate producono un volume d’affari tra 2,35 e 3 miliardi di euro, comparabile al fatturato dell’industria aerospaziale andalusa (2,7 miliardi nel 2023, con 14.000 dipendenti). Il prezzo al grammo, stabile a 60 euro, garantisce enormi margini grazie al taglio, che triplica o quadruplica il volume dello stupefacente».
Quali sono i gruppi criminali coinvolti?
«Oggi i narcotrafficanti galiziani offrono servizi logistici, gestendo i trasporti senza entrare in contatto diretto con la droga, a differenza dei vecchi clan come Os Caneos o Los Charlines. I clan galiziani, come l’impero Patoco, Os Lulús, los Pasteleros e la banda di “O Mulo”, operano con strutture frammentate per evitare arresti ai vertici. Collaborano con cartelli messicani, mafie marocchine, olandesi e balcaniche, tradizionalmente legate all’eroina, ora attive anche nella cocaina, negoziando direttamente con i cartelli sudamericani. Secondo Europol, il modello tipico prevede fornitori sudamericani, vettori galiziani e distributori europei. E in Spagna c’è molta domanda: Marbella, denominata giornalisticamente la “sede globale del crimine organizzato”, ospita almeno 113 gruppi criminali di 59 nazionalità».
C’è chi ritiene che l’omicidio del ministro della Giustizia colombiano Rodrigo Lara Bonilla (aprile 1984) da parte di sicari di Escobar, che fece scatenare la violenta repressione del governo, spinse i leader dei cartelli a cercare rifugio all’estero ed in particolare in Spagna. È così? E se sì, perché?
«L’omicidio di Bonilla scatenò una repressione feroce in Colombia. Temendo l’estradizione negli Usa di Reagan, i leader dei cartelli trovarono rifugio in Spagna, attratti da legislazione debole e tradizione di contrabbando. Ochoa e Rodríguez Orejuela, capi di Medellín e Cali, si stabilirono a Madrid. Arrestati nel 1984, passarono due anni nelle carceri spagnole, stringendo legami con contrabbandieri galiziani come Sito Miñanco, figura chiave del narcotraffico locale che aveva sposato la nipote di un ministro panamense, facilitando i collegamenti tra Galizia e i cartelli colombiani. Panama, nel frattempo, offriva riparo ad Escobar e soci per sfuggire all’estradizione. Quei legami trasformarono la Galizia nel ponte della droga verso il nuovo mercato europeo. Anche Matta Ballesteros – uomo di collegamento tra cartelli colombiani e messicani, tra i primi- si stabilì ad A Coruña, consolidando la rete. L’inizio del narcotraffico moderno in Galizia. E in Europa».
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La regione è un paradiso logistico per i trafficanti, per la sua costa frastagliata e la posizione sull’Atlantico. Le navi che arrivano dal Sudamerica lasciano i carichi in mare, dove sono raccolti da lance e sottomarini.L’analista Costantino Pistilli: «Con la repressione del governo di Bogotà, i capi dei cartelli si rifugiarono in Spagna. Ora il giro d’affari vale miliardi».Lo speciale contiene due articoliCon circa 1.500 km di costa frastagliata e le sue profonde rías, la Galizia è ormai un vero paradiso logistico per i narcotrafficanti. Queste insenature, come la ría de Arousa, offrono moltissimi punti di approdo nascosti, perfetti per eludere la sorveglianza. La crisi dell’industria della pesca negli anni Settanta spinse i pescatori locali al contrabbando, inizialmente di tabacco, poi a quello molto più redditizio della droga. Negli anni Settanta, la Galizia si trovò al centro di una crisi devastante causata dal narcotraffico. Non solo la cocaina, ma anche l’eroina iniziò a inondare la regione, mietendo vittime soprattutto tra i giovani. In risposta all’emergenza, un gruppo di madri si organizzò sotto la guida di Carmen Avendaño, fondando l’associazione Érguete, tuttora attiva. Queste donne, molte delle quali avevano perso figli a causa dell’eroina - una madre arrivata a perdere due figli in una sola settimana - decisero di spezzare l’omertà che proteggeva i clan. Con marce, proteste e iniziative legali, le «madri galiziane» si imporranno come simbolo della resistenza sociale contro i narcos. Le loro azioni furono spesso dirette e provocatorie: si riunivano davanti ai bar dove si spacciava per cantare canzoni contro la droga e lo stesso fecero sotto casa di un potente narcotrafficante, rimanendo lì per giorni. Il loro impegno costrinse le autorità a intensificare la lotta al traffico di stupefacenti, apportando un cambiamento culturale e sociale nella regione che ancora oggi è inondata dalla cocaina. Non è un segreto che i contrabbandieri galiziani eccellono per esperienza e tecnologia, utilizzando imbarcazioni rapide con motori molto potenti. Lo scorso aprile è stata sequestrata una lancia di 16 metri che montava quattro motori di 420 cavalli cadauno: 1.680 in totale! E la posizione sull’Atlantico facilita l’arrivo di cocaina dall’America Latina, rendendo la Galizia un nodo cruciale per il narcotraffico europeo: le grandi navi in arrivo dall’America Latina lasciano i carichi in mare e le lance dei galiziani le recuperano nottetempo e le portano a terra. Negli ultimi vent’anni sono stati utilizzati anche sottomarini e semi-sommergibili costruiti artigianalmente, progettati per trasportare fino a diverse tonnellate di sostanze stupefacenti. L’episodio più recente risale al 13 marzo 2023, quando nelle acque delle rías de Arousa è stato individuato un narco-sottomarino, a circa un miglio dalla costa tra le località di Vilaxoán e Vilagarcía. Il mezzo, lungo circa 15 metri, era vuoto al momento del ritrovamento, segno che il carico era stato già consegnato, ma gli investigatori hanno stimato che poteva contenere fino a cinque tonnellate di cocaina. Questo semi-sommergibile rappresenta il terzo caso registrato in Spagna, e sempre in Galizia, negli ultimi due decenni. Il primo ritrovamento risale al 13 agosto 2006, quando al largo del porto di Vigo venne recuperato un batiscafo artigianale in acciaio lungo circa 12 metri, con una capacità di trasporto di una tonnellata di droga. Come ha scritto Alessandro Beloli su Geopop, fu la prima volta che un’imbarcazione di questo tipo venne scoperta in Spagna, nonostante l’utilizzo di sommergibili per il traffico di droga fosse già una pratica consolidata negli Usa. Il secondo episodio si è verificato nel novembre 2019, sempre in Galizia, al largo della costa di Aldán. In quella circostanza, il semi-sommergibile misurava 20 metri e trasportava al suo interno tre tonnellate di cocaina. Per comprendere la portata di questo fenomeno, i dati raccolti dalla Dea (Drug Enforcement Administration), l’agenzia statunitense incaricata di far rispettare le leggi sulle droghe, indicano che oltre il 60% della cocaina destinata agli Usa dal Sudamerica viene trasportato su narco-sottomarini. Tuttavia, le autorità riescono ad intercettarne solo il 25%. Clamorosa, nel febbraio 2024, un’operazione di polizia tra Ecuador e Spagna dove sono stati catturati 31 presunti membri di una rete transnazionale di narcotraffico guidata dal cittadino albanese Dritan Gjika, di stanza a Guayaquil, Ecuador, e dal suo socio italo-argentino Mario Sanchez Rinaldi, di stanza a Marbella, in Spagna, con solidi agganci in Galizia. La Spagna si conferma uno snodo strategico per l’ingresso della droga in Europa. Secondo l’Osservatorio europeo delle droghe e delle tossicodipendenze, nel 2021 gli Stati Ue hanno sequestrato un record di 303 tonnellate di cocaina, il 75% delle quali proveniva da Belgio, Paesi Bassi e Spagna. Sebbene i dati ufficiali sui sequestri totali di cocaina in Spagna nel 2023 non siano ancora disponibili, si stima che il Paese abbia raddoppiato i sequestri rispetto al 2022. Nel dicembre 2023, le autorità spagnole hanno effettuato due importanti operazioni a Valencia e Vigo (Galizia), confiscando complessivamente 11 tonnellate di cocaina, il quantitativo più grande mai registrato in Spagna. La droga, proveniente dal Sudamerica, era nascosta in container tra tonno congelato e doppi fondi ed era destinata ai mercati europei. Nell’ambito delle operazioni, sono state arrestate venti persone sospettate di far parte di un’organizzazione criminale dei Balcani occidentali.Grazie ai suoi collegamenti marittimi diretti con Sudamerica e Africa, la Spagna rappresenta un punto di transito fondamentale per il traffico di droga verso altri Paesi europei, con Valencia, Andalusia, Galizia e Catalogna come principali aree di smistamento. Allo stesso tempo, il Paese è anche un mercato di destinazione per i consumatori che purtroppo sono in grande crescita. <div class="rebellt-item col1" id="rebelltitem1" data-id="1" data-reload-ads="false" data-is-image="False" data-href="https://www.laverita.info/galizia-la-porta-dingresso-della-droga-in-europa-2670246077.html?rebelltitem=1#rebelltitem1" data-basename="negli-anni-ottanta-i-primi-contatti-coi-boss-colombiani" data-post-id="2670246077" data-published-at="1733007426" data-use-pagination="False"> «Negli anni Ottanta i primi contatti coi boss colombiani» Costantino Pistilli è un giornalista e analista esperto di criminalità transnazionale Da dove proviene la cocaina che arriva nei porti della Galizia e quali sono i cartelli dei narcotrafficanti che la inviano? «Spesso, la cocaina che arriva nei porti della Galizia proviene principalmente da Colombia, Messico, Brasile, Perù e Venezuela. Le navi in arrivo dall’America Latina lasciano i carichi in mare aperto, le lance (go-fast boat) dei galiziani le recuperano e le portano a terra. Tradizionalmente, i clan galiziani avevano stretto legami con i cartelli colombiani di Medellín e Cali. Ad esempio, una delle rotte principali è l’Autopista 10 (la chiamano i narcotrafficanti), il 10° Parallelo, che collega la Colombia alle coste dell’Africa occidentale, come Sierra Leone, Mauritania e Liberia. Anche l’instabilità in Ecuador è un fattore cruciale, una nuova via per spedire cocaina verso i porti europei, non solo della Galizia. Punti strategici per lo stoccaggio e la distribuzione della droga recuperata in mare. O le acque della Guinea-Bissau, con oltre 100 isole (di cui 21 con aerodromi). Tra i principali attori rimangono i colombiani: in Spagna si concentra un’alta percentuale di colombiani condannati per narcotraffico in Europa. Il Clan del Golfo è particolarmente attivo, utilizzando narco-sottomarini (costruiti già dagli anni Novanta grazie a know-how russo)». Quanto vale questo business e dove va tutta questa cocaina? «Un valore immenso. Non ci sono stime ufficiali. Nel 2022 sono stati sequestrati oltre 60.000 kg, il doppio rispetto all’anno precedente. Una tonnellata acquistata all’origine tra 17.000 e 20.000 euro al chilo può generare, una volta tagliata e distribuita, oltre 3 miliardi di euro per 13 tonnellate. La Galizia si distingue per i prezzi bassi e l’alta qualità: vent’anni fa un 1 kg costava circa 30.000 euro, oggi anche sui 18.000, spesso pagati con una percentuale dello stesso stupefacente. Una garanzia di qualità. La cocaina comprata a Madrid è già passata di mano in mano ad almeno due individui che, una volta “tagliata”, la venderanno dai 33.000 ai 35.000 euro. Al dettaglio, 13 tonnellate adulterate producono un volume d’affari tra 2,35 e 3 miliardi di euro, comparabile al fatturato dell’industria aerospaziale andalusa (2,7 miliardi nel 2023, con 14.000 dipendenti). Il prezzo al grammo, stabile a 60 euro, garantisce enormi margini grazie al taglio, che triplica o quadruplica il volume dello stupefacente». Quali sono i gruppi criminali coinvolti? «Oggi i narcotrafficanti galiziani offrono servizi logistici, gestendo i trasporti senza entrare in contatto diretto con la droga, a differenza dei vecchi clan come Os Caneos o Los Charlines. I clan galiziani, come l’impero Patoco, Os Lulús, los Pasteleros e la banda di “O Mulo”, operano con strutture frammentate per evitare arresti ai vertici. Collaborano con cartelli messicani, mafie marocchine, olandesi e balcaniche, tradizionalmente legate all’eroina, ora attive anche nella cocaina, negoziando direttamente con i cartelli sudamericani. Secondo Europol, il modello tipico prevede fornitori sudamericani, vettori galiziani e distributori europei. E in Spagna c’è molta domanda: Marbella, denominata giornalisticamente la “sede globale del crimine organizzato”, ospita almeno 113 gruppi criminali di 59 nazionalità». C’è chi ritiene che l’omicidio del ministro della Giustizia colombiano Rodrigo Lara Bonilla (aprile 1984) da parte di sicari di Escobar, che fece scatenare la violenta repressione del governo, spinse i leader dei cartelli a cercare rifugio all’estero ed in particolare in Spagna. È così? E se sì, perché? «L’omicidio di Bonilla scatenò una repressione feroce in Colombia. Temendo l’estradizione negli Usa di Reagan, i leader dei cartelli trovarono rifugio in Spagna, attratti da legislazione debole e tradizione di contrabbando. Ochoa e Rodríguez Orejuela, capi di Medellín e Cali, si stabilirono a Madrid. Arrestati nel 1984, passarono due anni nelle carceri spagnole, stringendo legami con contrabbandieri galiziani come Sito Miñanco, figura chiave del narcotraffico locale che aveva sposato la nipote di un ministro panamense, facilitando i collegamenti tra Galizia e i cartelli colombiani. Panama, nel frattempo, offriva riparo ad Escobar e soci per sfuggire all’estradizione. Quei legami trasformarono la Galizia nel ponte della droga verso il nuovo mercato europeo. Anche Matta Ballesteros – uomo di collegamento tra cartelli colombiani e messicani, tra i primi- si stabilì ad A Coruña, consolidando la rete. L’inizio del narcotraffico moderno in Galizia. E in Europa».
Cirino Pomicino (Ansa)
‘O ministro, 86 anni, era ricoverato nella clinica Quisisana di Roma, afflitto dai postumi degli acciacchi dovuti alla cardiopatia cronica, con infarti ripetuti e due trapianti che gli hanno fatto dire: «Gli altri cambiano la macchina, io cambio gli organi».
Pilastro della Democrazia Cristiana, intelligente e scafato, cresciuto alla scuola di Giulio Andreotti che negli anni 70 cercava in Campania qualcuno da contrapporre ai ras del Sud Antonio Gava e Ciriaco De Mita, Cirino Pomicino ha attraversato la repubblica delle sciabole da protagonista: deputato per sette legislature, due volte ministro (Bilancio e Funzione pubblica), fu vicerè borbonico della corrente del luciferino Giulio. Qualcuno se lo ricorda raffigurato mentre balla da scatenato nel film che ricostruisce (con spreco di luoghi comuni) gli ultimi fuochi del pentapartito e delle convergenze parallele: «Il Divo» di Paolo Sorrentino.
Caustico e diplomatico, faceva risalire alla famiglia la capacità di trovare uno spazio di confronto con tutti. «Ero il quinto di sette figli, con sei maschi che tifavano per sei squadre diverse (lui era milanista - Ndr) e si identificavano in sei partiti diversi. Ci siamo formati alla scuola della tolleranza senza che mai le differenze intaccassero il profondo rapporto fraterno». Chi lo accusava di sprecare i soldi pubblici per accontentare le clientele si sentiva ripetere: «Sono ricco di famiglia, per capirlo guardate i tombini di Napoli». Portavano il nome della fonderia del nonno. Re delle commissioni Bilancio, nei mitici anni 80 inventò l’emendamento vol-au-vent, che le correnti dei partiti riempivano di finanziamenti. Era lo Sportello Pomicino, lui accontentava tutti e si giustificava: «Se lo sportello funziona è perché qualcuno bussa».
Nato a Napoli il 3 settembre 1939, teneva molto all’orario. «Erano le 7 di mattina, alle 11 l’Inghilterra dichiarò guerra alla Germania di Hitler e alle 17 la Francia fece altrettanto. Il mio arrivo consentì a papà di non essere chiamato al fronte, in quanto padre di 5 figli». Laureato in medicina e attivista democristiano, prima della chiamata andreottiana ha lavorato come neurochirurgo all’ospedale Cardarelli. Avvezzo alle comodità, aveva affittato sull’Appia Antica una villa con 20 stanze, costo 5 milioni di vecchie lire all’anno. I suoi eccessi facevano dire a Francesco Cossiga, che non gli era amico: «Siamo un Paese solido che può sopportare come ministro un analfabeta come lui».
Sposato due volte (la seconda con Lucia Marotta di 27 anni più giovane), il suo destino è stato indissolubilmente legato a Tangentopoli. Le inchieste, i canini affilati delle procure. Indagato 42 volte ma condannato solo due per finanziamento illecito della Dc, Cirino Pomicino uscì clamorosamente di scena la sera in cui, entrato in un ristorante di Napoli con la famiglia, fu costretto ad andarsene dal resto della clientela, che al suo apparire aveva cominciato a far tintinnare i bicchieri con le posate per sloggiarlo. Un affronto volgare e immeritato. Lui si difendeva così: «Nella chiesa è nato il proverbio “senza soldi non si cantano messe”. La politica non mi ha arricchito, non possiedo una casa e non la possiede neppure mia figlia Ilaria».
Testimone di un’epoca dominata anche dal tintinnio delle manette (fu condannato a un anno e mezzo di carcere, fece 17 giorni), qualche anno fa ha rivelato un retroscena inquietante di quella stagione: «Nel 1991 Carlo De Benedetti venne da me e mi chiese: Vuole essere il mio ministro? Lui e l’avvocato Gianni Agnelli avevano deciso un colpo di Stato, spazzare via la Dc per via giudiziaria e consegnare il potere ai comunisti che, orfani di Mosca, sarebbero stati lacchè ai loro ordini. Io dissi no». Arrivò Mani Pulite. Ma a rompere lo schema si materializzò Silvio Berlusconi.
Cirino Pomicino è morto un giorno prima del referendum, lui che della casta dei magistrati non aveva alcuna stima. E ai quali - quando cominciò a scrivere editoriali con lo pseudonimo di Geronimo (chiamato a L’Indipendente e poi al Giornale da Vittorio Feltri) - non risparmiò critiche feroci. «Geronimo era il grande capo Apache che non si arrese alle truppe nordiste e io non mi sono mai arreso ai pm e alle loro truppe mediatiche. Sotto le macerie lasciate dalle inchieste finì tutta la Prima repubblica tranne il Pci che, grazie ai ragazzi della via Pal della procura di Milano, fu solo costretto a cambiare nome». Eppure oggi si sarebbe opposto alla riforma Nordio perché la considerava troppo morbida. «Con lo sdoppiamento del Csm si verrebbe a creare una nicchia dove i pm se la cantano e se la suonano senza controllo, con la possibilità di intimidire non solo la politica ma anche i giudici». Un giorno del 1997, uscito dal sonno indotto dall’anestesia per uno degli infarti, si trovò al capezzale Antonio Di Pietro. «Mi avevano dato tre ore di vita e lui venne a trovarmi. Mi disse che aveva sempre votato Dc. Era convinto che sarei morto e non avrei mai potuto raccontarlo». Invece ha avuto in dono altri 29 anni durante i quali qualcuno gli dava dell’immortale. Lui sorrideva facendo le corna: «Della morte mi spaventa la bara, il corpo chiuso che si decompone. Mi farò cremare». Ora ‘O ministro cammina nell’eternità.
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Lancia «Gamma» berlina del 1976 (Stellantis/Centro Storico Fiat)
Per sei anni la Lancia, regina delle ammiraglie di lusso italiane, era rimasta senza un vero modello di punta. L’ultima delle berline di classe superiore era stata la «Flaminia», prodotta dal 1959 al 1970, mentre l’ultimo modello a tre volumi (ma meno lussuosa) era stata la 2.000, una semplice rivisitazione dell’altrettanto obsoleta Flavia. La casa di Chivasso, assorbita da Fiat dal 1969, decise di non rimpiazzarla temporaneamente. Poi venne la crisi petrolifera mondiale, ed ogni progetto di vetture di alta cilindrata assetate di benzina fu sospeso.
Lancia si riaffacciò al segmento solo dopo alcuni anni, quando la concorrenza di ammiraglie estere come Mercedes e Bmw aveva occupato una buona fetta del mercato europeo. Ci riprovò dopo la metà degli anni Settanta, con la nuova «Gamma», presentata a Ginevra nel marzo del 1976. La crisi del 1973 aveva lasciato il segno, e l’efficienza dei motori in termini di consumi era diventata una priorità. Il mercato italiano era poi condizionato dalla pesante tassazione dei propulsori di cilindrata superiore ai 2 litri, che spesso erano adottati dalle case estere in configurazione 6 cilindri. La Lancia progettò sulla base di queste esigenze un motore tutto nuovo, completamente diverso da quelli dei modelli precedenti. La «Gamma» sarà infatti spinta da un 4 cilindri boxer in alluminio, prodotto nelle due cilindrate di 1,9 e 2,5 litri da 116 e 140 Cv rispettivamente. Quello che colpì maggiormente il pubblico e gli affezionati del marchio fu certamente la linea, che segnava una rottura con la lunga tradizione delle tre volumi. Affidata al blasonato nome di Pininfarina, la nuova ammiraglia lancia era di fatto una 2 volumi e mezzo con coda spiovente e tronca e la trazione era anteriore.
Contemporaneamente alla berlina fu presentata la coupé, una due porte più aggressiva e sportiveggiante, che conservava tuttavia gli ampi spazi interni della 4 porte. I motori garantivano ottime prestazioni, comprese tra i 185 e i 195 km/h nel confort degli interni lussuosamente rifiniti nello stile caratteristico della casa di Chivasso. La «Gamma» fu ben accolta da pubblico e stampa nonostante la evidente rottura con la tradizione delle berline a tre volumi. La sua storia però, passata dal restyling del 1980 che regalò ai motori l’iniezione elettronica, non fu felice. La causa del mancato successo di una vettura coraggiosa e all’avanguardia per lo stile fu la scarsa affidabilità del motore e degli organi ad esso collegati. Per alcune ingenuità di progettazione di un boxer del tutto nuovo, la Gamma soffrì costantemente di problemi (anche gravi) alla distribuzione per la fragilità del sistema, ed al servosterzo che era direttamente collegato alla distribuzione e poteva, se messo sotto sforzo dalla massa non indifferente della vettura, creare gravi danni agli organi meccanici.
La bella ma sfortunata ammiraglia di Chivasso uscì di scena appena 8 anni dopo il suo lancio, nel 1984. Sarà sostituita da una berlina che, per il successo ottenuto nel decennio successivo, proietterà un cono d’ombra sull’immagine dell’antesignana «Gamma», la Lancia «Thema».
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